Interférences # 8 / Un ventennio di contro-culture francesi (1969-1989)

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Andrea Inglese

A gennaio si è conclusa Soulèvements, mostra curata da Georges Didi-Huberman per il Jeu de Paume, museo nazionale. Il 24 febbraio è iniziata (e si concluderà il 21 maggio) la mostra L’esprit français, Contre-cultures 1969-1989 alla Maison Rouge, un grande spazio espositivo privato. In entrambi i casi, l’insurrezione e la rivolta sembrano trovare, al di fuori del loro contesto originario d’espressione, un tempo ulteriore per produrre senso grazie alla curiosità museografica. E ciò avviene nelle pulite sale espositive di istituzioni sia pubbliche che private. Risulta inevitabile, in casi come questi, interrogarsi sul dispositivo retorico che i curatori hanno messo in atto, per comprendere in che direzione, secondo quali tagli selettivi, essi vogliono ridare senso a certi documenti, a certe opere, indirizzandosi al pubblico di consumatori culturali. In che modo e con quale scopo, insomma, si mette in mostra un’insurrezione, uno spirito critico?

Nel caso di Soulèvements (insurrezioni) di Didi-Huberman, prevaleva un’attenzione al ruolo delle emozioni nella storia, emozioni come motori collettivi di rifiuto e contestazione dell’ordine esistente. Nell’assumere questa visuale, il curatore s’inseriva in un dibattito storiografico già avviato, che rivalutava il ruolo delle emozioni nella comprensione dell’agire sociale. Nello stesso tempo, la fotogenia delle immagini di lotta, all’interno dell’allestimento museale, finiva per appiattirle e renderle equivalenti, espressioni variabili di un archetipo che, in ogni tempo e luogo, si ripete. Così, almeno, nell’analisi critica che della mostra ha fatto François Nicolas, in un articolo apparso sul sito “Mediapart” il 22 dicembre 2016. Secondo Nicolas, “la mostra destoricizza il suo repertorio d’insurrezioni (…). Georges Didi-Huberman fa l’elogio delle singolarità ma le sue insurrezioni, cosi formalizzate, finiscono per diventare un’unica cosa: l’insurrezione di un grido senza altra idea precisa che un ‘No’, senza una propria potenza affermativa”.

Guillaume Désanges e François Piron, curatori di L’esprit critique , sembrano essersi mossi in tutt’altra direzione. Se anche per loro vale il contrasto tra una materia documentaria “incandescente” e la rassicurante neutralità del white cube museale, più esplicito vuole porsi il rapporto della mostra con l’attualità storica. Essa propone la rilettura dell’ultimo grande ventennio di lotte del Ventesimo secolo proprio a ridosso delle elezioni presidenziali del 2017. Inoltre, il partito preso è quello della “storia delle idee”, con il peso tutto spostato non più sull’azione spontanea, ma appunto su tutto ciò che nutre l’immaginario e la mentalità collettiva, dal volantino al libro di anti-psichiatria, dal manifesto femminista alla trasmissione di una radio indipendente.

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Rispetto a queste intenzioni tutto sommato buone, che realizzano un’esplorazione a tutto campo di una produzione underground tanto multiforme quanto minacciata dall’oblio o dal ricordo parodistico, il titolo scelto suona perlomeno paradossale. La controcultura degli anni Settanta viene infatti identificata con uno spirito “sovversivo” tipicamente francese e tutto il percorso espositivo, pur essendo estremamente ricco di materiale, privilegia un’inquadratura nazionale, che risulta spesso forzata se non semplicemente riduttiva. L’operazione non è ovviamente innocente. Innanzitutto, i movimenti di contestazione degli anni Settanta, alcuni dei quali scelgono come bersaglio privilegiato proprio l’ideologia nazionalista, vengono in tal modo riassorbiti nella storia del “romanzo nazionale”. Ad essere sovversivo, insomma, sarebbe un certo carattere del popolo francese, o almeno di una sua cerchia intellettuale e artistica. Ed è indubbio che esista una via al punk tipicamente francese, così come una pratica del femminismo ben radicata in una serie di esperienze precedenti, legate alla storia e alla cultura francese. Ma ho subito voglia di ricordare quanto scrivevano Arrighi, H. Hopkins e Wallerstein in Antisystemic movements nel 1992 (manifestolibri): “Ci sono state solo due rivoluzioni mondiali. Una del 1848. La seconda nel 1968. Entrambe hanno fallito. Entrambe hanno trasformato il mondo”. È difficile parlare di tutto ciò che accade negli anni Settanta in Francia riguardo alla critica delle istituzioni e delle forme di vita quotidiane, senza fare riferimento a quanto stava accadendo altrove nel mondo. Questo vale a maggior ragione per un percorso espositivo che si vuole incentrato sulla storia delle idee, le quali hanno una circolazione ben poco propensa a rispettare confini e culture nazionali. È impossibile, ad esempio, nella sezione dedicata alla scuola non affiancare a classici della letteratura critica francese, come il Journal d'un éducastreur di Jules Celma del 1971, l’edizione francese di Descolarizzare la società di Ivan Illich, apparso lo stesso anno per Seuil (Une société sans école). E i curatori stessi, nel piccolo libretto che costituisce una guida ragionata alla mostra, finiscono più volte per fare riferimento alla free press statunitense o all’attitudine Do It Yourself resa internazionale dall’esplosione del punk inglese.

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La mostra, d’altra parte, presenta al di là dei limiti di questa impostazione, diversi elementi degni d’interesse. Il primo è evidente fin dalla cronologia selettiva che introduce lo spettatore alle sale dove sono allestiti i documenti (tanti) e le opere d’arte (poche). Questa cronologia ci sorprende soprattutto per i fenomeni di simultaneità, ma anche per il suo taglio poco convenzionale, dal momento che tratta assieme gli anni dell’impegno e quelli del riflusso, permettendo al di sotto delle opposizioni più apparenti di decifrare logiche evolutive peculiari. I primi anni Settanta costituiscono un fiorire ininterrotto di ogni tipo di collettivo militante. Dopo il Sessantotto, assistiamo in pochi anni alla comparsa del Gruppo Dziga Vertov, capeggiato da Jean-Luc Godard, del MLF (Movimento di Liberazione delle Donne), in cui milita la scrittrice Monique Wittig, del FHAR (Fronte omosessuale d’azione rivoluzionaria), delle Gouines Rouges (collettivo femminista lesbico), del GIP (Gruppo d’informazione sulle prigioni), di cui fanno parte Michel Foucault e Pierre Vidal-Naquet. Ognuno di questi collettivi esercita non solo forme di contestazione di una condizione specifica (donna, omosessuale, studente, malato di mente, detenuto, ecc.), con un relativo bagaglio di rivendicazioni di carattere politico, ma, in discontinuità con le pratiche di lotta burocratizzate della vecchia sinistra, prende la parola in modo autonomo, la prende animando assemblee e manifestazioni spontanee, e la prende anche in tutte le forme che la cultura ufficiale e popolare utilizzano, ossia attraverso i libri, i fumetti, i manifesti, la fotografia, i film, la radio… Ma è proprio percorrendo questo materiale eterogeneo, di cui la mostra testimonia in modo generoso, che si scorge il nesso ormai evidente per la nuova sinistra tra analisi delle condizioni di dominio, rivendicazioni politiche e espressione della propria soggettività. Oggi il modo di produzione post-fordista celebra la creatività di massa e assegna ad ognuno il compito di trarre il massimo profitto dalle proprie potenzialità. Siamo tutti blocchi di capitale umano deambulanti, e dobbiamo “metterci a profitto”. All’inizio degli anni Settanta, l’esigenza espressiva, ossia la necessità d’inventare in parte il linguaggio della propria protesta al di là delle forme culturali ereditate, era una necessità politica, in quanto solo una parola inedita poteva permettere a dei nuovi soggetti di accedere allo spazio politico. Inoltre la sperimentazione di nuovi stili di vita e di comunicazione era connessa con l’analisi degli ambienti concreti, entro cui individui e gruppi venivano confinati dalle esigenze di riproduzione sociale. Non solo di libertà si parlava, ma anche dei dispositivi di dominio di cui si era (stati) vittime, o di cui ci si trovava complici. Ognuno è stato chiamato a fare un lavoro da etnografo nei confronti della propria cultura, sottoponendo a indagine radicale le istituzioni più sacre, guardandole così al di fuori di ogni familiarità e ovvietà.

Negli anni Ottanta non è solo la frontalità delle lotte a dissolversi, ma anche quello sguardo etnografico, che considerava l’indagine delle forme di condizionamento un aspetto indissolubile della rivendicazione di una nuova soggettività. Ciò che emerge in primo piano in Francia è ormai una festa dell’anticonformismo, dove si confondono stili di vita underground e esibizionismo del jet-set. Il luogo esemplare di questa metamorfosi è probabilmente il “Palace”, locale parigino in cui il mondo dello spettacolo – cinema, moda, tv, musica, arte – mette in scena se stesso e dove le celebrità condividono per una notte lo stesso ambiente festivo con una folla anonima ma creativa. I gesti, anche se provocatori e di rivolta, si sciolgono ormai dai contesti sociali che li avevano generati, e cercano di trovare consistenza altrove, non nell’unico mondo condiviso che i tanti collettivi pretendevano modificare, ma in zone protette, in momenti circoscritti. La rivoluzione del 1968 ha fallito, i collettivi si sciolgono, alla lotta si sostituisce la festa, al rivoluzionario il dandy, il capitale ritrova salute e maggiori profitti. D’altra parte, e questo gli anni Ottanta in Francia così come in Italia lo dimostrano, “nulla più sarà come prima”: uno spirito libertario sopravvive alla svolta degli anni Ottanta, e il ritorno all’ordine non potrà più essere quello delle società europee degli anni Cinquanta.

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La maison rouge, 10 bd de la Bastille, 75012 Paris

Dal 24 febbraio al 21 maggio 2017

L’esprit français: Contre-cultures 1969-1989

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Immagini:

Tout! (1970-1971) giornale del gruppo Viva la Rivoluzione.

Bazooka (1974-1980) è un collettivo d'artisti costituito da Olivia Clavel, Lulu Larsen, Kiki Picasso, Loulou Picasso, T5 e Bernard Vidal.

Henri e Marinette Cueco, Lucien Fleury, Edgard Nacchache, Gérard Schlosser, Dominique Schnée, Livre d'école, livre de classes, 1969.

 

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Interférences: pezzi mensili di taglio e tema variabilissimi, ma accomunati da interazioni (anche inattuali) con fenomeni francofoni e francesi di società, arti e scritture.

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Le lezioni di Giovanni Arrighi

[Il lungo saggio che pubblichiamo costituisce l'introduzione al volume di Giovanni Arrighi, Capitalismo e (Dis)Ordine Mondiale, a cura di G. Cesarale e M. Pianta, manifestolibri, Roma 2010. L'autore, ripercorrendo l'itinerario militante e intellettuale di Arrighi, offre una sintesi chiara della sua strumentazione concettuale e delle sue più importanti analisi del sistema capitalistico]

 

 

Giorgio Cesarale

Nel dibattito sulla attuale crisi economica globale è diventato ormai quasi senso comune la critica all’incapacità della scienza economica dominante di indicare e interpretare adeguatamente le cause di questa crisi, e in particolare di uno dei suoi fenomeni più abbaglianti, e cioè il processo di finanziarizzazione. Che legami ha questo processo con ciò che, peraltro impropriamente, si chiama “economia reale”? Che nesso vi è fra questo processo e la vorticosa espansione economica di intere regioni del pianeta (il Sud-est asiatico delle quattro “tigri”, della Cina, del Vietnam ecc.)? Quale ruolo giocano in esso gli Stati, da quelli in ascesa a quelli in più evidente difficoltà? Sono domande cruciali, che obbligano a fornire una risposta alta e convincente. D’altro canto, per rispondere a queste domande è necessario collocare l’attuale crisi e la turbolenza globale che l'accompagna entro un orizzonte storico e geografico più largo. Uno “sguardo corto” sulla crisi è precisamente ciò che può impedire di comprenderla in tutta la sua complessità. E tuttavia è proprio da questo “sguardo corto” che la maggior parte degli osservatori e degli studiosi appare caratterizzata. Le eccezioni sono rare: tra queste c’è Giovanni Arrighi (1937-2009), una delle figure più rilevanti, insieme ad Andre Gunder Frank, Immanuel Wallerstein e Terence Hopkins, dell’approccio “sistemico” allo studio della storia e della struttura del capitalismo globale, dei movimenti sociali anticapitalistici, delle disuguaglianze mondiali di reddito e dei processi di modernizzazione. Leggi tutto "Le lezioni di Giovanni Arrighi"

Su Giovanni Arrighi

Giorgio Mascitelli

Il numero 3 di alfabeta2 contiene, a cura di Andrea Arrighi e Andrea Inglese, un ampio dossier su Giovanni Arrighi, scomparso nel 2009. Figura di intellettuale e militante attivo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, Arrighi è considerato oggi uno dei massimi studiosi mondiali del capitalismo in un’ottica storico-comparativa. Lo vogliamo ricordare con altri interventi anche sul sito.

E’ un luogo comune, ma provvisto di un suo fondamento, che i caratteri più profondamente costitutivi dell’epoca e della società in cui viviamo siano difficili da conoscere e spesso dobbiamo accontentarci di cercare di intuire qualcosa cogliendo dei dettagli dello ‘spirito del nostro tempo’ nella speranza che siano quelli più significativi. A me sembra che uno di questi particolari sintomatici sia la reazione, o meglio la mancata reazione, pur con qualche lodevole eccezione, del mondo mediatico,accademico e politico italiano alla scomparsa di Giovanni Arrighi, avvenuta  poco più di un anno fa e passata praticamente inosservata nel suddetto mondo. Benché Arrighi sia autore di un saggio come Il lungo XX secolo considerato uno degli strumenti fondamentali per orientarsi nell’odierna fase implosiva della cosiddetta globalizzazione, questo non gli è valso nessuna attenzione né di tipo commemorativo né prima di carattere più sostanziale. Leggi tutto "Su Giovanni Arrighi"

Le brache, il mondo

Giovanni Gozzini

Nella mia città, Firenze, esiste un’espressione – «mettere le brache al mondo» – che viene usata per disprezzare chi cede alla vanagloriosa tentazione di voler spiegare tutto quanto accade intorno a noi. La sento spesso rammentare dai miei colleghi quando si parla di Giovanni Arrighi. Come se quello di pensare in grande venga ormai considerato un difetto pericoloso per un mestiere che si è negli ultimi tempi abituato alla modestia della dimensione micro e alla irreversibile partizione dei saperi.

Prospettiva alla quale continuo a ribellarmi inseguendo l’ambizione di spiegare il mondo, che colpevolmente continuo a pensare sia lo scopo e la ragion d’essere di ogni storico. Ad Arrighi questa urgenza veniva da una formazione, quella marxista (che è stata anche la mia), solidamente ancorata alla necessità di interpretare il mondo per cambiarlo: «mettere le brache al mondo» non era quindi effetto della presunzione bensì (quasi al contrario) il prodotto di un’etica preoccupata dell’utilità del mestiere di storico rispetto ai problemi della condizione umana.

Da questo punto di vista (molto particolare, lo riconosco) ritengo Il lungo XX secolo un libro ancora più importante del Mediterraneo di Braudel che pure, com’è noto, ha rivoluzionato le metodologie delle scienze storiche. Perché la dimensione di lungo periodo, con cui si confronta Arrighi, è molto più difficile e scivolosa di quella degli spazi geografici ampi e sovranazionali, disegnati dai traffici anziché dagli eserciti. Non per caso, in larga maggioranza seppur con qualche straordinaria eccezione (Baily, Chaudhuri, Gunder Frank...), la World History si è addentrata molto poco nei territori temporali del lunghissimo periodo e ha preferito l’allargamento di spazi sincronici o ristretti a particolari congiunture della storia (come ad esempio il bel libro di Bob Allen sulla Rivoluzione Industriale in chiave globale). E d’altra parte in nessuno dei contributi che giornalmente allungano gli scaffali delle nostre biblioteche in materia di crisi finanziaria recente, anche in quelli più attenti alla storia (come Questa volta è differente di Reinhart e Rogoff), si ritrova il benché minimo accenno ad Arrighi.

Perché il suo «mettere le brache al mondo» fa paura a scienziati sociali più preoccupati della propria carriera (e quindi attenti a non commettere errori) che non dell’effettiva utilità di ciò che scrivono. È un peccato perché il libro di Arrighi è l’unico a collocare nella giusta prospettiva la bolla speculativa del 2008 (che lui, scomparso l’anno seguente, fece appena in tempo a intravedere): quella di uno spostamento epocale del baricentro produttivo del mondo verso Oriente, pari per portata di spartiacque al «decéntrage» dalle repubbliche marinare ai porti olandesi del Seicento dipinto da Rembrandt e Vermeer, da questi alla Royal Navy e poi alle manifatture del Regno Unito nel corso del Settecento, e infine da quest’ultimo al Nuovo Mondo degli Stati Uniti nel «lungo» XX secolo.

L’esplosione finanziaria del paese leader avviene per deperimento delle opportunità di investimento in patria e per il conseguente sostegno monetario offerto al nuovo paese emergente. Ciò che nel libro del 1994 (ora riproposto dal Saggiatore) rimaneva in sospeso tra diverse alternative (l’emergere del Giappone, il ritorno di fiamma degli Stati Uniti, il caos sistemico) nel volume successivo Adam Smith a Pechino (2007; tr. it. Feltrinelli 2008) trovava una diversa ipotesi di soluzione, legata appunto all’emergere del colosso cinese.

Mi pare chiaro che, ricompreso su questa scala, il dibattito odierno sul salvataggio delle banche, sulla trappola dell’austerità, sulla signora Merkel (ivi compresi anche alcuni refrain stancamente keynesiani, come quelli regolarmente espressi da Paul Krugman sulle colonne del New York Times) acquista tutta un’altra prospettiva. Naturalmente non significa che tutto sia ormai deciso e che al mondo occidentale non rimanga altra via che venire a patti con Pechino: le ipotesi formulate vent’anni fa da Arrighi rimangono in piedi (ad eccezione forse di quella relativa al Giappone, che comunque mette in mostra una recente tendenza «muscolare», proprio sul piano militare degli equilibri d’area). E anche ad Arrighi possono essere mossi naturalmente degli appunti. Soprattutto quello (che a mio modestissimo avviso proviene dal meglio della più recente World History) che può e deve essere mosso, prima di lui, a Wallerstein: di aver letto il mondo in termini di un’unica economia capitalistica dominata da un unico centro.

In ogni epoca le cosiddette «periferie» dell’economia-mondo capitalistica hanno brillato anche di luce propria, hanno resistito o si sono adatte alla penetrazione occidentale, sono sopravvissute senza ridursi a semplici appendici residuali e passive dell’«uomo bianco». La Cina contemporanea viene anche da lì. Loro (i cinesi) ci tengono molto mentre noi tendiamo a scordarcelo. E quindi a pensare che, prima o poi, anche in Cina ci saranno sindacati e democrazia. Potrebbe essere un serio errore: la World History ci insegna appunto che esistono vie multiple alla modernità e che quella occidentale non è (non sarà) l’unica. Arrighi continuerà a servirci più di quanto immaginiamo.

Giovanni Arrighi
Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo
traduzione di Mauro Di Meglio
il Saggiatore (2014), XVI-444 pp.
€ 22,00