Il giornalismo culturale

Federico Capitoni

La difficoltà di fare un quadro completo ed esatto dello stato esistenziale del giornalismo culturale è dovuta principalmente allo sfuggente concetto di cultura. Su cosa sia la cultura - e cosa, quindi, sia cultura - hanno, almeno una volta, tentato di esprimersi tutti.

Ovviamente, per quanto riguarda ciò che normalmente attribuiremmo alla competenza del giornalismo culturale, ci dobbiamo far guidare qui dal senso comune, quello cioè che ci suggerisce di assegnarvi letteratura, musica, arte figurativa, teatro, cinema, scienza ecc., e non lo sport, la politica, la cronaca, l’economia. La posizione “aperta” di chi considera tutto “cultura” permetterebbe forse di riformulare interamente l’assetto delle pagine dei giornali, ma non di analizzarli come sono attualmente e cioè con le sezioni culturali ben distinte dal resto (quando non costituenti un allegato a parte).

Il pregio del libro Il giornalismo culturale di Giorgio Zanchini (pubblicato da Carocci in una nuova edizione aggiornata, a quattro anni dalla prima) è quello di sintetizzare una storia della cultura nei giornali (nascita e scomparsa della Terza Pagina, l’elzeviro, l’influenza dei direttori) e cercare di fare una fotografia dello stato attuale delle cose, includendo la radio, la Tv e la rete, in un’analisi – ricca anche di dati economici – dedicata per lo più ai quotidiani.

È quello che invece manca al testo – non per colpa dell’autore, ma perché non era nello scopo del libro – che fornisce qui l’occasione per alcuni spunti di riflessione. Esistono diversi nodi critici i quali costituiscono la problematica generale che rende mal gestita la cultura nei giornali. L’origine della questione è quella già accennata: l’idea frammentata di cultura, inevitabilmente legata – e qui emerge il paradosso circolare – alla cultura stessa di chi il giornale lo dirige.

L’equivoco. Per prima cosa non è da sottovalutare la suddivisione ulteriore che nella cultura si fa a seconda degli argomenti. Numerosi sono i quotidiani che dividono la Cultura dagli Spettacoli, tradendo così alcune discipline artistiche – che all’idea comune di cultura abbiamo già ritenuto debbano appartenere - quali il teatro, la musica, la danza, il cinema, che vengono “abbassate” al livello di intrattenimento. I fraintendimenti qui sono di due tipi. Il primo scaturisce da un banale luogo comune: che la cultura faccia rima con libro, e certi inserti culturali dai nomi significativi - Tuttolibri per la Stampa, La Lettura per il Corriere… - lo dimostrano. L’altro è generato dall’assurdo concettuale della separazione: in pratica, esclusi gli spettacoli, nelle pagine culturali vanno letteratura e arte figurativa; cioè prodotti intellettuali immobili. Ecco allora l’incomprensibile esito: se viene ritrovato un testo teatrale di Goldoni o di Shakespeare, la notizia viene inserita in Cultura; ma se il suddetto testo viene rappresentato, lo ritroviamo negli Spettacoli.. Non appena la cultura inizia a muoversi, diventa spettacolo: il moto stabilisce la pagina di collocazione… Curioso, quantomeno.

Assenza di pensiero. Altra considerazione da fare è di tipo qualitativo. Non parliamo qui della libera selezione che ogni redazione opera su ciò che ritiene debba essere comunicato, ma di una scelta estetica e – appunto - culturale che invece possiamo dire accomuna ormai tutti i giornali: la presentazione in luogo della recensione. Sebbene colpisca soprattutto la musica e il teatro (i libri subiscono meno questo atteggiamento), è generalizzato ormai lo svuotamento del significato di critica. I direttori, che evidentemente non capiscono quale sia il ruolo della critica – usano la formula dell’appuntamento, secondo il motto: “inutile parlare di un evento già svolto se non possiamo invitare lo spettatore a fruirne”. Questo ragionamento non dovrebbe necessitare, al cospetto di un lettore cosciente del compito della critica, di alcun commento.

Ghettizzazione. La striminzita pagina culturale del Fatto Quotidiano si chiama Secondo Tempo, nome che dà perfettamente l’idea di quale considerazione la cultura abbia nel quotidiano. La maggior parte dei direttori ritengono la cultura, nel giornale, una faccenda abbastanza marginale, secondaria appunto. Incomprensibilmente la Repubblica si è inventata R2 (che, al contrario di quanto dice Zanchini, non è un inserto particolare, bensì semplicemente il nuovo titolo alle sezioni di cultura, inchieste, spettacoli e sport, che esistevano anche prima all’interno del giornale) soltanto perché voleva tenere ben distinte le notizie considerate importanti (cronaca, politica, economia, esteri) dal resto, alimentando così tra l’altro il complesso di superiorità dei giornalisti che si occupano di cose “serie” (secondo l’adagio che si è più importanti quanto più si è a rischio di querele o di incolumità fisica). Sezioni speciali e inserti, contribuiscono all’idea che la cultura sia una cosa in più, un passatempo. E spesso escono la domenica, quando appunto non si lavora.

Gli aspetti su cui dibattere, e dai quali dovrebbe nascere eventualmente un altro libro più approfondito, sono ben di più. C’è per esempio l’annoso capitolo della scienza incomprensibilmente bistrattata dagli organi di informazione. E soprattutto c’è quello attualissimo di internet, che richiede davvero una riflessione a parte e da fare in fretta, prima che il giornalismo culturale, oltre i problemi di definizione legati alla parola “cultura”, si trovi a fronteggiare pure la crisi di identità che internet stesso procura alla professione giornalistica in generale.

Giorgio Zanchini
Il giornalismo culturale
Carocci (2013), pp.160
€ 11,00

The Italian New York Times

G.B. Zorzoli

Alla morte di Margherita Hack il Corriere della Sera del 30 giugno ha dedicato due pagine intere. Per riempirle, ha messo in campo quattro sue firme di un certo peso. Articoli ricolmi di simpatia, a tratti di affetto, nei confronti della Grande Scomparsa.

Di ciò che rappresenta il sale dell’informazione di intrattenimento, non si è trascurato nulla. L’ultima bacio col compagno di una vita, l’altrettanto costante amore per gli animali, la sua incrollabile scelta vegetariana, e via elencando.

Un inciso di due righe in uno degli articoli informa che era “paladina dei diritti civili, delle coppie omosessuali, dell’eutanasia” e, sempre en passant, un altro pezzo riporta una sua dichiarazione a favore dell’eutanasia, ma in due intere pagine non si trova lo spazio per specificare quali siano stati gli impegni concreti della scienziata, iscritta all’associazione “Luca Coscioni”, protagonista nella battaglia referendaria per l’abrogazione della legge 40/2004 sulla fecondazione assistita, fra i promotori dell’appello per la ricerca sulle staminali embrionali, attivamente partecipe alla campagna per la legalizzazione dell’eutanasia, solo per citare quelli più recenti.

Omissioni che sono addirittura veniali rispetto al silenzio tombale sul suo impegno politico, prima a fianco del partito comunista, successivamente delle formazioni politiche nate alla sinistra del PDS e poi del PD. Impegno non semplicemente collaterale, vista la scelta di candidarsi nel 2005 con il partito dei comunisti italiani alle elezioni regionali della Lombardia e nel 2010 con la federazione della sinistra per quelle del Lazio; entrambe le volte eletta, salvo rinunciare a favore di persone più giovani e disponibili a tempo pieno. Con lo stesso schieramento si era candidata alle elezioni europee del 2009.

Un incidente di percorso? Sarebbe il secondo, visto che il 5 giugno scorso, per ricordare la giornata mondiale dell’ambiente, il Corriere pubblica un articolo di Danilo Taino, che già dal titolo dice tutto: “Sos Terra: dal fallimento del solare al clima che cambia - Le soluzioni migliori per l'ambiente stanno nella crescita economica”.

A completare il quadro, l’articolo riporta soltanto le opinioni di due ambientalisti pentiti: Chicco Testa che, dopo esser stato presidente di Legambiente, ha guidato un’associazione per il ritorno del nucleare in Italia, attualmente è presidente dell’associazione degli industriali elettrici e in questa veste ha pubblicato un libello contro il fotovoltaico; Bjørn Lomborg, il quale racconta al giornalista del Corriere che l’aumento della temperatura della Terra avrà un impatto negativo sulla vita e sulle economie, ma solo nel lungo periodo, mentre sul breve un grado medio in più avrà probabilmente effetti benefici, almeno in alcune aree del mondo.

Ma – e qui arriviamo al terzo incidente di precorso – il quotidiano che ambisce a essere il New York Times italiano, non si limita a sentire soltanto una campana, ignorando le analisi e le conclusioni di segno opposto sugli effetti del cambiamento climatico e sul ruolo delle fonti rinnovabili nel contrastarlo. Non pubblica la lettera inviata al suo direttore da parte dei responsabili delle tre principali associazioni che rappresentano la grande maggioranza delle imprese attive nell’efficienza energetica e nelle fonti rinnovabili; una lettera garbata, in cui si citano alcune delle informazioni che sarebbero state necessarie per consentire ai lettori di farsi un’opinione non falsata in partenza.

Poiché secondo Poirot tre coincidenze assomigliano a una prova, paradossalmente dobbiamo augurarci che la maggiore presenza della Fiat nell’azionariato del Corriere lo renda più simile alla Stampa.

 

No signal

Vassilis Vassilikos

Caduta come un fulmine a ciel sereno, la chiusura della radio-televisione pubblica ERT, del sito Internet e dei canali satellitari, non è altro che un colpo di stato mediatico, il primo a livello mondiale. Neanche la giunta militare arrivata al potere con i carri armati il 21 aprile 1967 aveva decretato la chiusura della radio pubblica (all’epoca non c’erano radio private né una stazione televisiva). Si era limitata a trasmettere marce militari e i proclami deliranti dei colonnelli.

Quello che voglio dire è che la “chiusura”, il “lucchetto”, la “cancellazione”, l’apparizione del “no signal” nel piccolo schermo, dal punto di vista semantico segna un ritorno alla barbarie. Parafrasando il “socialismo o barbarie” di Cornelius Castoriadis, di fronte al dilemma “capitalismo o barbarie” il signor Presidente del Consiglio Antonis Samaras ha optato senza dubbio per la seconda.

Avendo ricoperto l’incarico di vice direttore generale dell’ERT negli anni 1981- 1984, conosco bene il ruolo svolto dalla Tv per quanto riguarda i problemi di difesa del paese, ma soprattutto per quel che riguarda i greci della diaspora, che sono di numero pari ai residenti nel paese: circa undici milioni di ellenofoni che risiedono oltre le frontiere del paese, sparsi nei cinque continenti. Tutti costoro sono rimasti all’improvviso orfani, privati dell’unico legame ombelicale che li teneva in contatto con la madre patria.

La televisione privata ha fatto la sua apparizione nel 1990 in maniera arbitraria e sregolata, e il suo status rimane invariato fino a oggi. I suoi programmi si caratterizzano per populismo e volgarità e i suoi tg sono asserviti agli interessi dell’editore. Questo ha fatto in modo che i telespettatori si spostassero in massa verso la televisione pubblica, specialmente negli ultimi anni, come assetati nel cuore del Sahara in cerca di un’oasi di qualità dove abbeversarsi. Ovviamente, i pubblicitari hanno sistematicamente manipolato le loro misurazioni dell'audience e non hanno mai assegnato alla ERT gli indici di ascolto dei suoi tre canali sul digitale terrestre, più uno satellitare, più sei programmi radiofonici con copertura nazionale.

Anche in questo caso, come durante la primavera araba e ora in Turchia, Internet ha funzionato come provvisoria valvola di sfogo per i gas tossici del golpe mediatico. Inoltre, due canali televisivi, uno della Sinistra Radicale SYRIZA e un altro più piccolo, hanno continuato a trasmettere i programmi con le interviste e i dibattiti con coloro che facevano visita ai coraggiosi giornalisti dell’occupazione, in studios provvisori dentro la sede centrale dell’ERT, mentre migliaia di cittadini li proteggevano da una probabile invasione dei celerini. I quali, alla fine, non hanno osato enrare in azione ad Atene, mentre hanno sgomberato con le maniere forti la sede del canale pubblico regionale ET3 a Salonicco.

Un sondaggio effettuato durante i giorni dell’occupazione dell’ERT ha mostrato che il 70% degli intervistati, in ogni angolo del paese, si è espresso contro la chiusura della televisione pubblica. I cittadini hanno mandato un messaggio chiaro al premier che ha preso la decisione di chiuderla in maniera unilaterale, tenendo all’oscuro gli altri due partiti che partecipano alla coalizione di governo, i socialisti del PASOK e la Sinistra Democratica.

La verità è che non avevamo fatto in tempo a digerire pienamente la notizia di aver evitato il grexit che ci è capitata tra capo e collo il “no signal” delle frequenze della TV pubblica. Avevamo aperto con tanto ottimismo le porte dell’estate ai circa 17 milioni di turisti previsti, e di colpo ci siamo trasformati in un paese antieuropeo agli occhi di tutto il mondo.

È stato un errore imperdonabile. E insistere nell’errore, come il partito di centrodestra ha continuato fare nelle settimane seguenti, è ancora più imperdonabile. Certo l’ERT non era un’impresa perfetta. Dominavano le cordate sotterranee, le clientele, le raccomandazioni, il sistema di governo tipico del periodo in cui, per quattro decenni, si alternavano al governo i socialisti del PASOK e i conservatori di Nuova Democrazia.

Ci fu un tentativo di risanamento durante il governo di George Papandreou, ma si scontrò in Parlamento con l’allora opposizione di Nuova Democrazia di Samaras. Quello stesso Samaras che ora ripropone praticamente lo stesso piano di risanamento, ma compresso nell’arco di tre mesi. Con alcune modifiche sostanziali: coloro che saranno riassunti dovranno avere un dottorato di ricerca e passeranno al vaglio dell’organismo per i concorsi pubblici ASEP.

Ma i giornalisti, i producers, i registi e tutti coloro che in qualche modo lavorano nel mondo dell’informazione e dello spettacolo, non devono avere per forza titoli accademici di alto livello. Forse i capi dei servizi tecnici, ma certo non gli operai, i cameraman, i fonici. In conclusione, tutto appare per il momento confuso. L’unica cosa inammissibile è l'oscuramento delle frequenze, il buio pesto della cultura e dell’informazione pubblica.

 

Negro, nero, di colore o magari abbronzato

Anna Scacchi

Durante le primarie del partito democratico nel 2007-2008, e poi nel corso della campagna che ha portato all’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti, i media italiani hanno evitato di parlare di razza come un fatto che riguarda il nostro paese nel profondo, e non solo nelle manifestazioni violente del razzismo, spostando lo sguardo sulla questione razziale americana. Il presupposto di innocenza degli italiani, fondato come sottolinea Laura Ricci [in La lingua dell’impero] sul mito di un imperialismo bonario diffuso dalla letteratura coloniale già dalla fine dell’Ottocento e sull’amnesia, si è spesso manifestato come giustificazione della nostra ignoranza linguistica e della noncuranza con cui parliamo e accettiamo che si parli dei cosiddetti ‘altri’.

Poiché non abbiamo mai avuto un problema razziale, in altre parole, possiamo permetterci di parlare di razza con la leggerezza che non è consentita in altri paesi, dove invece c’è una storia di schiavitù, segregazione e imperialismo. Essendo ignari della questione razziale, presentata al tempo stesso come un fatto proprio degli Stati Uniti e in ogni caso superato dall’elezione del primo presidente nero, che certificava l’avvento dell’America post-razziale, la nostra mancanza di un vocabolario per parlare di razza era giustificata. E comunque il linguaggio non era così rilevante e ciò che importava veramente erano le intenzioni e il contesto.

Abbondavano incertezze, ipercorrettismi, uso di termini offensivi o paternalistici e soprattutto confronti errati e cattive traduzioni. Ne è un esempio la copertina del Venerdì di Repubblica dove il titolo “Piccoli Obama crescono? Nelle classi dove gli alunni sono già tutti stranieri” era accompagnato dalla foto di un gruppo di alunni delle elementari, i cui diversi fenotipi dovevano simboleggiare la ‘non italianità’. A parte una certa ambivalenza nella presentazione della questione – oscillante tra la celebrazione di un multiculturalismo indice di modernità e l’allarme per le difficoltà poste dalla presenza di alunni ‘stranieri’, che si supponevano non italofoni, in un momento in cui la Lega Nord aveva fatto approvare una mozione sulle classi ponte definita eufemisticamente “una sciocchezza” da Tullio De Mauro (cit. in Bontempelli) – il richiamo a Obama era del tutto errato in quanto stabiliva un’equazione sbagliata tra il sistema di cittadinanza americano e quello italiano.

Un altro esempio è la puntata di Porta a Porta della notte dell’elezione, intitolata dapprima “Un nero alla Casa Bianca?” e poi corretta in “afroamericano” dopo le rimostranze di alcuni dei presenti. Rimostranze rivolte alla parola “nero”, ritenuta non corretta, non a un gioco di parole di dubbio gusto. D’altra parte Obama sembrava aver scatenato nei giornali italiani la voglia di giocare con la lingua e con il colore della pelle, producendo lo “Strano ma nero” di Libero, e anche “L’uomo nero” del Riformista e del manifesto, “L’America cambia pelle” della Repubblica, ripetuto in molti giornali e siti internet, e “Indovina chi viene a cena?”, ancora del manifesto. […]

Ci si trovava dunque, dal momento che il colore della pelle era emerso come il segno più radicale della novità della vittoria di Obama, a dover parlare di razza con un lessico infiltrato di razzismo, ma paradossalmente per sostenerne l’obsolescenza. E tutto questo, ancor più paradossalmente, avveniva in un periodo in cui il governo stava adottando provvedimenti legislativi che hanno fatto censurare come razzista il comportamento dell’Italia dall’Agenzia per il lavoro dell’ONU e dal Consiglio d’Europa. Ma è proprio vero che manchiamo di un vocabolario razziale? O, piuttosto, tale mancanza è una finzione derivante dal mito dell’innocenza? In realtà, come dimostrano nomi per designare il caffè macchiato diffusi in tutta Italia, come ‘marocchino’ o ‘moretto’, e le espressioni usate da vari esponenti della Lega Nord per riferirsi agli immigrati africani, quali ‘baluba’, ‘bingo-bongo’, ‘beduino’, ‘ottentotto’ o ‘zulù’, un modo per parlare di razza ce l’abbiamo.

Sopravvive nell’uso quotidiano un vocabolario che è il lascito di quell’italiano “dell’impero” analizzato da Laura Ricci, con cui, attraverso la letteratura di viaggio e la propaganda, si è costruito nell’immaginario collettivo un mondo coloniale esotico, ipersessualizzato e primitivo, vero paradiso dei sensi contrapposto alla superiorità razziale, morale e culturale degli italiani. […] La naturalizzazione degli stereotipi di rappresentazione dei neri è talmente profonda da risultare invisibile anche a molti progressisti che non hanno alcun dubbio riguardo al proprio antirazzismo. Diventa dunque possibile, in Italia, che si neghi recisamente il contenuto razziale di testi che in altri contesti nazionali sarebbero giudicati palesemente razzisti.

Anticipiamo un brano tratto dal libro Parlare di razza. La lingua del colore tra Italia e Stati Uniti, a cura di Tatiana Petrovich Njegosh e Anna Scacchi, in uscita in questi giorni per ombre corte

Dai nostri inviati a Tassimodas

Augusto Illuminati

Mentre l’ennesima tragedia si abbatteva su una generazione sfortunata, la farsa andava in scena nel grande reality nazionale. Copiando sfacciatamente la Caterina Guzzanti inviata sul luogo del delitto a Tassimodas, si è esibito a Brindisi il meglio della stampa, Tv, magistratura e ceto politico italiano (con un filo di maggior riservatezza riconoscibile alle due ministre competenti), non senza evidenti danni alle investigazioni e rischi di incitamento al linciaggio. All’inizio, e sull’onda dello choc, il corale incitamento all’unità nazionale e alla concordia degli animi: Quirinale, vescovo, Papa, Bersani, Casini, Berlusconi (!), tutti preoccupati del conflitto sociale, della violenza e soprattutto di elezioni anticipate. Ci hanno risparmiato - mi sembra - solo Capezzone e la Santanchè.

Poi l’altrettanto corale evocazione della mafia, via via frammentata in specificazioni capziose: non la Sacra Corona Unita, che non ha interesse a esporsi così a casa propria (Mesagne, da cui provenivano le vittime, è un suo feudo storico), piuttosto la mafia siciliana, ma troppo fuori casa e fuori tempo, magari una scheggia impazzita (adesso ci sono i mafiosi «informali» dopo gli anarchici e i servizi deviati), e alla fine a sostenere la tesi ci sono rimasti solo i mafiologhi storici e l’inevitabile Saviano. Il tutto condito con un’insopportabile retorica sulla legalità, in una paese dove il responsabile operativo e il suggeritore politico di Genova 2001 (Diaz e Bolzaneto, per non dimenticare), De Gennaro e Fini, sono, rispettivamente, sottosegretario alla sicurezza di freschissima nomina e presidente di lungo corso della Camera. Legalità e continuità.

Nel frattempo Veltroni ha sostenuto la plausibilità del delitto passionale, l’illuminato Mentana ha sostenuto, senza scoppiare a ridere, la tesi del complotto islamico per punire le femmine scostumate di una scuola intitolata a una femmina (immaginiamo i barbuti qaedisti cercare Brindisi su Google Earth dal fondo di una vallata afghana o in un villaggio maghrebino), PS, CC e GdF hanno passato al setaccio le liste di sbarco dei traghetti per individuare un anarchico greco, mentre per fortuna o distrazione ci è stato risparmiato quello no-Tav. Alla fine è prevalsa l’indicazione pluriversa del folle isolato, del sociopatico che odia il mondo e ghigna impugnando il telecomando e il procuratore locale, per fare uno sgarbo a quello distrettuale anti-mafia, ha lasciato esfiltrare il video relativo (altrimenti chi l’ha dato alla Tv, lo Spirito Santo?). Addosso al disabile, taciturno, con compagna romena e figlioletta poppante (ma non era sociopatico?), capace malgrado la zoppia e un solo braccio buono di trascinare le bombole e organizzare il tutto senza aiuto. Inquinamento delle prove, parole, parole e prevedibile buco nell’acqua, come da rituale dichiarazione post-rilascio del sospettato: nessuna pista va esclusa.

Mettendo da parte il lutto e la vergogna, una considerazione oggettiva. Il terrorismo intimidatorio ha una lunga tradizione in Italia e il momento si presta a meraviglia. La sua efficacia è però oggi minore che negli anni ’70 e nel 1992-1993, proprio perché subito degradato in reality. Le note inesorabili con cui a mezzanotte si annunciava la fine delle trasmissioni dell’unico canale Tv in bianco e nero annullavano il golpe del geniale Vogliamo i colonnelli monicelliano, il golpe e autogolpe fordista. Oggi, in epoca postfordista di Facebook e Tv interattiva, la proliferazione dei commenti disperde il terrore e i riflessi d’ordine in un interminabile chiacchiericcio. Il golpe lo fa la grande finanza, non i militari. Berlusconi è stato rimosso dalla Bce non dai carabinieri, come qualche improvvido aveva auspicato. Resta da sperare che una generazione martoriata dalla precarietà, dalla disoccupazione e ora anche dalle bombe faccia saltare, prima o poi, questo gioco immondo, come la speculazione finanziaria sta facendo saltare l’economia.

Storia della colonna di destra. Un’analisi di www.repubblica.it

Giorgio Vasta

La Repubblica.it è un animale con due colonne vertebrali.

La prima, quella che scorre leggermente scoliotica sul lato sinistro dello schermo, si propone come logica, consequenziale e gerarchica. Il mondo e l’Italia prendono forma in una spina dorsale di eventi che procede dall’alto verso il basso in un preciso ordine di gravità e di urgenza. A destra, più regolare nella grafica – un’infilata a piombo di francobolli che ospitano un’immagine – ma priva all’apparenza di un’organizzazione gerarchica evidente, c’è la seconda colonna vertebrale: lo stupidario, la bizzarria, il fatto senza la notizia, lo svuotamento del contesto, il geroglifico ironico-delirante.

Ogni francobollo fa accedere a un breve filmato o a una sequenza fotografica. A dominare è il sensazionalismo: tra i partecipanti alla maratona di New York c’era anche Edison Pena, uno dei minatori cileni rimasti intrappolati nella cava di San Josè; Baby Rasta si calma solo con il reggae; nel Regno Unito la regina Elisabetta è su facebook; Lory Del Santo ha dichiarato: «Mi piacerebbe diventare la first lady di Berlusconi». Leggi tutto "Storia della colonna di destra. Un’analisi di www.repubblica.it"

Made in China

Simone Pieranni

Avvengono miracoli. Se siamo disposti a chiamare miracoli quegli spasmodici trucchi di radianza, scriveva Sylvia Plath.

Nel nuovo universo web di Wired c'è spazio anche per la Cina, nel blog Made in China (http://daily.wired.it/blog/made_in_china), un'avventura editoriale che sviluppa un tentativo di dare seguito a quei piccoli trucchi di radianza cinese, per scovare quell'avanzamento civile di un paese spesso presente nelle cronache solo in negativo.
Con licenza Creative Commons, particolare decisamente importante nel panorama dell'informazione italiana, cercheremo di raccontare storie cinesi, con un occhio al web, alla tecnologia, all'ambiente, cercando di scrutare laddove è possibile segnali particolari, inusuali, coperti spesso da un'informazione a senso unico, in bianco e nero sul gigante asiatico. Naturalmente non si negheranno attenzioni alle ottusità del sistema cinese, ma proveremo ad andare oltre, cercando di dare una visuale, parziale data la grandezza del paese e la variegata possibilità di opinioni al riguardo, di quanto vediamo e osserviamo, captiamo e troviamo.

"Se uno ha il coraggio di farelo come vuole, fare giornalismo ha ancora senso. Oggi siamo ingozzati di notizie, ma tornerà a mancare la partecipazione di uno che va per conto suo portando i suoi occhi, ma guardando per te, delle realtà lontane. Oggi si ha l'impressione di capire tutto, perché c'è la televisione. Bisogna avere il coraggio di rinunciare a fare carriera nel senso classico, per fare un lavoro genuino di scoperta ed esplorazione. Rinunciando alla pretesa di essere obiettivo: non si è mai obiettivi." (Tiziano Terzani)