Genealogia della buona scuola

Giorgio Mascitelli

Con la pubblicazione del documento La buona scuola. Aiutiamo l’Italia a crescere Matteo Renzi e i suoi collaboratori hanno voluto rendere edotto il pubblico sui progetti e l’attività di riforma del governo nel comparto scolastico. Il documento ha carattere divulgativo, fin nell’impaginazione direi, e pertanto sorvola su parecchi dettagli tecnici limitandosi a enunciare obiettivi e a indicare in linea di massima le vie per realizzarli, con l’unica eccezione della carriera dei docenti trattata abbastanza diffusamente e in maniera cogente per l’amministrazione, oppure investe di una dimensione e di un colore progettuali provvedimenti già in vigore, come nel caso della valutazione del sistema scolastico. Proprio questa assenza di particolari, che poi solo apparentemente sono secondari visto che sono gli aspetti giuridici, regolamentari, organizzativi e finanziari che consentono di farsi un’idea precisa sul funzionamento del dispositivo, rende il testo un’interessante testimonianza di un’idea generale di scuola.

Chiaramente questo documento si presenta in continuità con la riforma Berlinguer e le altre che la hanno seguita e soppiantata e soprattutto con quelle raccomandate dall’Unione Europea e auspicate dall’OCSE, alla prima delle quali istituzioni le abbiamo promesse ( e si sa che ogni promessa è debito, specie se si hanno anche debiti di altro genere). L’enfasi posta sulla centralità dell’inglese e dell’informatica, sull’alternanza scuola lavoro, sull’autonomia degli istituti, sulla loro valutazione, sull’organico funzionale, sullo sviluppo delle competenze anziché dei saperi, sull’introduzione di differenze salariali, non basate sull’anzianità per i docenti di fatto è stata il comun denominatore del discorso sulla scuola in questi anni. È tuttavia analizzando un paio di particolari stilistici del testo renziano, che si può cogliere il quadro ideologico ispiratore.

Non alludo certo alla selva di anglismi presenti nel testo che fanno parte di un folclore managerialminesteriale di pertinenza più che altro degli antropologi culturali, anche se l’annuncio conclusivo che non si terranno convegni per dibattere del progetto ma solo codesign jams, barcamp or worldcafé, è un evidente adescamento della Musa del sarcasmo che si cela in ciascuno di noi. È di maggior interesse, invece, ciò che è stato notato da molti ossia che questo insieme di provvedimenti non viene più chiamato riforma ma patto. In questo caso gli estensori del documento hanno lavorato con saggezza e aderenza ai principi della piena comunicatività del nostro tempo: hanno compreso che il termine riforma è ormai talmente usurato che, persa la sua connotazione positiva, ne ha ormai soltanto una negativa, che richiama la negazione di diritti e di risorse. L’abbandono del termine riforma è significativo anche per un altro aspetto: questa parola infatti implica una sfumatura di definitività o quanto meno di stabilità. L’adozione di una riforma comporta inevitabilmente che il campo oggetto della stessa funzioni per un lasso di tempo, quanto meno pluridecennale, sulla base delle nuove regole.

Per la scuola invece è previsto, come del resto è successo negli ultimi venti anni, una sorta di cambiamento permanente che serva a giustificare una mobilitazione totale in vista dell’adeguamento alle sempre nuove esigenze economiche, organizzative, ideologiche. In particolare queste ultime sono di particolare rilievo: man mano che la crisi perdura, la disoccupazione cresce e le disuguaglianze sociali aumentano, l’inadeguatezza della scuola è e sarà sempre più indicata come responsabile principale di questi fenomeni per non mettere in discussione le politiche neoliberiste.

Ecco dunque che parlare di riforma in una scuola in perpetuo movimento, o meglio mobilitazione, avrebbe un effetto involontariamente demistificante, richiamando un orizzonte di tempo dotato di senso. Viceversa il termine patto non solo è meno impegnativo da questo punto di vista, ma è più simpatico perché questa parola è già presente nel linguaggio scolastico, richiama una dimensione contrattuale, libera e paritaria, e non ricorda invece qualcosa di riconducibile a scelte politiche.

Un altro elemento di grande interesse è che la possibilità per le scuole di scegliere i propri docenti non sulla base delle graduatorie venga definita “la possibilità di schierare la squadra con cui giocare la partita dell’istruzione”. Si tratta di una metafora sportiva, che ha già conosciuto nel nostro paese e non solo in esso un grande successo, anche se finora era stata usata perlopiù per le competizioni elettorali o le trattative politiche. Questa metafora chiarisce che l’istruzione è una competizione e quindi bisogna vincerla. Pertanto tutti coloro che sono della partita sono tenuti a comportamenti esemplarmente agonistici perché va da sé che una squadra vince solo se è compatta e determinata (e naturalmente manda in panchina chi gioca male). La metafora sportiva non è qui un’ingenuità o una superfetazione retorica, ma ribadisce l’unica dimensione pedagogica significativa per le classi dirigenti del neoliberismo: quella dell’educazione alla competitività. Siccome l’homo economicus avido, libero e intraprendente non è una specie così diffusa in natura, ecco che tocca all’istruzione produrlo creando un ambiente naturalmente competitivo.

Naturalmente nel documento sono presenti obiettivi educativi relativi all’inclusione e non mancano citazioni di Montessori o don Milani, nel giusto spirito ecumenico che ci ricorda che siamo tutti, da Che Guevara a Madre Teresa, parte della famiglia umana e così via. Il documento però resta una testimonianza paradigmatica dell’ideologia neoliberista, ma sarebbe sbagliato vedere in ciò un salto di qualità renziano. Al contrario nella scuola il grande rottamatore è semplicemente il grande prosecutore delle politiche dei governi di centrodestra e centrosinistra che lo hanno preceduto.

 

Devi essere eugenetica!

Giorgio Mascitelli

Il noto divulgatore scientifico riduzionista Richard Dawkins ha scandalizzato il pubblico con un tweet in cui affermava che se una donna in dolce attesa scopre che il bambino è down, dovrebbe abortire. Naturalmente le accuse di eugenetica hanno colpito l'autore britannico ed egli, come a volerle confermare, in un tweet successivo ha affermato che la sua prescrizione non si applicava agli autistici perché essendo alcune delle loro facoltà superiori alla norma possono rendersi utili. Come sempre accade quando un canonico, sia esso orgogliosamente ateo o devotamente umile, pretende di sostituirsi in nome di un'istanza superiore alla donna nel delicato e talvolta doloroso processo di decisione di mettere al mondo una creatura, suona un campanello d'allarme per tutti. In questo caso semplicemente la volontà di controllo del corpo femminile non è dettata da paternalismo religioso e dominio sulla sessualità femminile ma da una razionalità calcolatrice che vede nella vita umana (degli altri) un mezzo per produrre ricchezza.

D'altronde l'eugenetica ha più a che fare con l'immaginario sociale che con la biologia, anche se mi rendo conto di rivelare con quest'opinione la mia natura da contadinaccio ignorante e oscurantista: quando nel codice sociale è dominante il valore della performatività, quando il discorso sociale afferma che devi essere il migliore, che devi cambiare la tua vita, che devi produrre di più, si finisce inevitabilmente con lo sconfinare nell'eugenetica, se le possibilità tecniche lo consentono. L'eugenetica si presenta infatti come la concretizzazione di una determinata mentalità sociale e come la promessa realizzabile di una sua sicura proiezione nel futuro, ossia la sua perpetuazione, ed è perciò irresistibile per ogni forma di potere, tranne che per quello teocratico che ha le sue specifiche forme di perpetuazione simbolica. Prova ne sia che esistono o sono esistite, accanto a quella più tristemente nota, delle eugenetiche liberali e socialdemocratiche.

Ma c'è un altro aspetto interessante in queste esternazioni. Infatti se il medium è il messaggio, il mezzo scelto da Dawkins per comunicare il suo pensiero, ossia twitter anziché strumenti che consentano un'espressione più articolata, non è dovuto alla ricerca di sensazionalismo pubblicitario, di cui un autore così noto non ha certo bisogno. Si tratta piuttosto di suggerire uno stile comunicativo al passo con i tempi e di tipo inequivocabilmente modernizzante, dunque veloce, deciso, chiaro e non bisognoso di argomentazioni articolate che provocano quelle lunghe discussioni che piacciono agli umanisti, ma non concludono nulla.

A sua volta questo stile sembra rimandare a una figura che si muove a cavallo tra competenze tecnoscientifiche, perciò indiscutibili per il pubblico, razionalità economica (ossia compatibilità con gli interessi economici privati dominanti) e spregiudicatezza morale e politica, spesso presentata come una forma attuale di progressismo, che hanno invece delle ricadute che riguardano tutti. È proprio in questo stile comunicativo, che punta a semplificare funzionalisticamente qualsiasi questione articolata e soggetta a più opinioni, suggerendo implicitamente che ci sono sempre degli specialisti che hanno già risolto il problema in maniera definitiva, che si può riconoscere l'emergere di un'opinione pubblica globale (anche se il termine opinione pubblica è forse improprio, almeno se la intendiamo nella sua accezione originale).

La concisione di questo stile e l'autorevolezza mediatica di chi può praticarlo con efficacia fanno sì che la sua natura prescrittiva sia talmente immediata da rendere obsoleta l'idea moderna di dibattito pubblico. In altri termini in passato Dawkins sarebbe stato costretto ad argomentare in maniera articolata su un giornale le sue idee esponendosi quindi a un dibattito, mentre oggi le ha potute tuittare, ottenendo una risonanza internazionale se non globale e lasciando a vari commentatori locali in condizioni di minor prestigio comunicativo il compito di chiosarle criticamente o meno. Insomma anche nella comunicazione ipermoderna c'è sempre qualcuno che dice a qualcun altro che cosa deve fare o che cosa deve essere, ma mentre una volta ciò accadeva in nome della tradizione o dei costumi dei padri, adesso accade in nome di saperi che si aggiornano continuamente.

L’erba vorrei. Giorgio Mascitelli

Vorrei. Quello che vorrei non è poi così difficile da realizzare. Non ho molte pretese e nemmeno molta fantasia. Sul piano personale ho avuto la fortuna o la sfortuna di considerare connaturata all'esistenza una quota di frustrazione: ciò mi ha permesso di vivere momenti di godimento inatteso, ma mi ha abituato a non desiderare troppo in grande.

Sul piano collettivo confesso che il pessimismo della ragione mi ha progressivamente vietato non solo di volere tutto, ma anche qualcosa di sostanzioso: sono troppo abituato da anni a pensare di limitare i danni di fronte a un sistema di governo che è quanto di più minuzioso e pervasivo mente umana abbia mai creato, e nel contempo dotato di un'apertura di spirito largamente inferiore a quella di qualsiasi mobiliere brianzolo per poter desiderare qualcosa che non sia provare a vivere con un minimo di libertà.

Certo potrei cavarmela ipocritamente con qualcosa tipo una parafrasi di Imagine o di qualche altra canzone libertaria ma non sarebbe la mia verità interiore. Così devo ammettere che voglio cose un po' banalotte e prettamente individualistiche. Per esempio, ciò che mi trovo a desiderare con più frequenza in questa fase della mia vita è di avere un po' più di tempo o meglio di avere la possibilità di perdere un po' di tempo anche in cose futili.

Non che sia una gran novità: già qualche anno fa Enzensberger, mi pare, aveva sostenuto che nella nostra società la vera ricchezza è avere tempo e mi trovo parzialmente d'accordo con questa tesi. Nel mio caso però quello che noto è che il mio è un desiderio non estremo, ma piuttosto facile da realizzare, in altri termini si può dire che io voglio poco. E qui cominciano i miei guai perché in questi tempi la società vuole di più precisamente da quelli che vogliono di meno.

Coloro che vogliono di meno innanzi tutto nella nostra società sono considerati coloro che non vogliono in maniera diretta o indiretta soldi, se non quelli minimi necessari. Ma curiosamente da essi si vuole che mettano a disposizione la loro vita, le loro scelte e l'organizzazione del proprio tempo in base alle necessità di coloro che vogliono molto, e per di più nella cultura dominante del nostro tempo si considera questa richiesta non solo ammissibile, ma utile al progresso dell'umanità.

Le persone che vogliono di meno, poi, sono anche potenzialmente antisociali perché per realizzare i loro modesti desideri solo raramente hanno bisogno di chiedere dei prestiti e quindi tendenzialmente sfuggono al rapporto tra debitore e creditore, che Maurizio Lazzarato ci ha mostrato essere la relazione sociale dominante nei nostri tempi.

Non è un caso che infatti si è escogitata l'idea di rendere responsabili tutti gli abitanti di un paese di un debito contratto dal governo per fare rientrare anche i recalcitranti in questa relazione sociale. Insomma i tempi sono questi: anche a essere minimalisti nei desideri ci si trova a stare dalla parte dei sognatori.

 

L’ascensore si è rotto

Giorgio Mascitelli

Il Censis ha pubblicato nei giorni scorsi un rapporto relativo alla crescente sfiducia nella scuola italiana come strumento di avanzamento sociale. In esso si snocciolano una serie di dati drammatici e pertinenti, dal calo delle iscrizioni all’università alla crescita del tasso di abbandoni degli studi degli alunni di famiglie disagiate e altri per la verità un po’ fuori luogo rispetto al tema della sfiducia nella scuola, come la crescente preoccupazione per l’insufficienza o la totale mancanza di posti nella scuola dell’infanzia, specialmente nelle grandi aree urbane.

Del resto la notizia di fondo non è certo inedita: già nel 2010 l’OCSE in uno suo documento aveva segnalato l’Italia, insieme a Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, come uno dei paesi in cui la scuola garantisce meno mobilità sociale (per la cronaca i paesi più virtuosi sono quelli scandinavi e l’Austria, cioè paesi dove lo stato sociale funziona ancora).

Ciò che lascia sorpresi nel rapporto Censis e nel modo in cui è stato accolto sui giornali è il fatto che non una parola venga spesa sul contesto economico-sociale in cui questa crisi si svolge, per cui un lettore potrebbe essere indotto a credere che sia un problema specificamente scolastico. Per esempio, se la disoccupazione e la sottoccupazione intellettuali aumentano, più che un problema di scarsa efficienza scolastica si tratta di una conseguenza del calo dell’occupazione nella pubblica amministrazione e nella grande industria ossia nei settori che tradizionalmente hanno bisogno di manodopera qualificata. Forse allora più che chiedersi se la scuola sia pronta o meno alle esigenze del mercato del lavoro, tema dominante nella discussione pubblica, bisognerebbe chiedersi dove reperire fondi per investimenti lungimiranti in settori avanzati, vista la scarsa propensione del capitale privato a investimenti di questo genere.

In questo sguardo strabico sulla scuola si deve riconoscere una prova eloquente dell’egemonia culturale del discorso neoliberista. È infatti uno dei fondamenti ideologici del neoliberismo, in particolare della sua variante blairiana con il suo welfare delle opportunità, affidare alla scuola la responsabilità assoluta e unica di una mobilità sociale, negando l’evidenza che più aumenta la disuguaglianza a livello generale meno è possibile alla scuola esercitare alcuna funzione di mobilità sociale. Questo discorso in un paese debole e perdente nella globalizzazione come l’Italia assume poi dei caratteri particolarmente dannosi perché, prendendo a modello paesi che occupano gradini superiori nella gerarchia internazionale, non consente di analizzare con realismo le problematiche e le risorse effettivamente presenti nella scuola italiana.

L’atteggiamento di scarsa consapevolezza delle classi dirigenti italiane su queste tematiche mi sembra testimoniata da due episodi. Da un lato il provvedimento del governo Letta che stanziava delle risorse per creare posti di lavoro stabili per giovani e che peraltro non ha raggiunto minimamente gli obiettivi stabiliti (pensato per la formazione di centomila posti tra il 2013 e il 2015, ha contribuito a crearne solo ventiduemila) riguarda solo coloro che sono privi di titoli di studio. Dall’altro è molto indicativa la polemica condotta da illustri economisti contro il liceo classico, perché in questa scuola andrebbero gli studenti migliori che diventerebbero menti strappate alle scienze e all’economia.

Il che dimostra la tendenza delle nostre classi dirigenti a occuparsi del sesso degli angeli anche in una chiave pragmatico-economicista, visto che, in un paese in cui una quota crescente dei pochi neolaureati in materie tecniche e scientifiche va all’estero perché non trova sbocchi lavorativi sul mercato interno, sono verosimilmente altre le emergenze in quell’ambito.

Infine non va dimenticata la sostanziale ipocrisia della commissione europea che a parole invita i singoli paesi a rafforzare le politiche dell’istruzione, e dall’altro richiede esplicitamente tagli crescenti alla spesa scolastica. E forse varrebbe la pena di chiedersi se questa pericolosa schizofrenia sia frutto soltanto della progressiva incapacità di governo delle istituzioni europee o sia piuttosto un prodotto di una politica volta a consegnare all’Italia e agli altri paesi mediterranei il ruolo di fornitore di manodopera non qualificata. Insomma l’ascensore sociale si è rotto, ma i tecnici non sembrano capaci né particolarmente desiderosi di ripararlo.

Hitler nel discorso mediatico postmoderno

Giorgio Mascitelli

Se fosse confermata la notizia che Carlo d’Inghilterra si sarebbe lasciato andare nel corso di un incontro pubblico in Canada a paragonare Putin a Hitler come un qualsiasi giornalista di tabloid popolare o un qualsiasi ex nuovo filosofo, ci troveremmo di fronte a una svolta nella storia delle gaffe del principe di Galles, che nel passato erano sempre state improntate a un aristocratico spirito elitario e demodé anziché come in questo caso a una perfetta riproduzione del mainstream mediatico. Da questa circostanza si evincerebbe chiaramente che quel processo di riconversione pop della famiglia reale inglese, mirabilmente descritto da Stephen Frears nel suo film sulla regina Elisabetta e i funerali di Lady D., è giunto a compimento.

Che ormai l’evocazione di Hitler nel discorso mediatico sia diventata la norma è testimoniato anche dalla recente campagna elettorale italiana per le elezioni europee con le note esternazioni di Beppe Grillo, anche se in esse l’uomo politico genovese è stato parlato dal linguaggio mediatico molto più di quanto lui creda di averlo parlato e questa confusione in definitiva determinerà la vera natura e le vere tendenze del suo movimento.

Lo sdoganamento dell’uso di Hitler come epiteto per dittatori, imperatori del male, avversari canaglia e affini risale alla prima guerra del Golfo e fu ovviamente rivolto a Saddam Hussein. La scelta è spiegabile con il fatto che, caduto il muro di Berlino, i nuovi nemici dell’occidente progressista e pacifico non potevano che essere emuli di Hitler e che il mondo libero doveva unirsi senza esitazioni contro il pericolo rappresentato dal terzo o quarto esercito del mondo. Da allora il nemico di turno è sempre stato qualificato in questo modo dall’apparato mediatico occidentale secondo una modalità diffusasi anche tra le persone comuni, per cui mi è capitato di scorgere tra le fotografie di una manifestazione di protesta contro la secondo guerra in Iraq un cartello che paragonava Bush a Hitler, con un evidente rovesciamento di contenuti e un’altrettanto evidente continuità formale con il discorso mediatico destinata a vanificare il predetto rovesciamento.

Naturalmente l’evocazione di Hitler come epiteto offensivo per gli avversari resta una banalizzazione della storia che non ha a che fare soltanto con un’offesa alla memoria civile delle vittime o a una grossolana revisione di determinati giudizi storici, ma ha degli effetti molto concreti sulle pratiche attuali. Questa banalizzazione, infatti, deve produrre (e produce) effetti di assuefazione nei cittadini occidentali all’interventismo militare sistematico e all’uso della violenza preventiva al posto della politica nella risoluzione dei conflitti. Un freschissimo esempio di questa assuefazione è rintracciabile nel fatto che in una città europea come Odessa è stato possibile bruciare viva una quarantina di persone inermi all’interno di una sede sindacale senza che questo destasse nell’opinione pubblica europea una serie di seri interrogativi sulla natura reale dello scontro in atto in Ucraina.

Il protagonista del romanzo di Don De Lillo Rumore bianco Jack Gladney è un professore universitario del Midwest che ha raggiunto una certa notorietà specialistica con i suoi studi su Hitler, ma vive costantemente nel terrore che la comunità accademica scopra che lui non conosce il tedesco e che pertanto tutte le sue ricerche sono costruite su materiale di seconda mano. Aldilà di quegli aspetti immediatamente satirici del mondo universitario, nel personaggio di Gladney ciò che è più caratteristico è la totale assenza di motivazioni profonde sul piano storico, politico e culturale nella scelta del suo oggetto di studi. Talvolta si ha l’impressione che per lui studiare Darth Vader sarebbe esattamente la stessa cosa.

In un certo senso Jack Gladney è il nume tutelare di coloro che nell’attuale contesto politico e mediatico si affannano a scorgere Hitler in ogni angolo e, sempre nello stesso senso, potremmo definire questo fenomeno un esempio della condizione postmoderna in politica. Non si tratta di revisionismo contro cui opporre una verità storica, ma è piuttosto lo svuotamento di senso e la riduzione della storia a icona spendibile in ogni circostanza nella quale il marketing politico lo richieda. Quanto più Hitler viene ridotto a icona, seppure negativa, quanto meno nella società si mantiene l’idea di cosa sia stato politicamente il nazismo. Mi verrebbe da dire che non è un caso che questa pratica si affermi proprio nell’epoca in cui le grandi forze del capitale finanziario svuotano la democrazia sia dei poteri decisionali sia delle forme di partecipazione dal basso. O forse si potrebbe dire più semplicemente che questo è un sintomo del fatto che la tregua è finita.

La scuola della valutazione

Giorgio Mascitelli

La pubblicazione sul giornale inglese Guardian il 6 maggio scorso di una lettera al direttore del programma PISA dell’OCSE Andreas Schleicher da parte di un gruppo di accademici ed esperti di didattica in prevalenza anglosassoni sui danni prodotti dallo stesso programma al sistema scolastico rappresenta una riflessione e una proposta di dibattito che per la sua ampiezza richiederebbe il rapido sviluppo di quella che, per comodità, potrei chiamare un’opinione pubblica globale.

Gli estensori della lettera criticano la pretesa di ridurre a valutazioni quantitative omogenee sistemi scolastici disomogenei finendo con il produrre risultati falsati, ponendo le scuole e i sistemi scolastici che operano in ambienti sociali sfavorevoli agli ultimi posti e favorendo una didattica tutta rivolta a migliorare la posizione in classifica, che trascura obiettivi fondamentali dell’insegnamento come la formazione culturale e civica dello studente. Un secondo genere di osservazioni non meno importanti è relativo al quadro di legittimità delle prove PISA che sono promosse da un’organizzazione che non ha alcun mandato internazionale, a differenze di Unicef o Unesco, per occuparsi di questioni educative e culturali e alla sua collaborazione per la realizzazione di queste prove con soggetti economici privati che hanno interessi aziendali nel mondo della scuola.

Potrebbe apparire sorprendente che un sistema di rilevazione internazionale triennale per quanto prestigioso abbia influenze così pesanti sul mondo della scuola di nazioni diverse, ma bisogna considerare che i dati PISA vengono utilizzati come indicatori dai vari governi per le loro scelte in materia di politica scolastica e che hanno originato una serie di valutazioni all’interno delle singole nazioni con modalità, criteri e finalità analoghi (per l’Italia si tratta delle prove INVALSI). In un certo senso si potrebbe affermare che le prove PISA tendono a prendere una funzione simile a quella che hanno le agenzie di rating sul mercato finanziario delle obbligazioni e dei titoli di stato con analoghi effetti di condizionamento.

Naturalmente non è possibile descrivere qui dettagliatamente le conseguenze nella vita scolastica concreta di questo stato di cose, l’osservazione delle quali ha probabilmente indotto i firmatari a scrivere la loro lettera. Vale invece la pena di fare qualche osservazione a margine a partire dal fatto che l’obiettivo delle prove PISA è la misurazione in termini numerici, ossia astratti, del valore dell’istruzione dei singoli paesi e delle singole scuole. Si tratta dunque della ricerca di una misura oggettiva del valore dell’istruzione, sulla base della quale sarebbe dunque possibile stabilire un equivalente monetario oggettivo, e nel contempo il miglioramento qualitativo, ma valutato quantitativamente, dell’istruzione può essere raggiunto dalle varie scuole solo tramite l’adozione di pratiche scolastiche standard, costruite sul modello delle prove PISA.

Se da un lato tutta questa razionalità ricorda indubbiamente i complicati calcoli mentali di certi personaggi beckettiani, dall’altro è chiaro che questa logica richiama quella che sta alla base del processo di industrializzazione, seppure in modo più instabile e meno realizzabile data la natura immateriale e non priva di astuzie metafisiche dell’oggetto di questa produzione industriale ossia l’istruzione. Sul piano dell’esperienza culturale del singolo studente, invece, la scuola forgiata dalle prove PISA, o meglio dalle politiche e dalle pratiche che prendono l’abbrivio da esse, tende a diventare qualcosa di simile a un nonluogo. In un certo senso la scuola ha costitutivamente dei caratteri da nonluogo, basti pensare a una certa uniformità dell’architettura scolastica o alla sua parziale separatezza dall’ambiente sociale circostante, ma essi sono controbilanciati dalle relazioni umane che in essa si intrecciano e dalla presenza della trasmissione del sapere, che funge da tramite con la storicità della propria società (operazione effettuata in maniera consapevole nelle buone scuole).

Tra le relazioni umane ovviamente ha un ruolo fondamentale quella tra studente e insegnante, perché un buon insegnamento anche in senso tecnico è sempre fondato sul fatto che procede da una relazione umana di tipo educativo: non a caso nelle scuole autoritarie la specificità di questo tipo di relazione è stata negata imponendo all’insegnante di interpretare il ruolo ora del genitore, ora della guida spirituale, ora del comandante militare o del tecnico.

Una scuola centrata sulle valutazioni quantitative sopprime sia la relazione umana dell’insegnamento sia la consapevolezza della storicità del sapere trasmesso perché l’unico obiettivo è il raggiungimento degli obiettivi didattici stabiliti implicitamente dalle prove. La prima in quanto a un insegnante viene di fatto richiesto di raggiungere livelli standardizzati attraverso modalità standard, la seconda perché una scuola competitiva che definisce il proprio valore attraverso test e classifiche ostacola qualsiasi riflessione critica sui saperi che impartisce.

Rimuovendo queste dimensioni la scuola resta un ambiente asettico assolutamente assimilabile a un aeroporto o una località turistica. Nella prevalenza di questa idea di scuola nella nostra società, possiamo in fondo leggere un finale di partita per l’idea dell’acculturazione e della formazione come processo di emancipazione che ha informato di sé la scuola moderna.

Riconversione intellettuale

Giorgio Mascitelli

Ha occupato fugacemente le cronache dei giornali nei mesi scorsi la notizia che due giovani dottorandi dell’università di Princeton avevano elaborato un modello matematico, modificandone un altro che si applica a studi epidemiologici, basato sul numero di citazioni di facebook su google trends, in base al quale il celebre network sarebbe destinato a perdere gran parte degli utenti tra il 2015 e il 2017. La replica di facebook non si è fatta attendere e il suo matematico senior, applicando lo stesso modello alle citazioni dell’università di Princeton, ha ottenuto risultati del tutto analoghi.

La risposta di facebook non è dovuta a orgoglio aziendale ferito e non è una semplice lezione che un matematico esperto ha inflitto a due giovanotti alle prime armi, ma era una mossa difensiva obbligata, dicono gli esperti. Infatti la notizia di questo studio, che non era stato sottoposto nemmeno a revisione paritetica (ossia il giudizio di plausibilità da parte di un altro esperto che deve ricevere uno studio scientifico per essere pubblicato su una rivista specialistica), riportata con titoli estrosi dalla stampa rischiava di danneggiare a livello finanziario facebook, sulla quale già circolano previsioni di carattere non ottimistico, anche se ben lontane dall’essere così catastrofiche, che avrebbero orientato le scelte di borsa di molti operatori.

Gli autori dello studio non avevano con ogni probabilità alcuna intenzione di sferrare un attacco speculativo a facebook, che ha rischiato quasi di configurarsi come una forma di aggiotaggio, ma semplicemente di svolgere un’ipotesi di studio, forse non priva di una lieve sfumatura di divertissement goliardico. Proprio questa circostanza rende l’episodio un buon esempio per definire alcuni tratti importanti della cultura contemporanea (quella diffusa effettivamente).

Innanzi tutto in questa vicenda ci sono tre categorie protagoniste: gli scienziati, i giornalisti e i trader. Gli scienziati sono coloro che fanno nuove scoperte, i giornalisti sono coloro che le comunicano al mondo in forme retoricamente adeguate e i trader sono coloro che rendono fruttuose queste scoperte. Per quanto rozza e schematica possa essere questa suddivisione dei ruoli, questa idea della cultura è tipica delle élite del nostro tempo e sulla sua base si stanno riorganizzando gli studi nelle nostre scuole, sull’avvenire e ormai anche sul presente delle quali bisognerà cominciare a riflettere seriamente.

I comportamenti di queste tre figure sono dettati da alcuni valori anch’essi dominanti. Innanzi tutto la fiducia cieca da rasentare la credulità in tutto ciò che si definisce o risulta essere o appare o viene presentato come scientifico (in netto contrasto con lo spirito scientifico che ha sempre visto nel dubbio, nella discussione e nella verifica il motore dello sviluppo della conoscenza); in secondo luogo la convinzione che la spettacolarizzazione di una notizia non solo non sia una forma di manipolazione della verità, ma al contrario sia un mezzo neutro per divulgarla; in terzo luogo un utilitarismo dal respiro cortissimo, quasi asmatico, per cui ogni presunta novità scientifica si deve tradurre in moneta sonante nel giro di brevissimo tempo.

Insomma se il sapere sembra prendere come modello le voci di borsa, risulta perfino ovvio che in un contesto del genere la figura dell’intellettuale sia superflua. È chiaro che in un mondo dominato da una cultura siffatta la funzione di analisi critica non solo non è produttiva, ma in alcuni casi può addirittura essere considerata dannosa per l’economia. La celebre battuta tremontiana sulla cultura che non dà da mangiare appare in questa prospettiva come la variante contadinesca e provinciale di un’idea, che in forme più sofisticate è diffusa anche nelle capitali dell’impero.

È però sbagliato parlare di crisi dell’intellettuale per descrivere la situazione attuale, bisogna invece prendere in prestito un concetto del linguaggio sindacale e parlare di esuberi. L’intellettuale è una figura in esubero al pari di quella di qualsiasi dipendente di un’industria che si trasferisce all’estero o esternalizza. Come nelle trattative sindacali si individuano le forme di riconversione e riqualificazione dei lavoratori, analogamente in molte sedi accademiche già si cerca disperatamente di riconvertire studi dai quattro quarti di nobiltà intellettuale in minijob che abbiano almeno vagamente a che fare con la formazione del prodotto interno lordo. Così, se mi si perdona la battuta facile, uno dei fenomeni culturali più cospicui del nostro tempo sarà la riconversione dei chierici.

Per chi non ci sta invece non resta che la via della politicizzazione, non nelle vecchie forme dell’intellettuale impegnato, che infondo parla sempre in difesa di altri come Zola per Dreyfus. In questo caso l’intellettuale inconvertibile prenderà la parola in prima persona per difendere se stesso. Come riuscire a coniugare questa nuova condizione precaria della parola intellettuale con il necessario rigore analitico resta una delle sfide culturali più interessanti del nostro tempo.