Von Haxthausen, viaggio al termine della Russia

Valentina Parisi

Nell'inverno del 1842 il famoso esploratore e naturalista Alexander von Humboldt ricevette da Pietroburgo una missiva davvero inattesa. Lo zar Nicola I in persona si congratulava con lui per un saggio che l'anziano scienziato non ricordava di avere mai scritto; dopodiché lo invitava a visitare quanto prima il suo paese. Malgrado il profondo interesse che nutriva per la Russia (già girata in lungo e in largo durante la sua spedizione siberiana del 1829), von Humboldt non mancò di trasmettere immediatamente quella lettera al suo vero destinatario, il cui nome, guarda caso, cominciava con le stesse iniziali (da qui l'equivoco).

Firmato con l'acronimo "A.H.", qualche mese prima era uscito infatti sul "Preussische Staatsanzeiger" un articolo che lodava entusiasticamente il nuovo ukaz (editto) emesso dallo zar in tema di riforma agraria. Nulla cambiava ovviamente per quanto riguardava la condizione asservita dei contadini russi; in compenso, i proprietari terrieri potevano mettere a loro disposizione appezzamenti più estesi da coltivare sulla base di accordi volontari tra le parti. L'autore di quello scritto era il barone August von Haxthausen, a sua volta un possidente, nato ad Abbenburg in Westfalia nel 1792, che alla Russia stava guardando con sempre maggiore curiosità, intuendo in quel lieu inconnu un paese ancora estraneo ai rivolgimenti "fatali" innescati in Occidente dalla Rivoluzione francese.

Inutile dire che la proposta di Nicola I fu subito accettata: all'inizio della primavera del 1843, von Haxthausen si era già messo in viaggio in slitta in direzione est. Il resoconto di quell'anno trascorso non solo a Pietroburgo e a Mosca, ma anche e soprattutto in provincia, tra Kiev, Tula, Nižnij Novgorod e Jaroslavl', viene ora riproposto da Jaca Book (che l'aveva già pubblicato nel 1977) col titolo Viaggio nell'interno della Russia: 1843-1844. Direttamente finanziato dall'erario imperiale, il soggiorno di studio del barone tedesco doveva mirare a "spiegare" finalmente la Russia al pubblico occidentale – ovviamente in una luce più compiacente rispetto a quella che pervadeva La Russie en 1839, il reportage del marchese Adolphe de Custine che tanto successo aveva avuto in Europa. E in effetti i convincimenti di von Haxthausen – che ignorava il russo, ma era reduce da un viaggio in Estonia alla scoperta delle comunità agricole auto-organizzate – sembravano inaspettatamente armonizzarsi con le esigenze propagandistiche del regime zarista.

Amico in gioventù di Clemens Brentano e dei fratelli Grimm, nonché trascrittore di favole e leggende popolari tedesche, "A. H." idealizzava i contadini westfalici non meno di quanto gli artefici dell'"andata al popolo" avrebbero mitizzato in seguito quelli russi. Incancellabile ai suoi occhi era l'esperienza dell'occupazione napoleonica del 1806, quando i lavoratori della terra si erano opposti al dominio straniero molto più strenuamente di quanto non avessero fatto gli aristocratici - i quali, dal canto loro, allontanandosi dalla religione, aveva disconosciuto le proprie responsabilità di chi (i contadini) avrebbe dovuto essere oggetto delle loro paternalistiche cure.

Occorreva dunque una rigenerazione morale che soltanto il contatto diretto col popolo avrebbe potuto fornire, e dove meglio trovarla se non nella Russia premoderna, che aveva ricacciato Napoleone con le proprie forze? Nella visione di von Haxthausen, la sopravvivenza delle istituzioni tradizionali (e, anzitutto, della comune contadina) metteva infatti al riparo l'ex regno di Pietro il Grande dai perniciosi fermenti rivoluzionari che avevano scosso l'Europa e, al contempo, garantiva la possibilità di un diverso modello di sviluppo nazionale - prospettiva che l'Occidente avrebbe fatto bene a imitare.

Se dunque Nicola I, invitando il barone tedesco a visitare il suo Impero, sperava di procacciarsi un anti-Custine in grado di smentire l'opinione diffusa all'estero secondo cui la Russia non aveva contribuito di una virgola al progresso dell'umanità, si può dire che i suoi calcoli si rivelarono esatti. Alla vigilia della guerra di Crimea, von Haxthausen dipingeva l'impero zarista come il vero erede di quello romano (!); d'altro canto, ravvisava nell'unità e nella coesione della società russa nientemeno che la realizzazione dell'utopia vagheggiata dai seguaci di Saint-Simon, emendata però dall'ateismo a lui tanto sgradito. Proprio quest'esaltazione delle virtù della comune contadina fece sì che Viaggio nell'interno della Russia, pur costituendo una chiara legittimazione dell'autocrazia zarista in un'ottica conservatrice-patriarcale, fosse letto con interesse anche dalla sinistra europea – in primis da Jules Michelet e dal transfuga Bakunin – abbagliati dalla nozione di "socialismo russo".

I "rischi" impliciti in una interpretazione in chiave populista del reportage di von Haxthausen (che, d'altronde, a Mosca aveva dialogato anche con Aleksandr Herzen) erano ben chiari anche a Nicola, che ringraziò il barone tornato in patria inviandogli un grosso diamante, ma impedì prudentemente la pubblicazione integrale della sua opera in Russia. A tradurla in russo (con particolare riferimento ai capitoli dedicati alle sette religiose) si accinse, del tutto illegalmente, alla fine degli anni Quaranta Michail Petraševskij, animatore a Pietroburgo di quel circolo di discussione la cui frequentazione valse a Dostoevskij l'arresto e la condanna a morte (per fortuna revocata). A riprova del fatto che, forse, von Haxthausen aveva rivelato ai russi sul loro paese molto di più di quel che dovevano sapere.

August von Haxthausen

Viaggio nell'interno della Russia: 1843-1844,

traduzione di Giovanni Lipari condotta sulla base dell'edizione inglese a cura di S. Frederick Starr

Jaca Book, 2018

pp. 398, euro 35.