I gilet gialli e Bartleby

Giorgio Mascitelli

Sul movimento dei gilet gialli in questi mesi mi sono poco informato e li ho osservati distrattamente, se si esclude un istintivo fastidio per il modo in cui venivano trattati dal giornalismo main stream. Ritengo che il mio atteggiamento superficiale, perché si converrà che questo movimento è una delle poche cose interessanti accadute in Europa, sia dovuto all’ assoluta impenetrabilità di quel movimento alle attese, alle emozioni e alle categorie politiche abitualmente usate.

Già nella scelta del simbolo, un indumento che ha a che fare con il mondo del lavoro manuale, ma anche con gli automobilisti e con cento altri impieghi, dal basso valore evocativo, associato perdipiù a un colore che in Francia è da sempre quello dei crumiri, un movimento che fa delle rivendicazioni sociali il proprio tema risulta sfuggente. Anche nei suoi obiettivi possiamo trovare, in un certo senso, il medesimo anonimato: superata una prima fase in cui parevano essere all’ordine del giorno soprattutto richieste concrete e molto immediate, si è passati ad obiettivi più generali ma forse più vaghi, che si basano su una domanda di maggiore uguaglianza e dunque su una critica delle élite.

Anche i tentativi di egemonizzare il movimento sia da organizzazioni di destra sia di sinistra, per tacere del grottesco tentativo dei 5stelle di ‘dialogare’ con i ’leader’, sono sostanzialmente falliti di fronte alla sua natura proteiforme, ma solida nella volontà di esprimersi in prima persona con il linguaggio della piazza. Analogamente il principale avversario Macron, che aveva affrontato senza troppi problemi un’opposizione sindacale classica, è restato sostanzialmente in difficoltà di fronte ai gilet gialli, nonostante qualche concessione economica, qualche riforma eclatante di sapore egualitario come l’abolizione della Scuola Nazionale d’Amministrazione ( ENA, in cui si formano gli alti dirigenti dello stato e delle multinazionali francesi), gli appelli alla nazione e la gestione dura della piazza.

Ancor più sorprendente è la loro sostanziale impermeabilità al mondo mediatico non solo perché non hanno avuto esito le varie accuse di antisemitismo, di neofascismo, di essere al soldo della Russia e di essere composto da Black bloc travestiti di giallo, ma anche perché la mancata individuazione di leader autorevoli mediaticamente impedisce la loro classificazione rispetto al politicamente corretto e ad altri indicatori diffusi abitualmente ( europeismo, sinistra/destra, modernità ecc.). Così si può dire che questo movimento non è rappresentabile entro le normali categorie mediatiche con cui sono commercializzati i prodotti politici.

Ciò che caratterizza profondamente i gilet gialli è la lunga durata delle proteste e la loro ripetizione quasi rituale grazie alla manifestazione del sabato, cosa che da un lato li rende non omologabili a qualsiasi movimento desideroso di occupare uno spazio mediatico né a quegli scoppi di rabbia di qualche ghetto improvvisi, furiosi, impolitici che si consumano in uno spazio temporale e culturale da carnevale. In questa lunga durata e nella ripetitività c’è il rifiuto della logica dell’evento e dunque una marcata refrattarietà alla rappresentazione mediatica; da qui nasce l’impossibilità di assorbire questo movimento nel normale discorso politico ( quello che nomina i vari populisti, sovranisti, globalisti, europeisti e le relative identità). Questa refrattarietà alla mediatizzazione rende, almeno parzialmente, ingovernabile questo movimento secondo le logiche della normale governance politica, perché il modo in cui la politica riconduce i fenomeni sociali al proprio campo e a sua volta viene ricondotta alle istanze economiche e finanziarie dominanti è proprio quello della rappresentazione mediatica, poco importa qui se con i nuovi o i vecchi media. Non ho minimante la conoscenza della situazione per poter prevedere se questo movimento avrà successo o sarà riassorbito ed eventualmente in che misura, ma mi sembra certo che esso sia stato reso possibile dalla crisi della governance neoliberale come l’abbiamo conosciuta dagli anni Novanta in poi e pertanto ne costituisca un sintomo profondo.

L’unico nume tutelare che questo movimento può ragionevolmente invocare è Bartleby lo scrivano, anche se, come è normale nelle ribellioni collettive, il suo ‘preferirei di no’ viene qui coniugato all’indicativo. Infatti la formula di rifiuto di Bartleby, nota Deleuze, ‘disattiva anche gli atti linguistici con i quali un padrone può comandare, un amico benevolo porre delle domande, una persona fidata promettere’ ( Agamben- Deleuze Bartleby la formula della creazione). Insomma sono disarticolate le principali posizioni da cui parte ogni comunicazione pubblica o privata. Ecco in qualche modo analogamente anche i gilet gialli operano una radicale disattivazione di tutti gli atti linguistici e di tutte le procedure comunicative che in questa fase storica in Occidente regolano la rappresentazione del politico.

Infatti la peculiarità e la forza dei gilet gialli risiedono proprio in questa forma di disattivazione e di refrattarietà.

Qualche critico potrebbe obiettare che in tutto ciò ci sia una sorta di nichilismo della prassi, una pura negatività dell’azione. Sarebbe puerile affermare che tale rischio non esista, tuttavia esso non dipende solamente dalla capacità dei gilet gialli di declinare le loro forme di lotta in modo che non sovradeterminino o spostino gli obiettivi, ma anche dal contesto storico ed economico. D’altra parte se esistessero le normali condizioni di dialettica politica che hanno caratterizzato le democrazie occidentali almeno nel secondo dopoguerra, molte delle istanze che animano i gilet gialli avrebbero trovato rappresentanza nel normale sistema dei partiti e dei sindacati e dunque non ci sarebbe stato spazio per un movimento del genere. Nell’attuale sistema di governance, che tutela e promuove il diritto degli individui e la loro competizione, le istanze collettive possono essere rappresentate solo nella comunicazione mediatica, a maggior ragione con la diffusione dei social ( che stanno al vecchio apparato mediatico come airbnb sta a quello della ricezione alberghiera); naturalmente essere rappresentabili dalla comunicazione mediatica comporta di rispettarne i codici e le regole, che non sono affatto innocenti. In particolare, come accennavo sopra, le manifestazioni di piazza possono sussistere solo come evento speciale,possibilmente corredato di folla oceanica e transitoria. La disarmante certezza che ogni sabato, da qualche parte, ci sarà una manifestazione pone oggettivamente una frattura con tale modo di rappresentazione sostituendo all’eccezionalità del singolo evento la quotidianità delle pratiche sociali. Non è questo un passaggio così secondario, se si pensa che nelle società postmoderne il riassorbimento entro logiche mediatiche di quasi ogni fenomeno sociale ha preso il posto che, nelle società moderne, era occupato dalla mediazione politica e sociale. E forse in questo passaggio è possibile scorgere i germi di una nuova grammatica politica, che contrappone un tempo cadenzato ritualmente a quello momentaneo delle breaking news.

Splendore (del potere) e degrado (dell’ambiente)

Giorgio Mascitelli

Come è noto, lo scorso 15 marzo si è svolto con grande successo lo sciopero studentesco internazionale per la difesa dell’ambiente promosso dall’organizzazione Fridays for future guidata dalla giovanissima attivista svedese Greta Thunberg. Proprio l’apparizione sulla scena pubblica della ragazza di Stoccolma ha dato la stura a una serie di accuse complottiste nei suoi confronti veicolate come al solito dai social media sfociata anche in una dichiarazione volgare in una trasmissione della radio pubblica italiana. La tesi di fondo di queste accuse sarebbe che il successo mediatico delle iniziative della Thunberg, culminato in inviti a vari prestigiosi consessi internazionali tra i quali il Forum economico di Davos, sarebbe dovuto a una volontà del sistema di usarla come strumento di propaganda contro le forze sovraniste in vista delle prossime elezioni europee; in particolare lei sarebbe manipolata dal capitalismo ‘progressista’ dei colossi della rete che vorrebbero dare un’immagine ecologica della globalizzazione neoliberista nascondendone i problemi. Naturalmente in un contesto del genere non poteva mancare la tipica dichiarazione ideologicamente kitsch di Diego Fusaro per cui Greta Thunberg sarebbe usata dal padronato cosmopolita per distrarre le masse dalla lotta di classe.

Invero non si capisce perché il padronato cosmopolita avrebbe bisogno di una studentessa sedicenne impegnata contro il capitalismo petrolifero per distrarre le masse, nel momento in cui la sua egemonia è tale che ha convinto le suddette masse che i capitalisti legati alla finanza tradizionale, che ha generato la globalizzazione, tipo Trump possano difenderle dal capitalismo globale. Peraltro se si analizzano le dichiarazioni della Thunberg difficilmente possono essere ricondotte a un discorso ideologicamente neutro o filoliberista: basterà qui ricordare che l’uso da parte sua della polemica generazionale per cui le vecchie generazioni stanno togliendo il futuro alle nuove inquinando l’ambiente smaschera l’uso strumentale di questo argomento che era stato fatto dalle élite neoliberiste a proposito del debito pubblico, restituendolo al contesto in cui era nato con la formulazione del principio responsabilità. Ogni discorso radicalmente ecologista, e quello della giovane Greta al momento lo è, è incompatibile con il neoliberismo perché cozza contro due principi cardine di quel tipo di ordine: la crescita economica infinita a tutti i costi e la competizione di tutti contro tutti. Rafforzare poi i partiti ecologisti europei, che possono ostacolare le grandi opere, queste sì strategiche per il capitale, non è certo tra le priorità dei signori di Davos.

Ovviamente non si può negare che la fondatrice di Fridays for future goda di una benevolenza molto ampia presso i mass media ed è questo che ha destato il sospetto di molti soprattutto perché è evidente che essa le ha aperto le porte di quegli incontri internazionali delle élite citati sopra. Con tutta onestà bisogna aggiungere che a spiegarla non bastano né la sua decisione nel condurre la sua azione di protesta né alcuni tratti della sua immagine pubblica che ne fanno una potenziale icona del politicamente corretto, perdipiù proveniente da un paese guida del politicamente corretto. E’ evidente che, se è stata invitata a Katowice e a Davos, è perché si riteneva vantaggioso farlo. Se a questo si aggiunge che da sempre il potere è solito usare bambini e ragazzini per le proprie finalità, come ben sa il primo ministro polacco Kaczynski che tredicenne fu protagonista con il gemello di un film di grandissimo successo, direi che per il complottista medio non ci possono essere dubbi. Peccato però che il discorso della Thunberg, finché mantiene questo profilo politico, abbia un valore propagandistico inesistente o controproducente per qualsiasi turbopotere a scelta del lettore.

Il fatto è che essere invitati in questi congressi dei potenti del mondo non significa automaticamente essere manipolati dalla propaganda, la Thunberg è stata invitata tanto in ragione del suo impegno quanto per via della sua età e del suo volto ancora da bambina e se persevererà in questo tipo di critica, se accetterà di non trasformarsi in ambasciatrice di un ambientalismo depoliticizzato, tra qualche anno sarà ignorata dall’apparato mediatico o trattata come un qualsiasi gilet giallo. Non va dimenticato che le forze che organizzano il Forum di Davos non hanno bisogno di fare alcun tipo di propaganda perché non hanno bisogno di alcun tipo di consenso popolare. La caratteristica centrale del predominio della finanza, infatti, è che questo ormai può prescindere da qualsiasi forma di consenso di massa per imporre le proprie priorità alle agende politiche di gran parte dei governi europei e non.

Lo spettacolo della giovane attivista che criticava le logiche economiche che hanno causato i mutamenti climatici di fronte ai potenti del mondo non aveva a che fare con la propaganda, ma era la rappresentazione dello splendore e del fasto del potere globale che nella sua illuminata benevolenza si permette di ascoltare anche chi lo critica. Non è un fenomeno nuovo e a ricordarcelo c’è la Colonna Traiana di Roma. Per molto tempo questo monumento, decorato per tutta la sua altezza da una striscia di bassorilievi che raccontavano la conquista della Dacia da parte dell’imperatore, fu interpretato dagli studiosi come un esempio di propaganda delle imprese e dei valori ideologici del principato di Traiano. Il limite di questa interpretazione è però che i bassorilievi sia per l’altezza della colonna sia per la sua posizione non erano visibili alla popolazione romana: il che per un’opera di propaganda non è un difetto trascurabile. La colonna in realtà, come spiega Paul Veyne, doveva essere semplicemente guardata da lontano nel contesto del complesso urbanistico in cui era inserita perché non doveva persuadere nessuno della bontà dell’azione di Traiano, ma testimoniare concretamente la sua grandezza. Ecco in qualche modo similmente il discorso di Greta Thunberg a Davos non doveva essere recepito dal pubblico, ma si doveva semplicemente vedere che i signori economici del mondo avevano ascoltato un discorso critico nei loro confronti di modo che l’illuminata liberalità del loro dominio ne risultasse confermata. Il significato della scena è solo quello di mostrare che non vi è mai stata al mondo una dominazione così progredita e clemente con i suoi sudditi, ma questo messaggio non mira a convincere nessuno a fare alcunché, è una manifestazione di forza e lungimiranza o, se si preferisce, di fasto del potere.

Questo però, a meno di non soffrire di quella particolare forma di cecità che è il complottismo, ci dice molto sulla natura del potere odierno, ma nulla sulla genuinità della lotta di Greta Thunberg e soprattutto dei numerosi giovani che sono scesi in piazza al suo fianco. Essa dipenderà esclusivamente dalla sua capacità di farsi politica ossia di individuare obiettivi e avversari precisi con un’analisi realistica degli interessi che questi avversari rappresentano e delle forme di lotta più adatte a raggiungere tali obiettivi.

Una morale smart per il nuovo millennio

Giorgio Mascitelli

Nei giorni scorsi si è diffusa sui giornali italiani la notizia infondata che il presidente della commissione europea Juncker avrebbe chiesto scusa per la politica di austerità condotta contro la Grecia, tant’è vero che alcuni esponenti del governo si sono affrettati a parlare di ‘lacrime di coccodrillo’ e di ipocrisia. Vorrei innanzi tutto rassicurarli: il presidente della commissione non si è macchiato di un simile comportamento riprovevole, si è limitato a chiedere scusa per l’avventata austerità, anche se le riforme strutturali restano essenziali e per gli insulti piovuti sui greci. Insomma, in Grecia è stata fatta la cosa giusta, anche se un po’ brutalmente (eppure mi ricordo che allora la questione della rapidità dei provvedimenti era considerata essenziale dalla troika). Ecco, si tratta di un peccato veniale forse dettato dall’eccessivo entusiasmo europeista.

In realtà, anche se le scuse fossero state più articolate e fondate, dal punto di vista pratico non sarebbe cambiato molto: non è certo un presidente a fine mandato che può cambiare le politiche che tuttora sussistono in Grecia o rinegoziare gli obblighi che graveranno su questo paese per tutto il secolo. Da un punto di vista pragmatico, il comportamento di Juncker e di Dijsselbloem, che lo aveva preceduto nell’ammissione che il prezzo pagato dal popolo greco era stato troppo pesante (senza scusarsi peraltro), è comprensibilissimo per vari motivi: è chiaro che il fantasma della Grecia è stato decisivo per l’affermazione elettorale di tante forze politiche sovraniste, che verosimilmente alle prossime elezioni europee modificheranno radicalmente la composizione del parlamento di Strasburgo. Basti pensare in Italia a una forza come i 5stelle, che, senza lo spettro greco ad agire sottotraccia sul nostro elettorato, difficilmente con la sola questione della lotta alla corruzione e ai privilegi del ceto politico sarebbe potuto diventare il primo partito del paese. Ecco allora che il pentimento tardivo può essere una strada per diminuirne l’impatto. Se si considera poi che qualche organismo internazionale come il Consiglio d’Europa ha cominciato a produrre qualche rapporto ufficiale, nel quale le politiche di austerità compiute in Grecia vengono analizzate dal punto di vista dei diritti umani con esiti che ne evidenziano la violazione, allora è saggio fare qualche ammissione generica e qualche retromarcia altrettanto vaga in maniera che l’argomento mediaticamente risulti a qualche titolo già affrontato e non nasca un interesse magari più specifico sulla vicenda.

Del resto, lo statuto delle scuse nella società politica contemporanea occupa uno spazio morale ben definito e molto articolato: innanzi tutto la pratica di scusarsi non è riservata a tutti, ci sono persone che sono oggettivamente inescusabili; la distinzione tra coloro che possono avvalersi della facoltà di fare scuse e coloro che non possono ricalca grosso modo la linea della differenza tra coloro che un tempo sarebbero stati chiamati galantuomini e la canaglia. La cosa interessante è che tale statuto e la relativa differenza riguardano non solo persone fisiche, ma anche istituzioni e soprattutto gli Stati.

È comprensibile che le cose stiano così perché un galantuomo, individuale o collettivo: scusandosi chiarirà che l’errore che ha prodotto una deviazione del suo comportamento non si ripeterà più, potendo riprendere così le sue normali attività in un clima moralmente sincero e sereno. Inoltre, in questo modo, se il già menzionato galantuomo dovesse incorrere in un comportamento successivo che presentasse qualche somiglianza con quello per il quale si era già scusato, il pubblico sarà rassicurato nel sapere che tali somiglianze sono del tutto illusorie poiché è universalmente noto che i galantuomini, individuali o collettivi, sanno mettersi in discussione quando commettono un errore di modo da non ripeterlo più. Suppongo che l’esempio più cospicuo di questa pratica sia costituito dalle scuse che il presidente degli Stati Uniti Clinton presentò alla popolazione del Guatemala nel 1998 per le violenze e le sofferenze procurate dal regime guatemalteco, nato dal colpo di stato del 1954 e che le ingerenze del governo di Washington avevano creato.

La pratica delle scuse costituisce un cospicuo e interessante esempio del fatto che anche nel campo della morale sia possibile fare passi in avanti e ci sia un progresso effettivo e forse anche misurabile. In passato per simili problemi si avevano a disposizione solo due procedure: l’orribile casuistica, escogitata dai gesuiti, per cui si analizzavano i casi specifici in cui una legge morale inderogabile non valeva, e la cinica ragion di stato, per la quale qualsiasi nefandezza era giustificata da fini superiori. È chiaro che queste due modalità, per quanto efficaci, lasciano scorie o, per meglio dire, aloni sulla rispettabilità di chi le usa e che invece una franca ammissione delle proprie colpe o al limite anche un’ammissione di alcuni inconvenienti secondari del proprio comportamento, come nel caso di Juncker, non lasciano affatto con gli ovvi vantaggi morali che ciascuno può arguire.

Le dichiarazioni del presidente della commissione, tuttavia, sembrano avere un’ulteriore funzione che è quella di suggerire, del tutto illusoriamente, una possibile revisione delle politiche condotte nel paese ellenico. Questa impressione è fondamentale per cancellarne un’altra, oggi molto diffusa in molte parti d’Europa, ossia che la gestione della crisi greca sia stata il momento costituente di un nuovo ordine dell’Unione Europea e che in futuro, molto più del trattato di Maastricht o dell’introduzione dell’euro, verrà ricordata come il vero spartiacque. Infatti, è solo in questo frangente che è emersa con chiarezza la percezione che il governo tedesco detiene il potere sovrano dell’introdurre lo stato di eccezione, cosicché gran parte degli avvenimenti politici europei degli ultimi cinque o sei anni potrebbe essere rubricato sotto il titolo di reazioni a questa percezione. Ora questo genere di percezione, che in ogni epoca ha disturbato il detentore del potere, è particolarmente negativo per la UE in quanto essa riposa su un immaginario e una retorica per così dire kelseniani, costituzionali, contrattualistici, al pari di tutte le istituzioni neoliberiste. Anzi, si potrebbe dire che gli aspetti politici (poi naturalmente ci sono quelli economici) della crisi europea risiedono tutti in questo conflitto tra l’autorappresentazione in chiave liberale (un’autorappresentazione che non è un mero orpello decorativo o un’ipocrisia, ma è necessaria per il funzionamento del sistema e la fiducia degli investitori) e l’effettiva collocazione della sovranità. In questa prospettiva le scuse di Juncker diventano un passaggio importante in un’operazione di mascheramento della percezione dell’effettiva sovranità.

Insomma, la sincerità e la franchezza si dimostrano le migliori forme di dissimulazione, ma questa constatazione non deve farci indulgere a vieti atteggiamenti di sterile indignazione perché è del tutto comprensibile che un mondo smart abbia una morale smart.

Il nuovo esame di maturità e la sua funzione sociale

Giorgio Mascitelli

Nei mesi scorsi il ministro dell’istruzione Bussetti ha reso noto tutte le norme che regolano il nuovo esame di stato delle superiori, anche se la sua architettura complessiva era già stata stabilita dal governo precedente in continuità con la riforma della cosiddetta Buona scuola. Benché apparentemente si tratti di una questione tecnica, queste norme tendono a ridisegnare non solo l’esame conclusivo, ma anche la didattica precedente e assumono il carattere di un fondamentale passaggio per costruire una scuola di mercato e, soprattutto, un mercato della scuola nel nostro paese.

Come è noto, le più importanti modifiche sono relative all’abolizione della terza prova scritta, all’aumento del credito scolastico ossia della percentuale dei punti finali decisi dalla scuola sulla base della carriera scolastica prima dell’esame, che passa da 25 a 40, alla diminuzione del peso del colloquio orale che scende da 30 a 20 centesimi a favore delle due prove scritte che salgono da 15 a 20 centesimi ciascuna, inoltre il colloquio risulterà imperniato non più su una tesina scelta dal candidato e su argomenti scelti dalla commissione sulla base dei programmi volti a verificarne la capacità di orientarsi e di stabilire collegamenti, ma in prevalenza sull’alternanza scuola/lavoro e sull’educazione alla cittadinanza di recente introduzione. Anche la seconda prova scritta potrà verificare due materie d’indirizzo e non più una sola. Ma per non annoiare ulteriormente il lettore con simili dettagli tecnici, è possibile riassumere gli effetti di queste misure affermando che la preparazione disciplinare e le capacità logiche che questa presupponeva peseranno molto meno nella determinazione del voto finale e insomma che il livello culturale richiesto si abbasserà. A sua volta questa perdita determinerà un minore significato del voto di maturità nell’indicare il livello culturale dello studente e soprattutto nella sua attendibilità come rivelatore del livello di preparazione complessiva.

Insomma, sembra di trovarsi di fronte a un tentativo di ridimensionamento dell’esame di stato paragonabile a quello, pur condotto con mezzi diversi, operato da Letizia Moratti allorché nel secondo governo Berlusconi introdusse commissioni di esami costituite solo da membri interni. In questo modo progressivamente l’unico modo per certificare la preparazione di uno studente finirà con l’essere quello di pesare la scuola che ha frequentato, valutata attraverso le graduatorie delle prove INVALSI o anche tramite indicatori ancor più aleatori quali quelli delle classifiche compilate da Eduscopio della fondazione Agnelli. In altri termini di fronte alla maggiore frequenza di voti alti si cercherà di determinarne il loro significato effettivo tramite il prestigio delle scuole, creando un meccanismo di concorrenza tra i vari istituti. Ciò a sua volta determinerà una polarizzazione, che in parte già ovviamente esiste oggi ma in maniera attenuata, delle scelte delle famiglie alla fine della terza media: quelle culturalmente ed economicamente avvantaggiate sceglieranno le scuole più competitive nelle classifiche. Del resto è questa una tendenza già in atto che si realizza sempre più chiaramente man mano che il dispositivo di provvedimenti di cui fa parte questo nuovo esame viene introdotto. Basti pensare alle scuole competitive, talvolta anche pubbliche, che, magari non in forma esplicita, non ammettono nelle loro classi studenti diversamente abili (DSA) che inevitabilmente abbasserebbero il livello di performance. E le scuole più in alto nelle classifiche intercettando un’utenza migliore aumenteranno ulteriormente il loro distacco dalle scuole meno performative.

È chiaro che questa è un’operazione ferocemente classista che tende a eliminare i passi avanti e le conquiste verso una piena scolarità di massa che erano state fatte dopo il Sessantotto poiché colpisce l’universalismo della scuola pubblica, che è l’unica base su cui si può edificare un’uguaglianza o quanto meno ridurre le differenze entro limiti meno estremi. Vorrei tuttavia analizzare dal punto di vista della meritocrazia, che è il valore ideologico di copertura sul quale si sono condotte le riforme della scuola, di cui questo nuovo esame è un tassello importante, la nuova normativa.

Personalmente non sono mai stato un entusiasta di questo concetto sia perché mi era evidente la sua funzione di copertura ideologica di pratiche di altro genere sia perché la scuola preriforme dell’ultimo ventennio era già abbastanza competitiva e meritocratica, e anche poco solidale per i miei criteri. Almeno però in quel sistema, che poi è quello che si va smantellando negli ultimi anni, effettivamente chi studiava e aveva certe qualità, sia pure entro un sistema di parametri talvolta un po’ restrittivo, usciva generalmente con le votazioni migliori e con una licenza che riconosceva socialmente, oltre che giuridicamente, questo suo percorso positivo. In futuro, quando questo nuovo sistema sarà a pieno regime, qualunque studente mediocre di una scuola ‘valutata bene’ avrà un riconoscimento infinitamente superiore rispetto a uno meritevole, che però per circostanze varie ha studiato in scuole peggio considerate non avendo più almeno l’occasione con un esame finale impegnativo di conseguire un riconoscimento sociale del proprio lavoro. Peraltro, la prevalenza della valutazione della scuola sui meriti dei singoli studenti colpirà in una certa misura anche studenti meritevoli in scuole di élite per l’abbassamento del livello culturale degli studi provocato da un simile esame, che renderà possibile raggiungere voti alti anche a profili scolastici nella media. Del resto la competitività che è un valore cardine della recente riforma della scuola, per gli studenti non si realizzerà più tramite il valore intellettuale dimostrato nello studio, ma tramite l’adeguamento a una serie di comportamenti proposti dall’amministrazione, in primis l’alternanza scuola lavoro.

Questo passaggio non è casuale, non è un effetto non voluto di misure prese per altri motivi, ma è il manifestarsi nel mondo scolastico di quello che Alain Deneault ha chiamato mediocrazia. Con questo termine il filosofo canadese intende il dominio dei mediocri in una società dominata da un essenziale conformismo culturale; dove il termine mediocre non indica innanzi tutto un carattere umano, ma la volontà di adeguarsi alla media, di accettare il lavoro come pura esecutività di una funzione già decisa, nel quale le qualità intellettuali e critiche che rendono autonoma una persona non servono. Di questo disegno di scuola il nuovo esame di maturità sigla un passaggio importante.

Leggi e mitologie razziali

Giorgio Mascitelli

La resistibile ascesa di Matteo Salvini al potere ha prodotto, come era lecito attendersi, una serie di provvedimenti dai tratti fortemente ambigui se non apertamente razzisti. E tuttavia l’aspetto più significativo di queste scelte è la loro patente inefficacia per quegli stessi fini securitari per cui sono state prese. Per esempio, come dimostra inequivocabilmente Guido Viale su Il manifesto dello scorso 26 ottobre, l’abolizione degli sprar ( i centri di accoglienza per i profughi) determinerà un aumento dei clandestini e in definitiva dell’insicurezza sociale in termini anche di quella criminalità che a parole si vuole combattere. Non si tratta con ogni evidenza di un errore, di una svista nelle politiche di repressione o di un cedimento alle pressioni della base, ma di una scelta razionale che serve ad alimentare la macchina mitologica della xenofobia. Insomma i decreti proposti appaiano una continuazione sul piano legislativo del repertorio di dichiarazioni aggressive e immagini edificanti diffuse via social che costituiscono il fondamento del discorso salviniano. Non si tratta, cioè, di costruire una politica organica di apartheid come nelle leggi razziali storiche, che urterebbe gli interessi della base leghista di imprenditori medi e piccoli del Nord, ma di una serie di azioni e di parole che mirano a mantenere alta la paura e per così dire a oliare meticolosamente la macchina mitologica. Ovviamente il suo funzionamento a pieno regime ha bisogno di vittime.

Va da sé che anche le iniziative periferiche delle amministrazioni leghiste si muovono in questo solco tracciato dall’aratro salviniano, basti pensare all’odioso trucchetto burocratico escogitato dalla giunta comunale di Lodi per escludere dai benefici delle riduzioni delle tariffe della mensa scolastica e dello scuolabus riservate alle famiglie non abbienti i figli di extracomunitari, che sembra avere essenzialmente la funzione di ribadire il primato degli italiani, senza peraltro mutare in nulla la condizione di quelli che tra loro sono poveri. La situazione in cui questa strategia è emersa in maniera più nitida resta, tuttavia, la manfrina estiva organizzata dal ministro degli interni a spese dei profughi imbarcati sulla nave Diciotti, nella quale si è inventata letteralmente un’emergenza che non aveva alcuna ragion d’essere oggettiva.

È del tutto complementare a questo schema la vicenda di Riace e del sindaco Lucano, dove le difficoltà giudiziarie dell’amministrazione comunale sembrano essere state sfruttate piuttosto per distruggere un esempio di un’alternativa concreta alla politica della paura. Non si deve però guardare solo alla politica di inserimento e integrazione svolta con successo dall’amministrazione della cittadina calabrese. C’è un altro dato nella vicenda di Riace che va tenuto costantemente presente, se si vuole ragionare politicamente sulla storia di questa esperienza aldilà di afflati solidaristici o polemici, come ha fatto notare Sergio Violante su Nazioneindiana: il comune di Riace nel 2011 aveva 1793 abitanti e alla fine del 2017 ne aveva 2309 e tale incremento non era riconducibile esclusivamente alla popolazione straniera che consta di 470 residenti. Insomma in una regione caratterizzata da un saldo demografico sia naturale sia migratorio negativo a pesante rischio di spopolamento, il comune di Riace, in assenza di particolari investimenti esterni, innestava una dinamica positiva che coinvolgeva anche la popolazione italiana, finendo così con lo smentire implicitamente uno dei miti collaterali della macchina mitologica ossia che vi sia un piano per la sostituzione delle popolazioni autoctone con quelle provenienti dall’Africa. Il successo demografico del comune di Riace era uno scandalo troppo grosso per poter essere tollerato.

Le ragioni di questa politica sono tanto evidenti quanto banali: senza il razzismo, senza la paura dell’invasione, senza la macchina mitologica la Lega sarebbe un partito elettoralmente secondario incerto tra secessionismo o rivolta fiscale antieuropea forte solo in quelle che Aldo Bonomi chiama le aree tristi del Nord. Oggi, invece, la Lega è secondo i sondaggi il primo partito italiano e Salvini può giocare il ruolo di prestigioso leader della destra internazionale, verosimilmente a spese dell’Italia stessa. Non vorrei che la banalità della spiegazione fosse scambiata per una sottovalutazione del pericolo, al contrario la macchina mitologica, una volta avviata, tende a funzionare come un dispositivo e dunque a riprodursi e ad amplificarsi e per mantenere il consenso bisogna assecondarla. In altri termini ci troviamo su di una china che può scivolare verso qualsiasi conclusione.

La macchina mitologica garantisce a chi la governa o meglio l’asseconda un altro vantaggio non trascurabile ed è che scelte di governo potenzialmente dannose o pericolose non vengono percepite come tali dalla popolazione. Di questi primi mesi di governo gialloverde uno dei dati più sorprendenti è l’entusiastico appoggio ricevuto da Salvini nel suo scontro frontale con la commissione europea in aree ancora benestanti dell’Italia settentrionale, le quali hanno tutto da perdere da questo scontro e dalle rappresaglie economiche che toccherà loro subire. Paradossalmente la base elettorale dei 5stelle, specie nel Sud, ha un comportamento più razionale in quanto la sua situazione nello status quo del neoliberismo europeo è oggettivamente senza prospettive e dunque è comprensibile che sia tentata da qualsiasi avventura, ma che regioni come il Trentino, il Friuli o la stessa Lombardia si buttino su questa strada senza tentennamenti rivela bene il potenziale allucinatorio della macchina mitologica razzista e ricorda vagamente l’entusiasmo con cui le popolazioni europee nel 1914 accompagnarono al massacro i loro figli.

Questa ondata non può essere fermata da un antirazzismo come pura testimonianza o come regola di un galateo internazionale dei ceti vincenti nella globalizzazione, ma da un lungo lavoro politico che ponga il dovere di restare umani nella cornice di un progetto di società diversa che parli a molti. Che l’antirazzismo ufficiale delle istituzioni della globalizzazione, del resto, sia totalmente inefficace è dimostrato dal fatto che mai come in questi anni c’è stato un impegno dei media in Europa contro il razzismo, che ha coinvolto perfino un ambiente conservatore e superficiale come quello del calcio, ma il razzismo ha continuato a crescere dappertutto.

Questi sono le questioni che il nostro tempo ci pone e non sarà qualche tecnico ben preparato a poterle affrontare.

L’argomento dell’analfabetismo funzionale

Giorgio Mascitelli

Gli italiani sono analfabeti funzionali in prevalenza e questo sarebbe uno dei motivi principali per cui hanno votato per populisti e razzisti il 4 marzo. Questa tesi, espressa magari in forma indiretta e implicita nei media ufficiali e in forma esplicita con tanto di statistiche ad hoc sui social, è quella favorita per spiegare qualsiasi fenomeno politico e sociale di segno negativo accada in Italia, dalla credenza nelle fake news ai selfie con Salvini. Benché sia abbastanza semplice raccogliere prove dell’ignoranza della popolazione italiana, andrebbe forse consigliata un po’ di prudenza nel suo uso e non solo perché il concetto di analfabetismo funzionale, nonostante l’Unesco ne abbia fornito una definizione precisa nel 1984, sia molto mutevole e ‘dinamico’ per sua natura, ma perché, a quanto pare, sono molto dinamici e mutevoli da paese a paese anche i modi di valutarlo e classificarlo. In ogni caso, anche non nutrendo scetticismo sull’attuale uso del concetto di analfabetismo funzionale, è bene diffidare di una simile spiegazione per motivi più squisitamente politici.

Infatti, se pensiamo anche al passato recente, che so alle elezioni europee del 2014, vediamo che la popolazione italiana, più o meno rappresentata dallo stesso corpo elettorale, ha assunto, come è noto, comportamenti elettorali molto diversi in un contesto socioculturale pressoché identico. Se andiamo nel passato della storia della repubblica, per esempio se prendiamo in esame gli scontri di Genova del 1960 in un momento cruciale per la democrazia italiana, è probabile che molte persone che oggi sarebbero classificate come analfabeti funzionali abbiano svolto un ruolo progressivo per il nostro sventurato paese. Al contrario, andando ancora più a ritroso, è facile ricordare figure intellettuali di primo piano della vita italiana, da Gentile a Pirandello, da Terragni a Gini, appoggiare il fascismo e non certo per ragioni opportunistiche. In fondo, a pensarci bene, l’argomento dell’analfabetismo funzionale è basato su un totale disinteresse per il dato storico e non è un caso: attribuire all’analfabetismo funzionale, a un dato di cui nessuno è responsabile in senso stretto, la vittoria dei cosiddetti populisti significa sostenere implicitamente che le responsabilità dei gruppi dirigenti che hanno governato finora sono secondarie e che in definitiva avevano ragione nelle loro scelte. Insomma, solo se guardiamo alla storia anche recente, si può comprendere che l’analfabetismo funzionale è un fattore non certo decisivo del successo sovranista. Peraltro il disinteresse riveste per analoghi motivi anche l’ambito geografico, perché un paese che ha votato in maniera simile all’Italia, anzi in maniera ancora più reazionaria, come l’Austria occupa posizioni decisamente migliori nelle classifiche internazionali sull’alfabetismo funzionale.

Intendiamoci. Il problema dell’istruzione delle masse è un grosso problema che attraversa tutta la storia moderna dalla Rivoluzione Francese; fin dall’Ottocento, talvolta in maniera goffa e inefficace, socialisti e anarchici si erano posti il problema dell’alfabetizzazione delle masse proletarie e contadine per consentire loro di intervenire sulla scena politica, ma l’argomento dell’analfabetismo funzionale non ha nulla a che vedere con queste preoccupazioni. Al contrario esso viene usato come un marchio per indicare che l’intervento nella vicenda pubblica delle masse è sempre fonte di disastri, di guai e di nefandezze come il populismo e il sovranismo. Insomma l’argomento dell’analfabetismo funzionale serve oggi a dire che è un male in sé la partecipazione popolare: è un eloquente segno di questo clima che quest’anno sia stato tradotto con una certa eco pubblica un testo contro il suffragio universale (Jason Brennan Contro la democrazia ed. Luiss), cosa che fino a dieci quindici anni fa sarebbe stato impensabile fuori da una piccola editoria legata all’estrema destra.

Gli ignoranti, gli analfabeti funzionali, secondo la tesi corrente non essendo in grado di informarsi correttamente, tendono a votare pensando solo all’immediato, credendo a bufale di ogni genere e vedendo i problemi in una prospettiva limitata. Sono più o meno gli argomenti che le élite tecnocratiche adoperano da Platone in poi e fa specie vederli diffusi anche presso un’opinione pubblica che si vuole progressista. Eppure, come si è visto, il comportamento di queste fasce della popolazione è cambiato nel corso dei tempi; ci sono state fasi storiche in cui la politicizzazione, che serviva anche da forma di acculturazione, consentiva alle masse ignoranti di svolgere un ruolo politico positivo e fasi come questa di depoliticizzazione, in cui esse sono preda di macchine mitologiche piccole e grandi e di culture subalterne e regressive, ma nell’attuale contesto ciò non è ammissibile perché la depoliticizzazione è considerata nella cultura main stream un fenomeno positivo perché sarebbe la risposta postmoderna al totalitarismo novecentesco.

L’argomento dell’analfabetismo funzionale presuppone anche la convinzione che alle elezioni le persone colte votino con lungimiranza per il bene comune, quando invece quasi tutti, che siano gran dottori o analfabeti funzionali, votano essenzialmente per quelli che credono essere i propri interessi. Prendiamo a esempio la guerra di Libia, dalle cui conseguenze prende abbrivio la resistibile ascesa di Matteo Salvini, il cui partito votò a favore di questa come i suoi competitor europeisti ma con più lungimiranza di loro: l’opinione pubblica colta pensò che fosse giusta o doverosa e conforme agli interessi dell’Italia e dell’Europa, anche se in fondo occorreva solo una rudimentale alfabetizzazione storica e geografica per prevederne un paio di conseguenze potenzialmente esplosive.

La saggezza dell’argomento dell’analfabetismo funzionale vuole inoltre che, quando il popolo pretende d’intervenire autonomamente sulla scena, allora automaticamente la strage e il sangue siano prossimi a venire perché esso nella sua ignoranza vuole solo la vendetta. È un argomento antico, che venne svolto in maniera mirabile da Charles Dickens ne Le due città a proposito della rivoluzione francese. La conclusione che ne trasse il grande scrittore inglese è che i gruppi dirigenti debbono governare con saggezza e senso del limite per evitare l’insorgere di uno spirito di vendetta nel popolo stesso, purtroppo però nel romanzo non si trovano indicazioni su che fare nel caso la situazione sia già caratterizzata da lunghi anni di governo senza senso del limite e della giustizia. Forse il grande scrittore britannico suggerirebbe di ritirarsi nello Yorkshire o in qualche altra contea britannica, in attesa che nel Continente le acque si plachino, non lo so, ma quello di cui sono sicuro è che resterebbe esterrefatto della soluzione che va attualmente per la maggiore ossia dare fiducia ai gruppi dirigenti che hanno gestito la situazione fin qui affinché in Italia, dall’opposizione, e dal governo a Bruxelles rilancino quelle medesime politiche che hanno prodotto la rabbia popolare.

Sembra un’assurdità, eppure se si svolge con rigore logico l’argomento dell’analfabetismo funzionale, l’unica soluzione è quello di affidare le cose ai gruppi dirigenti illuminati, cioè dei tecnici che sappiano gestire professionalmente le cose, ossia esattamente quello che succedeva in Italia e in Europa prima delle elezioni.

Biagio Cepollaro, il corpo al centro dell’inverno

Giorgio Mascitelli

Con la pubblicazione di Al centro dell’inverno (L’arcolaio, Forlimpopoli, 2018, euro 13) Biagio Cepollaro porta a compimento la trilogia cominciata con Le qualità (2012) e proseguita con La curva del giorno (2014) dal titolo complessivo Il poema delle qualità. Il libro come quelli precedenti è caratterizzato da brevi componimenti, mai sopra i dieci versi, che hanno come soggetto, innanzi tutto in senso grammaticale, il corpo, mentre il riferimento al termine poema sembra richiamare, oltre che la possibilità di una lettura continua come se si trattasse di lasse introdotte dalla stessa anafora, praticata dallo stesso autore in occasione della presentazione milanese, una tradizione della poesia antica come luogo di riflessione critica e conoscenza, già testimoniato dal De requie et natura che titolava la prima trilogia, uscita negli anni Novanta.

Al centro dell’inverno si presenta come il culmine di un percorso di rarefazione e di ricerca dell’essenzialità che attraversa tutta la trilogia e ancora prima l’opera di Cepollaro a cominciare dai Versi nuovi: si tratta di un’istanza stilistica in cui l’invenzione linguistica risiede in meccanismo di descrizione di uno stato del corpo e successivo fulmineo commento sorretto da un lessico colto ma standard usato però con libertà nell’estensione metonimica dell’arco semantico di alcune parole (ad es. la terminologia giuridico-politica nell’ambito della quotidianità: “ il corpo cerca la sua sovranità nel dissipare i confini/ raccolti da ogni notte: qui nella confusione che suscita/ con altro corpo perde importanza ogni nome…” p.37). In questa prospettiva il corpo è un’unità logica minima, il soggetto di un’esperienza che viene liberata da ogni rischio di monumentalità ed esemplarità anche involontarie connessa con l’uso degli istituti della tradizione lirica e dell’io poetico. Questa strategia retorica consente a Cepollaro di approdare a una sorta di inedita osservazione fenomenologica della propria esperienza che risulta ancora dicibile e significante perché non ingabbiata in pregiudizi soggettivistici o ideologici né in orpelli psicologicizzanti.

Del resto in tutta l’opera poetica il problema di Cepollaro, che è al contempo il motore etico della sua ricerca, è quello di trovare una posizione da cui dire l’esperienza senza cadere nelle trappole metafisiche ed estetiche del vecchio io poetico. “Il corpo vivo e distratto non crede di essere eterno/ né collabora chiedendo a rate un prestito alla collettiva/ narrazione: si tiene piuttosto a debita distanza e appare solo/ sol perché si astrae da un mondo di parole fallaci e dall’idiozia” (p.33) sono versi che rendono bene l’operazione poetica in cui la soggettività del poeta diventa semplicemente un nucleo di osservazione dell’esperienza e un tramite per la sua comunicazione con un senso della misura stilistica che è parte essenziale del messaggio. La scelta etica della presa di distanza dalle parole e dalle cose dominanti nella nostra società non è presentata enfaticamente come l’epifania di una sensibilità o di un percorso esemplari, ma come conseguenza logica, alla portata di chiunque, della comprensione di un certo stato di cose.

Motivo specifico di questa raccolta è l’intrecciarsi dell’esperienza individuale con la storia e con la crisi attuale della società, non è un caso che il prologo della raccolta abbia come titolo Dal collasso alla storia e l’ultima sezione sia Ai margini della speranza d’occidente. In realtà la dimensione politica e civile resta, sotto traccia, uno degli elementi fondanti del paesaggio poetico in tutta l’opera di Cepollaro, ma è vero che è dai tempi di Fabrica, pubblicata nel 2002 con testi peraltro risalenti alla metà degli anni novanta, che essa non occupava una posizione così esplicita nella struttura dei libri. Qui addirittura viene citato esplicitamente il Guittone d’Arezzo della canzone ahi lasso, ora è stagion di doler tanto: “il corpo condivide una pace inquieta: il regime del sopruso/ diventa legge e per quanto si possa vivere a una conquistata/ distanza resta comunque un filo di nausea che attraversa i giorni/ anche quelli più illuminati da fervida primavera: è questa/ che si apre oggi per noi la vera stagion di doler tanto” (p.101). Se dunque il giudizio etico e la consapevolezza politica sulla stagione sono assolutamente chiare, la realtà evocata non viene ‘denunciata’ né criticata secondo categorie ideologiche, che pure Cepollaro padroneggia, ma diventa una delle dimensioni in cui si elabora l’esperienza del corpo. La pace inquieta in questi giorni di doler tanto è il modo concreto in cui si riflette nella quotidianità l’esperienza storica. La condizione verosimilmente finale ai margini della speranza d’occidente viene evocata senza alcuna ridondanza espressiva e senza alcuna concessione allo stile apocalittico e addita il non detto collettivo, questa volta però nominato e qualificato, con il quale la nostra coscienza infelice non vuole fare i conti. E tra i meriti di quest’opera non mi sembra certo l’ultimo.

Biagio Cepollaro

Al centro dell’inverno

L’arcolaio, Forlimpopoli, 2018

euro 13

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