alfadomenica #7 settembre 2014

CORTELLESSA GRASSO NICCOLAI e PULCE su BELTRAMETTI SANDRI – FESTIVAL della COMUNICAZIONE - SEMAFORO – RICETTA **

ARCIPELAGO DEI POETI
Uno speciale su Franco Beltrametti e Giovanna Sandri a cura di Andrea Cortellessa con testi di Elio Grasso Giulia Niccolai e Graziella Pulce

Ricomincia oggi, dopo la pausa estiva, la programmazione di alfadomenica. Lo speciale sulla poesia che proponiamo è in occasione del nuovo festival Poetitaly, ideato da Simone Carella con la collaborazione di Gilda Policastro e Lidia Riviello. Due autori che per una serie di motivi sono del tutto dimenticati dalla nostra cultura, cioè dalla nostra memoria collettiva di lettori: Giovanna Sandri (Roma 1923-2002) e Franco Beltrametti (Locarno 1937-1995). Tanto dimenticati che, pressoché in contemporanea, la loro opera ci viene ora restituita da libri che non sono stati pubblicati da un’editoria, la nostra, dedita evidentemente a tutt’altre priorità. Non è la prima volta che tocca rimarcare, non senza disdoro, questo segno piuttosto preciso.  Continua a leggere> - Vai allo Speciale completo>

FESTIVAL DELLA COMUNICAZIONE
Camogli 12 - 14 Settembre 2014

Da venerdì 12 a domenica 14 settembre il borgo marinaro di Camogli, in Liguria, ospita la prima edizione del Festival della Comunicazione, manifestazione ideata e diretta da Rosangela Bonsignorio e Danco Singer. Primo festival in Italia dedicato alla comunicazione: tre giornate con circa 70eventigratuiti tra conferenze, workshop, spettacoli, escursioni, mostre. Oltre 60 gli ospiti, tra giornalisti, blogger, social media editor, economisti, scrittori, filosofi, semiologi, scienziati ed esperti di pubblicità e comunicazione. Sguardi diversi per fare un punto su come cambieranno nei prossimi anni la trasmissione dei saperi, la formazione, i media, il marketing, il nostro modo di relazionarci con gli altri.
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IL SEMAFORO di MARIA TERESA CARBONE

Le parole del Semaforo: Futuro - Rivoluzione - Semplicismo - Speculatori - Vaticano Continua a leggere >

LA RICETTA di ALBERTO CAPATTI

Era il caffè mischiato con uno o più tuorli d’uova, e lo si serviva al mattino. Lasciava un gusto cremoso in bocca e dava vigore per affrontare la giornata, sicché la cameriera lo portava a letto al padrone o alla padrona, subito dopo il risveglio.
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*alfadomenica è la rubrica settimanale di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

 

Giovanna Sandri

Giulia Niccolai *

Quando cominciai a far scorrere sul video le prime poesie concrete del libro in pdf di Giovanna Sandri, Capitolo zero del 1969 speditomi da Guy Bennett, con mia grande sorpresa provai una gioia e un senso di meraviglia grandissime che mi fecero subito dire: ma tu guarda che ironia, che intelligenza, che spazio interiore avevamo in quegli anni!

Non so perché – forse perché non vedevo da molto tempo i lavori di Giovanna – lei, più di chiunque altro in tutti questi anni, mi riportò alla mente l’aria di quel tempo, la leggerezza, la felicità. E non attribuii solo a lei, ma a noi tutti di quell’epoca, le doti, i talenti che ho appena nominato.

Giovanna era chiaramente riuscita a realizzarli in ogni sua pagina, grazie a dei semplici Letraset (virgole, punti, parentesi ecc.), lavorati però con il rigore, la pazienza e la devozione di «una monaca di clausura». Una monaca dedita a creare i ricami più fini, «inamidati e stirati» del mondo. Così Emilio Villa definì il suo lavoro.

E cosa dire dello spazio di certe pagine, dilatato fino a sembrare il cielo stellato di un planetario? O delle poesie lineari, che allora Giovanna poté comporre solo con la macchina da scrivere? Ognuna di esse è scritta e riportata sulla pagina in modo da geometrizzare gli spazi, segnandone i confini, come un mandala.

Giovanna Sandri A rovescio E (600x433)
Giovanna Sandri, da alfabeto/albero del Tempo, Mantova, Galleria Civica d’Arte Moderna, Palazzo Te, 1977 -
da Only fragments found

Si veda il testo nel tredicesimo libro della Luce del Tantra, dove graficamente le parole scritte creano una cornice rettangolare attorno a un cerchio bianco, vuoto. Sarà anche il caso di notare che Giovanna riporta queste parole di Abhinavagupta: «Quando il campo magnetico il campo gravitazionale e il campo creativo coincidono allora anche coincidono lo stato e il moto l’essere e il divenire». Deve aver scelto questa frase particolare per attrazione al «campo creativo» ma nel farlo ha anche preferito un concetto validissimo e sorprendente, intuendone il vero significato. (Più avanti narrerò di un episodio avvenuto tra noi proprio con questa stessa dinamica.)

Le poesie lineari scritte in tal modo rappresentano un impegno talmente certosino e imperturbabile, da essere di per sé garanzia che ogni termine scritto sarà «sovrumana potenza, quella in cui la parola viene ascoltata nel suo farsi». Questa definizione è del critico Graziella Pulce, che nel 2003 curò per l’editore Archinto Costruire ricordi, un epistolario tra Giorgio Manganelli e Giovanna Sandri, con ventisette lettere del grande scrittore e una memoria di Giovanna (io ne scrissi l’introduzione). E così prosegue: «La scrittura di Giovanna Sandri è intransigente, e non accetta mezze misure: il piano sul quale è possibile incontrarla è quello dell’oracolarità, dove ogni segno è un presagio, che rinvia ad altro segno, ininterrottamente».

Ora invece, dove siamo finiti? Cos’è rimasto di tutto ciò? Di quella gioia del fare, del crederci incondizionatamente, di quell’ironia, di quell’assoluta bellezza ed eleganza? In qualità di «oracolo» che sa prevedere il futuro, Giovanna scrive:

da una stele egizia
(XVIII dinastia)

i cuori degli uomini
sono deboli
hanno cessato di
creare
la memoria non è più
ritorno
d’armonia (inganna)

non si loda più
(non si canta)
l’originario
c h e p e r m e t t e

Quel «c h e p e r m e t t e» così spaziato è magistrale, perché proprio ora non ci è permesso più niente, avendo perso il contatto con noi stessi, non avendo più l’ombra di uno spazio interiore. Siamo chiusi, attanagliati da emozioni negative: rabbia, amarezza, invidia. Sempre alla ricerca esterna di qualcosa, mai soddisfatti.

Giovanna previde questi nostri primi decenni del terzo millennio, o è dalla XVIII dinastia egizia che si è consapevoli del fenomeno il quale, da allora, si ripete, si ripete, si ripete ciclicamente, ogni tot anni? […] Come è possibile non captare in Giovanna il senso di sacralità che avevano per lei il linguaggio e la scrittura? Un universo propedeutico quale alchemico veicolo della ricerca del Sé e della propria verità. A questo proposito vorrei riportare una sua dichiarazione pubblicata nel catalogo della mostra Post Scriptum. Artiste in Italia tra linguaggio e immagine negli anni ’60 e ’70, VIII Biennale Donna, Palazzo Massari, Ferrara, aprile-giugno1998:

Io non esistevo, esisteva la facciata esterna che era articolata, che lottava… Se (nella scuola) trovavo presidi che mi davano fastidio io urlavo, insomma ero articolata per quello, però dentro di me non esistevo. Il mio lavoro era diventato proprio questo iter in progress, dal non-esistere all’essere, all’articolarmi e sono passata prima dalle immagini che sono quelle psichicamente impersonali, e poi dopo sono arrivata al linguaggio… Io producevo ma mi dovevo articolare… Alle mostre le opere le mandavo e sapevo che seguivo un iter giusto. Non mi interessava molto farmi conoscere, forse è un male, mi interessava soprattutto lavorare…

Giovanna Sandri da CApitolo zero A (600x433)
Giovanna Sandri, da Capitolo Zero, Lerici 1969
da Only fragments found

Per queste precise ragioni Giovanna Sandri era nota soltanto negli ambienti ristretti degli «addetti al lavori» dello sperimentalismo e dell’avanguardia perché talmente schiva, ipersensibile e volutamente isolata da non aver mai accettato di partecipare, ad esempio, a quelle kermesse di letture e festival di poesia che l’avrebbero fatta conoscere a un pubblico più vasto.

Per questa ragione, credo molto in questo suo libro pubblicato negli Stati Uniti, con la speranza che da lì rimbalzi, tornando in Europa, perché lei possa avere il riconoscimento che si merita. (Questo tipo di salvataggio in extremis è già avvenuto per altri autori italiani). Ma c’erano due poeti e un bravissimo pittore molto più giovani di lei, anch’essi «cani sciolti», che la stimavano veramente ed erano suoi grandi amici: Luigi Ballerini, Nanni Cagnone e Magdalo Mussio.

Insegnante d’inglese al Liceo Giulio Cesare di Roma, per lunghi anni Giovanna accudì la madre malata che mori nell’89. Non si era mai sposata, ma ebbe una relazione molto sofferta e burrascosa con Giorgio Manganelli, del quale per fortuna rimase carissima amica fino alla morte del grande scrittore nel 1990. Giovanna Sandri si sentiva «morta dentro» («io non esistevo») per quel «disorientamento ancora latente in me dopo i devastanti anni della guerra (lutto e massacro) che mi portava a chiudermi in un difensivo non-esistere». Con «i devastanti anni della guerra» Giovanna intende la morte del fratello ufficiale, in mare, nonché i malintesi e le colpe politiche attribuite a suo padre, generale dell’Aereonautica, dopo la liberazione.

Quando conobbi Giovanna a Roma, verso la fine degli anni Sessanta, mi metteva una certa soggezione: aveva una decina d’anni più di me e una cultura che sentivo molto più vasta e profonda nella mia. (Una cultura che adesso posso definire «spirituale», termine che allora non avrei saputo riconoscere). Diventammo amiche negli anni Ottanta, ma soprattutto dopo un convegno su Manganelli che si tenne a Roma, al Teatro Argentina, il 17 e 18 dicembre 1997, quando lei pubblicò negli atti del convegno un suo ricordo di Giorgio, Gli anni del trench. Io avevo già scritto su Manganelli il capitolo Cavalli veri, cavalli figurati, apparso in Esoterico biliardo (Archinto 2001). Giovanna voleva andare avanti con le sue memorie su di lui e mi spediva i vari capitoli man mano che li scriveva, perché li potessimo poi discutere assieme.

Giovanna Sandri The Jolly Joker 1 (600x484)
Giovanna Sandri, Hermes the Jolly Jocker, Le parole gelate 1983, 1994 (2) -
collezione Graziella Pulce

In quegli anni, quando mi capitava di dover scendere a Roma per lavoro, andavo sempre a trovarla nel grande appartamento (che era stato la casa dei suoi) in via Rovereto, nel quartiere Trieste. Ho l’impressione che dopo la morte di sua madre lei non vi abbia portato alcun cambiamento, non abbia spostato nemmeno un mobile in quelle stanze borghesi e bloccate nelle loro rispettive funzioni, come in una fotografia degli anni Trenta: l’ingresso. il salotto, la sala da pranzo, lo studio, la cucina ecc. Solo alle pareti, accanto ai paesaggi ottocenteschi, diverse sue grandi poesie concrete (molto spesso in bianco e nero: Letraset su cartone), modernissime, dai titoli spesso mitologici, splendide ma anacronistiche e inverosimili in quegli ambienti.

Io avrei sempre voluto chiedere a Giovanna se avesse appeso ai muri le sue opere dopo la morte della madre, o se ce le aveva già messe prima, ma non osai mai farlo. Avevo la sensazione che questa mia domanda le sarebbe parsa indiscreta e che, in qualche modo, avrebbe potuto ferirla o insospettirla, come se cercassi di carpirle un segreto. Giovanna era spiritosa a autoironica ma estremamente suscettibile. Se rifiutava, impaziente e tagliente, qualsiasi conversazione banale di tipo impersonale e «inglese» sul tempo e la salute, delegava a se stessa la decisione finale di ciò che andasse detto o non-detto; era lei che definiva i limiti , fingendo di non aver udito una tua domanda o guardandoti con disapprovazione. (Ora, in concordanza con il fatto che Giovanna non avesse spostato nemmeno un portacenere nella casa dei suoi, sono convinta che le poesie concrete fossero già sui muri di studio e corridoio quando sua madre era viva). […]

Pur essendo “alta”, oracolare e intransigente, la scrittura di Giovanna Sandri non teme mai di mettere in luce le proprie défaillances, poiché la sua vera ragione d’essere è quella di avvicinare sempre più il Sé alla propria verità. Per Giovanna la scrittura è sia veicolo che risultato della sua ricerca. Il volume Le dieci porte di Zhuang-zi del 1994, è scritto in memoriam di Giacinto Scelsi, musicista e compositore che Giovanna ammirava moltissimo. Volle tradurlo lei stessa in inglese, forse per rendere il suo dono all’amico, più compiuto: così che anche molti amici stranieri potessero leggerlo. Le poesie trattano del fenomeno del suono e le dieci Porte sono: Intelligenza, Articolazione (!), Benevolenza, Discorsività, Quintessenza, Discordanza, Individualità, Abbandono e Grazia, Ondulazione ontologica, Connessione: «attraverso la nona Porta (di pietra nera di pietra bianca) Portatore-degli-emblemi incontrò Abbandono-degli-Emblemi si scambiarono uno jo-jo ripresero direzioni ellittiche». Qui, la meravigliosa ironia dello scambio di jo-jo e delle direzioni ellittiche ci fa subito visualizzare la risata vincente di Giovanna per avere creato questo verso così felice e liberatorio.

Gli «Emblemi». Anche per Manganelli gli Stemmi furono profondamente simbolici. Secondo Graziella Pulce «a rendere attraversabile il deserto (la condizione di non-esistenza, l’assenza delle parole) a fare del deserto uno stemma è la geometrizzazione degli spazi e la segnatura di un confine». Soprattutto nei primi volumi che compongono questa antologia molti brevi testi, fronteggiandosi sulla pagina, ricordano la base possente di due lati di un triangolo, col vertice in alto. Quello dalla A maiuscola? Anche nell’alfabeto sanscrito (il padre di tutti gli alfabeti), la A è la prima lettera, e come tale è sacra.

Ma ricordiamo ancora quella confessione di Giovanna nel catalogo della mostra Post Scriptum: «Il mio lavoro era diventato proprio questo iter in progress, all’articolarmi…» che viene ripreso alla Porta Articolazione: «lentamente per gradi) Articolazione si avvicinò alla prima Porta scala discontinua di lettere fu Alfabeto» dove ancora quel «per gradi» ci fa seguire i suoi passi verso la guarigione. Ma nella seconda pagina successiva, a Discorsività: «trovò semichiusa la terza Porta troppi sentieri aveva seguito per Via» con il doppio senso di «per Via»: «sulla strada» e «a causa di»… […]

Giovanna Sandri da Capitolo zero B (600x433)
Giovanna Sandri, da Capitolo Zero, Lerici 1969 - da Only fragments found

E ora, quell’aneddoto che ho annunciato all’inizio. Quattro donne hanno avuto legami diversi ma sempre molto importanti con Giorgio Manganelli: Ebe Flamini, Alda Merini, Giovanna Sandri e la sottoscritta. Nella notte tra il 9 e il 10 dicembre del 1990 feci un lungo e movimentatissimo sogno su Manganelli che era mancato in maggio. Non sto a raccontarlo, perché richiede troppo spazio, ma in sostanza cercavo Manganelli ovunque ed ero disperata perché non lo trovano. Ero persino andata in Canada (ah, quelle tre «a»…), a cercarlo! In sogno avevo poi aperto la finestra della mia stanza e l’avevo trovato, proprio lì, seduto sul bordo del terrazzo. Lo udivo e capii le sue parole anche leggendogliele sulle labbra: Nilde, il tutto è tutto! Nilde, il tutto è tutto!

Nel suo libro Il rumore sottile della prosa egli aveva scritto: «Penso al futuro, mia dimora, come a un gigantesco cubo mentale, e tale lo definisco poiché non ne scorgo il profilo, e ne ignoro le dimensioni, ma non posso non pensare che in quello spazio sia quale oggi lo concepite, ma tutti i Tutti del possibile». Assolutamente verosimile. Quella mattina telefonai a Giovanna e assieme esaminammo molti dettagli del sogno, arrivando alle stesse conclusioni. Le nostre analisi combaciavamo sempre. Subito dopo aver parlato con me, Giovanna ricevette la telefonata di Ebe Flamini che le chiedeva il mio indirizzo: voleva farmi spedite dall’editore un libro postumo di Giorgio. Giovanna, molto sorpresa per questa coincidenza, mi richiamò per dirmela, e in quel momento arrivò da Venezia Bianca Tarozzi con un libro di Alda Merini in regalo.

Rileggiamo la formula di Abhinavagupta: «Quando il campo magnetico il campo gravitazionale e il campo creativo coincidono allora anche coincidono lo stato e il moto l’essere e il divenire». Ciò che ho appena narrato, quando è avvenuto tra noi in quei pochi minuti (li sento ancora crepitare come scintille), con Manganelli quale perno e noi quattro di colpo calamitate alle quattro porte cardinali del mandala, non sembra il concretarsi di quella formula? Nessuna di noi sapeva chi fosse Nilde.

Il giorno del funerale di Giovanna (agosto 2002), il sacerdote della chiesa di Sant’Agnese (che officiava il servizio funebre e che molto probabilmente non aveva mai conosciuto Giovanna di persona ma aveva letto la sua raccolta di poesie Le dieci porte di Zhuang-zi perché uno degli amici presenti gliel’aveva fatta avere) mi commosse per il grande omaggio che volle tributarle, confessando che provava una certa invidia nei confronti dell’autrice, capace di una fede così intensa e tanto più grande della sua. Dalle sue parole, dal tono della voce, dalla sua espressione e dai gesti, capii che diceva il vero.

luglio 2013

* estratto dall’introduzione pubblicata, nella traduzione inglese di Paul Vangelisti, in Only fragments founds di Giovanna Sandri

 

Là dove germoglia l’immagine

Graziella Pulce

In America si legge poesia italiana ed è notizia di cui rallegrarsi senz’altro. Dopo Palazzeschi, Porta, Spatola è ora la volta di Giovanna Sandri, della cui opera le californiane Seismicity Editions, nella collana dell’Otis College diretta da Paul Vangelisti pubblica un’ampia scelta.

Giovanna Sandri è stata una figura molto singolare nel panorama artistico-letterario italiano. Il suo esordio negli anni Sessanta coincide con la fase liberatoria e dirompente degli sperimentalismi linguistici, musicali e artistici. Gli stessi di Giulia Niccolai, che da poeta si interroga su questi testi e queste immagini e nella Prefazione si chiede con uno sgomento tutto combattivo: «Ora invece, dove siamo finiti? Cos’è rimasto di tutto ciò? Di quella gioia del fare, del crederci incondizionatamente, di quell’ironia, di quell’assoluta bellezza ed eleganza?».

Per Giovanna Sandri, che nel ’92 aveva presentato alla Radio La struttura dell’iki, fare poesia era tutt’uno con il fare immagine: dare forma e spazio a linee, punti, segni diacritici, lettere e parole. Poesia concreta, visiva, lettrismo, ipergrafismo – ovvero scardinamento della struttura normativa linguistica conseguita manipolando il linguaggio per dilatazione, movimentazione, zoom, taglio, spostamento, piegamento. Simmetrico e asimmetrico, le due dimore del possibile, sulla pagina o sulla tavola riconfigurano con la forza dell’immaginazione ciò che è diventato insopportabile per la sua banalità e la sua rigidità. Stretto il rapporto con la Neoavanguardia, che ha dato e ricevuto impulsi da queste pratiche artistiche che agiscono nell’ambito della poesia, dell’arte visiva e della musica.

Ironica fino alla paradossalità, Giovanna Sandri era capace di entrare direttamente in contatto con l’io più profondo dell’interlocutore. I suoi titoli portano subito di fronte a un dilemma: Capitolo zero, Dimora dell’asimmetrico, Clessidra: il ritmo delle tracce. In un testo composto nell’aprile del ’93 per la Rai recensiva il Zhuang-zi con parole che possono essere ripetute per le sue creazioni: «Il Zhuang-zi aperto a caso, pur nel breve spazio di poche frasi, riesce a coinvolgere il lettore, trasformando l’ascolto in colloquio». Benché di corporatura minuta e di carattere schivo, ovunque catalizzava subito l’attenzione per la forza della sua intelligenza e dell’ironia con cui immediatamente spogliava ogni questione di tutto ciò che non fosse essenzialità pura. Il perenne sorriso e gli immancabili occhiali scuri (protezione dei suoi occhi debolissimi) non mitigavano affatto la perentorietà quasi sempre beffarda delle sue asserzioni, che lanciava a confusione e disorientamento del destinatario, ma che faceva precipitare con identica intensità anche su se stessa e sulle situazioni meno felici della sua esistenza.

Giovanna Sandri Le parole germoglio (600x433)
Giovanna Sandri, da alfabeto/albero del Tempo, Mantova, Galleria Civica d’Arte Moderna, Palazzo Te, 1977 -
da Only fragments found

Si era laureata in letteratura inglese sull’estetica di Ruskin e aveva insegnato inglese in un liceo romano. La sua protratta devozione al linguaggio come istituzione e come area di ricerca le ha aperto l’accesso a un mondo nel quale il suono e l’aspetto grafico delle parole si fanno rivelatori di connessioni sorprendenti tra le realtà più lontane. Chi l’ha conosciuta ricorda bene come anche nel parlare si facesse continuamente distrarre da giochi di parole, assonanze, suggestioni verbali, e come subito convocasse l’interlocutore a un livello di consapevolezza più alto. Dove il significato genera nonsense e, catturata una parola o una frase, l’immaginazione ne fa zampillare il senso originario, quello più vicino alla sua scaturigine prima, che è anche quello più lontano dai truismi della comunicazione: «L’immaginazione è pulsione profonda da riattivarsi in questa nostra cultura dominata dal logos, in cui si riconosce solo alla fantasia (confusa spesso con l’immaginazione) capacità combinatoria con funzione liberante».

Si tornava a casa con la testa piena di immagini e buffonerie con le quali spavaldamente si erano abbassati al grado zero anche gli argomenti più seri. Allo stesso modo ora anche chi legge perde il proprio baricentro. È come ritrovarsi nel bel mezzo di una conversazione con Heidegger, Emily Dickinson e Lewis Carroll. Tanto è vero che per accedere a questa poesia la via da seguire non è quella della comprensione logica, ma l’accettazione del movimento psichico e mentale e dell’abbattimento delle soglie. Molto silenzio e molto spazio bianco o nero nelle sue tavole, su cui i segni affiorano come relitti dopo un naufragio: dallo scrutinio di quei relitti il poeta aruspice trae un’immagine e a ritroso la poesia va a ricreare ciò che è stato della nave, della navigazione e dell’affondamento.

Giovanna Sandri The Jolly Joker 2 (600x477)
Giovanna Sandri, Hermes the Jolly Jocker, Le parole gelate 1983, 1994 (2) -
collezione Graziella Pulce

Il trickster junghiano con lei diventa Hermes, the Jolly Joker, il divino fanciullo, ladro e portatore di gioia, protagonista di tavole e poesie confluite in un’edizione del ’94, ma non antologizzate in questo volume. Con Giovanna Sandri si reimpara che nel gioco e nella risata brilla l’immortale, che sta tutto lì, in quel nonsense, in quella buffoneria o in quel verso sublime; e che in ogni elemento del linguaggio, compresi i silenzi, gli spazi vuoti, i segni d’interpunzione, si annida la potenzialità creatrice, continuamente in atto e capace di generare forme attraverso il tempo. Sul silenzio, lo Zero del significato, si edifica un’altra forma del mondo.

Di questa raccolta vorrei evidenziare – oltre l’oracolarità e la vertigine morfo-sintattica con cui la poesia-immagine piega il mondo – il momento del «germoglio», ovvero l’istante in cui ciò che può essere si dispone all’entrata nel presente dell’esistenza. La cosa più straordinaria è però il fatto che il germoglio ha luogo quando si afferra la reversibilità, come esplicita in (a rovescio) / (backwards). Nella sua scintillante introduzione Giulia Niccolai rende omaggio a queste poesie quale espressione di geometrizzazione, la facoltà creatrice di libertà oggi dimenticata o del tutto perduta: «Ognuna di esse è scritta e riportata sulla pagina in modo da geometrizzare gli spazi, segnandone i confini, come un mandala […]

E cosa dire dello spazio di certe pagine, dilatato fino a sembrare il cielo stellato di un planetario?». Questa enorme capacità di dilatare lo spazio e il linguaggio fino a entrare nel rovescio (assurdo) del mondo fa sì che queste poesie-immagine non si possano mai davvero spiegare, ma leggere e rileggere per cercare il punto attraverso il quale si accede alla macchina grammaticale che ritma e sostiene quella che chiamiamo visibilità.