Speciale Il populismo al tempo degli algoritmi / 3

populismoNella terza e ultima parte dello speciale Il populismo al tempo degli algoritmi presentiamo due interventi:

Giso AmendolaMacché populismo, macché comunità: nelle città oggi si muove tutta un’altra lotta di classe

Paolo Gerbaudo, Lo spettro del populismo

 

Macché populismo, macché comunità: nelle città oggi si muove tutta un’altra lotta di classe

Giso Amendola

1. Nella politica moderna, almeno nel suo filone maggioritario, quello nato attorno all’esperienza dello stato sovrano, rappresentanza, sovranità e popolo stanno insieme e muoiono insieme. Le regole del gioco le detta Thomas Hobbes in modo estremamente cogente e preciso: il popolo è costituito come unità politica solo attraverso la sovranità. Ricordare questo nodo indissolubile che stringe, nella modernità, popolo, sovranità e rappresentanza, può aiutare a districarci in qualche apparente paradosso che abita la nozione di populismo.

Un autore molto evocato in questi giorni, quale “padre” in qualche modo di una prospettiva possibile di “populismo di sinistra”, Ernesto Laclau, si è sempre soffermato proprio su questo elemento: il populismo oscilla tra destra e sinistra, sostiene Laclau, perché in realtà non è altro che l’espressione della logica politica moderna. Quella appunto, in fondo tutta hobbesiana, per la quale il popolo è una costruzione, che si ottiene articolando le differenze intorno a una linea di conflitto che divide in due il campo politico. Se la politica moderna è creazione del popolo attraverso il conflitto, allora la ragione populista non è un residuo irrazionale: ma è proprio l’anima, spiega Laclau, della politica. Il conflitto dà forma a “domande” politiche che altrimenti resterebbero inarticolate. Al dibattito politico italiano, questo approccio non apparirà sconosciuto: in una versione sofisticata e certo molto consapevole della complessità del tessuto sociale che occorre articolare, Laclau presenta convinzioni che, in Italia soprattutto, sono ben note: è la ben conosciuta autonomia del Politico. Il Politico costruisce il Popolo, che è forgiato dalla capacità di decidere (nella versione laclauiana: di piegare al proprio discorso l’oscillazione dei significanti fluttuanti). I “populisti” sono quelli che riattivano, contro la neutralizzazione liberista, questa eterna logica del politico. Ma può davvero questo classico richiamo alla decisione politica, a una forma politica sovrana che dovrebbe sottomettere l’”economico”, essere una via d’uscita rispetto all’egemonia neoliberale? In realtà, il neoliberalismo tutto è tranne che uno spazio informe, un mero risultato “in negativo” della distruzione dello Stato, del Popolo e della Sovranità. E’ una forma di comando politico, governamentale e reticolare in quanto regolazione dell’accumulazione flessibile. E, al tempo stesso, è una razionalità che tenta continuamente di produrre e riprodurre vite e soggettività, con dispositivi altamente differenziati.

In questo quadro, risvegliare l’ “energia” di un presunto Politico, vuoi attraverso il richiamo diretto a forme di sovranismo, sia attraverso la più articolata strategia populista à la Laclau, significa condannarsi a muoversi su un livello completamente astratto rispetto alla modalità di produzione contemporanea: e, soprattutto, così non si intercetta in nessun modo la trasformazione effettiva delle soggettività sociali contemporanee, riducendole, come del resto sempre fa l’autonomia del Politico, a semplici bisogni o domande, senza voce autonoma.

2. In altre versioni, la teorizzazione del populismo come ricetta politicamente praticabile per i poveri e gli sfruttati, più che avere a che fare, con il ritorno del Popolo e quindi del Politico, richiama piuttosto la presentazione sulla sfera politica degli esclusi, dei “senza parte”. La risposta populista può essere letta come il terreno di lotta per chi, negli anni della crisi, è scivolato radicalmente fuori dal capitalismo globale, di chi è diventato sempre più marginale? Il recente libro di Carlo Formenti, La variante populista, è appunto un tentativo di rispondere positivamente a questa domanda: la variante populista è il modo in cui si dà la lotta di classe oggi. E, infatti, con grande coerenza e precisione, Formenti rifiuta l’approccio di Laclau in quanto ne vede perfettamente l’esito assolutamente compatibile con la liberaldemocrazia rappresentativa. Perché, però, il populismo potrebbe diventare oggi un’arma del conflitto di classe? Punto centrale di questa posizione è che il capitale non funzionerebbe più come rapporto sociale di classe. Il capitale finanziario globale produce scarti, esclusi radicali, perdenti assoluti: la classe non è più davvero produttiva per il capitale finanziario, ma è soltanto depauperata, saccheggiata e buttata via. Ancora in perfetta coerenza, l’obiettivo polemico non sono soltanto l’operaismo, in quanto convinto che il capitale va attaccato nel punto più alto dello sviluppo, o il postoperaismo, che insiste sulla accresciuta capacità di autonomia e di autorganizzazione da parte della cooperazione sociale. Questo populismo degli “esclusi” deve rompere piuttosto con lo stesso concetto marxiano di relazione tra forze produttive e modo di produzione. Il capitalismo finanziario distrugge le forze produttive, che produttive lo sono sempre meno e che contano sempre meno nell’autoaccrescimento del capitale finanziario. L’unica cosa da fare, per i poveri, è difendersi dai flussi distruttivi: staccarsi, separarsi il più possibile, consolidare i rapporti sociali di gruppo contro l’individualismo diffuso, coltivare i luoghi rispetto ai flussi senza radici del cosmopolitismo globale. Pronti a sfruttare eventuali crisi del capitalismo finanziario, che non arriveranno certo per lo sviluppo delle forze produttive, ma piuttosto per l’impossibilità di quel capitalismo di stabilizzarsi. E’ un ragionamento sicuramente coerente: ma l’esito, del resto esplicitato, è che qui il populismo finisce con l’essere una riedizione di quell’altro paradigma ultraclassico che è il comunitarismo: la classe viene continuamente evocata, ma ha oramai tutti i tratti della comunità. Compresi i tratti più problematici: nessuna espansività e inclusività, prevalere assoluto della logica della separazione su quella della connessione, tendenziale concezione solo difensiva della conflittualità, che protegge dall’attacco del nemico esterno, ma difficilmente è produttiva di trasformazione del quadro sociale.

3. Rinascita del Popolo, e quindi dell’autonomia del Politico. Rinascita delle plebi, e quindi elogio della comunità, dell’estraneità radicale alla produzione e allo sviluppo, della separazione difensiva. Ora, che nella tradizione marxista ci sia, troppo spesso, un’assunzione troppo lineare dello sviluppo, è difficile da negare, e infatti molti utilizzi di Marx, fuori dalla tradizione marxista, hanno tentato appunto di far saltare quella linearità. Marx è stato usato e trasformato per rendere conto delle nuove modalità di produzione, è stato “bagnato” nelle nuove soggettività emergenti dagli anni Sessanta, nella produttività diffusa delle metropoli, nella rivoluzione dei rapporti tra produzione e riproduzione provocata dal femminismo, nello spazio postcoloniale delle migrazioni globali. Dopo tutto questo, se l’obiettivo dei nuovi populismi o dei nuovi comunitarismi fosse solo di ricordarci che non c’è un’idea standard di produzione o di sviluppo, il minimo che si potrebbe dire è che arrivano abbondantemente tardi. Già l’ultimo Marx, come ricordano spesso i neopopulisti, spiegava che non occorreva affatto che la comune agricola dovesse essere distrutta dalla proprietà privata e dall’industrializzazione. Ma non lo diceva per fare l’elogio dell’arretratezza della comune agricola: piuttosto ne vedeva la potenzialità per la nuova organizzazione del lavoro. Oggi dovremmo avere la capacità di ragionare allo stesso modo sulla produttività contemporanea. La cooperazione sociale contemporanea è di sicuro attraversata da dispositivi potenti, che disciplinano il lavoro vivo, e spesso vengono insidiosamente internalizzati dai soggetti stessi; ma dipingere la società, pur estremamente impoverita dall’austerity, come oramai incapace di autonomia produttiva, divisa tra vincenti radicali che sono finiti al servizio del capitale ed esclusi altrettanto radicali ai margini della produzione, è un’immagine molto ideologica. Le vite che subiscono duramente la crisi non per questo sono diventate meno connesse, meno mobili, meno ricche di risorse linguistiche e cognitive: povere, ma non escluse, non relegate in un fantomatico “fuori” assoluto dal rapporto di capitale. Duramente sottoposte a comando e a disciplinamento, ma non meno centrali nella produzione contemporanea. La Comunità o il Popolo sono invece forme politiche unificate dal leggere le soggettività sempre come “mancanti”, mai autonome, sempre bisognose d’essere incorporate in soggetti collettivi trascendenti. Ma queste soggettività seguono altre strade: la produzione di nuova e altra istituzionalità, l’autorganizzazione, l’elaborazione di programmi per nuove connessioni. Le esperienze neomunicipali hanno poco la forma della comunità locale o localistica, e molto quella del campo di sperimentazione di una diffusione del potere, di una moltiplicazione dei suoi luoghi. Gli esperimenti di autorganizzazione sociale e sindacale tutto cercano tranne una forma “politica” che li rappresenti nel segno dell’unificazione forzosa: coalizione tra differenti, più che soggetto collettivo omogeneo e centralizzatore. Come nell’esempio dato oggi dal femminismo: movimenti globali, non nazionali; composizione tra differenze e singolarità, non tra omogenei; risonanza, più che articolazione verticale; maree, non popoli o comunità.

Lo spettro del populismo

Paolo Gerbaudo

Uno spettro agita l’establishment neoliberista e la sinistra post-moderna, unite in questa congiuntura dalla medesima paura: il populismo. Dopo la vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali statunitensi, l’ultima manifestazione di una “ondata populista” che si riaffaccia ad ogni appuntamento elettorale, dalla Brexit del giugno scorso fino al successo del No nel referendum costituzionale del 4 dicembre in Italia, la questione del populismo disturba i sonni dei broker dell’alta finanza come quelli di alcuni teorici della sinistra radicale.

Il termine populismo è da tempo divenuto l’etichetta infame per catalogare tutto ciò che il mondo neoliberista considera come irrazionale e inaccettabile, e prima di tutta la rabbia popolare di fronte alla follia di un capitalismo fuori controllo; ma pure per archiviare tale rabbia come un’anomalia destinata a svanire non appena gli ingranaggi dell’economia globale avessero ricominciato a girare per il verso giusto. Eppure il populismo non è un fantasma di passaggio.

L’irrompere di movimenti populisti di destra o di sinistra - da Podemos alla Brexit, da Sanders a Trump – e la loro proiezione maggioritaria, dimostrata in una serie di recenti successi elettorali, segnala che la crisi organica dell’ordine neoliberale è ormai giunta a un punto di non ritorno. Questo crollo sta aprendo le porte a una nuova era politica, un’orizzonte populista che si staglia sulle macerie dell’ordine neoliberale.

L’orizzonte populista fa saltare lo schema del conflitto accettato per gli ultimi trent’anni sia dalla classe dirigente neoliberista che dai movimenti di protesta contro il neoliberismo. Coordinate considerate inamovabili come la prospettiva di un mondo unito da un mercato globale senza dazi e barriere doganali e governato da istituzioni sopranazionali, vengono ora messe in discussione, proprio a cominciare dalla destra dei paesi anglosassoni, che a suo tempo era stata la più fanatica sostenitrice della globalizzazione neoliberale.

Di fronte al disorientamento che suscita questa riorganizzazione dello spazio politico non è sufficiente l’atteggiamento di rifiuto verso il populismo manifestato in diversi contributi in questo speciale sul populismo di Alfabeta2. Al contrario è necessario comprendere che solo costruendo un populismo progressista abbiamo qualche speranza di incanalare in senso emancipatorio il collasso dell’ordine neoliberale.

L’orizzonte populista e la sinistra post-2008

L’orizzonte populista è uno spazio ambiguo, una biforcazione politica, come quella che si apre dopo ogni crisi organica e che può portare a una soluzione progressista o reazionaria, a seconda del progetto politico che meglio riuscirà ad incarnare lo spirito di tempi di crisi. Siamo nell’interregno, la notte del travaglio che precede la nascita del nuovo mondo: il tempo dei mostri e degli spettri. Una fase piena di pericoli ma anche di nuove opportunità per costruire un futuro migliore oltre la vergogna di un’era neoliberista in cui il culto della libertà ha prodotto disuguaglianza estrema e si è tradotto nella demolizione dei legami di solidarietà.

Tale ambiguità è riflessa nel carattere doppio del populismo, che si manifesta in maniera eccentrica sia sulla destra che sulla sinistra dello spettro politico. Seguendo Ernesto Laclau, il populismo è una logica politica che oppone il Popolo alle élite politiche e a vari nemici accusati di privarlo della sua libertà, dignità e benessere. Tale orientamento si manifesta in maniera inquietante nella politica reazionaria di Donald Trump, Nigel Farage, Marine le Pen e il loro odio contro tutti coloro che essi non considerano estranei al popolo (musulmani, immigrati ecc.). Ma a partire dalla crisi del 2008 il populismo si è affacciato anche nella sinistra e nei movimenti di protesta.

Populisti sono stati i “movimenti delle piazze” del 2011, con il loro appello al 99% contro l’1%. Populista è Podemos, la cui strategia politica è influenzata dalla filosofia politica di Ernesto Laclau, e il cui discorso è caratterizzato da riferimenti frequenti al popolo e alla patria. Populista, più che socialista, è stato pure Bernie Sanders nelle primarie del partito democratico, con il suo appello all’unità del popolo americano contro la retorica razzista di Trump e il suo attacco contro la finanza e il libero commercio. Per i populisti di sinistra i nemici del popolo non sono i migranti, ma nemici sociali ed economici: i banchieri e gli imprenditori senza scrupoli primi responsabili per l’impoverimento della popolazione e i loro alleati politici.

Il populismo progressista è dunque l’elemento caratterizzante di quella “nuovissima sinistra” dell’era post-2008 - per distinguerla dalla “nuova sinistra” post-68. Una sinistra che al contrario della cosidetta sinistra-sinistra, non sente il bisogno identitario di celebrare il fatto di essere “sinistra”, e che al contrario della sinistra post-moderna è riuscita a trasformare il malcontento di tempi di crisi e politiche di austerità in una nuova base di consenso.

Questa svolta populista non è un’aberrazione politica ma il ritorno ai principi fondanti della sinistra moderna, che è stata populista prima ancora di essere socialista e comunista e che ha vinto quando ha saputo presentarsi come forza di popolo. Le origini del populismo sono del resto di sinistra: dalla teoria della sovranità popolare di Jean-Jacques Rousseau, alla rivoluzione francese, e ai grandi movimenti popolari del ottocento, come i Narodniki russi e i Cartisti inglesi. Inoltre in tempi recenti molti fenomeni politici di sinistra hanno avuto un carattere populista cominciando dal populismo socialista di Hugo Chavez e Evo Morales.

Perché allora tanto timore verso il populismo progressista?

Populismo e post-operaismo

Dopo la vittoria di Trump in paesi come la Gran Bretagna e il Regno Unito il populismo progressista viene discusso intensamente da opinionisti radicali di primo piano come Owen Jones. In Italia invece la sinistra radicale continua a vedere l’ipotesi populista come la peste. Carlo Formenti e il suo libro La Variante Populista sono l’eccezione ed è per questo che il suo volume sta facendo gridare tanti allo scandalo. Ha ragione Formenti quando dice che “non è possibile opporsi al capitale globale senza lottare per la riconquista della sovranità popolare” e che bisogna vedere il populismo come il campo di battaglia in questa congiuntura politica. Eppure queste tesi continuano a suscitare diffidenza.

La ragione per il rifiuto del populismo sta nel senso di inadeguatezza vissuto dal pensiero post-operaista, che continua a esercitare un’egemonia traballante su movimenti e sinistra radicale in Italia. A questo pensiero bisogna riconoscere di aver svelato i nuovi ingranaggi del dominio e le nuove soggettività del capitalismo post-industriale. Ma bisogna pure imputargli il fatto di non avere offerto risposte credibili in questa fase di crisi della globalizzazione. L’odio verso lo stato-nazione, prima ancora che verso il mercato, ed il rifiuto del potere, che lo accomuna con altre correnti del pensiero anti-autoritario post-68, rendono impossibile la costruzione di una strategia credibile in questa fase.

Non sorprende dunque che lo spettro del populismo inquieti i teorici post-operaisti. Inquieta perchè mette a nudo i limiti di una tradizione di grande capacità analitica, ma di insufficiente intelligenza strategica. Inquieta perchè offre una nuova proposta di organizzazione collettiva laddove l’organizzazione e la leadership erano state considerate superate dalla capacità di auto-organizzazione della moltitudine.

Eppure ci sono punti di convergenza tra post-operaismo e populismo progressista. Ne è riprova il fatto che Podemos ospita molti attivisti che si sono a lungo nutriti dei testi di Antonio Negri, ma che si sono resi conto che se il post-operaismo ha fornito un’analisi corretta e approndita della realtà sociale nell’era post-fordista, non ha fornito una strategia organizzativa convincente. Per questa nuova generazione di attivisti il post-operaismo ha risposto alla domanda “che cosa sta succedendo” ma non all’eterno quesito “che fare?”

Il populismo progressista offre una risposta a molti dei quesiti che emergono dall’analisi post-operaista. L’immaginario unificante del populismo progressista fornisce un antidoto alla frammentazione e all’individualizzazione del mondo del lavoro e della società contemporanea. L’identità popolare, come fusione di diverse frazione di classe, può servire ad alleare knowledge workers e freelance, precari e lavoratori della logistica, operai disillusi e disoccupati, che fino ad oggi hanno fatto fatica a costruire un fronte comune.

Il populismo offre pure un cammino per conquistare quelle rivendicazioni che il post-operaismo ha messo al centro del dibattito. Perchè il reddito di cittadinanza non te lo darà mai il fantomatico Comune post-operaista, e neppure l’Unione Europea, quantomeno non nel breve periodo, ma lo stato-nazione. E perchè la presente congiuntura politica non si confà al velleitarismo soffice di Spinoza e di Deleuze tanto amati dai post-operaisti ma piuttosto al realismo spigoloso di quella linea teorica che va da Machiavelli a Gramsci e Laclau.

L’orizzonte populista è il campo di battaglia in cui si deciderà l’egemonia politica dell’era post-neoliberista. Di fronte a questa evidenza possiamo indugiare nella speranza mistica che finalmente un giorno la profezia della Moltitudine auto-organizzata e del Comune che non ha bisogno di appoggiarsi sul Pubblico verrà realizzata. Oppure possiamo esplorare l’ipotesi populista come suggerito nel manifesto di Senso Comune per un populismo democratico a cui ho recentemente contributo con alcuni attivisti e ricercatori. Non si tratta di una strada senza rischi e neppure di una strada che porta a un successo sicuro, ma quantomeno di strategia offensiva che prova a fare i conti con il cambiamento radicale dello spazio politico nell’era post-neoliberale.

La solidarietà al tempo della crisi

crisi_cohousingOggi e domani presso la Sala Principi D’Acaja, Università di Torino (Palazzo del Rettorato), via Po 17, Torino. si tiene il convegno Rispondere alla crisi. Pratiche, invenzioni, sostituzioni, a cui parteciperanno tra gli altri Chiara Saraceno, Christian Marazzi, Giso Amendola, Cristina Morini, Ugo Mattei. Proponiamo il testo di presentazione.

Alessandra Quarta e Michele Spanò

La crisi economico-finanziaria esplosa nel 2008 ha avuto devastanti conseguenze negli Stati europei e, tra questi, in Italia. L’aumento della disoccupazione, indotto dalla chiusura di molte imprese e dall’assenza di politiche industriali capaci di generare nuovi posti di lavoro, ha colpito larghe fasce della popolazione e in particolare quella giovanile (il cui tasso di disoccupazione ha oggi superato il 40%). L’arresto della crescita economica ha contribuito a diffondere la povertà relativa e quella assoluta, aggravando le condizioni di vita di molte famiglie, soprattutto nel sud dell’Italia, dove il sistema di welfare e gli investimenti in spesa sociale versavano già in condizioni critiche. Negli ultimi anni, sono stati principalmente i Comuni a finanziare la spesa sociale, con un impegno diverso sul territorio nazionale e un conseguente effetto negativo in termini di diseguaglianza; le sovvenzioni statali, al contrario, sono diminuite drasticamente, fino ad azzerarsi in settori particolarmente delicati (ad esempio il Fondo Nazionale per le persone non autosufficienti e il Fondo Nazionale Affitti). 
L’attuale situazione economica induce processi di esclusione sociale in grado di compromettere il diritto alla salute, il diritto alla casa e quello al lavoro, rendendo di fatto evanescenti le garanzie giuridiche esistenti. All’interno di questo scenario, è tuttavia possibile isolare una serie, non esigua, di “pratiche di resistenza” alla crisi. Nel corso degli ultimi anni, infatti, le incertezze e i problemi determinati dalla crisi economica sono stati molto spesso affrontati attraverso processi collaborativi e di condivisione, cooperativi e solidali, che meritano di essere analizzati con sguardo critico e con la consapevolezza che essi, negativamente e specularmente, altro non segnalano se non, da un lato, le mancanze del sistema pubblico e, dall’altro, le disfunzioni del mercato.


Gruppi informali e spontanei di soggetti hanno cominciato a dar vita a nuove pratiche di solidarietà o a sperimentare l’autorganizzazione per rispondere a bisogni fondamentali individuali o collettivi. La reviviscenza di esperienze comunitarie ne attesta una nuova centralità: la cooperazione diviene infatti la premessa e l’operatore di una diversa distribuzione di costi e benefici. In Europa, la Grecia – dove l’applicazione delle misure di austerità come antidoto alla crisi economica ha finito per produrre una forma feroce di eterogenesi dei fini, determinando un ingente impoverimento della popolazione e l’impossibilità da parte dello Stato di garantire il benessere dei cittadini – ha conosciuto esperienze di questo tipo: il collasso del servizio sanitario nazionale, ad esempio, è stato affrontato attraverso risposte costruite “dal basso”, con l’apertura di ambulatori sociali e farmacie solidali, diventate importanti pratiche di resistenza alla crisi.


Anche in Italia è ormai possibile fornire una mappa dettagliata di pratiche tra loro molto diverse che assolvono obiettivi altrettanto differenziati, ma che presentano tuttavia tratti comuni: reagiscono alla crisi economica attraverso soluzioni alternative tanto al sistema pubblico che al mercato, attivano meccanismi di solidarietà e di cooperazione, sono disciplinate da statuti e consuetudini. Dal punto di vista del pensiero economico, queste esperienze, riconducibili alla cd. sharing economy, stimolano una riflessione generale sull’attuale modello economico neoliberale, basato su una forma radicale di individualismo e sulla convinzione che il meccanismo concorrenziale sia l’unico capace di soddisfare bisogni differenti e in competizione tra loro.


Alcune di queste pratiche nascono come risposta diretta a una situazione di bisogno o di assenza determinata dalla crisi: si pensi, ad esempio, al cohousing, che consente di affrontare l’esigenza abitativa in una dimensione comunitaria; al coworking, che rappresenta una nuova forma del lavoro; o agli strumenti di finanza etica, che consentono di finanziare attività, progetti e imprese sociali che, altrimenti, non riuscirebbero ad accedere agli ordinari canali di credito. Queste esperienze, pur evidenziando una disfunzione nelle politiche pubbliche, si dimostrano alternative anche al sistema privato e in particolare al mercato, opponendo alla concorrenza la cooperazione. In altri casi, l’autorganizzazione finisce per sostituire il Welfare State, introducendo nel nostro ordinamento soluzioni dette di neo-mutualismo, che appaiono modellate su quelle adottate all’inizio del ‘900. La creazione di ambulatori sociali e di sportelli che offrono servizi di cd. bassa soglia (indirizzati cioè a persone che versino in una situazione economica di estrema difficoltà senza alcuna condizionamento d’accesso, es. costo della prestazione, titolarità di documenti di identità e di riconoscimento) si inserisce in questa stessa cornice e consente di interrogarsi su quanto questo fenomeno possa costituire una riserva di creatività sociale e istituzionale destinata a durare e a “supplire” a uno Stato che non finisce di “ritirarsi” dal sociale.


A cavallo tra queste due “famiglie” di pratiche, si colloca il fenomeno del crowdfunding: la raccolta di finanziamento presso il pubblico, attraverso piattaforme digitali, ha conosciuto un’ampia diffusione negli ultimi anni e rappresenta un’alternativa all’assenza di risorse pubbliche, ma anche un modo di finanziare progetti imprenditoriali, sociali e culturali capaci di influenzare “emotivamente” il donatore.
Questo frammentato scenario – che di certo non esaurisce l’ampio numero di pratiche emerse in risposta alla crisi, ma di cui il convegno vuol essere un primo tentativo di campionatura e mappatura – racconta realtà che sempre più rappresentano i nuovi stili di vita delle italiane e degli italiani.


Il convegno si propone di offrire una presentazione e un’analisi di alcune di quelle pratiche che possono essere ricondotte al quadro di senso sopra descritto, raccogliendo sensibilità e pratiche diffuse e facendole dialogare con giuristi, economisti, filosofi, politologi e antropologi. Per ciascuna pratica oggetto di approfondimento, sarà scelto un caso specifico e un soggetto promotore che lo possa raccontare, al fine di introdurre l’argomento ed evidenziare alcuni nodi della discussione. L’obiettivo è di colmare la lontananza che spesso si registra tra pratiche sociali e scienze umane, costruendo un momento di confronto che consenta di verificare la duttilità di alcune categorie, la necessità di nuove elaborazioni teoriche e l’eventuale capacità di rispondere a necessità e istanze sociali sempre più urgenti.

Ogni domenica su Rai5, Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa.   Oggi alle 16.10, replica di Combattere, con Paolo Fabbri, Fabio Mini, Luigi Zoja, Federica Giardini, Giuliano Battiston

La sinistra di Re Giorgio

Giso Amendola

Giorgio Napolitano, nei giorni convulsi delle fallimentari consultazioni di governo, li aveva già richiamati alle proprie responsabilità; e aveva evocato un anno chiave, il 1976. Così è stato subito chiaro in cosa consistesse la vera responsabilità da assumersi: attenersi rigorosamente alla strada maestra delle larghe intese. Questo paese va tenuto unito rigettando ogni cosa che sappia di conflitto, e mantenuto sui binari della concertazione eterna tra le forze politiche principali: evocando, a norma fondamentale del governo, la perpetua emergenza. Non si può dire che non abbiano ascoltato il presidente.

Fa nulla che, nel solito passaggio da tragedia a farsa, le grandi forze popolari delle grandi intese del 1976 si siano ridotte, nel frattempo, a correnti litigiose del Pd, e che le intese ora si facciano con la destra berlusconiana: lo schema non si tocca. Il richiamo di Napolitano al 1976 suona come la riproposizione obbligata di una cultura politica perenne e inaggirabile: larghe intese, unità nazionale, emergenza. Più che per il marchio M5S, Stefano Rodotà è allora subito sembrato un extraterrestre, certo per giochi di potere, ma forse anche per motivi sostanziali, e radicati nelle sue battaglie recenti.

Ma una sinistra agli occhi della quale anche solo un buon costituzionalista liberaldemocratico, riformista e legalitario, appare un sovversivo pericoloso, giusto perché aperto ai beni comuni, ai nuovi diritti e a un nuovo welfare, davvero è destinata a non poter fare altro che ripetere il 1976: e ripeterlo proprio nella scelta di rompere definitivamente ogni ponte con intere generazioni, con i linguaggi e i desideri del presente, con la vita.

Così il governo Letta nasce segnato da questo senso di assoluta separazione: un governo che trova la sua legittimazione tutta in un’operazione di ridisegno autoritario degli equilibri costituzionali. Un governo del presidente perfettamente in linea con quella rivoluzione dall’alto che ha caratterizzato le trasformazioni istituzionali europee durante la crisi. Si levano ora alti lamenti, dall’antiberlusconismo tradito dalla svolta «intesista» del Pd, su un Berlusconi eventualmente promosso a padre costituente da un’improvvida ennesima commissione per le riforme.

Ma mai come adesso la posizione fondata su una pura e semplice difesa del disegno costituzionale classico appare disperatamente conservatrice. Il governo del presidente segnala come quell’equilibrio dei poteri sia ormai archiviato: la finanziarizzazione ha una sua singolare portata costituente, trasforma e centralizza la governance, rende impraticabile qualsiasi ipotesi di restaurazione dei bilanciamenti tradizionali. E qui, ancora, quel richiamo al 1976 giunge davvero rivelatore: non è forse proprio in quegli anni che, coperta dal compromesso storico, la crisi della rappresentanza politica si è rivelata in tutta la sua insuperabile definitività?

Non segnano quegli anni la decisiva rottura di un assetto costituzionale, formale e materiale che da allora in poi non ha potuto che continuare incessantemente a finire? Non sarà allora su un piano di semplice difesa costituzionale che potrà essere affrontata questa nuova stretta: sovranità e parlamenti nazionali sono messi fuori gioco, e in questo l’ipotesi di un governo di rinnovamento «neoparlamentare», fatta balenare sia da Bersani che dai grillini, era davvero impotente già alla radice.

A questo punto solo la sperimentazione di processi costituenti europei potrebbe riaprire una via fuori dalla carica distruttiva della crisi. Il vero incubo per le larghe intese è che si sviluppi un movimento europeo capace di uscire dalla semplice insoddisfazione anticasta, e di sviluppare una rivolta antiausterity che esprima la persistente ricchezza di un lavoro vivo sempre più dequalificato e depredato dalle politiche di rigore.

È questo l’autentico nemico delle larghe intese, ben più che le imboscate parlamentari della destra o qualche ennesima operazione residuale di ricompattamento dei pezzetti delle variopinte sinistre allo sbando. E, per quanto la lunghezza della crisi lavori ai fianchi anche i movimenti, questi governi sanno bene che la possibilità dello sviluppo di un’opposizione di questo tipo è tutt’altro che remota. E infatti, mentre Enrico Letta annunciava un parco e responsabile fine settimana spirituale in abbazia, sono piovute cariche e manganelli sugli studenti dentro e fuori l’università, a Napoli come a Milano.

Pochi giorni prima, il I Maggio, con le diffuse contestazioni alle cerimonie sindacali ufficiali e con il successo di una partecipata MayDay precaria milanese, aveva mostrato come si possano aprire ampi spazi di lotta proprio a partire da un radicale e definitivo abbandono al suo destino della sinistra istituzionale e delle sue rappresentanze politico-sindacali. Del resto, incantate dal Re e dai suoi richiami al 1976, cosa volete che quelle rappresentanze riescano più a comprendere del lavoro vivo contemporaneo? In fondo, proprio da quegli anni lì, se pure lo incontrano, è solo nei loro incubi.

Sul numero 30 di alfabeta2, dal 5 giugno nelle edicole e in libreria, puoi leggere anche

Ugo Mattei, Bipolarismo sincronico
Conclusasi la fase del «bipolarismo seriale», che ha caratterizzato l’epifania semiperiferica italiana fra il crollo del Muro di Berlino e la «grande crisi», sembra essere iniziata quella del «bipolarismo sincronico». Mi spiego...

Franco Berardi Bifo, Non c'è più Europa
Forse dovremmo concepire l’Unione Europea, oggi moribonda, come un tentativo di opporsi al declino dell’Europa, al declino dell’Occidente? Non soltanto si tratterebbe di un tentativo destinato al fallimento, ma anche di un tentativo protervo, poiché il declino europeo nasce dal venir meno del privilegio coloniale...

Vincenzo Ostuni, Che fine ha fatto TQ?
Che fine ha fatto TQ, gruppo di intellettuali trenta-quarantenni, le cui prime mosse vennero seguite con clamore dai quotidiani nella primavera del 2011, il seguito con qualche interesse, poi con degnazione, gli ultimi sviluppi passati sotto silenzio (se non da questa rivista)?...

La Sinistra di re Giorgio

Giso Amendola

Giorgio Napolitano, nei giorni convulsi delle fallimentari consultazioni di governo, li aveva già richiamati alle proprie responsabilità; e aveva evocato un anno chiave, il 1976. Così è stato subito chiaro in cosa consistesse la vera responsabilità da assumersi: attenersi rigorosamente alla strada maestra delle larghe intese. Questo Paese va tenuto unito rigettando ogni cosa che sappia di conflitto, e mantenuto sui binari della concertazione eterna tra le forze politiche principali: evocando, a norma fondamentale del governo, la perpetua emergenza.

Non si può dire che non abbiano ascoltato il Presidente. Fa nulla che, nel solito passaggio da tragedia a farsa, le grandi forze popolari delle grandi intese del 1976 si siano ridotte, nel frattempo, a correnti litigiose del PD, e che le intese ora si facciano con la destra berlusconiana: lo schema non si tocca. Ciò che non s'era riuscito (ancora) a fare per la formazione del governo, si farà nell'elezione del Presidente della Repubblica. Il richiamo di Napolitano al 1976 suona come la riproposizione obbligata di una cultura politica perenne e inaggirabile: larghe intese, unità nazionale, emergenza. Così: "deve essere un cattolico".

E allora recuperiamo l'uomo della CISL, insieme cattolico ed eroe della concertazione: Marini. Poi, quando pure ci si è spinti a rompere l'intesa e ad arrivare a un nome votato dal solo centrosinistra, allora è stato Prodi: mai Rodotà. Ma perché l'interdetto, quando in fondo, e lo ha pure rivendicato più volte, Rodotà proviene, nel bene e anche nel male, da quella stessa storia?

Più che per il marchio M5S, Rodotà è subito sembrato un extraterrestre, anche e proprio rispetto alla sua stessa storia, per motivi sostanziali, e radicati nelle sue battaglie recenti.
I beni comuni: in un partito diviso tra priorità del mercato e nostalgie statualiste, il solo evocare uno spazio non tradizionalmente pubblico e non proprietario è concepito come incomprensibile. Il reddito di base? Bersani e Fassina hanno scelto come bandiera, nella discussione della riforma Fornero, l'innalzamento della pressione fiscale sul lavoro precario, sognando evidentemente di spingere così al tempo indeterminato per tutti. Con gli esiti disastrosi già registrati.

E questi velleitari tardosocialisti, che risolvono la precarietà ammazzando il precariato, possono mai capire la rilevanza politica del reddito di base? Per chi ha il calendario che segna 1976, tutto questo è eresia. E allora, contro l'eresia, è evidente che bisogna ritornare ai Padri che più Padri non si può, e reincoronare re Giorgio. E certificare così l'ibernarsi definitivo di un'intera cultura politica. Anche in questo, davvero, hanno seguito il 1976: nella scelta di rompere definitivamente ogni ponte con intere generazioni, con i linguaggi e i desideri del presente, con la vita.

Fortunatamente, a sera, abbiamo finalmente lasciato questo eterno '76. Le piazze si sono riempite: e non era l'effetto della chiamata di Grillo, il quale, anzi, ha innestato la retromarcia non appena ha capito che Piazza Montecitorio non sarebbe stata un "suo" teatro. Piuttosto, abbiamo visto, per una sera, anche a Roma qualcosa di simile alle convocazioni spontanee attorno ai palazzi arroccati della rappresentanza, le modalità di dissenso tipiche dell'Europa dell'indignazione di questi anni.

Ma anche qui, poco ci hanno capito, i reduci del '76: quella gente è populista, è fascista, dicono. Rodotà stesso invita, come per la sua cultura è quasi inevitabile, a manifestare dissenso solo "nelle sedi istituzionali".

Eppure, quello che si è visto non è che quello che nell'Europa della crisi accade spesso. Ma una sinistra agli occhi della quale anche solo un buon costituzionalista liberaldemocratico, riformista e legalitario, appare un sovversivo pericoloso, giusto perché aperto ai beni comuni, ai nuovi diritti e a un nuovo welfare, evidentemente ancor meno ne può sapere di indignados e di acampadas. Starà ancora rincorrendo gli "untorelli" e maledicendo il '77.

Europa: di che cosa è il nome?

Uno speciale sulle ambivalenze dell'Europa. Testi di: F. Berardi Bifo – G. Amendola - L. Demichelis - G.B. Zorzoli *

TRE RIFLESSIONI SULL'ORLO DELL'ABISSO
Franco Berardi Bifo

Si avvicinano le elezioni dipartimentali in Francia, e i sondaggi dicono che il Front National sarà il grande vincitore. Il premier Manuel Valls ha rimproverato i cittadini francesi per la loro passività, e ha detto che gli intellettuali non fanno il loro dovere antifascista. Davvero Manuel Valls ha la faccia come il culo, che fuor di metafora vuol dire che proprio non tiene vergogna.
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L'EUROPA COME METROPOLI DEL COMUNE
Giso Amendola

Nel dicembre 2000, a Nizza, mentre s’approvava la Carta europea dei diritti, i movimenti europei si incontravano in controvertice. La Francia bloccò a Ventimiglia parte della carovana italiana: e così si vide chiaramente chi presidiava confini e frontiere, e chi provava ad attraversarle, a muoversi direttamente nello spazio postnazionale. I movimenti sociali transazionali rivendicavano una nuova cittadinanza europea, fondata sulla residenza, e un nuovo welfare incentrato sul reddito di base: si esprimeva così, in nuove forme, un’idea di Europa oltre e contro gli stati nazione, un modello di società solidale e cooperativa, una combinazione avanzata di uguaglianza e libertà.
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DISUNIONE EUROPEA E COLPA METAFISICA
Lelio Demichelis

Franco Berardi Bifo ha lanciato la sua provocazione sulla crisi dell’Europa. Che raccogliamo per offrire una interpretazione un po’ diversa e per rilanciare la discussione sulla sinistra che non c’è più (perché ha scelto di essere destra e neoliberista); e sulle destre populiste e razziste europee che cercano di sfruttare per i loro fini più o meno fascisti le rovine sociali prodotte dalle politiche di austerità imposte da quella che doveva essere una Unione europea e che è stata fatta diventare una oscena Disunione.
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EUROPA FINO A QUANDO?
G.B. Zorzoli

È singolare che anche un opinionista distante anni luce da Bifo, come Angelo Panebianco, sul Corriere del 15 marzo interpreti il referendum francese del 2005 come “primo segnale di una grande svolta, ormai non era più pacifico o automatico che gli elettori trangugiassero senza fiatare tutti i cocktail (o gli intrugli) preparati a Bruxelles”.
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L’Europa come metropoli del comune

Giso Amendola

Nel dicembre 2000, a Nizza, mentre s’approvava la Carta europea dei diritti, i movimenti europei si incontravano in controvertice. La Francia bloccò a Ventimiglia parte della carovana italiana: e così si vide chiaramente chi presidiava confini e frontiere, e chi provava ad attraversarle, a muoversi direttamente nello spazio postnazionale. I movimenti sociali transazionali rivendicavano una nuova cittadinanza europea, fondata sulla residenza, e un nuovo welfare incentrato sul reddito di base: si esprimeva così, in nuove forme, un’idea di Europa oltre e contro gli stati nazione, un modello di società solidale e cooperativa, una combinazione avanzata di uguaglianza e libertà. Questi movimenti erano espressioni di un europeismo forse eretico rispetto alle storie più o meno risapute dell’europeismo, figli selvaggi, e spesso difficilmente riconoscibili, e quasi mai riconosciuti, del Manifesto di Ventotene.

Questa corrente carsica quanto si vuole, ma continuamente capace di rimettere in gioco le geografie consolidate e di trasformare gli spazi dei conflitti sociali, è stata ora decisamente protagonista delle manifestazioni di Blockupy 2015 a Francoforte. Messaggio netto, inequivocabile: il rifiuto delle politiche di austerity sceglie come campo di azione lo spazio politico europeo. Anzi, i movimenti provano sempre più a europeizzare sia i contenuti programmatici che le proposte organizzative. Molto significativamente, per esempio, quest’anno le giornate di Francoforte hanno visto anche incontri sulla costruzione possibile dello sciopero sociale europeo, a partire dalle esperienze degli strikers italiani, che stanno da tempo sperimentando nuove modalità di organizzazione e di lotta, nuove modalità di sciopero praticabili dalle soggettività precarie contemporanee. Si è riaffacciato con forza un movimento postnazionale che è perfettamente consapevole dell’impossibilità di praticare sul solo terreno nazionale le lotte per un nuovo welfare contro il comando finanziario e per una riappropriazione della decisione democratica contro meccanismi istituzionali sempre più verticalizzati e incentrati sul dominio degli esecutivi.

Questa consapevolezza postnazionale, però, ha sempre meno a che fare con la semplice aspirazione astratta, radicata soprattutto in un sentimento etico, a un mondo al di là di confini e frontiere, a un altrove, moralmente auspicato, rispetto alla dannazione delle sovranità nazionali: oggi la decisione dei movimenti sociali di attraversare lo spazio sovranazionale si radica sempre più in una precisissima considerazione politica dei limiti delle lotte negli spazi nazionali e in una assolutamente realistica individuazione dei livelli ai quali il conflitto sociale può essere significativo. Altro che europeismo “astratto”o “normativo”: ogni volta che si presentano sulla scena le mobilitazioni dei nuovi soggetti “esplosivi”, dai precari al nuovo lavoro autonomo, dai migranti a tutte le singolarità che rifiutano le gerarchie consolidate di classe/razza/genere, appare evidente come il conflitto sociale oggi non possa in nessun modo essere articolato e mantenuto all’interno delle forme della cittadinanza nazionale. Quella cittadinanza si presenta decisamente come irrecuperabile: nessuno si illude più che, sotto il suo ombrello, si possa rinnovare una qualche rete di protezione sociale decente, un qualche livello accettabile di difesa dalla precarietà e dagli effetti deleteri delle politiche di austerità. E non perché ci si trovi davanti a soggettività “avvelenate” da un qualche trasognato antistatualismo o “antisovranismo” ideologico.

La faccenda è molto più immediata e radicata nelle vite: la cittadinanza nazionale, che si è sviluppata attorno a una precisa idea di soggetto, l’eroe maschio, etero, contrattualizzato a tempo indeterminato, che è “cittadino” in quanto collabora allo sforzo produttivo della Nazione, è letteralmente impossibile da praticare per l’eterogeneo mondo delle soggettività precarie contemporanee. Chi pensa all’Europa come un terreno astratto, ideologico, non tiene evidentemente conto di quanto sia proprio l’ambito asfittico delle politiche nazionali ad essere vissuto oramai neanche come “nemico”, ma semplicemente come estraneo, e per l’appunto, ideologico. La cittadinanza nazionale non è più né un paradiso perduto da rimpiangere, né uno scudo difensivo dietro il quale rifugiarsi in mancanza di meglio. Semplicemente, non è un campo che intercetta davvero le esperienze di vita, e quindi tantomeno può essere immaginato come spazio di conflitto.

La dimensione transnazionale è allora l’unica che può essere investita dalle trasformazioni, proprio perché la cittadinanza nazionale è immediatamente vista come il problema, non come la soluzione: come l’ultimo status di privilegio sopravvissuto (secondo la definizione che ne diede Luigi Ferrajoli), lontano dalla dinamica della vite delle persone, che si muovono su traiettorie che non incrociano più quelle consacrate al buon cittadino, onesto lavoratore, e buon padre di famiglia. I movimenti sociali sono perfettamente disincantanti rispetto alle possibilità di muoversi all’interno dei recinti della cittadinanza nazionale; e non perché lo Stato sia un Moloch ideologico da condannare. No, non fa più paura lo Stato in quanto “mostro freddo”: molto più semplicemente, è apparsa in tutta evidenza che lo Stato, le costituzioni nazionali, i welfare “casalinghi”, non sono sufficienti a difendere neanche le soglie minime per un’esistenza decente.

Leggiamo per un momento la piattaforma attorno alla quale si sono aggregate le campagne dello “sciopero sociale”: rilanciano il reddito di base europeo, chiedono il salario minimo di base europeo, spingono per il permesso di soggiorno di due anni a livello europeo: e sulla base di queste richieste, l’assedio alla BCE perde, almeno in parte, per quanto possibile qui e ora, quel sapore simbolico dei controvertici alterglobalisti, e acquista il valore, tutto politico, di consapevole scelta del vero obiettivo. Se ne è accorto anche Draghi, che, nel tentativo forse un po’ patetico, ma non per questo meno significativo, di blandire il nemico vero, o forse avvertendo il salto intensivo e qualitativo di questi movimenti transnazionali, non ha potuto non sottolineare la novità di contestazioni non reattive, non populiste, non nazionaliste. Altro che illusione ideologica: qui il livello europeo viene scelto e continuamente ribadito proprio perché si è precisamente consapevoli del livello sul quale il conflitto sociale deve muoversi, se vuole aprire spazi credibili di lotta, se vuole evitare il destino di riassorbimento e di spoliticizzazione al quale quelle lotte andrebbero incontro se costrette negli spazi nazionali.

Si può certo obiettare che le novità che si aprono sul fronte Sud, tra Grecia e Spagna, segnano anche un ritorno all’utilizzo delle leve nazionali, e spesso anzi tornano a parlare un linguaggio segnato “patriotticamente”. Anche qui, però, difficilmente si comprende l’elemento di novità introdotto dal successo elettorale di Syriza se lo si astrae dalla vera, grande, coraggiosa decisione costitutiva della nuova “coalizione” greca: che è precisamente quella di aver intuito come nessuna resistenza sarebbe stata possibile se non si fosse scelto di rivendicare, con forza e con orgoglio, l’Europa come proprio spazio di azione, lasciando ai sacerdoti dell’austerità il ruolo di minacciare, loro sì sempre più freneticamente antieuropeisti, la fine definitiva dei processi di integrazione.

Certamente, anche questo tentativo potrà finire in tragedia: le politiche dell’austerity si rivelano sempre più politiche di un capitale che reagisce alla mancanza di misura della finanziarizzazione, con la dismisura di un comando politico avventuroso e irrazionale, la cui forma ultima – ha perfettamente ragione qui Bifo a rimettere questa follia al centro di ogni nostro ragionamento – è la guerra e l’annientamento. Ma senza la scelta europeista di Syriza la partita non solo non sarebbe ancora in corso, ma non si sarebbe neanche aperta: e il mostro dell’austerity avrebbe semplicemente sbaragliato con poca fatica le ultime residuali resistenze nazionali.

Dal canto spagnolo, se è vero che il linguaggio di Podemos si infittisce di riferimenti alla patria, è anche sempre più chiaro che la sfida si va facendo cruciale negli appuntamenti amministrativi, nei laboratori politici di Barcellona e di Madrid, insomma nella città, nella metropoli. È un altro segnale importante: i movimenti per un nuovo diritto alla città, per la riappropriazione di uno spazio urbano a un tempo “comune” e animato da libere differenze e singolarità, sono quanto di meno riassorbibile si possa pensare nei confini della cittadinanza nazionale e del suo alfabeto politico. I movimenti delle metropoli, i nuovi comunardi, le nuove città ribelli, sono pienamente e immediatamente transazionali: agiscono dal basso quella destrutturazione degli spazi della cittadinanza nazionale, e, contemporaneamente, quella reinvenzione di nuovi spazi di produzione di soggettività politica, che rendono immaginabili lotte contro l’austerity non spiazzate, non residuali, rispetto all’inferocirsi della costituzione finanziaria.

Sicuramente il 2005, i no ai referendum europei, è stato un anno tragico per la sinistra europea, come ci ricorda ancora Bifo: ma non perché si sarebbe lasciata al nazionalismo truculento il monopolio della lotta contro l’Unione Europea. In verità, molta sinistra “nazionale” seguì propriola strada del “no”: e fu lì, probabilmente, che la socialdemocrazia europea finì definitivamente la sua poco gloriosa storia, non per aver disertato il “no” e per averlo lasciato ai fascisti, ma perché il suo scollamento dalle trasformazioni reali, dalle nuove soggettività e dalle nuove forme di vita, si rivelò oramai irrimediabile. Quella socialdemocrazia in bancarotta non poteva allora che dividersi tra il cedimento alla egemonia delle politiche neoliberali e il malinconico ritirarsi verso le trincee, oramai disertate dal lavoro vivo e dalla cooperazione sociale, della difesa della cittadinanza nazionale.

Oggi, le lotte che si muovono sul nuovo welfare europeo, sulla riappropriazione dal basso della decisione politica, sulla reinvenzione degli spazi urbani, hanno certo davanti a sé un mostro feroce: ma si muovono, finalmente, oltre quel disastro, oltre l’alternativa sinistra tra ripiegamento nazionalista e subalternità al neoliberalismo. Può, evidentemente, finire egualmente tutto in tragedia: del resto, finché il mondo sarà comandato dal capitale, che finisca in tragedia non si può certo escludere, siamo comunisti proprio per quello. Ma intanto, sviluppiamo quanto più è possibile le lotte che si danno sul piano europeo e nelle metropoli, perché solo il piano transnazionale e metropolitano è abitato oggi dalla forza della cooperazione sociale, e solo quella forza può produrre comune ed evitare il delirio nazionalista e fascista.

alfadomenica maggio #1

Amendola sul REDDITO UNIVERSALE – Valentini su FRANCO SCALDATI – Speciale su PIERO MANZONI a cura di Cortellessa **

LE RAGIONI DEL REDDITO
Giso Amendola

Un agile libro, che torna con intelligenza sui temi della crisi del welfare e della bancarotta dei suoi attori politici e sociali tradizionali, e lo fa riportando l’attenzione sulla più innovativa e forte richiesta che ha caratterizzato l’azione dei nuovi movimenti sociali: il basic income, o, con la precisa definizione che Giacomo Pisani sceglie già nel titolo, il reddito di esistenza universale: Le ragioni del reddito di esistenza universale, ombre corte 2014.
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LUCIO DI FRANCO SCALDATI
Valentina Valentini

Lucio di Franco Scaldati è un’opera scritta nel 1977 e pubblicata in una sua prima versione nel 1990. Si tratta di una delle opere più belle, fra quelle pubblicate, della vasta produzione di testi per il teatro (al 70% inedita) di Franco Scaldati, una figura artisticamente rilevante del panorama teatrale italiano.
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PIERO MANZONI
Uno speciale su Piero Manzoni a cura di Andrea Cortellessa

piero manzoni alfabeto (1958) (400x400) (300x300)

SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

La creatività di Daniel C. Dennett - Le distanze di James Agee - La Russia di Sarah Wheeler e Jeff Sahadeo - I Viaggi di Andrej Sinjavskij e Francesco Maino
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LA GRANDE ANITRA - Poesia
Andrea Inglese

Mi chiedo se qui nell’anitra
l’amministrazione è quello spazio
geometricamente proteso
a coincidere con le gocce i filamenti
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PANELLE - Ricetta
Alberto Capatti

Con le panelle, entriamo nella cucina mediterranea delle farinate, delle panisse e dei falafel. Erano registrate nel capitolo consacrato alla Sicilia della Guida gastronomica d’Italia del 1931, che segna la loro entrata in un repertorio nazionale con questa definizione: “Frittelle di farina di ceci che si mangiano fra due fette di pane”.
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*alfadomenica è la rubrica settimanale di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.