La vestale e la globalizzazione

Giorgio Mascitelli

Uno dei tratti che rendono obiettivamente diversa l’Alternativ für Deutschland, nonostante le sue evidenti tendenze nostalgiche, da molti partiti di estrema destra che stanno furoreggiando in Europa è l’assenza di un leader fondatore forte, attorno al cui carisma creare e sviluppare il partito (e magari talvolta da giubilare in un secondo momento) come nel caso di Kaczynski, Haider, Le Pen o Bossi. E’ probabile che il motivo di tale peculiarità risieda nelle origini politiche di questo partito che sono da rintracciare nel nazionalismo economico ( la difesa del successo tedesco contro i pigri piigs) e nell’euroscetticismo. Le componenti più apertamente reazionarie come la xenofobia, il razzismo e la difesa della famiglia tradizionale, si sono sviluppate in un secondo momento, verosimilmente perché innanzi tutto sul piano specifico del nazionalismo economico il partito incontra la concorrenza elettorale dei liberali ( FDP); in secondo luogo perché, quando i valori ideologici della competitività e del successo acquisiscono come in Germania un carattere comunitario e non individuale, per cui i primati economici sono un segno della benevolenza divina e un doveroso risarcimento della storia alla nazione, per dirla con il Foucault del corso sulla biopolitica, tali valori sviluppano immediatamente un carattere mitologico, che per diffondersi ed essere compreso presso i ceti meno abbienti e più deboli culturalmente e socialmente deve per forza tradursi nel più semplice e immediato codice della xenofobia. In questo senso si potrebbe arrivare a dire che la fondatrice del partito Frauke Petry, dimissionaria dallo stesso dopo le elezioni, in quanto divenuto a suo dire un ricettacolo di estremisti e di vecchi arnesi che impedirebbero la nascita di una moderna formazione conservatrice, non capisce le intime necessità di crescita della sua creatura, come talvolta capita alle madri.

E’ interessante che la nuova leader Alice Weidel, che ha preso il posto di Petry e ha guidato il partito nella sua prima forte affermazione elettorale, vanti un curriculum umano e professionale assolutamente in linea con gli auspici della vecchia leader: ha costituito una famiglia non tradizionale con una donna di origine cingalese, con la quale ha due figli, che non risiede in Germania ma in Svizzera, e ha lavorato nel campo della finanza, tra l’altro anche in Cina, presso aziende di primo piano come Alianz e Goldman Sachs. Insomma il suo è un profilo che incarna pienamente le aspettative e i valori della modernità globale. Il fatto che una biografia del genere sia compatibile, e anzi da un certo punto di vista tattico auspicabile, con il ruolo di leader di un movimento di estrema destra è la dimostrazione eloquente della centralità del codice del politicamente corretto nella nostra società. Il politicamente corretto non è una sorta di benpensantismo di sinistra, come vorrebbe far credere un certo tipo di populismo mediatico cialtronesco diffuso in quei paesi come l’Italia o gli Stati Uniti dove c’è un gusto per questo genere di cose, ma un codice morale che esprime l’appartenenza alle élite internazionali, paragonabile per funzione e diffusione capillare alla morale vittoriana, che hanno come obiettivo ideologico la rimozione di ogni ostacolo storico, culturale ed etnico pregiudicante la piena adesione ai principi della competitività e dell’etica del successo individuale.

Così quella di Weidel diventa un’immagine parlante dalla quale emergono e nella quale si conciliano messaggi diversi. Da un lato in quanto figura dell’estrema destra incarna le mitologie razziali e storiche della patria, del suolo e del sangue, dall’altro in quanto manager di successo incarna quelle meritocratiche e, tramite la sua situazione familiare perfettamente aderente ai dettami del politicamente corretto, lancia implicitamente un messaggio rassicurante ai mercati in base al quale le misure che prenderà per soddisfare la xenofobia del proprio elettorato non contrasteranno mai con la razionalità economica corrente. Non deve sorprendere che questi messaggi siano parzialmente contradditori perché nell’epoca della globalizzazione perfino il nazionalismo, per essere credibile, deve assumere tratti globalizzanti. Tutto questo poi con il vantaggio che, non essendo portatrice del carisma e del pathos del fondatore, qualora si rivelasse non all’altezza della situazione o un mutamento di fase richiedesse altro, la manager reazionaria sarebbe facilmente sostituibile.

Non c’è dubbio che Weidel incarni la piena modernità e ciò non per la sua formazione manageriale, ma proprio per la capacità di rispondere simbolicamente ai bisogni di crescita del suo partito coniugando con pragmatismo le istanze e le mitologie più reazionarie con quelle ‘progressiste’ della globalizzazione. La natura essenziale dell’ipermodernità è la tendenza alla crescita come valore in sé a prescindere da qualsiasi domanda sul suo senso, favorita da una razionalità strumentale e volta a misurare il successo in termini di accumulazione incessante di denaro: sono precisamente gli elementi che Alice Weidel può conferire all’AfD.

Se poi si scende dal cielo dell’ideologia alla cucina della politica, l’osservazione di questo caso suggerisce anche perché i successi delle forze antisistema dell’estrema destra, perlomeno nei paesi centrali del sistema, finiscono con il risultare almeno parzialmente funzionali al sistema stesso. I successi elettorali di AfD e prima ancora di Trump e dei conservatori inglesi evidenziano che i programmi neoliberisti, sempre più spesso destinati all’impopolarità quando si presentano in forma diretta e/o progressista, divengano invece popolari e accettati qualora si dipingano di una vernice di comunitarismo nazionalista e di razzismo. E’ questa un’evidenza che il capitalismo internazionale sta già metabolizzando e che quindi riproporrà costantemente nei prossimi anni come programma politico.

E questo valga anche di lezioni a quanti, in Italia il più noto è Diego Fusaro, hanno passato il tempo a identificare l’essenza della globalizzazione con i suoi orpelli ideologici liberalprogressisti e con improbabili complotti di migrazioni pianificate. L’essenza della globalizzazione, ossia del dominio mondale incontrastato del capitalismo, è la libera circolazione del denaro, quella delle persone è una variabile dipendente facilmente sostituibile con mitologie del sangue e del suolo, se il ricorso a queste si mostri più funzionale alle esigenze del denaro e dei suoi movimenti.

La nottata del mito

Giorgio Mascitelli

L’attore televisivo Fabrizio Bracconeri ha pubblicato due tweet offensivi, poi rimossi dalla stessa società di comunicazione, contro l’ex ministro pd Cécile Kyenge, colpevole a suo dire di non aver stigmatizzato le violenze perpetrate a Rimini alcuni giorni fa da alcuni suoi confratelli di fede islamica contro una coppia di turisti polacchi e una transessuale. Ora io ignoro le convinzioni religiose dell’onorevole Kyenge, anche se è molto probabile, date le sue origini congolesi, che sia di formazione cristiana. Non che dal punto di vista del fatto in sé la cosa cambierebbe se anche fosse mussulmana: come è assurdo considerare tutti i cattolici responsabili dei milioni di stupri commessi in questo paese da persone di religione cattolica, così resta assurdo crederlo anche a proposito di chi ha una diversa confessione. Quello che voglio sottolineare è che questi tweet, aldilà dei loro contenuti aberranti, trasudano voglia di stabilire un collegamento tra una figura pubblica che rappresenta un esempio di successo dell’integrazione, un evento criminale, che riattiva paure ancestrali, e l’estremismo islamico, benché sia evidente che quello riminese è un episodio di criminalità comune. Non meno interessante è che il tentativo provenga da un operatore mediatico professionista.

Questo episodio è una prova eloquente di come la macchina mitologica, ossia quel meccanismo che riutilizza frammenti di memoria tradizionale e materiali mitici vari riattualizzandoli con effetti perversi sulla società in forma di un discorso di potere, sia all’opera in questo momento in Italia. Non è un caso che una formazione neofascista abbia in questi giorni rispolverato un vecchio manifesto di propaganda della Repubblica Sociale Italiana che raffigurava una donna bianca aggredita da un uomo di colore con l’invito a difendere le proprie moglie, sorelle e madri. E’ chiaro che vi è qui l’uso consapevole di elementi mitici, per così dire, da ratto del serraglio, unito all’idea suggestiva di un’invasione straniera in corso, che svolge la stessa funzione dell’evocazione dell’islamismo nei tweet di Bracconeri. L’aggressione verbale all’ex ministro Kyenge, come peraltro quelle rivolte al presidente della camera Laura Boldrini, non a caso oggetto a sua volta di contumelie e minacce nei giorni successivi ai fatti di Rimini, partecipa e allo stesso tempo alimenta un altro materiale mitico, anche se più recente e di matrice hollywoodiana, quello della polemica del giustiziere solitario, alla ispettore Callaghan, che aiuta gli indifesi contro il crimine, contro i politici deboli, corrotti, garantisti e in definitiva complici dei malviventi.

Caratteristica e potenza del discorso prodotto dalla macchina mitologica è quello di essere inossidabile all’argomentazione razionale e, spesso, anche alle smentite sui fatti concreti. Un esempio è quello della fotografia della cantante Rihanna, presentata come la figlia del ministro Kyenge appena nominata dirigente del ministero dell’integrazione con uno stipendio mensile di 15000 euro, pubblicata su facebook da un sito specializzato in scherzi, che non solo è circolata seriamente sul social, ma produceva reazioni infastidite allorché qualcuno faceva notare la palese assurdità della notizia. L’inossidabilità di tale discorso all’argomentazione razionale non è causata dall’emotività su cui esso si fonderebbe, ma al contrario è dovuto al fatto che si presenti come una forma di discorso a sua volta razionale, sia pure di una razionalità a dir poco elementare, e che sia gratificante per chi lo segue e lo sostiene in quei modi psicologici e simbolici che a suo tempo Canetti ha indagato.

Le violenze di Rimini hanno prodotto una serie di aggressioni verbali anche nei confronti di Laura Boldrini, anche se nel suo caso esse ormai si susseguono secondo un ritmo cadenzato, che è cominciato quasi immediatamente dopo la sua nomina a presidente della camera allorché media vicini al centrodestra hanno cominciato ad attaccarla. Difatti la macchina mitologica, a maggior ragione nell’era mediatica, funziona spontaneamente una volta avviata, ma ha bisogno di qualcuno che la faccia partire e la alimenti.

Cécile Kyenge e Laura Boldrini sono dei personaggi pubblici e istituzionali, e questa circostanza gioca un ruolo fondamentale nel meccanismo simbolico della macchina: l’odio provato nei confronti degli extracomunitari che. se fosse espresso direttamente, sarebbe simbolicamente fonte di imbarazzo nell’avere come obiettivo dei poveracci, può essere espresso nella forma socialmente accettabile della critica a figure della classe politica, anzi ai politici privilegiati, occupando la posizione gratificante del comune cittadino che protesta contro personaggi di potere. Si tratta dunque di un odio traslato che, nell’impossibilità di esprimersi sul suo vero oggetto, colpisce i suoi protettori o presunti tali. Questa traslazione ha anche la funzione di rimuovere gli ostacoli culturali che ancora impediscono l’espressione diretta dell’ostilità.

Questa situazione chiama in causa la cultura e le idealità delle sinistra: è chiaro che l’accettazione della prospettiva individualista della cultura dominante, anche se talvolta si è tradotta in battaglie per i diritti civili dell’individuo di per sé importanti e significative, ha comportato l’abbandono nei fatti e molto spesso anche nelle parole di quei valori di uguaglianza e solidarietà, che potevano essere un baluardo contro la diffusione del mito. Quando la cultura politica non indica tramite un’analisi di classe le cause del malessere e dell’insicurezza sociali, questa funzione viene svolta dalla macchina mitologica. Intendiamoci la potenza della macchina mitologica è tale che, se volgiamo lo sguardo al passato, troviamo esempi del suo funzionamento anche in contesti in cui quei valori sussistevano, ma certo il grado di resistenza che essa incontra nell’attuale società italiana è paragonabile a quello che offre un panetto di burro a un lama di coltello scaldata che vi affonda.

‘A da passà a nuttata’ si potrebbe dire con Eduardo, l’impressione purtroppo è che siamo solo alle prime ore della sera.

Lo stipendio dell’insegnante massa

Giorgio Mascitelli

Come di consueto, nei giorni di ferragosto quando i giornali stentano a riempire le pagine ha avuto un certo spazio una petizione apparsa su facebook che chiede l’equiparazione degli stipendi degli insegnanti italiani alla media europea. Naturalmente tale petizione ha le sue fondate motivazioni, se si pensa che l’ultimo contratto della scuola di durata quadriennale è scaduto nel 2009, ma è in qualche modo un segno della crisi di una normale dialettica democratica sul luogo di lavoro il fatto che si affidi tale rivendicazione a uno strumento di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, e un tempo di supplica, come la petizione, anziché, come sarebbe ovvio, alla lotta sindacale. Sia chiaro che i promotori della petizione in ciò non hanno nessuna colpa, si sono limitati a registrare una situazione oggettiva. Tangenzialmente va detto che, quando si parla di crisi della democrazia, espressione in sé un po’ astratta, bisogna prendere in considerazione questi esempi apparentemente secondari per avere un’idea di cosa concretamente essa significhi.

In assenza di un reale movimento sindacale che ponga la questione salariale nei termini che le sono congrui, i bassi salari dei docenti sono diventati un piccolo genere mediatico o meglio un topos all’interno del discorso sulla scuola. Non mancano nella nostra vita pubblica, accanto agli efficientisti e ai populisti che dicono che gli insegnanti rubano lo stipendio, dichiarazioni da parte di qualche personalità pubblica comprensiva, l’ultima mi pare essere stata il ministro Fedeli, che ammette che sì gli stipendi sono proprio bassi, di solito i più prudenti aggiungono però che gli insegnanti dovrebbero lavorare di più, che è un’elegante perifrasi per sostenere che gli stipendi degli insegnanti vanno bene così come sono. In realtà, subendo i docenti, al pari di tutti i lavoratori dipendenti precari o meno, da anni e in maniera strutturale una contrazione dei salari reali, questo discorso specifico sul loro stipendio non avrebbe molto interesse, salvo per i diretti interessati, se non fosse che esso è a parere di molti il sintomo e la causa di una trasformazione o meglio di una svalutazione del ruolo del docente. In questa prospettiva la questione salariale dei docenti acquista un valore simbolico, che avrebbe a che fare con il valore che la società attribuisce alla scuola. Di conseguenza chi si dichiara preoccupato degli stipendi dei docenti risulta automaticamente preoccupato per l’avvenire della scuola.

Gli stipendi più bassi della media europea, a fronte di orari simili, sono in realtà semplicemente il prodotto di vari fattori non correlati tra loro da alcun disegno strategico: il livello degli stipendi pubblici da sempre più basso in Italia, la gestione clientelare democristiana che tendeva a barattare salari da poco con alcuni privilegi, il più importante dei quali la cosiddetta baby pensione non esiste più da oltre 20 anni, il tentativo di costruire un sindacalismo più sano, fuori dall’osmosi che caratterizza i rapporti tra amministrazione e sindacati confederali, e quindi più conflittuale, sconfitto tramite il ricorso a norme antisindacali, le politiche di compressione della spesa pubblica e dello stato sociale degli ultimi 30 anni. Insomma la situazione salariale degli insegnanti italiani è frutto della mancanza di una politica scolastica coerente e del generale peggioramento delle condizioni del lavoro dipendente, ma non certo di una perdita del prestigio o della svalutazione del loro ruolo sociale e professionale. Questo fenomeno è dovuto essenzialmente ad altri fattori, quali la parziale incapacità della scuola di massa a rispondere sempre a esigenze diversificate e talvolta divergenti degli studenti e, soprattutto, l’impossibilità di garantire a tutti una futura posizione lavorativa di successo o quanto meno stabile, senza trascurare naturalmente gli effetti del discorso mediatico sugli insegnanti.

La scuola di massa sembra così aver prodotto un insegnante massa, per fare il calco su un’espressione che ebbe una sua utilità descrittiva e politica, mediocre e destinato alla mediocrità e all’insoddisfazione come attestano i suoi poco lauti guadagni. Una certa vulgata lo descrive come senza preparazione culturale, senza gusto pedagogico, senza ambizione, in fin dei conti un annoiato che annoia gli allievi e, benché la maggioranza degli insegnanti svolga dignitosamente il proprio compito, questa immagine è diventata il ritratto indiscusso di un’intera categoria.

Ora l’idea prevalente presso la nostra opinione pubblica e i nostri gruppi dirigenti per riqualificare la scuola e rispondere a richieste come quella della petizione è introdurre una cosiddetta carriera per i docenti, che prevede di premiare i migliori insegnanti lasciando la maggioranza nell’attuale condizione. Se qualcuno si chiedesse chi siano i migliori insegnanti per le autorità scolastiche, che dovranno premiarli, si può rispondere che nel concreto i migliori insegnanti sono considerati coloro che si assumono responsabilità organizzative, i quali peraltro avevano già possibilità di carriera anche in passato, seguono i progetti paralleli all’attività didattica curricolare e promuovono l’innovazione didattica lungo le linee individuate dal ministero. Non è importante discutere in questo contesto se siano criteri giusti, la cosa interessante è notare che i migliori insegnanti sono in questo modo pochi e contrapposti ai molti che non lo sono. Questo fatto non è dovuto soltanto alla scarsa disponibilità economica, ma è in qualche modo connaturato all’idea stessa del premiare i migliori, dotata di un fascino simbolico irresistibile per la sua ovvia ascendenza religiosa.

La conseguenza di ciò è che la scuola nelle sue attività didattiche standard, le più importanti, verrebbe gestita da coloro che secondo questi criteri riformatori sono insegnanti massa mal pagati e ufficialmente certificati come i non migliori. È chiaro che chi ha escogitato un’idea del genere non solo non crede che la prima funzione della scuola sia quella di trasmettere un sapere in qualsiasi forma, ma ritiene che sia quella di educare a una forma di controllo sociale, in cui la scuola tramite le sue gerarchie interne promuove quelle della società. In una prospettiva del genere, dell’insegnante massa, una sorta di inserviente pedagogico incapace di sviluppare un’attività professionale autonoma, c’è assolutamente bisogno, anche se non lo si può affermare esplicitamente. In realtà anche gli insegnanti migliori avranno qualcosa in comune con gli insegnanti massa perché la loro carriera dipenderà essenzialmente non dal lavoro svolto in classe, dalla loro cultura e dalla capacità autonoma di risolvere i problemi, ma da quella di adeguarsi alle richieste di una didattica calata dall’alto.

E ciò permette di avanzare un’altra considerazione: quello che in realtà distingue l’insegnante qualificato dall’insegnante massa non è l’entità dello stipendio né la considerazione sociale che ne deriva né la possibilità di insegnare in una scuola d’élite, ma la libertà d’insegnamento e naturalmente la capacità di farne un uso costruttivo. Se si perde questa a causa di scelte politiche, o peggio ancora vi si rinuncia volontariamente in nome di una carriera, si resta un insegnante massa anche con stipendi favolosi e carriere dorate.

Quanto alla questione dei bassi stipendi nella scuola, essa si risolverà soltanto nell’ambito di una generale questione salariale del lavoro dipendente, soprattutto quando questa tematica verrà politicizzata, rendendo possibile di nuovo l’iniziativa sindacale.

Macron, cambiare l’immagine perché nulla cambi

Giorgio Mascitelli

Il ritratto ufficiale di Emmanuel Macron: un capolavoro di centrismo, l'ha definito "Quartz"

La ricezione mediatica mainstream del recente successo elettorale del neopresidente francese Emmanuel Macron è un interessante documento ideologico della nostra epoca. Come è noto, Macron, un tecnico proveniente dal mondo bancario entrato a far parte dell’amministrazione Hollande, si dimette da ministro dell’economia del governo socialista circa un anno fa, quando ormai la sorte politica di questo è segnata, per candidarsi alla presidenza della repubblica alla testa di un nuovo movimento che vada aldilà delle tradizionali divisioni tra destra e sinistra. Il calcolo non è affatto sciocco: in Francia esiste da anni un partito centrista sottorappresentato in parlamento per via della legge elettorale, ma non privo di seguito, con cui allearsi, per la sua provenienza politica Macron ha buone possibilità d’intercettare una parte del voto in uscita dal partito socialista, gli appoggi mediatici e finanziari per un’operazione del genere non mancano di certo e, infine, arriva il colpo di fortuna che il partito repubblicano (gollista) scelga un candidato che si rivela debole per via di alcuni scandali personali. L’importante è passare al secondo turno delle elezioni presidenziali perché chiunque vi giunga, dovendo affrontare Marine Le Pen, è favorito per la logica della solidarietà repubblicana. L’operazione riesce e si ripete con maggior successo alle elezioni legislative in virtù anche dell’alto tasso di astensionismo. Il governo nominato da Macron è un abile assemblaggio di personalità politiche golliste, centriste, socialiste e indipendenti che ricorda molto da vicino un governo di unità nazionale, che è poi la formula prediletta oggi in Europa.

Se il dibattito pubblico fosse dominato dalle tradizionali categorie politiche, con un percorso del genere il principale problema politico di Macron sarebbe quello di mostrare la propria discontinuità con i governi passati. Al contrario il punto di forza del nuovo presidente è proprio la sua innovatività, l’essere l’uomo del cambiamento e addirittura l’artefice della rivoluzione liberale, per usare la formula prediletta dai suoi ammiratori italiani. La credibilità di questa immagine (perché naturalmente le campagne mediatiche possono amplificare fino a distorcere qualcosa che è perlomeno minimamente credibile, non certo rendere credibile l’incredibile specie in un lasso di tempo breve e in una circostanza specifica come una campagna elettorale) non deriva certo dal suo programma politico: l’europeismo e l’enfasi sull’asse francotedesco sono degli standard della politica francese e le annunciate riforme economiche neoliberiste sono state uno dei fattori d’impopolarità della presidenza Hollande.

L’immagine di novità di Macron dipende esclusivamente da fattori extrapolitici e personali come la sua giovane età, una carriera svolta fuori dai ranghi della politica, anche se per gli ultimi cinque anni non è poi così vero, e il fatto di essere attorniato da sostenitori e collaboratori che in buona parte hanno caratteristiche simili. Indicativo a questo proposito è l’attacco che il populismo mediatico gli lancia maldestramente obiettandogli il matrimonio con una donna più anziana quale segno d’immaturità, al quale i sostenitori del neopresidente non rispondono, come sarebbe stato lecito attendersi, che simili aspetti della vita privata non hanno rilievo nel dibattito pubblico, ma esaltando il suo matrimonio come un esempio di quelle forme famigliari atipiche che rappresentano il nuovo che avanza anche nel mondo degli affetti privati. Questo episodio, oltre a dimostrare che populismo e discorso delle élite esprimono la stessa cultura ideologica e mediatica, illustra eloquentemente come l’oggetto dello scontro sia la persona e non la linea politica. Analogamente le accuse a Macron di bonapartismo da parte di alcuni oppositori riportate dai giornali sembrano più riferirsi ad atteggiamenti personali che a un disegno politico vero e proprio, d’altra parte la fotografia ufficiale di Macron, in piedi appoggiato alla scrivania in una posa tonica con volto sereno e deciso, rientra più in un’iconografia manageriale standard che nella tradizione napoleonica.

In fondo tutta questa vicenda potrebbe rivelarsi un corollario postmoderno e spettacolare della celebre massima gattopardesca del principe di Salina, che si potrebbe riassumere con un “occorre che cambi almeno l’immagine perché nulla cambi”. L’aspetto più significativo, tuttavia, di questo discorso, è un altro: se ci si pensa bene, il discorso su Macron promuove la depoliticizzazione ossia la percezione apolitica di un fatto eminentemente politico quale l’elezione di un presidente della repubblica tramite la presentazione di un carattere politico, la volontà d’innovazione, come qualità individuale. In un certo senso è ovvio che sia così, visto che, come ci è stato ripetuto fino alla noia, con la fine delle ideologie ciò che conta non sono gli schieramenti ma le persone; meno ovvio forse è che lo sbocco naturale di un simile percorso è riportare in auge il culto della personalità perché, va da sé, grandi cambiamenti non possono che essere il prodotto dell’azione di uomini eccezionali. E che le cose stiano così è dimostrato dal fatto che quello su Macron non è una novità assoluta ma semplicemente la variante francese di un discorso che ha operato in molti paesi.

Allora il problema di fronte a questo stato di cose non è di opporre un discorso mediatico sui difetti di Macron, ma è un lavoro per porre al centro dell’attenzione la critica delle grandi scelte politiche che il discorso sulla novità di Macron tace. Si tratta di un lavoro sotterraneo, di scavo, da talpe, che non darà esiti immediati, ma si sa anche che quando le talpe scavano bene, possono sbucare all’improvviso dove nessuno se le aspetterebbe.

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Il paralogismo di Coco

Giorgio Mascitelli

cocoAlla manifestazione milanese del 25 aprile scorso ha destato disappunto e ironia il cartello portato da un militante del PD che inneggiava a Coco Chanel come madrina spirituale dell’Europa unita, dati i trascorsi antisemiti e collaborazionisti della celebre stilista che evidentemente gli estensori del cartello ignoravano. Se torno sull’episodio ovviamente non è per rinfocolare le polemiche politiche che da qualche anno in qua accompagnano la festa della Liberazione, ma perché questa gaffe è il sintomo di un certo quadro di idee diffuse nella nostra società non solo tra i sostenitori del PD. Nel commentarlo alcuni hanno tirato in ballo l’ignoranza dei tempi e che lo spirito dei tempi abbia qualche cosa a che fare con la vicenda è indubbio, anche se non sarei così draconiano nell’ascrivere a pura ignoranza la genesi dell’episodio.

In primo luogo, infatti, il cartello per Coco non era isolato ma in compagnia di altri dedicati a personaggi famosi, personalmente ne ho visto uno per Jane Austen e un altro per John Lennon, che, sebbene abbiano condotto vite onorevolissime e immuni da pecche così gravi, con l’Europa unita non c’entravano molto. Diciamo che l’unico criterio che può accomunare insieme personaggi così diversi tra loro in una manifestazione di questo genere è quello di aver goduto di grande successo nei rispettivi campi e nelle rispettive epoche. Insomma essi erano in quel contesto quelli che nel linguaggio pubblicitario si chiamano dei testimonial. Ora è probabile che il meccanismo logico che ha prodotto la gaffe si situi a questo livello: essendo stata Coco una persona di successo e dunque una perfetta testimonial, non occorreva controllare i dati della sua biografia perché si presume che questo genere di personaggi di successo possano avere idee politiche magari vaghe e anodine, ma comunque sempre presentabili. L’idea di dare una controllata su Wikipedia alla sua vita presupponeva uno scetticismo rispetto alle logiche correnti dell’immaginario e una consapevolezza storica della diversità del passato che difficilmente si trovano nei contesti sociali odierni.

È chiaro che questo tipo di mentalità ha molto a che fare con la dimensione del politicamente corretto. Oggi, infatti, il politicamente corretto si presenta in primo luogo come una serie di affermazioni a carattere etico-politico che costituiscono una sorta di standard per poter essere ammessi sia nel circuito mediatico mondiale sia in quella che potremmo chiamare la sfera globale della società. Coloro che hanno necessità impellente di esservi ammessi, d’altra parte, sono le personalità di successo o aspiranti tali in tutti i campi dell’umano agire. Se dunque tuttora Coco Chanel resta un’icona internazionale, non potrà che avere avuto comportamenti e posizioni compatibili con quegli standard. Ecco verosimilmente l’errore logico, che senza neanche troppo sarcasmo potrà essere ribattezzato paralogismo di Coco o anche paralogismo numero cinque, causa della gaffe.

La natura di questo paralogismo ci permette di illuminare quella che è la funzione sociale del politicamente corretto. In questo senso è possibile paragonare il politicamente corretto alla morale vittoriana, naturalmente non dal punto di vista dei contenuti normativi (basti pensare alle prescrizioni sessuali di cui quella era generosissima che in questo sono sporadiche), ma nella sua funzione di indicatore universale e onnipresente di ciò che è appropriato. Come spiega Franco Moretti ne Il borghese, nella morale vittorianaciò che conta non è tanto il contenuto del codice (una prevedibile miscela di cristianesimo evangelico, immaginario ancien régime ed etica del lavoro) quanto la sua inaudita onnipresenza”, che è quanto si può dire del politicamente corretto. Questa sua onnipresenza è dovuta al fatto di essere l’indicatore di appartenenza a una classe o, se si preferisce, a un ceto, quello dei gentiluomini allora, quello dell'élite globale oggi. Come ieri lo era il vittorianesimo, così oggi il politicamente corretto è funzionale alle esigenze di autorappresentazione ideologica dell’organizzazione produttiva della società. L’enfasi posta sulla lotta contro ogni discriminazione, salvo quelle di status economico e competitività, è una forma di universalismo necessaria al dispiegamento del mercato globale, non tanto in senso geografico, ma in quello biopolitico nelle vite di ciascuno, come dimostra il contestuale rifiuto di una percezione dei problemi sociali in termini storici.

Ritengo, ma mi potrei sbagliare, che l’abbrivio decisivo per questa diffusione universalistica del politicamente corretto sia stato dato dai grandi concerti evento tipo Live Aid che, a partire dalla metà degli anni ottanta fino a qualche anno fa, hanno contrassegnato la nostra vita pubblica arricchendo di una coloritura di impegno sociale le tradizionali attività di beneficenza del mondo dello spettacolo.

Come tutti i generi mediatici di successo il politicamente corretto genera anche un sottogenere d’opposizione dagli accenti populistici, oggi particolarmente in voga dopo Brexit e il successo di Trump, che rivendica la funzione salvifica di alcune forme di discriminazione rivolgendosi a un pubblico tradizionalista disorientato dal progressismo globalista e offrendole come succedaneo della lotta di classe ai ceti impoveriti dalla globalizzazione: si tratta di due fenomeni complementari, che partono dalla premessa comune di accettare la subordinazione alle istanze del mercato, allo stesso modo che sul mercato musicale alle stelle più sofisticate della scena pop internazionale si contrappongono cantanti legati a tradizioni locali o a versioni pop meno aggiornate, che però in un singolo mercato nazionale possono avere più seguito dei primi.

Il fatto che i due generi siano complementari non deve però trarre in inganno sul fatto che solo il politicamente corretto è in grado di assolvere a quelle funzioni, fondamentali per il neoliberismo, di elaborazione di un senso individuale nell’interiorizzare i meccanismi di competitività, di “riscrittura etica delle relazioni sociali” (Moretti) e di fornire un galateo per una vita trascorsa perlopiù in nonluoghi; in breve è solo questo che ha capacità egemoniche. In questo senso allora se la critica del politicamente corretto è un compito primario, esso non può coincidere con l’opposizione ai suoi contenuti, nella maggior parte dei casi difficilmente contestabili per la loro genericità, che è già prevista nel gioco della contrapposizione populista, ma consiste nella capacità di porre al centro ciò che non è dicibile nel discorso politicamente corretto.

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fakeGiovedì 25 maggio alle 18 si tiene a Roma, allo Spazio culturale Moby Dick (via E. Ferrati 3)  il seminario Verità alternative. Filosofia / media / politica / scienza, il primo organizzato dall'Associazione Alfabeta all'interno del Cantiere di studi che la rivista ha avviato a febbraio. Partecipano Mario De Caro, filosofo, Ida Dominijanni, giornalista e filosofa, Andrea Grignolio, storico della scienza, Vincenzo Piscitelli, esperto di postproduzione fotografica, Fabrizio Tonello, politologo. L'incontro è aperto a tutti. Gli iscritti all'Associazione Alfabeta (incluso chi si iscriverà quel giorno) avranno in regalo una copia dell'ultimo volume pubblicato dalle edizioni alfabeta2, Ricreazioni. L'arte tra i frammenti del tempo, a cura di Achille Bonito Oliva.

Postverità e postpolitica

Giorgio Mascitelli

post-truthAbbiamo appreso di recente, da pochi mesi, forse addirittura dall’inizio dell’anno nuovo o tutt’al più dall’estate scorsa, di vivere in un’epoca caratterizzata dalla postverità. Il che implica che in precedenza, fino alla scorsa primavera direi, vivessimo in un’epoca di verità. Naturalmente si può retrodatare la fine dell’epoca fondata sulla verità fino all’introduzione di facebook, se si propende per l’opinione che gli scienziati siano riusciti a isolare e descrivere il ceppo della postverità solo di recente, ma che in realtà esso fosse già attivo da parecchio. Ovviamente l’era della postverità non nasce dal nulla, ma ha i suoi precursori: leggo sul Venerdì di Repubblica che in una biografia di Lenin uno storico inglese afferma che egli ne sarebbe stato il creatore ante litteram.

Qui, però, lo storico inglese deve stare attento perché finché si tratta di Lenin, che era un tipaccio, va bene, ma se si risale troppo a ritroso (in fondo si potrebbe arrivare fino a Catilina) si rischia di perdere il vantaggio specifico dell’uso di questo termine che è, come scritto sopra, quello di suggerire che sia esistita un’epoca della verità. Infatti, se si retrodata troppo l’epoca della verità trionfante, essa acquista un alone mitico e perciò inefficace rispetto agli usi pragmatici a cui il lemma può servire nel presente. Tutto infatti lascia pensare che il tempo della verità per coloro che paventano la postverità coincida con il periodo, immediatamente precedente all’attuale, in cui il monopolio delle notizie e delle voci era in mano all’apparato mediatico tradizionale secondo le modalità e la logica che Debord chiamava “spettacolare integrato”. Essendo l’epoca in cui il flusso di notizie era lavorato da personale professionale concentrato in poche strutture molto organizzate, si potrebbe dire che i social sono per i lavoratori del settore mediatico ciò che è Uber per i taxisti. In questo caso si sbagliano, però, coloro che se la prendono con facebook: il fattore principale che ha favorito la diffusione delle notizie falsificate a effetto, ossia la loro credibilità anche quando non prevengono da fonti professionali certificate, non risiede tanto nelle possibilità offerte dalle nuove tecnologie quanto nella crisi, in tutto l’Occidente, di quel ceto medio che, negli ultimi decenni del secolo scorso, incarnava nella sua vita quotidiana il sistema di attese su cui prosperava lo spettacolo integrato. Viviamo una fase storica in cui le cosiddette fake news circolerebbero abbondantemente anche se fossero divulgate in volantini ciclostilati distribuiti al mercato o incollati ai muri, perché quando si vive un presente così avaro di futuro si è più propensi a rivolgersi alle mitologie o a credere alle balle.

Il vantaggio che offre il concetto di postverità a chi lo voglia usare sistematicamente è allora quello di dividere implicitamente in due il mondo della comunicazione contemporanea: quella affidabile e veritiera, che è da collocarsi nei media tradizionali, e quella inaffidabile che viene dalla rete o dai social, con l’annesso corollario che i secondi per diventare affidabili dovranno attenersi ai criteri dei primi. Naturalmente, se ci si domanda quanto sia attendibile una suddivisione del genere, basterà ricordare che il termine postverità fu usato e verosimilmente coniato in inglese per la prima volta nel 1992, in piena era CNN, da Steve Tesich per descrivere il modo in cui i media americani parlavano della prima guerra in Iraq.

Il concetto di postverità, per come viene perlopiù usato nel dibattito attuale, si regge su una sorta di equivoco mcluhaniano in base al quale è la nascita della rete e dei social a creare la possibilità di una circolazione di notizie falsificate che vanno a infestare un’informazione tradizionale corretta e professionale. Ora non solo è facilissimo, per restare sul piano concreto, citare esempi di ottima informazione e soprattutto controinformazione provenienti dalla rete e, viceversa, esempi di postverità provenienti dal mondo dei media ufficiali, ma è soprattutto una cultura diffusa nel nostro tempo a essere spontaneamente postveritiera. Spettacolarizzazione ed estetizzazione della politica, che sono l’habitat entro cui è possibile la massiccia diffusione della postverità, non sono certo prodotti della nascita della rete, ma sono fenomeni che rispondono in maniera profonda ai processi storici e alle logiche culturali del capitalismo. In particolare veniamo da decenni di docufiction, infotainment e trattamento delle notizie secondo logiche di marketing attente alla loro appetibilità commerciale.

I nuovi media social sono semplicemente gli amplificatori di pratiche preesistenti, esattamente come i movimenti di destra razzisti e populisti hanno utilizzato un certo tipo d’immaginario che l’apparato mediatico tradizionale aveva messo in circolazione con altre finalità. Di fronte a una situazione del genere urge una pratica di controinformazione non solo sui singoli fatti, ma come spinta generale alla ripoliticizzazione; se oggi la postverità ha così grande impatto, non è perché nel passato non fossero frequenti o sistematici l’uso pubblico delle menzogne e le verità di comodo, ma perché la postverità non incontra resistenze nel vuoto della postpolitica e della depoliticizzazione di massa. Non saranno certo un algoritmo preposto al controllo della veridicità delle notizie circolanti sui social, e nemmeno una controinformazione capillare, a bloccare questo andazzo. La postverità comincerà a trovare meno terreno fertile quando rinascerà una partecipazione politica collettiva nella società e si cesserà di credersi disinibiti cittadini globali passibili di libertà che sembrano infinite, per citare le parole di una vecchia canzone punk. Altrimenti bisognerà arrendersi a una delle verità collaterali del nostro tempo, ossia che l’assenza di messaggio fa il medium onnipotente.

Alfadomenica # 1 – maggio 2017

cantiNell'Alfadomenica di oggi (trovate sotto il sommario completo) ci sono interventi sulla postverità, sulla situazione francese, sul teatro. Sono alcuni dei temi di cui si sta discutendo anche nel nostro Cantiere. In particolare, a proposito della postverità abbiamo lanciato un nuovo thread, in attesa del seminario che Alfabeta2 organizza a Roma giovedì 25 maggio presso il Centro culturale Moby Dick. Obiettivo è affrontare l'argomento oggi onnipresente delle fake news da prospettive meno battute: le "verità alternative" della scienza o delle immagini, per esempio... Per questo abbiamo chiesto ai lettori che hanno già aderito al nostro invito e, in quanto soci, partecipano al dibattito del Cantiere, di contribuire al lavoro preparatorio con riflessioni, spunti di approfondimento, domande. A chi ancora non conosce l'attività dell'associazione Alfabeta, consigliamo di seguire questo link. E naturalmente vi aspettiamo!

Oggi su Alfadomenica:

  • Giorgio Mascitelli, Postverità e postpolitica: Abbiamo appreso di recente, da pochi mesi, forse addirittura dall'inizio dell’anno nuovo o tutt'al più dall'estate scorsa, di vivere in un’epoca caratterizzata dalla postverità. Il che implica che in precedenza, fino alla scorsa primavera direi, vivessimo in un’epoca di verità. Naturalmente si può retrodatare la fine dell’epoca fondata sulla verità fino all'introduzione di Facebook, se si propende per l’opinione che gli scienziati siano riusciti a isolare e descrivere il ceppo della postverità solo di recente, ma che in realtà esso fosse già attivo da parecchio. Ovviamente l’era della postverità non nasce dal nulla, ma ha i suoi precursori. - Leggi:>
  • Antonio Lettieri, Francia e Unione Europea al tempo di Macron: Questa volta non si sono verificati imprevisti, com’era accaduto con Trump e con la Brexit. Nel primo turno delle elezioni in Francia le previsioni sono state rispettate con una precisione quasi millimetrica. Macron è arrivato primo con quasi due giunti di distacco da Marine Le Pen che oggi gli contenderà (senza speranza, secondo i sondaggi, la presidenza della Repubblica. Il giovane Emmanuel Macron, mai eletto ad alcuna carica pubblica, neppure di una circoscrizione rionale, sarà l’ottavo presidente della Quinta repubblica, successore, tra gli altri di Charles de Gaulle e François Mitterrand, per citare un conservatore e un socialista, sicuri protagonisti della storia europea (e non solo) della seconda metà del XX secolo. Leggi:>
  • Valentina Valentini, Teatro Valdoca, una cerimonia di esortazione e di lode: Entriamo a teatro; la fila di persone che aspettano per ritirare il biglietto arriva dall’altra parte della strada dove a Cesena si trova, dal 1846, il teatro Bonci. Cesare Ronconi aveva pensato a un prologo – che non è stato possibile realizzare – nella piazza antistante il teatro, al centro della quale si sarebbe dovuto accendere un fuoco su un braciere, per legare il chiuso con l’aperto: la sala, luogo protetto e separato dal mondo, con la strada. Prendiamo posto nei palchetti perché la platea con le sue poltrone – sottratte alla loro funzione – è coperta da teli bianchi sui quali scorrono delle onde di luce che li fanno vibrare. Lo spazio scenico è vuoto; un disco luminoso è appeso in fondo al palco, una bacinella sul lato destro in proscenio. Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Croste e crostini: Esiste una cucina modesta e raffinata che appare gioco di fantasia ? Dobbiamo cercarla nelle preparazioni che dilettano più di quanto non nutrano, destinate alla festa e a tutto quanto illanguidisce, procrastina un serio appetito. Gli esempi non mancano e li troviamo ne La scienza in cucina di Pellegrino Artusi, nel capitolo dedicato a “quelle cosette appetitose che s’imbandiscono o dopo la minestra, come si usa in Toscana, cosa che mi sembra più ragionevole, o prima, come si pratica in altre parti d’Italia”. Sono i crostini, oggi rari, difficili da offrire se non per solleticare la vista e la lingua, con funzione aperitiva o allusiva a quanto seguirà in tavola. Leggi:>
  • Una poesia 26 / Gabriela Fantato: La città è crollata senza rumore. / Nel centro di tutto si staglia / l’acqua imprigionata, una geometria / esatta – ombre e fondali. - Leggi:>
  • Semaforo: Fantascienza - Nostalgia - Virus - Leggi:>