Alfadisco #10 – giugno 2019

Paolo Carradori

GIOVANNI GUIDI

AVEC LE TEMPS” (Ecm)

Aprire con la poesia di Léo Ferré è di grande fascino ma rischioso, suscita un’alta aspettativa d’ascolto, di emozioni. Guidi in trio scarnifica a fondo Avec le Temps senza cadere in trappole autocompiacenti, grazie anche al canto delle corde di Morgan e all’estrema asciuttezza di Lobo. É come svelare un mondo. Mondo del quale il pianista compositore prosegue l’esplorazione coinvolgendo la chitarra di Cecchetto e il tenore di Bearzatti. Quintetto di forti personalità ed equilibri notevoli che con Postludium And a Kiss, tellurica composizione collettiva attraversata dall’ancia struggente di Bearzatti segna uno dei momenti più alti. Con No Taxi Guidi riconferma la sua profonda radice jarrettiana riferita qui al quartetto americano. Soprattutto si ricava un esaltante spazio improvvisato libero e spigoloso. Poetica che avrebbe potuto rappresentare una interessante strada da approfondire ed espandere che però il pianista fa evaporare troppo presto lasciandosi ammaliare nelle tracce seguenti da cascate accordali, melodie dolciastre e lampi debussyani che danno al disco un sapore di incompiutezza.

Giovanni Guidi piano – Francesco Bearzatti tenor saxophone – Roberto Cecchetto guitar – Thomas Morgan double bass – João Lobo drums

PIPELINE 8

PRAYER” (We Insist! Records)

Ma quanto ci manca Steve Lacy! Dopo l’ascolto di questo bellissimo cd a maggior ragione. Ripercorrere, godere delle sue musiche sghembe, magicamente imperfette ma di un fascino unico e irripetibile è un grande piacere. L’ottetto Pipeline, formazione molto trasversale come assemblaggio di strumentisti, affronta con apertura, coraggio e vitalità i repertori del musicista newyorkese esaltandone gli aspetti tanto profondi quanto ironici del suo percorso che lo vede negli anni ’50 collaborare con Cecil Taylor (che lo avvicinerà a Monk) e contemporaneamente frequentare ensemble di ispirazione dixieland e goodmaniana. Questo marchio di ambiguità creativa è ben letto dai Pipeline che lo esaltano in focosi collettivi come in tratti solistici dal taglio free. La formazione può contare su personalità notevoli che ben si amalgamano anche sul fronte del suono collettivo. Il trombone di Sebastiano Tramontana, il clarinetto basso di Giancarlo Nino Locatelli, la tromba di Gabriele Mitelli come la batteria di Cristiano Calcagnile. Ma in realtà tutti partecipano con trasporto e passione nel ricordarci una delle figure più singolari e libere della storia del jazz.

Giancarlo Nino Locatelli bass clarinet, percussion – Gabriele Mitelli pocket trumpet, genis, percussion – Sebastiano Tramontana trombone, percussion – Alberto Braida piano, percussion – Gianmaria Aprile guitar, percussion – Luca Tilli cello, percussion – Andrea Grossi double bass, percussion – Cristiano Calcagnile drums, percussion

ORCHESTRA DELLA TOSCANA

ALFREDO CASELLA (Sony Classical)

Dopo le uscite del 2016 e 2018 dedicate rispettivamente a Ghedini e Petrassi L’Orchestra della Toscana diretta da Daniele Rustioni meritoriamente prosegue l’approfondimento su compositori italiani a cavallo tra ‘800 e ‘900 che segnano il passaggio alla modernità. Quest’ultima fatica relativa ad opere di Alfredo Casella (1883/1947) ancora di più sottolinea i fermenti di quegli anni dove lo slancio verso un rinnovamento della musica strumentale risente ancora di alcuni retaggi della classicità. In particolare Casella prova a fondere una lettura possibile tra antichi compositori italiani e ciò che avveniva fuori dai nostri confini (Parigi soprattutto, dove visse molti anni). La scelta dei repertori è conseguente. Scarlattiana per pianoforte e orchestra da camera op.44(1926) si sviluppa proprio nella valorizzazione della tradizione strumentale italiana dove vengono usati, modificati melodicamente e armonicamente temi delle sonate per clavicembalo di Scarlatti. Il risultato è una scrittura brillante, coinvolgente, con lampi giocosi e lirismi. Anche Paganiniana -divertimento per orchestra su musiche di Paganini op.65 (1942) - segue la stessa logica, con maggiori punte di virtuosismo orchestrale nei vivaci colori timbrici. Il Concerto per archi, pianoforte, timpani e batteria op.69 (1943) si caratterizza, in un impianto neobarocco, per una cupezza, una interiorità inquieta che si snoda nei meandri complessi dell’opera. L’Orchestra della Toscana come sempre offre una lettura di alta qualità nel suono, nella chiarezza del dettaglio, nell’immersione totale e passionale nei repertori.

Orchestra della Toscana - Alessandro Taverna piano - Daniele Rustioni conductor 

CLOROFILLA

CHLOROS PHYLLON” (Tǔk Music)

Se la clorofilla è una sostanza indispensabile per la vita delle piante è noto possieda anche qualità utili all’uomo come rigeneratore cellulare. Ecco, rigeneratore è proprio il termine giusto per descrivere le sensazioni dopo l’ascolto di Chloros Phyllon. Immersione in un suono riflessivo, a volte quasi immobile, ma anche mosso ed introspettivo, che ci racconta di una natura oltre l’aspetto estetico-paesaggistico ma vissuta come parte integrante, filosofia della vita. Il violoncello è la voce narrante di un viaggio che attinge da stimoli e colori popolari (calabresi, persiani), motivi danzanti dai sapori medio-orientali, ambienti astratti della chitarra elettrica. L’incontro tra violoncello e pianoforte dal taglio classico, chitarra e batteria di estrazione jazzistica è molto coinvolgente. Ognuno concede, scopre qualcosa dell’altro e lo mette in gioco in un contesto dove l’aspetto melodico rimane preminente. Leila Shirvani e Francesco Diodati, si presentano anche come compositori attenti al suono collettivo, alla poesia del dettaglio, in una trama architettonica leggera e trasparente. Raramente l’aspetto grafico e contenutistico di un cd riesce ad aderire ai percorsi della musica come in Chloros Phyllon. I sorprendenti insetti floreali di Raku Inoue con le poesie del booklet: musica da vedere, rigeneratrice.

Leila Shirvani cello – Francesco Diodati guitar, effects – Sara Shirvani piano – Enrico Morello drums, percussion

ROSA BRUNELLO-LOS FERMENTOS

SHUFFLE MODE” (CamJazz)

Sulla strada di una quasi spasmodica ricerca di una propria identità progettuale e di idee Rosa Brunello con Shuffle Mode, terza uscita a proprio nome, mette un bel punto fermo. Sbilanciato e molto sul fronte di un groove collettivo agro e vibrante tra elettronica, synth, pulsioni jazz-rock, dub, improvvisazione in densi umori urbani, il lavoro segna una strada ben definita sulla quale proseguire. Resistono alcuni retaggi e visioni di storie conosciute, i Weather Report nell’uso un po' didattico del synth per esempio come qualche colore mediterraneo che ricorda qua e là gli Area, ma l’impianto aperto e affascinante della scrittura della Brunello emerge forte. Soprattutto nella gestione dei suoi Fermentos che la affiancano con una adesione frizzante sia nella costruzione degli impasti collettivi che degli spazi liberi. Saettante e tagliente la chitarra di Martino che gioca un ruolo visionario che contrasta con il suono caldo e descrittivo del tenore di Polga. La leader, affiancata da un Colussi altamente creativo in ogni soluzione ritmica, sia al contrabbasso che al basso elettrico offre una direzione sempre avvolgente, a tratti sorprendente, alla propria musica.

Rosa Brunello double bass, el. Bass, synth, voice – Michele Polga tenor sax, fx – Frank Martino 6-8 strings guitars, drum machine – Luca Colussi drums

GIOVANNI MAIER-IGOR FRANCESCO TULLIO

BLU BAMB” (Palomar Records)

Contrabbasso, macchina fotografica. Suono, immagine. Bambole inquietanti, corde radicali. Blu Bamb è un flusso continuo di tensioni, poetiche, visioni e silenzi. Non esiste un ordine, puoi sfogliare le foto del booklet e poi ascoltare, o viceversa, o insieme. Il contrabbasso di Maier è come un prezioso scrigno di legno dal quale tirare fuori storie, paesaggi, personaggi, dolori e gioie. Le corde vibrano come voci suadenti, rabbiose, incantate. Toccano il legno caldo, scolpiscono suoni densi, l’archetto le sfiora, le gratta, moltiplica, evoca mondi lontani, schegge di luce. Ventuno isole, lussuriose, desertiche, rocciose, un arcipelago senza porti come un mondo nel quale ti puoi spostare libero nella natura con la zattera della memoria. Le bambole di Tullio vissute, colorate, spettrali, deformate. Emergono dallo sfondo nero come fantasmi di plastiche antiche, di giochi finiti. Gli arti scomposti, gli occhi fissi, le bocche rosse, la scarpina mancante ci parlano di cose indicibili, ma anche di calore materno, sentimenti svaniti. Personaggi che puoi modificare, guardarci dentro senza capire, che rivendicano una vita propria, un’autonomia. Blu Bamb un incontro che guardi, ascolti, leggi, vivi.

Giovanni Maier contrabbasso – Igor Francesco Tullio fotografie

LUZ

ENCELADO” (Auand)

L’opera del pittore cileno Juan Martínez Bengoechea nella copertina di Encelado racconta bene quello che c’è dentro, la musica dei Luz. Quell’equilibrio instabile, quella sfida, quel rischio in una ambientazione dal taglio surreale li troviamo ben distribuiti nelle tracce di questo secondo lavoro della formazione. Un impasto eccitante di suoni e storie cosmonautiche, di deserti, radiazioni cosmiche, di gatti e memorie di ninne nanne. Il trio funziona come un laboratorio dove l’esplorazione di percorsi mai banali, qualunque sia il racconto, è spesso caratterizzata da una urgenza espressiva sviluppata su fondali ritmici asfissianti, saturi e visionari. Un rock mobile che si diluisce in aspetti immaginifici ma anche in colori etnici danzanti per parlare di uomini, donne, di lotte. Ancillotto evoca il banjo, la chitarra bianca alle origini del jazz, ma è anche decisamente astratto e radicale nei collettivi. Legari garantisce quella pulsione densa indispensabile affinchè la musica scorra sospesa e concreta. Scettri imbattibile e tellurico sulle pelli nei tempi mozzafiato, costruisce una ragnatela di colori intriganti anche negli spazi più riflessivi e aperti.

Giacomo Ancillotto guitar – Igor Legari double bass – Federico Scettri drums

FRANCESCA GEMMO

AD LIBITUM” (Dodicilune)

Dopo il piacevole ascolto di questo lavoro in piano solo di Francesca Gemmo i tanti rivoli, i molti stimoli catturati non possono che rimandare a riflessioni sul pianoforte del Novecento, all’improvvisazione, al ruolo del silenzio, al tocco e al suono. Un pianismo problematico il suo, che in una spiccata introspezione, ma anche esposizione di intimità, apre molte strade e le incrocia. Già nei quattro movimenti di “Sipari” tutto è chiaro. Dai piani sospesi e trasparenti agli spigoli duri, dai clusters che vibrano all’infinito ai fascinosi colpi stoppati tra i silenzi di “sipari2”. Senza cadere in sterili schematismi incontriamo i fantasmi di Satie, l’improvvisazione come composizione istantanea ma libera da ogni inquinante soggettività (uno dei capisaldi della lezione cageana), qualche reminiscenza del Cowell dei primi del Novecento (il padre di tutti), ma anche, forse inconsapevoli, richiami all’ avanguardia afroamericana, all’astrattismo danzante di Cecil Taylor. A proposito di danze il breve “Promenade” sviluppa un quieto descrittivismo mai stucchevole, analitico e un po' distaccato. “Discontinuum” è scolpito su note quasi dissonanti che si scontrano e accumulano tensioni che rimangono irrisolte in un finale fin troppo strutturato. Con “In Fine” la Gemmo gioca pericolosamente con la melodia in soluzioni poetiche dal sapore jarrettiano. Ad Libitum è un lavoro dove emerge la capacità della pianista di convogliare memorie, stili, estetiche evitando di piombare nei rischi di enciclopedismo, anzi riuscendo a sviluppare, dilatare, arricchire tutti i materiai improvvisativi messi in gioco in una ampia e libera visione culturale.

Francesca Gemmo piano