Irresponsabilità

Giorgio Mascitelli

Anche John Elkann, ultimo (ma solo in ordine cronologico) di un’illustre serie di entomologi che avevano via via scoperto e classificato le specie dei bamboccioni, dei giovani choosy e degli sfigati, ha contribuito ad arricchire il nostro quadro tassonomico descrivendo la specie dei giovani che non lavorano perché stanno troppo bene a casa, per la quale mi permetto di proporre il nome scientifico di eudomotici. Anche a quest’ultimo entomologo, al pari dei suoi sfortunati colleghi, è toccato subire la rabbiosa reazione sia delle farfalle appena classificate sia di un pubblico istintivamente antipatizzante. Infondo era prevedibile che gli sfaccendati avrebbero preso la sua bonaria e oggettiva osservazione scientifica come una sorta di presa in giro delle loro miserie.

Se ci si pensa, però, è curioso che una serie di persone che per ragioni professionali dovrebbero avere una certa consuetudine con la comunicazione mediatica incappi nel medesimo errore da principiante suscitando reazioni polemiche e sarcastiche proprio nei destinatari delle loro dichiarazioni. Credo che una spiegazione sia da rintracciare nel fatto che le classi dirigenti neoliberiste siano istruite a fare questi richiami alla gioventù di tanto in tanto con lo scopo didattico di abituarla alla precarietà generalizzata delle condizioni e dei luoghi di lavoro. Il problema è che questa prassi comunicativa, a occhio e croce, è nata negli Stati Uniti dove i poveri sono considerati, e spesso si autoconsiderano, dei perdenti che hanno avuto la sorte che si meritano, mentre in Italia vige ancora la visione francescana della dignità del povero, un solido archetipo nazionale che non può essere stato cancellato da pochi decenni di televisione e di berlusconismo.

La mentalità necessaria per formulare giudizi del genere implica un sentimento di irresponsabilità come classe dirigente rispetto alla situazione generale. Èun tratto tipico delle classi dirigenti neoliberiste che si autorappresentano come gli aggiustatori o i medici di una situazioni prodottasi indipendentemente dalle scelte di quegli stessi gruppi dirigenti. È insomma la vecchia mentalità del mercato come prodotto delle leggi di natura, che si presenta come una forma di falsa coscienza e in taluni casi di vera e propria ipocrisia, visto che ormai anche da parte neoliberista si ammette che il meccanismo di mercato è un risultato dell’azione degli stati e delle norme giuridiche, a fare capolino.

L’idea di governo che veicola tale senso di irresponsabilità è quella, per usare le parole di Giorgio Agamben, del “suo senso etimologico: un buon pilota – colui che tiene il timone, non può evitare la tempesta ma, se essa sopraggiunge, deve essere capace di guidare la sua barca”1. Queste gaffe da parte di ministri o giovani ereditieri non sono solo dunque gaffe, ma le manifestazioni di una cultura o meglio di un’ideologia che in Italia per particolari ragioni storico- culturali assume la forma di gaffe.

Il senso di irresponsabilità delle classi dirigenti ha chiaramente una funzione decisiva nella propria autorappresentazione perché permette di prendere decisioni che hanno delle evidenti ricadute sulla vita di tante persone senza effetti collaterali psicologici di coinvolgimento emotivo o addirittura di rimorso.

Fin qui l’ideologia neoliberista; in alcune di queste dichiarazioni vi è però anche un aspetto più prettamente italiano: quando un giovane sottosegretario, che ha conseguito un dottorato in modi all’altezza di ogni sospetto, dileggia chi si laurea fuori corso; quando l’azionista di un’azienda che ha condizionato pesantemente lo sviluppo economico del paese con ricadute anche sull’occupazione, sgrida i giovani disoccupati, è del tutto evidente che qui vi è anche un senso di irresponsabilità individuale. Di questo secondo senso di irresponsabilità, e da dove nasca, scrisse a suo tempo Leopardi nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani ed è perfettamente inutile parlarne: lo si può considerare però il moltiplicatore specificamente italiano della crisi internazionale, che spiega perché la nostra sia una crisi nella crisi, o meglio una crisi al quadrato.

  1. la parola italiana governo e tutti i termini affini discendono dal latino gubernator il cui significato originale è timoniere. []

alfadomenica febbraio #3

ANDREA CORTELLESSA su ANTONIO DELFINI – ANGELA MADESANI su LUIGI ONTANI - GIORGIO MASCITELLI / RACCONTO - ANTONIO DELFINI / VIDEO *

ANTONIO DELFINI, L'ATTACCHINO METAFISICO
Andrea Cortellessa

Senz’altro ci sono, nel Novecento italiano, autori di lui più «importanti» (Gadda, per esempio) e, altrettanto certamente, scrittori più «bravi» (Landolfi, ovvio). Ma non ci sono scrittori più necessari di Antonio Delfini.
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LA SBANDATA CONTROLLATA DI ONTANI
Angela Madesani

La mostra da Emilio Mazzoli è un intenso viaggio nella poetica di Ontani, una visione panoramica dell’artista oggi settantenne.
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UN HAPPY HOUR
Giorgio Mascitelli

In ogni caso l’happy hour ora non dura soltanto un’ora, ma si dilata a due, tre, anche quattro come sembravano durare le lezioni più noiose a scuola, solo che qua ci si diverte.
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ANTONIO DELFINI - Intervista
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Un Happy Hour

Giorgio Mascitelli

In ogni caso l’happy hour ora non dura soltanto un’ora, ma si dilata a due, tre, anche quattro come sembravano durare le lezioni più noiose a scuola, solo che qua ci si diverte. L’happy hour è un’importante articolazione della vita moderna, che avrà pure il suo logorio e le sue crisi, ma anche una complessità nelle relazioni sociali che non può essere sottaciuta o sottovalutata a pena di trascurare la predetta complessità, e anche il predetto logorio.

L’happy hour non è solo occasioni di trastulli, diporti e momenti ameni, ma può diventare un utile veicolo dall’interfaccia friendly per introdurre amichevolmente anche relazioni che afferiscono all’ambito lavorativo e/o del prodotto interno lordo. Proprio in questo spirito io e Gaston Monteron, che dovevamo interfacciarci per via di alcune restilizzazioni che dovrei realizzare per loro, abbiamo deciso di incontrarci a un happy hour con le nostre rispettive Lei affinché risultasse evidente lo statement amichevole dell’happy hour.

Mi avvedo che forse questa formulazione pecca di scarsa correttezza e sarebbe meglio correggerla perché non è detto che ogni Lui abbia la sua Lei e soprattutto che ogni Lei debba essere posseduta da un Lui ( e perché non viceversa? Ma qui è prematuro evocare lo spettro del toy-boy) e allora riformulando più correttamente: decidemmo congiuntamente che loro, cioè noi, si incontrassero con loro, cioè loro, a un happy hour dall’interfaccia amichevole nel corso del quale, pure, si sarebbero instaurati gli elementi primi di un pour parler informale e molto amichevole in vista di una concretizzazione ulteriore nella fase positiva di una transazione impegnativa per entrambe le parti.

Scegliemmo concordemente il Geomethrykah, un locale il cui personale è professionale e caraibico, come la residenza fiscale della proprietà ( ma di isole diverse però!). Il Geomethrykah predilige nel suo interior design i cateti, le linee rette, i poliedri regolari (unica eccezione le fontanelle decorative tra i tavoli che poggiano su colonnine), insomma uno stile dorico ma trasparente nella convinzione che questa sobrietà angolare esalti al meglio le sinuosità delle generose frequentatrici.

Al momento dell’incontro tra le parti, in definitiva, la nostra parte era costituita da Me e dalla Mia Lei e la loro da Lui e dalla Lei di Lui in una perfetta e serena simmetria che si intonava ai motivi euclidei dell’interior design del locale. Vista la natura amichevole dell’happy hour, ci demmo senza esitazione del tu (intendo che io diedi del tu alla Lei di Lui e Lui diede del tu alla Mia Lei e viceversa, perché io e Lui ci davamo già del tu).

Ordinammo da bere a una delle cameriere che rispondono ai nomi di Mia, Ella e Donna, mentre esse chiamano indistintamente i due baristi dietro al bancone “Ehi man!”. La sua Lei ordinò un cocktail dal colore rubino opalescente, dal cui bicchiere spuntavano alcuni alberelli e ombrellini; la mia ebbe un liquido giallo girasoli di Klein con riflessi ocra e fette di agrumi tropicali dentro il bicchiere; Lui, cioè Gaston Monteron, prese un liquore terra di Siena con molto ghiaccio però; il mio presentava un colore magenta chimico con sfumature smeraldine da caletta sarda al tramonto. La conversazione era amichevole, l’interfaccia era amichevole, il clima era amichevole.

Amichevole o no, la vescica, che non bada alle ragioni del cuore, nel corso dell’happy hour mi presentò le sue impellenti ragioni e io fui indotto a ritirarmi per evacuarla a bell’agio. Quando ebbi espletato, feci per aprir la porta della toaletta, ma la porta non si aprì perché la serratura magnetica non scattava e io tecnicamente si può affermare che ero chiuso dentro il cesso. Dopo aver riprovato senza successo decisi di sedermi un attimo e attendere con calma l’arrivo di qualcuno in bagno senza cedere all’agitazione.

Ma non erano trascorsi neanche due minuti che la mia giacca prese a vibrare mentre udivo il trillo che annunzia l’arrivo di un sms. Era un sms di Lei che domandava “Dove ti 6 cacciato?”. Subito le risposi: “Sono in bagno, ma non riesco a uscire, puoi venire a liberarmi?”. Un altro trillo: “Non dirmi ke non 6 capace di uscire dalla porta di un bagno”. Io allora: “Eppure è così”; un altro trillo: “Certo non posso venire ad aprirti ti rendi conto ke figura ci fai? Gli ho detto ke ai ricevuto una telefonata importante dall’Australia”.

Meno male che Lei che riteneva di aver sedato lo scandalo sostenendo che avevo ricevuto una telefonata d’affari da un posto dove erano le quattro del mattino! Provai a sfondare con una spallata, ma la porta mi respinse! Poi mi sembrò di udire delle voci e mi sforzai di modulare in maniera comprensibile un “Per favore mi potete aiutare”, ma l’altrettanto comprensibile senso di umiliazione mi seccava la gola e mi strozzava il grido di soccorso. Sentii la porta esterna richiudersi.

Passarono i minuti, non c’era nessun trillo, nessun fruscio, nessuna voce. Mi trovavo nella condizione di dover scegliere se chiamare aiuto in maniera plateale esponendomi al ridicolo di divulgare che non sapevo più aprire una porta che io avevo ben chiuso oppure di lasciar sfiorire il tempo dell’happy hour, magari offendendo l’illustre commensale, cioè Gaston Monteron, ma mantenendo inviolata la mia dignità nel mondo dei serramenti.

Mi trovavo a dover scegliere come l’ultimo degli sfigati a cui si finisce col dire di mangiare questa minestra o di saltare dalla finestra, con l’aggravante che non c’era nessuna finestra perché era un bagno chiuso con la ventilazione forzata. Poi compresi con un’illuminazione istantanea che se ero chiuso in un cesso senza sfoghi, mentre cominciavo ad avvertire distintamente l’odore degli escrementi trascorsi da quello scarico, questa era un’allegoria. E non era un’allegoria amichevole.

All’improvviso si spense la luce e io cacciai un Ohi di spavento. Subito la luce si riaccese: era Ella, che non sentendo nessuno, aveva pensato che qualcuno avesse dimenticato la luce accesa. Le esternai il mio problema ed Ella mi assicurò che sarebbe ricorsa a Mia che aveva le chiavi di riserva, per un attimo ebbi l’assurdo timore che sarebbe andata dalla Mia Lei, ma compresi che alludeva alla sua collega. Alla fine invece venne Donna a liberarmi.

Rientrai nel salone e subito una folata di sollievo mi accolse. Mi sedetti accanto alla Mia Lei che rideva e scherzava dolcemente nel clima amichevole che si era ormai instaurato. Mai come allora mi immersi in lei, mai come allora mi piacque immensamente, mai come allora mi fece dimenticare di me, mai come allora ebbi tanta voglia di Lei. Mai come allora ebbi voglia di parlare d’affari. Nessuno faceva menzione del periodo e del motivo della mia scomparsa. Si era trattato soltanto di una brutta allegoria. Forse avevo mangiato pesante.

Reality o politica

Giorgio Mascitelli

Non so se sia vero, come afferma qualche dissidente, che i 5 Stelle nella loro comunicazione seguono i dettami del programmazione neurolinguistica o di qualche altra tecnica di marketing, ma mi sembra indubbio che tengono presente, magari inconsapevolmente, la vecchia regola delle nonne per parlare con gli stranieri: parla la tua lingua a voce più alta.

È infatti del tutto evidente che l’intensità del loro linguaggio cresce tanto più quanto più emerge la mancanza di una linea politica. Infondo e un’ordinaria saggezza da reality show: se il clima langue nella casa o nell’isola, nulla di meglio di una bella litigata, magari con una spruzzatina di volgarità, e l’audience torna a crescere. Prendiamo ad esempio gli attacchi a Laura Boldrini. Un movimento dotato di una linea politica avrebbe rivendicato ciò che è vero, ossia che senza la sua presenza in parlamento sarebbe stata impossibile l’elezione di una figura dalla storia così limpida a un’alta carica dello Stato, e avrebbe poi cercato di incalzarla specialmente sui temi affini alle due sensibilità politica.

Invece in assenza di politica l’unica cosa che risulta fattibile è portare avanti una sorta di mobbing permanente nei confronti di una persona che per i suoi comportamenti è sentita come concorrenziale per il target elettorale di riferimento dei 5 Stelle. Prove ne siano il fatto che i primi attacchi e, credo, richieste di dimissioni sono già giunte il giorno successivo alla sua elezione proseguendo con cadenze e motivazioni alternate fino a oggi e che il decreto per il quale la presidente della camera è nell’occhio del ciclone è stato discusso al senato senza azioni particolarmente eclatanti da parte del gruppo parlamentare 5 Stelle. L’assenza di una linea politica naturalmente rende impossibile l’elaborazione di un’opposizione radicale e perciò non resta che fornirne il simulacro specialmente a livello verbale.

Si può leggere in questa prospettiva l’episodio degli insulti a sfondo sessuale alle deputate del PD. Naturalmente la matrice del fatto è quello del maschilismo da bar perfettamente complementare a quello delle battute su Rosy Bindi fatte in passato dagli esponenti del Centrodestra, ma il pompino ha qui la funzione di evocare un pathos da bar dell’indignazione contro il potere al passo con i tempi (così nei film contemporanei l’attore per rappresentare la propria indignazione dirà “fottuto” o addirittura “cazzo” anziché “maledizione” come negli anni cinquanta). La volgarità è il surrogato verbale di un’alterità politica che non può esistere perché non c’è linea politica.

Caso analogo è quello degli attacchi a Corrado Augias. Il giornalista esprime le sue critiche indubbiamente dirette, ma argomentate all’operato dei 5Stelle e subito viene additato come nemico del movimento. L’ostilità personale di cui è fatto oggetto e soprattutto il torrente di livore e insulti indirizzati a lui sono ancora una volta dei succedanei di un’assente critica politica al sistema mediatico e al discorso avversario.

Il modo in cui i 5 Stelle si rapportano agli avversari sembra vagamente ispirato a quei consigli che si trovano nei manuali scritti per coloro che si sentono insicuri, ma vogliono fare carriera: non c’è niente di meglio per rafforzare la propria autostima che spianare qualche rivale. Ma non è detto che riesca sempre: Macbeth per esempio, nonostante l’intensa attività di counseling di Lady Macbeth, resta sempre un insicuro che crede alle baggianate che gli dicono le streghe anziché analizzare con realismo la situazione.

Beppe Grillo in un post apparso quest’estate contro il politicamente corretto, che a mio parere è un documento molto importante di strategia comunicativa per il movimento 5 Stelle intero, a un certo punto confonde il disprezzo per l’ipocrisia del politicamente corretto con la sanità morale dell’insulto a ruota libera. In altri termini Grillo confonde il fatto che ciò che è ipocrita nel politicamente corretto sia l’uso di certe parole cortesi e concetti umanitari invece di altri rudi ma onesti, ma non è così: l’ipocrisia del politicamente corretto è che alla correttezza verbale fanno seguito altri tipi di pratiche.

L’ultima grande manifestazione dell’ipocrisia del politicamente corretto è stata l’indignazione delle autorità europee per il bestiale lavaggio degli immigrati a Lampedusa: da un lato protestavano per il trattamento inumano, dall’altro istituivano cose tipo frontex ed eurosur che renderanno ancora più possibili scene del genere in futuro. Invece per Beppe Grillo l’ipocrisia del politicamente corretto consiste nel chiamare rifugiati al sole i clandestini e qui dovrebbe fare attenzione perché a sua volta clandestino è una parola usata per nasconderne altre e dunque ha una sua natura ipocrita. Come del resto l’hanno l’insulto e l’aggressività verbale quando sostituiscono un discorso politico che non c’è.