Buon Natale

Disegno di Giosetta Fioroni 2015 dal file PDFAndrea Cortellessa

Poiché «al Natale non si dà fuga; in nessun modo», pare giusto fare ai nostri lettori gli auguri, non già per la festività a venire, bensì per quella appena trascorsa. Se a qualcuno questa apparirà una bizzarria arbitraria, si dica pure un errore marchiano, non saremo così sofisti da cercare di dimostrargli il contrario. Non è forse un Errore, il più consapevole e deliberato degli errori, il ricordare – come pure a ogni fine dicembre, implacabili, ci premuriamo di fare – la venuta al mondo di un Essere Divino, da parte di chi non possa dire di «credere» (qualsiasi cosa ciò possa significare) nel Principio Trascendente di cui Egli, stando al Racconto, è Figura Umana? È circostanza nota quella per cui il simpatico panzone barbuto che del Natale oggi consumiamo quale icona globale, Babbo Natale cioè, sia rivestito del rosso e del bianco che lo contraddistinguono solo perché negli anni Trenta lo usò per la sua pubblicità l’azienda che quei colori impiegava da tempo, la Coca Cola; perfetto esempio, insomma, di invenzione della tradizione – per dirla con Hobsbawm e Ranger. Anche questo un errore dunque o, diciamo più precisamente, un anacronismo.

Del resto proprio colui al quale abbiamo rubato la frase d’esordio, Giorgio Manganelli, era per parte sua un cultore assiduo del refuso, un delibatore di sviste, un buongustaio appunto di errori (Tutti gli errori, suona il titolo d’un suo libro di racconti). Nel sulfureo libretto da lui dedicato alla «farsa teologica» del Natale, risalente a chissà quale delle sue stagioni creative (lo scartafaccio dal quale Adelphi lo trasse – poco dopo la sua scomparsa, nel 1992 – non reca data; ma coincidenze tematiche e spie lessicali fanno propendere per l’ultimo periodo dell’autore), e che s’intitola Il presepio, il Manga non manca di sottolineare come la presenza di due delle icone che non possono mai mancare dalla sacra pantomima, il bue e l’asinello, si debba a una circostanza «che ha del miracoloso e del farsesco; termini, abbiamo già detto, che non si contraddicono». Appunto a un refuso, cioè: «Bue ed asino non esistevano; nacquero da un genitivo plurale frainteso da un monaco traduttore. Quando costui scrisse “tra due animali” anziché “tra due età”, i due animali si materializzarono, con perplessi ragli e mugghi». Manganelli fa sua un’interpretazione – di quest’altra tradizione inventata, tre anni fa riconosciuta come tale anche dal Pastore Tedesco, nel suo bestseller sull’Infanzia di Gesù – secondo la quale i due animali (nei secoli fatti oggetto delle più diverse, e talora fantasiose, interpretazioni allegoriche) non sarebbero che il frutto di un misunderstanding nella traduzione, dal greco al latino, della Bibbia dei Settanta – laddove, nella profezia di Abacuc, si preconizzava la nascita del Salvatore en meso duo zoon, a discrimine fra due età, e che in latino divenne invece (equivocando fra il genitivo plurale di zoè, «età» e quello di zòon, «animale») in medio duorum animalium. Dal momento che un altro profeta, Isaia, sapienzialmente aveva scritto che «il bue ha riconosciuto il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone», i due animali vennero da un certo momento in avanti identificati nel bue e nell’asino, appunto (una tradizione attestata, per esempio, nel Vangelo Apocrifo dello pseudo-Matteo, risalente all’VIII-IX secolo).

Aggiunge peraltro Manganelli – anticipando divertito l’arrampicarsi sugli specchi di Joseph Ratzinger – che parlare di errore, in un contesto come quello natalizio, è tautologicamente ingenuo (con citazione a sua volta errata e contaminata, a memoria, di Orazio Carm. IV, 14…): «il refuso, l’errore fa parte in modo perenne della rappresentazione, e indica che all’interno del presepio l’errore non è possibile; tutto è congruo, e una eventuale incongruità è la più sottile, e sconvolgente, delle congruità. Nuovamente, fons quæ celat origines, omnimodo splendidissima, dell’angoscia natalizia».

È un fatto che l’etimo stesso della parola presepio rinvia agli animali: in quanto designa la mangiatoia nella quale, in questo caso sin dal Vangelo di Luca (II, 7-16), sarebbe stato accolto il Sacro Fanciullo. Ma già il latino, caratteristicamente, oscilla tra il femminile præsæpes e il neutro præsæpium. È l’esitazione, lieve ma non priva di insidie, che ancor oggi ci coglie quando ci occorre di nominare il teatrino che, della Sacra Rappresentazione, è cornice e set tradizionale. Proprio da questa esitazione prende le mosse Silvio Perrella nel testo che accompagna (insieme a quelli dei curatori, Piero Mascitti e Marco Meneguzzo, e poi ancora di Giorgio Agamben, Raffaele La Capria, Ermanno Rea, Erri De Luca e Marzio Breda, con una scheda di Elettra Bottazzi) il catalogo della deliziosa mostra I teatrini-presepi di Giosetta Fioroni, appena inaugurata al MADRE di Napoli: «Si dice presepe o presepio? Sembra che entrambe le forme siano corrette. E più che corrette, direi possibili. Un unico oggetto, dunque, due parole per dirlo». Nell’apposita scheda della Crusca, per dire che si può dire in tutti e due i modi, si ricorre all’auctoritas di Manzoni: il quale, nell’Inno sacro Il Natale, al v. 66 scrive presepio, ma presepe al v. 97.

E sia. Eppure questa minima oscillazione terminologica (che appartiene poi alla stessa Giosetta, se è vero che intitola il prototipo della serie, risalente a vent’anni fa, Presepio Verticale; e poi Teatrino-Presepe i quattro esemplari realizzati ora nei colori Giallo, Viola, Verde e Rosso) pare confermare la natura ontologicamente tremula diremmo, costitutivamente fuzzy, tanto dell’Icona che della Rappresentazione cui essa rimanda. La più flagrante delle rappresentazioni, anzi: quella teatrale. È ben nota la componente teatrale – travestimento, mistificazione, «divertimento») – dell’ispirazione di Giosetta, ma nell’invenzione dei «teatrini» non va trascurata la desinenza, e cioè la meticolosa miniaturizzazione dell’elemento teatrale. Che, come dice la stessa Giosetta nella breve presentazione da lei scritta per la mostra napoletana, si ricollega al «teatro naturale» dell’infanzia. Lo diceva Goffredo Parise nel breve ritratto a lei dedicato nel ’75, poi raccolto in Artisti: «l’infanzia perduta ha preso aspetti microscopici», e «la sua microscopia è diventata ancora più microscopica» con l’uso di raccogliere «luoghi, paesaggi e oggetti in piccole teche-ricordo».

A quello stesso ’75, qualche mese più tardi – racconta Parise in un altro testo di Artisti – risale la scoperta, da parte sua (e verosimilmente della sua compagna Giosetta), delle «scatole» di Joseph Cornell, morto tre anni prima, del quale alla fine del ’77 l’Attico di Fabio Sargentini propose una personale, una delle prime in Italia. Miniaturizzazione (appunto) del Merzbau dadaista, la «scatola» (shadow box) di Cornell è stata definita da Charles Simic (nel suo magnifico libriccino sull’artista, Il cacciatore di immagini [1992], Adelphi 2005) il «più piccolo teatro del mondo»: accostandolo a quelli, pure «in miniatura», che gestivano «per un pubblico fatto di un solo spettatore» personaggi come Goethe, Hans Christian Andersen e Lewis Carroll (Giosetta ha invece parlato dell’ispirazione che le diede vedere quello di Guido Ceronetti, dal quale la portò Parise nel ’65). E sempre il presepio, dice Manganelli nel suo libro omonimo, è a sua volta un «teatro»: perché Rappresenta quanto si trova al di fuori della sua cornice, dove «teatro è per sua natura il mondo». Dice Simic, di Cornell, che il teatro delle shadow boxes «è una sacra rappresentazione sul tema di un paradiso perduto», e quanto all’identificazione di questo paradiso riporta una frase dell’artista che definisce la sua «una camera di compensazione per sogni e visioni», il luogo della «fanciullezza riconquistata» (è il caso di ricordare che manca ancora, in italiano, un’edizione degli scritti di Cornell che faccia il paio con quella curata nel 2000 da Mary Ann Caws per Thames and Hudson; Simic faceva invece direttamente ricorso ai microfilm dei suoi manoscritti, conservati allo Smithsonian Institute).

Qui si inserisce la tesa riflessione di Agamben, che con intelligenza Giosetta ha voluto campionare nel suo catalogo, e che riproduciamo a nostra volta qui. Si tratta di un breve testo del ’77, che l’anno seguente entra a far parte di uno dei testi capitali del filosofo, Infanzia e storia. Distruzione dell’esperienza e origine della storia. Nella seconda parte dell’estratto Agamben si sofferma sul senso della miniaturizzazione (con una traccia dell’analogia – sviluppata dal Lévi-Strauss commentato da altre pagine di Infanzia e storia – fra gioco, bricolage e opera d’arte come «modelli ridotti» dell’esistenza), mentre nella prima insiste sul significato storico del presepe. Vale la pena contestualizzare una simile affermazione ricorrendo appunto ai passi, del suo intervento, qui non compresi – e al libro del ’78 in generale. Per storia va inteso infatti, nel lessico di Agamben (che mutua quello di Benjamin), il momento messianico della sospensione che non separa definitivamente, bensì inscindibilmente e inconcludibilmente congiunge, l’intemporale dell’infanzia e il tempo del linguaggio: il luogo specifico in cui «cade ogni distinzione fra sacro e profano e le due sfere collimano nella storia». Per questo il presepio finisce per essere – di questo trapasso che è fusione, compenetrazione, consustanziazione – un perfetto luogo simbolico: il luogo mitico che rievoca l’avvento del Messia e, insieme, quello fiabesco che rimette in scena, ogni volta identico, il vert paradis des amours enfantines di ciascuno di noi. In questo senso, come sintetizza Agamben, «l’infanzia» è davvero «l’origine trascendentale della storia».

Come si legge in altra parte di Infanzia e storia: «vero materialista storico non è colui che insegue lungo il tempo lineare infinito un vacuo miraggio di progresso continuo, ma colui che è in grado in ogni momento di arrestare il tempo, perché detiene il ricordo che la patria originale dell’uomo è il piacere». Proprio quella del piacere – tanto più squisito quanto più raro – è la dimensione che premeva, e preme, ad artisti come Joseph Cornell (nei cui scritti ricorrono i momenti di perfetta letizia, di sospensione edenica dell’esistenza in una dimensione da lui definita – riporta Simic – «eterniquotidianità») e, oggi, Giosetta Fioroni. Per dirla ancora con Agamben: «colui che, nell’epoché del piacere, si è ricordato della storia come della propria patria originale, porterà infatti in ogni cosa questo ricordo, esigerà in ogni istante questa promessa: egli è il vero rivoluzionario e il vero veggente, sciolto dal tempo non nel millennio, ma ora».

Dal catalogo, per gentile concessione di Silvana Editoriale, riproduciamo le immagini e i testi di Giosetta Fioroni e Giorgio Agamben. Dal Presepio di Giorgio Manganelli, grazie alla cortesia di Lietta Manganelli, riproponiamo parte del primo e il settimo dei trentasette capitoletti di cui si compone il testo.

Giosetta Fioroni

I teatrini-presepi

a cura di Piero Mascitti e Marco Meneguzzo

Napoli, MADRE, dal 23 dicembre 2015 all’11 gennaio 2016

catalogo Silvana Editrice, 2015, 56 pp. ill. col., in astuccio, € 22

Giosetta bambinaI cinque presepi

Giosetta Fioroni

C’era una volta una figlia unica nata dopo molti anni di matrimo­nio dei suoi genitori. Quindi molto attesa e molto amata. Amore che la bambina ricambiò sin dall’inizio profondamente. Il Padre era scultore, allievo del grandissimo Arturo Martini, e la Madre (assai bella) pittrice e marionettista. Nel 1944 per Natale il Papà costruì e modellò un grande Presepe. Lo allestì, nel soggiorno della casa romana per la sua bambina, su diversi tavoli, perché era lungo sei metri. Aveva ruscelli di luminosa acqua celeste, gruppi di pasto­ri, contadini, musicanti, angeli e animali. Vicino alla capanna i Re Magi guardavano l’incantevole gruppo del Bambin Gesù, Maria e Giuseppe scolpito da Mario Fioroni.

Da un lato del Presepe, appena sopraelevato, si poteva vedere il paese di Betlemme, con luci intermittenti. Socchiudendo gli occhi tutto sembrava animato da lieve movimento. In quegli anni la Mam­ma si era dedicata alla rappresentazione di Fiabe in un Teatrino per marionette da lei allestito con sue nuove scenografie. Le marionette indossavano abiti realizzati con residui di vestiti d’estate; il commento musicale ottenuto con un grammofono a manovella. Il risultato era, per la bambina e per gli amici bambini, di grande suggestione. Ecco, la magia del Presepe e quella del Teatrino, nati dalla grazia espressiva di Mario e Francesca Fioroni, si concentra­rono nel piccolo grande cuore della bambina, il cui nome era Giosetta. E così lei iniziò il suo viaggio emozionato nella vita e nell’arte e diventò…

NOTA I cinque Presepi che saranno in mostra a Napoli sono il sogno del caro amico Piero Mascitti. Forse ricordando il mio Presepe verti­cale del 1996. Essi nascono da una fusione emotiva, tra l’idea del Presepe e quella del Teatrino, della Fiaba.

Fioroni Giosetta, Teatrini Presepi, rosso, 2015Fiaba e storia. Considerazioni sul presepe

Giorgio Agamben

Non si comprende nulla del presepe, se non si comprende innanzi tutto che l’immagine del mondo, cui esso presta la sua miniatura, è un’immagine storica. Poiché esso ci mostra precisamente il mondo della fiaba nell’istante in cui si desta dall’incanto per entrare nella storia […]. Il presepe coglie il mondo della fiaba nell’istante mes­sianico di questo trapasso. Per questo gli animali che, nella fiaba, erano usciti dalla pura e muta lingua della natura e parlavano, ora ammutoliscono. Secondo un’antica leggenda, nella notte di Natale gli animali acquistano per un istante la favella: sono le bestie della fiaba che si presentano per l’ultima volta affatate prima di rientrare per sempre nella lingua muta della natura. Come dice il passo dello pseudo-Matteo, cui si deve l’ingresso del bue e dell’asino nell’iconografia della natività: «il bue conosce il suo proprietario e l’asino la mangiatoia del signore»; e S. Ambrogio, in un brano che è una delle più antiche descrizioni presepiali, contrappone al vagito del dio bambino, che si ode, il silenzioso muggito del bue che riconosce il suo signore. Gli oggetti, che l’incanto aveva straniato e animato, sono ora restituiti all’innocenza dell’inorganico e stanno accanto all’uomo come docili arnesi e utensili familiari.

Le oche, le formiche e gli uccelli parlanti, la gallina dalle uova d’oro, l’asino cacabaiocchi, la tavola che s’apparecchia da sola e il basto­ne che picchia a comando: tutto questo il presepe deve sciogliere dall’incanto. Come cibo, merce o strumento – cioè nella sua umile veste economica – la natura e gli oggetti inorganici si affastellano sui banchi del mercato, si sciorinano sui tavoli delle osterie (l’oste­ria che, nella fiaba, è il luogo deputato dell’inganno e del delitto, ritrova qui la sua veste rassicurante) o pendono dai soffitti delle dispense […].

La cifra di questa liberazione profana dall’incanto è la miniaturiz­zazione, quella «salvezza del piccolo» a che (come mostra in ogni tempo il gusto per i burattini, le marionette e quei bibelots che l’Eu­ropa settentrionale chiamava petites besognes d’Italie) certamente scalfisce con un tratto categorico la fisionomia culturale italiana, ma che possiamo però già vedere all’opera nel mondo tardo-antico, quasi come il controcanto cui un mondo irrigidito nel monumentale affida la sua speranza di risveglio storico. Quegli stessi caratteri che Riegl ha esemplarmente riconosciuto nelle miniature, nei mosaici e negli avori tardo-romani – e che egli sintetizza nell’assiale isolamen­to delle figure, nell’emancipazione dallo spazio e nel collegamento a «magico» di ogni cosa – si ritrovano puntualmente nel presepe.

estratto da Fiaba e storia. Considerazioni sul presepe, Città Nuova Editrice 1977, edizione limitata

Presepio 1996Un Natale col sole

Giorgio Manganelli

I

Nella città in cui vivo, anzi in tutte le città in cui potrei vivere, sta arrivando il Natale. Alcuni dicono, il Santo Natale. Sebbene la mia vita sia distratta e disorientata, da molti segni, come gli animali, mi accorgo della imminenza del Natale. L’irrequietezza agita i miei simili; una sorta di inedita tristezza che si accompagna ad una smania, una torbida cupezza, una litigiosità capziosa, non di rado violenta, ma soprattutto aspramente angosciosa. Quando il Natale si approssima, l’infelicità si scatena su tutta la terra, invade gli interstizi, ci si sveglia al mattino con quel sentimento, discontinuo durante l’anno, che vivere a questo modo pare intollerabile, forse disonesto, una bestemmia. Strano che abbia scelto questa parola, sostanzialmente pia, per descrivere l’infelicità natalizia. E infatti questo avverto, che a differenza della desolazione che direi privata, attraverso la quale passiamo in vari momenti dell’anno, questa è una tetraggine che ha dell’astronomico, come a dire che gli astri sono coinvolti, e forse la tristezza che suppongo mia in realtà è un affetto che tocca gli estremi dell’universo, e oltre, se si dà un oltre. […]

Vien fatto di chiedersi se non basterebbe por fine al Natale per sfuggire a questo elaborato, ingegnoso, maestoso malessere. Ma si sa che al Natale non si dà fuga; in nessun modo. […]

VII

L’errore di una giornata di sole nell’imminen­za del Natale ci rammenta che il Natale è essenzialmente una rappresentazione. Intorno a que­sta rappresentazione, come intorno ad un santuario rinomato fioriscono le bancarelle per i turisti, sono fiorite rappresentazioni settoriali, che tutti considerano di estrema, insuperabile volgarità. In verità non c’è festa, religiosa o altro, che generi da sé una tale quantità di gesti e immagini infime. Ho evitato di proposito, ma anche di misura, la parola «volgarità». Credo che la volgarità – canzoni, cartoline, certi regali – sia essenziale alla sopravvivenza al Natale. Le innocue lacrime del sentimentalismo tengono a bada suicidio ed omicidio, tutta la volgarità in definitiva è una barriera contro il premere della demenza, e mai come a Natale la demenza si lascia respirare dai viventi. Oh, non è la bizzarra mattana di chi crede di essere re o poeta, è la follia di chi crede di poter reggere alla invasione di un alcunché divino. Io non ho detto che ciò che si dice nasca la notte di Natale sia divino, ma questo dico: che vi è stata una evocazione del divino, e dunque si può impazzire per due moti­vi opposti: perché l’evocazione è riuscita, perché l’evocazione è fallita; d’altronde, non era possi­bile astenersi dall’evocare. A Natale avviene una miniaturizzazione del popolo dei morti, stanno tutti sulla coperta di un letto; questo è parto della follia natalizia; ma anche il divino è stato miniaturizzato. Ma i morti si lasciano miniaturizzare, il divino miniaturizzato ha la medesima statura della sua totalità; per questo il bambino è una allucinazione, forse una frode; è grande come il mondo, mentre noi, solo noi, siamo i veri «bambini», e dunque giochiamo, mandiamo quelle cartoline, ascoltiamo o, chi ci riesce, can­tiamo quelle canzoni. Ci diamo anche baci. È forse compito del bambino degradarci a questo modo? Non pare probabile che il compito della divinità sia per l’appunto quello di degradare, o forse di rendere esplicita la degradazione che siamo noi? Irridere insieme galassie e sfintere? Pertanto, io non posso che tener ferma la natu­rale alleanza tra volgarità e divinità, e non posso non ricorrere ad una definizione di volgare, tale da includere non meno la morte che ciò che si usa dire la verità.

Estratto da Giorgio Manganelli, Il presepio, a cura di Ebe Flamini, con una nota di Giorgio Pinotti, Adelphi 1992

alfadomenica dicembre #4

FABBRI e ZORZOLI su RENZI - CORTELLESSA su FIORONI - OTTONIERI POESIA - FILIPPINI TEATRO *

AVATAR
Paolo Fabbri

Ora che l’Illuminismo ha lasciato il posto alle luci e paillettes dei set televisivi, questo showman, più preoccupato dai propri riflessi che dalle riflessioni, non dice nulla di sinistro né di sinistra. Per sostituire la ”la peggior classe dirigente”, ci intrattiene sulla “bellezza delle relazioni umane” e vuol commuoverci: “si può piangere in politica”. Per lui, partecipativo e immersivo, un bello spettacolo è sempre meglio di un buon programma.
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MATTEO RENZI È MATTEO RENZI
G.B. Zorzoli

Matteo Renzi è Matteo Renzi. Uno che non ha alle spalle un accettabile tirocinio politico e non può nemmeno vantare, come Berlusconi, indubbi successi imprenditoriali. Unica esperienza pregressa significativa, quella nei boy scout. Eppure sfonda.
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SPETTRI D'ARGENTO
THE DARK SIDE DI GIOSETTA

Andrea Cortellessa

L’altra ego, il titolo dell’ultima mostra di Giosetta Fioroni – prima delle ben tre ora in corso a Roma, delle quali il bellissimo libro d’artista My Story, realizzato col complice di sempre Corraini, fa da a-catalogo splendidamente dis-ordinato –, era fatto per mettere in guardia i suoi numerosi ammiratori.
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Giosetta Fioroni, Bambino solo, 1968, smalti su tela cm 200x (800x405) (640x324)
CAFFÈ VERBANO
Tommaso Ottonieri

: se il mondo è tutto ciò che accade,
chissà sotto quale stella
è il mescolìo dei liquidi,
a gradi, che è shakerìo di sillabe,
lo sfrigolare di alfabeti come
tra i fili dei tralicci,
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IL GIUOCO CON LA SCIMMIA
di Enrico Filippini
- ideazione e regia Franco Brambilla

https://vimeo.com/82413849

Un estratto dello spettacolo andato in scena all'Elfo Puccini il 26 Novembre a Milano all'interno della manifestazione 63x50 Cinquant'anni del Gruppo 63.
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*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Spettri d’argento. The dark side di Giosetta

Andrea Cortellessa

 L’air est plein du frisson des choses qui s’enfuient

L’altra ego, il titolo dell’ultima mostra di Giosetta Fioroni – prima delle ben tre ora in corso a Roma, delle quali il bellissimo libro d’artista My Story, realizzato col complice di sempre Corraini, fa da a-catalogo splendidamente dis-ordinato –, era fatto per mettere in guardia i suoi numerosi ammiratori.

Si trattava, come si ricorderà (se ne parlava sul numero 25 di alfabeta2, giusto un anno fa), di una galleria fotografica – allestita al Macro da Marco Delogu – nella quale Giosetta come una bodyartist (o, piuttosto, una tela vivente) incarnava una serie di più o meno perturbanti archetipi tali da «alienare» una personalità, la propria, da lei stessa col tempo avvertita irrigidirsi in stereotipo: dal quale le «altre identità» così indossate le permettevano piccole o grandi «vacanze». La dimensione teatrale è stata del resto, sin dall’infanzia, parte integrante del suo modo di porsi (in una più o meno consapevole costruzione, cioè, di quello che è un personaggio: «ho cominciato a usare molta attenzione, molti accorgimenti alla postura, alla mimica facciale e degli arti»).

In Faïence – la sezione del duplice allestimento alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma che accoglie i suoi ultimi lavori in ceramica – sono accolti i noti Teatrini, che riproducono l’atmosfera e le dimensioni «magiche» di quel tempo d’infanzia, ogni volta associate ad amatissimi titoli letterari come appunto La grande vacanza di Parise, «traducendole» nel suo linguaggio artistico di oggi. In tal modo realizzando il miracolo sognato in una scultura esposta in un’altra mostra realizzata dieci anni fa con Delogu, Senex, Giosetta con Giosetta a 9 anni: un autoritratto doppio in cui la bambina del 1941 (ritratta a partire da una fotografia d’allora) viene tenuta per mano dalla donna di oggi. Le due figure sono ritratte in piedi, assorte, gli occhi rivolti a una lontananza dalla quale si attendono, forse, una risposta.

Giosetta Fioroni, Italia, teatrino 2004,  ceramica h cm 62,  (800x686)
Giosetta Fioroni, Italia, teatrino (2004) - Foto di Giuseppe Schiavinotto

Ma la parte più sorprendente della stessa Faïence (che si ritrova, in dimensioni ridotte, in una contemporanea più piccola antologica dall’eloquente titolo Il teatro della vita) sono i magnifici Vestiti che splendono, con la loro smaltata oltranza «iperpittorica», in mises fastosamente improbabili e, appunto, assai scenografiche («come sulla soglia di una sala da ballo o di un palcoscenico», scrive Maria Vittoria Marini Clarelli). Ulteriormente spersonalizzata e sottilmente crudele, siamo di fronte alla stessa esigenza dell’Altra ego: le figure, ciascuna ancora una volta intitolata a un archetipo femminino della storia della letteratura (dall’Ottilia delle Affinità elettive all’Agathe dell’Uomo senza qualità, dalla Daisy Miller di Henry James alla Effi Briest di Theodor Fontane), sono dei torsi acefali (all’Acéphale di Bataille e soci dedicò un libro d’artista, Giosetta, nel 1983) e privi di braccia: simili dunque a Nike di Samotracia senza ali o, più verosimilmente, a manichini di ateliers (più quelli di moda che d’arte).

Siamo molto lontani dallo stereotipo che imprigiona Giosetta Fioroni (visti da un’altra ottica, c’è il rischio che gli sgargianti Vestiti evochino l’armatura del Cavaliere inesistente di Calvino…): quello della bambola affettuosa e sognante, della vagheggina tutta buoni sentimenti (quanti cuori nella sua produzione, a partire dagli anni Settanta!), intenerimenti e commozioni. Goffredo Parise parlò di un’«ideologia figurativa di Giosetta Fioroni»: «vedere e soprattutto ricordare la vita rosa». Era il 1975 e tre anni prima un grande cuore di Giosetta aveva brillato sulla copertina del libro «rosa» di Parise, Sillabario n. 1.

Era la loro, si capisce, una trasgressione spiazzante e provocatoria: nel tempo dell’obbedienza di artisti e scrittori a ideologie di tutt’altro colore. Ma che col tempo ha finito per cristallizzarsi appunto in stereotipo: luogo comune ripetuto sino alla stucchevolezza dalla cerchia dei sempre più rosei, e sempre meno trasgressivi, ammiratori di Giosetta. Nel suo caso, peraltro, la svolta «rosa» degli anni Settanta non reagiva a un’ideologia politica bensì (in ciò Parise aveva visto giusto) stilistica: quella che, sotto il segno di un estremo cromatico opposto, aveva dominato la ricerca di Giosetta nel decennio precedente. E che ora viene documentata, per la prima volta in modo analitico, dalla mostra allestita con successo da Claire Gilman al Drawing Center di New York la scorsa primavera e che, trasportata a Roma, costituisce la seconda, decisiva anta del dittico alla GNAM.

Il titolo, L’Argento, rinvia subito alla dominante cromatica di quegli anni Sessanta. Gli esordi erano stati nel segno dell’astrazione, sulle orme del maestro all’Accademia Toti Scialoja. Ma già sul finire dei Cinquanta – con la frequentazione dei sodali di Piazza del Popolo – torna nella pittura di Giosetta la figurazione. Solo, raggelata appunto dalla costante cromatica (o a-cromatica, piuttosto) di una pittura argentata all’alluminio: la cui spettrale fissità (che rinvia al «regno pallido», annota Gilman, dei primordi della fotografia) congelava figure umane e paesaggi in «un’atmosfera funerea» (così in una dichiarazione dell’artista del ’61), una sorta di semi-cancellazione dalla quale di continuo si tenta di emergere, e nella quale ogni volta insensibilmente si risprofonda.

Giosetta Fioroni, Bambino solo (1968)
Giosetta Fioroni, Bambino solo (1968) - Foto di Giuseppe Schiavinotto

Se non ci fossero i titoli a identificare un Palazzo sul canal grande o un Ponte di barche sul Piave, sarebbe del tutto impossibile riconoscere quei luoghi in questi diagrammi semi-astratti: un’«eclisse dei luoghi», come la chiama Dalila Colucci, leggibile anche in relazione all’autore dell’Eclisse, come scrive Romy Golan – che prende le mosse dall’Immagine del silenzio, il lavoro di Giosetta esposto al padiglione italiano della Biennale del ’64 (quella celebre dello «sbarco» europeo, quasi militarizzato, del Pop americano). Come nei film di Antonioni di quegli stessi anni, in quei quadri di Giosetta ci si aggira alla ricerca di persone e luoghi «scomparsi»: che sono stati o si sono sottratti alla nostra vista. Quello dell’argento, come la luce nel finale dell’Eclisse appunto, è un raggio extraterrestre, una proiezione disumanizzante e metafisica.

Ma c’è un altro riferimento culturale inaggirabile, secondo me, nella scena di quegli anni (che tra l’altro Giosetta frequentava allora anche di persona, nel periodo passato a Parigi al fianco di Germano Lombardi): Samuel Beckett. Non è solo nello spazio, infatti, che il mondo si è perduto; l’argento è il segno di una malcerta e sospesa, peritosa collocazione degli enti, piuttosto, nel tempo: cioè nel palinsesto instabile della memoria (questo il concetto, infatti, che Giosetta associa sempre a questa sua palette). Una tela del 1963-64, già nota come Bambini, ha in mostra il titolo Malone e i suoi amici. Raffigura appunto bambini come proiettati su uno schermo (c’è un reticolo leggero che li incasella, in parte li astrae dallo sfondo): i volti appena accennati, proiettano ombre incerte e imprecise; quello in primo piano ha il corpo e il volto semicancellati.

Nel romanzo beckettiano del 1951 Malone muore, secondo della Trilogia, il personaggio del titolo, soffuso da una luminescenza «grigiastra» («una specie di luce plumbea che non getta ombre […] io stesso sono grigio, qualche volta ho addirittura l’impressione di diffondere del grigio»), attende immobile la fine in una cameretta «biancastra e fatta a volta come scavata nell’avorio». Segno, ha annotato Gabriele Frasca (introducendo all’ultima edizione del testo, Einaudi 2011), che è nella sua testa che si svolge, si fa per dire, l’azione: una «scatola cranica dove non c’è memoria personale che non sia tormento, e depersonificazione che di contro non purifichi». Avrebbe dovuto intitolarsi L’Absent, il romanzo di Beckett: l’infanzia, cui sempre resterà devota Giosetta, nasce simmetrica all’agonia del moribondo di Beckett. È l’altra faccia, il simmetrico perfetto (come mostrerà, fra qualche anno, il finale di 2001 di Kubrick) di quella condizione semi-viva, o che sta appunto per definitivamente assentarsi.

Giosetta Fioroni, Malone e i suoi amici (1964)
Giosetta Fioroni, Malone e i suoi amici (1964) - Foto di Giuseppe Schiavinotto

È in questo clima apocalittico e «penultimo», per dirla con Deleuze, che Parise intercetta Giosetta. È la fine del ’64. Nel febbraio dell’anno seguente scrive della sua mostra alla Tartaruga, elogia la capacità del suo sguardo (che accosta a quello di Richard Avedon) di farsi «matematico entomologo dell’apparenza femminile». Ma si congeda con un augurio, un esplicito «suggerimento all’artista» anzi. Colto in un unico quadro, fra quelli in mostra, l’uso di uno «smalto rosso arancio», conclude Parise: «ci piacerebbe vedere altri rossi di quel genere, altre superfici di quei toni smalto per le unghie e, in generale, altri colori, per così dire, cosmetici». Di lì a qualche anno Giosetta accoglierà quel suggerimento, riempirà di colori le sue tele – e la sua vita. Ma è come se lo smalto luccicante di quei colori serbasse in sé, sempre, l’eco mentale della «luce plumbea» di Malone.

Che le due facce dell’astro di Giosetta non siano consecutive ma in lei alternative, sempre, lo dimostra che proprio nel ’74 – nel pieno della Grande Vacanza nel rosa, dunque – abbia prodotto le sue immagini in assoluto più «negative» e perturbanti, le fotografie Da un atlante di medicina legale messe in mostra da Alberto Boatto, a Bologna, in Ghenos Eros Thanatos – e presenti anche in My Story. Intervistata da Enzo Golino nel 1982, diceva Giosetta: «gli estremi si toccano: al rosa corrisponde il nero» e il suo «è un tentativo di allontanare i timori di un inconscio forse difficilmente accettabile, portatore di oscurità».

È un po’ come in quel vecchio numero che una volta ha evocato Luigi Baldacci per spiegare un autore «rosa», ma segretamente «nero», come Palazzeschi: «quel classico numero di varietà in cui il mimo è per metà vestito da donna e per metà da uomo e, volteggiando rapidamente, riesce a ballare con se stesso». Gli spettrali Vestiti acefali di Giosetta paiono usciti da un bal masqué splendidamente mondano, ancorché funebre: danzano a una musica inudibile – ma di sicuro bellissima.

Giosetta Fioroni
My Story, La mia storia
Corraini (2013), pp. 304
€ 30,00

L’Argento, 1956-1976
a cura di Claire Gilman
Faïence, 1999-2013
a cura di Angelandreina Rorro
Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna
fino al 26 gennaio 2014

Il teatro della vita
a cura di Eva Bellini
Roma, Galleria La Nuvola
fino al 14 febbraio 2014

Guarda le opere di Giosetta Fioroni pubblicate sul n.25 di alfabeta2 (dicembre 2012)

 

Sessanta e non più Sessanta

Intervista ad Alberto Arbasino di Fausto Curi *

Tu hai fatto parte del Gruppo 63, ma ne sei stato sempre un po’ distaccato. Questo probabilmente ti consente oggi di esprimere sul Gruppo un giudizio più obbiettivo di quello che possono esprimere gli altri; tanto più che, oltre che un narratore e un cronista d’eccezione, tu sei un critico.

Va detto, in primo luogo, che il Gruppo 63 era costituito da una piattaforma generazionale anagraficamente piuttosto uniforme, dato che avevamo tutti la stessa età. Voglio dire che i diversi esponenti del gruppo – da Manganelli, a Sanguineti, a Balestrini, a Giuliani, a Guglielmi, Barilli... – erano giovani coetanei che a un certo punto si erano messi in testa – e a mio parere giustamente – di approfittare del boom economico (iniziato nel ’56 e destinato ben presto a estinguersi, ma ancora in corso in quei primi anni Sessanta) per rialzare il livello medio della letteratura. Questa era, secondo me, l’intento di fondo del Gruppo: sollevare il livello medio della letteratura...

Per capire quanto fosse necessario il Gruppo 63, basterebbe rileggere la tua intervista a Pasolini del 1963, nella quale tu e lui fate a gara nel denunciare lo squallore di quel momento letterario. Ma mentre tu hai saputo trarne delle conseguenze, Pasolini, a mio parere, non l’ha fatto...

Io ritengo invece che occorrerebbe modificare un po’ il giudizio su Pasolini. Pasolini, per lo più, è rimasto universalmente famoso per le opere cinematografiche, piuttosto che per le opere letterarie. Non penso tanto a quelle in prosa (come Ragazzi di vita e Una vita violenta..., libri che non sono un gran che, del resto): penso soprattutto alle opere poetiche – molto belle, a mio giudizio (in particolare Le ceneri di Gramsci, bellissime, ma intraducibili). Insomma: la sua fama, ormai universale, si deve quasi esclusivamente ai film – oltre che a quel fattore decisivo costituito dalla morte tragica, dal mito del «poeta assassinato». Pasolini andrebbe allora riconsiderato all’interno di un giudizio meno restrittivo, maggiormente sensibile ai diversi aspetti dell’attività artistica e intellettuale. Circa la situazione letteraria italiana dell’epoca, per esempio, io e Pasolini eravamo perfettamente d’accordo nel denunciarne lo squallore. E figuriamoci se dovessimo incontrarci nuovamente oggi, per dialogare sul livello più o meno squallido dell’attuale cultura italiana... Non se ne parlerebbe nemmeno...

Che cosa ti ha portato verso il Gruppo 63: semplice curiosità o un interesse più forte?

Di certo un interesse più forte: esisteva realmente, alla base del Gruppo 63, una notevolissima comunità di intenti, diretti al tentativo di rialzare i livelli squallidi della letteratura di allora. Ogni componente del Gruppo possedeva, per di più, una posizione economica sufficientemente stabile all’interno della cosiddetta «industria culturale»: non essendo, dunque, arpionati dal bisogno, non si era nemmeno disponibili allo scendere a compromessi con il mercato. Tradizionalmente, a ben vedere, la cultura italiana è una storia di compromessi e di necessità: basti pensare quanti compromessi l’artista italiano fosse indotto a compiere dalla ristrettezza economica, nell’epoca del fascismo; senza contare, poi, che fino alle soglie del XX secolo, la buona letteratura era rimasta appannaggio di una classe aristocratica colta, istruita (si pensi al contino Leopardi e al conte Manzoni...), anche se non abbiente come quella francese, comunque provvista di belle biblioteche, formata su letture scelte e circondata da una società che sapeva e poteva sostenerla.

Considerando il Gruppo come una collettività, e non come un insieme di individui, ci sono tuoi interessi e aspetti del tuo lavoro che puoi considerare affini o analoghi a quelli del Gruppo?

Certamente. La stessa possibilità di leggere. in quel breve giro d’anni, scrittori e intellettuali come Sanguineti, Manganelli, Balestrini, Eco e critici come Guglielmi, Giuliani, Curi..., era proprio offerta dal lavoro che ognuno di noi andava svolgendo ispirandosi al senso di appartenenza alla comunità di intenti di cui parlavo prima. Si trattava di momenti di vera e propria collettività. Stretti attorno a Luciano Anceschi e al «verri», ognuno, con la propria capacità e con i propri mezzi, si sforzava di migliorare qualità e livelli della cultura letteraria italiana dell’epoca.

Quali opere di autori del Gruppo 63, a parte le tue opere, ti sembrano essere state più efficaci nell’azione di rinnovamento?

Ritengo determinante, in primo luogo, il lavoro di critici come Guglielmi, Giuliani, Anceschi, Curi, da cui io stesso ho imparato moltissimo. Per quanto riguarda i lavori «creativi», scrittori come Manganelli, Sanguineti, Balestrini rivestono certamente un ruolo imprescindibile, all’interno di quell’azione di rinnovamento culturale. Ma decisivo considero il lavoro dei critici.

Nel 1963 esce la prima edizione di Fratelli d’Italia, in cui – tenendo anche conto dei radicali rifacimenti successivi – molti hanno riconosciuto il tuo capolavoro. Il 1963 è anche l’anno di fondazione del Gruppo 63: si tratta di una mera coincidenza, di una felice congiunzione astrale, o di qualcosa d’altro?

Di una felice congiunzione astrale, direi, oltre che di una coincidenza, dato che, per la verità, a scrivere un libro di tale mole avevo iniziato molti anni prima. L’idea era sempre stata quella di riprodurre in contemporanea il parlato che si usava allora. Si trattava del parlato di una conversazione colta, di un certo livello, come non credo che ne esistano più, oggi. In un certo senso, Fratelli d’Italia costituisce una testimonianza dell’epoca, in quanto in quegli anni le conversazioni colte erano caratterizzate nei modi rappresentati in quel libro. Ho sempre consigliato, del resto, di aprirne una pagina a caso: ci si trova – o, meglio: ci si trovava, una volta – nel vivo di una conversazione colta: di una di quelle conversazioni che si verificavano quotidianamente tra amici quando ancora non era diffusa la televisione, cui un nuovo interlocutore riusciva a partecipare senza eccessive difficoltà anche senza aver ascoltato le ore di dialogo che l’avevano, eventualmente preceduta.

Tu hai avuto la capacità di far parte del Gruppo 63 e al tempo stesso di mantenere contatti con scrittori che del Gruppo non facevano parte, come – poniamo – Pasolini, Parise e Testori. A che cosa attribuisci questo equilibrio?

Raggiungere, in una certa misura, quell’equilibrio era stato semplicissimo. Basterebbe recuperare quel mio saggio uscito sul «verri» nel ’60 in cui, riferendomi a coetanei quali Parise, Testori, Pasolini – e si potrebbe aggiungere anche Ottieri, in fondo –, purtroppo oggi scomparsi, sostenevo che fossero tutti quanti da considerarsi come «nipotini dell’ingegnere». Insieme infatti avevamo «inventato», in un certo senso, il culto di Carlo Emilio Gadda: non compreso dai suoi contemporanei, dopo una o addirittura due generazioni egli veniva finalmente capito, riuscendo a raggiungere il pubblico di entusiasti che noi giovani eravamo nel momento in cui si sentiva ormai stanco e sfiduciato, cioè poco fiducioso in merito ai risultati del proprio lavoro, in particolare circa quei destinatari che non era riuscito ad avere fino ad allora. Tra amici «gaddiani» (cosa che parecchi nel Gruppo 63 non erano affatto), dunque tra «nipotini dell’ingegnere», si poteva allora supporre che quando saremmo stati vecchi, accanto a un focolare, con castagne e vino, allora, sì, avremmo potuto finire per litigare; per il momento no, si rimandava la questione relativa alla diversa posizione di ognuno ad altro momento.

Negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, che sono gli anni del Gruppo 63, c’è stata una ricchezza di proposte culturali che poi in gran parte è venuta meno; basti pensare al Formalismo e allo Strutturalismo, e ad autori Šklovskij, Jakobson, Bachtin, Adorno, Benjamin, Lévi-Strauss, Barthes, Lacan, Foucault, Gadda, Contini, Longhi. Quali sono gli aspetti di quella cultura che ti sembra abbiano meglio sollecitato il tuo lavoro di narratore e di critico?

Li abbiamo nominati praticamente tutti... Il titolo dell’ultimo libro da me pubblicato, Pensieri selvaggi a Buenos Aires, deriva per esempio proprio da quello di La Pensée sauvage di Lévi-Strauss. Relativamente a Longhi, egli si divertiva moltissimo a parlare in quel suo modo, nelle situazioni più comuni, a colazione o nei momenti di relax... Io l’ho frequentato molto, collaborando a «Paragone» con Anna Banti; e frequentandolo, assimilavo da lui una tale quantità di informazioni e di novità che da altri imparavo, invece, attraverso la lettura. Ho incontrato solo una volta Šklovskij; una volta soltanto anche Adorno, con cui ricordo di aver parlato a lungo. Si trattava, nella maggioranza dei miei incontri con questi grandi, di interviste, di dialoghi su argomenti di interesse comune. Ero invece abbastanza amico di Barthes, tanto è vero che l’ho invitato nel 1967, ospite del Comunale di Bologna, quando preparavo la famosa, famigerata Carmen: le scene erano di Vittorio Gregotti e i costumi di Giosetta Fioroni, sì che Barthes si trovò in una compagnia d’eccezione – di certo la migliore in Italia dell’epoca...

Tu giustamente, secondo me, sembri pensare che mettere a confronto il buon lavoro fatto in quegli anni con la miseria successiva e attuale non sia indizio di nostalgia...

In verità, l’osservare il culto di una certa tradizione non mi sembra aver mai comportato un «indizio di nostalgia». Il culto della tradizione «migliore» c’è sempre stato; certo si prova molta nostalgia se si paragonano le diverse epoche culturali. La dimensione culturale e umana dei personaggi che ricordavi tu poco fa, era «normale», in quella data epoca storica. Eppure, quegli stessi intellettuali paiono oggi dei giganti. Si pensi, per esempio, all’odierna situazione editoriale, basata semplicemente su direttori e consulenti che suggeriscono addirittura agli autori come modificare e sistemare i testi per renderli più vendibili! Io non ho mai avuto, nemmeno nei miei primi anni di attività, in cui editor erano Calvino e Bassani, qualcuno che mi chiedesse di modificare qualcosa di un mio testo, scegliendo, magari, il sinonimo di un dato termine. Se si fanno paragoni tra quegli anni e questi che stiamo vivendo, per forza nascono delle nostalgie. Se si fanno paragoni, per forza scatta una... «nostalgia da paragone»!

Bologna, 1 luglio 2013

Intervista pubblicata su alfa63, lo speciale in edicola e in libreria nei prossimi giorni insieme al numero 33 di alfabeta2

*da Fausto Curi, L’Isola del Nuovo. Cinquant’anni da Palermo e dal Gruppo 63. Interviste, riflessioni, giudizi, di prossima pubblicazione presso Mucchi

alfadomenica maggio #5

A. SIMONE su P. BOURDIEU – A. CORTELLESSA e A. BOATTO su G. FIORONI – RIFIUTO DEL LAVORO – COORDINATE – SEMAFORO **

IL MONDO SECONDO BOURDIEU
Anna Simone

Nel 1993, quando uscì la prima edizione francese de La Misère du monde di Pierre Bourdieu e della sua cospicua equipe di ricerca composta, tra gli altri, da sociologi del calibro di Sayad e Wacquant, l’accoglienza fu funestata da un'acredine critico simile a quello riservato anni prima, nel 1972, a Michel Foucault e alla sua straordinaria Storia della follia.
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GIOSETTA FIORONI E IL MONDO DI BATAILLE
Andrea Cortellessa

È in corso sino al 12 giugno, alla galleria Diagonale di Roma, una mostra alquanto singolare di Giosetta Fioroni, dedicata a Georges Bataille (da lei conosciuto a Parigi nel ’57, presentatole da Giancarlo Marmori – come rievoca l’artista, in catalogo, dialogando con Elettra Bottazzi) e alla rivista «Acéphale», da lui animata (insieme a Pierre Klossowski e André Masson) dal 1936 al 1939. Tempi agitati, e piuttosto fuori di testa appunto (o forse, adorno-horkheimerianamente, sin troppo assennati…).
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L'ANATOMIA ACEFALA DEL MODERNO
Alberto Boatto

Con una testa decapitata, quella regale di Luigi XVI, si inaugura l’anatomia acefala del moderno. Il suo sferico rotolare, dall’altezza dei montanti della ghigliottina da dove è caduta, non ha conosciuto soste lungo gli ultimi due secoli. Finché, di balzo in balzo, ha finito per arrestarsi provvisoriamente ai nostri piedi. Succede di essere afferrati con strana singolarità da opposte reazioni: a volte siamo tentati di allungare la mano per sollevarla pietosamente da terra; a volte di sferrarle un calcio per allontanarla in maniera spiccia da noi.
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SUL RIFIUTO DEL LAVORO
Intervista di Jacopo Galimberti a Stefano Taccone

Il mio approccio allo studio dei fenomeni artistici ha molto a che vedere con tali questioni, così come con tali questioni hanno molto a che vedere le avanguardie storiche. In esse affonda le radici - tra l’altro - l’ “ala creativa” dell’Autonomia e quello che resta forse il suo più compiuto ed emblematico esperimento, Radio Alice. Non è un caso del resto che la tendenza alla quale mi sono avvicinato e che maggiormente conosco sia quella identificabile con l’Internazionale Situazionista e con le sue rispettive eresie, che peraltro presenta non pochi punti di tangenza con l’Autonomia, a cominciare proprio dal rifiuto del lavoro. 
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COORDINATE DALL'AMERICA LATINA 
Francesca Lazzarato

In America Latina almeno quattro milioni di persone vivono letteralmente di spazzatura: che siano cartoneros o cirujasargentini, pepenadores messicani, catadores brasiliani, questi “riciclatori informali” perlustrano le strade o esplorano le discariche a cielo aperto in cerca di tutto ciò che può essere recuperato, riutilizzato e venduto.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

Esperimenti - Geroglifici - Orangutan
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Giosetta Fioroni e il mondo di Bataille

Andrea Cortellessa

È in corso sino al 12 giugno, alla galleria Diagonale di Roma, una mostra alquanto singolare di Giosetta Fioroni, dedicata a Georges Bataille (da lei conosciuto a Parigi nel ’57, presentatole da Giancarlo Marmori – come rievoca l’artista, in catalogo, dialogando con Elettra Bottazzi) e alla rivista «Acéphale», da lui animata (insieme a Pierre Klossowski e André Masson) dal 1936 al 1939. Tempi agitati, e piuttosto fuori di testa appunto (o forse, adorno-horkheimerianamente, sin troppo assennati…).

Singolare, si diceva, per l’emergere a giorno di quello che abbiamo definito The dark side di quest’artista troppo spesso rinchiusa, invece, in uno stereotipo spensierato e caramelloso; e che invece negli ultimi anni (con le inquietanti mostre-performances al fianco di Marco Delogu e con la personale L’argento, andata in scena al Drawing Center di New York e alla GNAM di Roma due anni fa) è andata esplorando un versante di sé tutt’altrove indirizzato.

Fioroni Giosetta, Georges Bataille, Parigi 1958, 1990  (352x500)

Sintomatico che, nel farlo, abbia voluto convocare – nelle pagine, sinora inedite, contenute nel catalogo prodotto per l’occasione dalla Diagonale, che ringraziamo per il permesso accordatoci a riprodurle qui – il complice per eccellenza di questa sua piega perturbante, Alberto Boatto. Che nel testo che qui riproduciamo (proveniente da un archivio ancora tutto da esplorare) si ricollega al repertorio «celibe» e crudelista dei suoi capolavori anni Settanta (penso prima di tutto a Cerimoniale di messa a morte interrotta, Cooperativa Scrittori 1977, senza dimenticare però il catalogo-saggio Ghenos Eros Thanatos, del 1974, nel quale appariva – a chiudere il cerchio – la Fioroni più unheimliche possibile, quella di Incidenti mortali durante attività autoerotiche) altresì anticipando, però, temi e figure di quelli dei decenni seguenti (Lo sguardo dal di fuori, Cappelli 1981 e Castelvecchi 2013; Della ghigliottina considerata una macchina celibe, Politi 1988 e Scheiwiller 2008; Della guerra e dell’aria, Costa & Nolan 1992). Oltre ai disegni, ai collages e al libro a mano da lei dedicati a Bataille e ad «Acéphale» sin dal 1983, Fioroni espone in questa mostra una galleria di ritratti di scrittori e artisti (da Osip Mandel’štam a Franco Scataglini passando per Stanley Kubrick – o per una lancinante fotografia rubata a Cy Twombly a Micene…) da lei convocati in una nuova «conjuration sacrée».

Giosetta Fioroni, Alberto Boatto nel 1970

Piace perciò unire al nostro dossier un suo disegno che ritrae proprio il giovane Alberto Boatto (il cui profilo nel 1970 prefigurava incredibilmente la maschera à la Guy Fawkes del fumetto di Alan Moore e David Lloyd, V is for Vengeance: ben prima, dunque, degli anni Ottanta in cui il fumetto verrà pubblicato, per non parlare degli anni più recenti – in cui è assurto a simbolo di una generazione di nuovi «congiurati»…): non si trova nel catalogo batailleano ma in un’altra pubblicazione fresca di stampa: Giosetta Fioroni-Grata di linguaggi, a cura di Cristina Fiore e Andrea Penzo, Edizioni Inaudite 2015.