L’argomento dell’analfabetismo funzionale

Giorgio Mascitelli

Gli italiani sono analfabeti funzionali in prevalenza e questo sarebbe uno dei motivi principali per cui hanno votato per populisti e razzisti il 4 marzo. Questa tesi, espressa magari in forma indiretta e implicita nei media ufficiali e in forma esplicita con tanto di statistiche ad hoc sui social, è quella favorita per spiegare qualsiasi fenomeno politico e sociale di segno negativo accada in Italia, dalla credenza nelle fake news ai selfie con Salvini. Benché sia abbastanza semplice raccogliere prove dell’ignoranza della popolazione italiana, andrebbe forse consigliata un po’ di prudenza nel suo uso e non solo perché il concetto di analfabetismo funzionale, nonostante l’Unesco ne abbia fornito una definizione precisa nel 1984, sia molto mutevole e ‘dinamico’ per sua natura, ma perché, a quanto pare, sono molto dinamici e mutevoli da paese a paese anche i modi di valutarlo e classificarlo. In ogni caso, anche non nutrendo scetticismo sull’attuale uso del concetto di analfabetismo funzionale, è bene diffidare di una simile spiegazione per motivi più squisitamente politici.

Infatti, se pensiamo anche al passato recente, che so alle elezioni europee del 2014, vediamo che la popolazione italiana, più o meno rappresentata dallo stesso corpo elettorale, ha assunto, come è noto, comportamenti elettorali molto diversi in un contesto socioculturale pressoché identico. Se andiamo nel passato della storia della repubblica, per esempio se prendiamo in esame gli scontri di Genova del 1960 in un momento cruciale per la democrazia italiana, è probabile che molte persone che oggi sarebbero classificate come analfabeti funzionali abbiano svolto un ruolo progressivo per il nostro sventurato paese. Al contrario, andando ancora più a ritroso, è facile ricordare figure intellettuali di primo piano della vita italiana, da Gentile a Pirandello, da Terragni a Gini, appoggiare il fascismo e non certo per ragioni opportunistiche. In fondo, a pensarci bene, l’argomento dell’analfabetismo funzionale è basato su un totale disinteresse per il dato storico e non è un caso: attribuire all’analfabetismo funzionale, a un dato di cui nessuno è responsabile in senso stretto, la vittoria dei cosiddetti populisti significa sostenere implicitamente che le responsabilità dei gruppi dirigenti che hanno governato finora sono secondarie e che in definitiva avevano ragione nelle loro scelte. Insomma, solo se guardiamo alla storia anche recente, si può comprendere che l’analfabetismo funzionale è un fattore non certo decisivo del successo sovranista. Peraltro il disinteresse riveste per analoghi motivi anche l’ambito geografico, perché un paese che ha votato in maniera simile all’Italia, anzi in maniera ancora più reazionaria, come l’Austria occupa posizioni decisamente migliori nelle classifiche internazionali sull’alfabetismo funzionale.

Intendiamoci. Il problema dell’istruzione delle masse è un grosso problema che attraversa tutta la storia moderna dalla Rivoluzione Francese; fin dall’Ottocento, talvolta in maniera goffa e inefficace, socialisti e anarchici si erano posti il problema dell’alfabetizzazione delle masse proletarie e contadine per consentire loro di intervenire sulla scena politica, ma l’argomento dell’analfabetismo funzionale non ha nulla a che vedere con queste preoccupazioni. Al contrario esso viene usato come un marchio per indicare che l’intervento nella vicenda pubblica delle masse è sempre fonte di disastri, di guai e di nefandezze come il populismo e il sovranismo. Insomma l’argomento dell’analfabetismo funzionale serve oggi a dire che è un male in sé la partecipazione popolare: è un eloquente segno di questo clima che quest’anno sia stato tradotto con una certa eco pubblica un testo contro il suffragio universale (Jason Brennan Contro la democrazia ed. Luiss), cosa che fino a dieci quindici anni fa sarebbe stato impensabile fuori da una piccola editoria legata all’estrema destra.

Gli ignoranti, gli analfabeti funzionali, secondo la tesi corrente non essendo in grado di informarsi correttamente, tendono a votare pensando solo all’immediato, credendo a bufale di ogni genere e vedendo i problemi in una prospettiva limitata. Sono più o meno gli argomenti che le élite tecnocratiche adoperano da Platone in poi e fa specie vederli diffusi anche presso un’opinione pubblica che si vuole progressista. Eppure, come si è visto, il comportamento di queste fasce della popolazione è cambiato nel corso dei tempi; ci sono state fasi storiche in cui la politicizzazione, che serviva anche da forma di acculturazione, consentiva alle masse ignoranti di svolgere un ruolo politico positivo e fasi come questa di depoliticizzazione, in cui esse sono preda di macchine mitologiche piccole e grandi e di culture subalterne e regressive, ma nell’attuale contesto ciò non è ammissibile perché la depoliticizzazione è considerata nella cultura main stream un fenomeno positivo perché sarebbe la risposta postmoderna al totalitarismo novecentesco.

L’argomento dell’analfabetismo funzionale presuppone anche la convinzione che alle elezioni le persone colte votino con lungimiranza per il bene comune, quando invece quasi tutti, che siano gran dottori o analfabeti funzionali, votano essenzialmente per quelli che credono essere i propri interessi. Prendiamo a esempio la guerra di Libia, dalle cui conseguenze prende abbrivio la resistibile ascesa di Matteo Salvini, il cui partito votò a favore di questa come i suoi competitor europeisti ma con più lungimiranza di loro: l’opinione pubblica colta pensò che fosse giusta o doverosa e conforme agli interessi dell’Italia e dell’Europa, anche se in fondo occorreva solo una rudimentale alfabetizzazione storica e geografica per prevederne un paio di conseguenze potenzialmente esplosive.

La saggezza dell’argomento dell’analfabetismo funzionale vuole inoltre che, quando il popolo pretende d’intervenire autonomamente sulla scena, allora automaticamente la strage e il sangue siano prossimi a venire perché esso nella sua ignoranza vuole solo la vendetta. È un argomento antico, che venne svolto in maniera mirabile da Charles Dickens ne Le due città a proposito della rivoluzione francese. La conclusione che ne trasse il grande scrittore inglese è che i gruppi dirigenti debbono governare con saggezza e senso del limite per evitare l’insorgere di uno spirito di vendetta nel popolo stesso, purtroppo però nel romanzo non si trovano indicazioni su che fare nel caso la situazione sia già caratterizzata da lunghi anni di governo senza senso del limite e della giustizia. Forse il grande scrittore britannico suggerirebbe di ritirarsi nello Yorkshire o in qualche altra contea britannica, in attesa che nel Continente le acque si plachino, non lo so, ma quello di cui sono sicuro è che resterebbe esterrefatto della soluzione che va attualmente per la maggiore ossia dare fiducia ai gruppi dirigenti che hanno gestito la situazione fin qui affinché in Italia, dall’opposizione, e dal governo a Bruxelles rilancino quelle medesime politiche che hanno prodotto la rabbia popolare.

Sembra un’assurdità, eppure se si svolge con rigore logico l’argomento dell’analfabetismo funzionale, l’unica soluzione è quello di affidare le cose ai gruppi dirigenti illuminati, cioè dei tecnici che sappiano gestire professionalmente le cose, ossia esattamente quello che succedeva in Italia e in Europa prima delle elezioni.

Biagio Cepollaro, il corpo al centro dell’inverno

Giorgio Mascitelli

Con la pubblicazione di Al centro dell’inverno (L’arcolaio, Forlimpopoli, 2018, euro 13) Biagio Cepollaro porta a compimento la trilogia cominciata con Le qualità (2012) e proseguita con La curva del giorno (2014) dal titolo complessivo Il poema delle qualità. Il libro come quelli precedenti è caratterizzato da brevi componimenti, mai sopra i dieci versi, che hanno come soggetto, innanzi tutto in senso grammaticale, il corpo, mentre il riferimento al termine poema sembra richiamare, oltre che la possibilità di una lettura continua come se si trattasse di lasse introdotte dalla stessa anafora, praticata dallo stesso autore in occasione della presentazione milanese, una tradizione della poesia antica come luogo di riflessione critica e conoscenza, già testimoniato dal De requie et natura che titolava la prima trilogia, uscita negli anni Novanta.

Al centro dell’inverno si presenta come il culmine di un percorso di rarefazione e di ricerca dell’essenzialità che attraversa tutta la trilogia e ancora prima l’opera di Cepollaro a cominciare dai Versi nuovi: si tratta di un’istanza stilistica in cui l’invenzione linguistica risiede in meccanismo di descrizione di uno stato del corpo e successivo fulmineo commento sorretto da un lessico colto ma standard usato però con libertà nell’estensione metonimica dell’arco semantico di alcune parole (ad es. la terminologia giuridico-politica nell’ambito della quotidianità: “ il corpo cerca la sua sovranità nel dissipare i confini/ raccolti da ogni notte: qui nella confusione che suscita/ con altro corpo perde importanza ogni nome…” p.37). In questa prospettiva il corpo è un’unità logica minima, il soggetto di un’esperienza che viene liberata da ogni rischio di monumentalità ed esemplarità anche involontarie connessa con l’uso degli istituti della tradizione lirica e dell’io poetico. Questa strategia retorica consente a Cepollaro di approdare a una sorta di inedita osservazione fenomenologica della propria esperienza che risulta ancora dicibile e significante perché non ingabbiata in pregiudizi soggettivistici o ideologici né in orpelli psicologicizzanti.

Del resto in tutta l’opera poetica il problema di Cepollaro, che è al contempo il motore etico della sua ricerca, è quello di trovare una posizione da cui dire l’esperienza senza cadere nelle trappole metafisiche ed estetiche del vecchio io poetico. “Il corpo vivo e distratto non crede di essere eterno/ né collabora chiedendo a rate un prestito alla collettiva/ narrazione: si tiene piuttosto a debita distanza e appare solo/ sol perché si astrae da un mondo di parole fallaci e dall’idiozia” (p.33) sono versi che rendono bene l’operazione poetica in cui la soggettività del poeta diventa semplicemente un nucleo di osservazione dell’esperienza e un tramite per la sua comunicazione con un senso della misura stilistica che è parte essenziale del messaggio. La scelta etica della presa di distanza dalle parole e dalle cose dominanti nella nostra società non è presentata enfaticamente come l’epifania di una sensibilità o di un percorso esemplari, ma come conseguenza logica, alla portata di chiunque, della comprensione di un certo stato di cose.

Motivo specifico di questa raccolta è l’intrecciarsi dell’esperienza individuale con la storia e con la crisi attuale della società, non è un caso che il prologo della raccolta abbia come titolo Dal collasso alla storia e l’ultima sezione sia Ai margini della speranza d’occidente. In realtà la dimensione politica e civile resta, sotto traccia, uno degli elementi fondanti del paesaggio poetico in tutta l’opera di Cepollaro, ma è vero che è dai tempi di Fabrica, pubblicata nel 2002 con testi peraltro risalenti alla metà degli anni novanta, che essa non occupava una posizione così esplicita nella struttura dei libri. Qui addirittura viene citato esplicitamente il Guittone d’Arezzo della canzone ahi lasso, ora è stagion di doler tanto: “il corpo condivide una pace inquieta: il regime del sopruso/ diventa legge e per quanto si possa vivere a una conquistata/ distanza resta comunque un filo di nausea che attraversa i giorni/ anche quelli più illuminati da fervida primavera: è questa/ che si apre oggi per noi la vera stagion di doler tanto” (p.101). Se dunque il giudizio etico e la consapevolezza politica sulla stagione sono assolutamente chiare, la realtà evocata non viene ‘denunciata’ né criticata secondo categorie ideologiche, che pure Cepollaro padroneggia, ma diventa una delle dimensioni in cui si elabora l’esperienza del corpo. La pace inquieta in questi giorni di doler tanto è il modo concreto in cui si riflette nella quotidianità l’esperienza storica. La condizione verosimilmente finale ai margini della speranza d’occidente viene evocata senza alcuna ridondanza espressiva e senza alcuna concessione allo stile apocalittico e addita il non detto collettivo, questa volta però nominato e qualificato, con il quale la nostra coscienza infelice non vuole fare i conti. E tra i meriti di quest’opera non mi sembra certo l’ultimo.

Biagio Cepollaro

Al centro dell’inverno

L’arcolaio, Forlimpopoli, 2018

euro 13

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su Ibs.it.

Ideologia sillabica

Giorgio Mascitelli

La nostra vita pubblica è costellata di piccoli incidenti che sarebbero stati in altre fasi storiche insoliti se non impensabili, ma che diventano oggi, più semplicemente, l’attestazione indiretta della tendenza a ricondurre senza esitazioni ogni singolo aspetto della vita sociale alle cosiddette leggi inesorabili del profitto. È il caso, per esempio, delle controversie seguite alle critiche che diversi accademici della Crusca, riuniti nel gruppo Incipit, tra i quali figurano illustri linguisti i cui insegnamenti, in tempi normali, dovrebbero essere piuttosto il punto di riferimento per l’uso dell’italiano in ambiti ufficiali, ha riservato alla lingua usata in un documento del ministero dell’istruzione, il Sillabo per l’educazione all’imprenditorialità nella scuola secondaria. In particolare la constatazione degli accademici che nel Sillabo vi era stata una ‘meccanica applicazione di un sovrabbondante insieme concettuale anglicizzante, non di rado palesemente inutile, a fronte dell’italiano volutamente limitato nelle sue prerogative basilari’ ha suscitato la reazione piccata dello stesso ministro.

Del resto già da alcuni anni molti documenti ministeriali sono redatti in una lingua aziendalistica infarcita di stereotipi e anglismi pletorici. Si tratta di una lingua chiaramente affetta da quello che Calvino chiamava il terrore semantico, ossia la fuga di fronte a ogni termine cha abbia un significato chiaro, tipico dell’antilingua delle burocrazie. I rapporti del gergo ministeriale con l’antilingua calviniana sono evidenti e tuttavia più articolati di quanto si potrebbe pensare: se da un lato esso ne è l’omologo contemporaneo quanto all’uso e alla fruizione sociali, dall’altro appare come l’esito deviato e malsano di quello sforzo di modernizzazione dell’italiano che avrebbe dovuto salvarlo dall’antilingua. Infatti, mentre Calvino vedeva illuministicamente in una lingua pienamente comunicativa e di immediata traducibilità lo strumento linguistico di una modernità razionale, è probabile che gli estensori di questi documenti vedano in quegli aspetti del loro linguaggio che lo rendono un pidgin difficilmente traducibile tanto in italiano quanto in inglese i tratti di una comunicazione moderna che rispetta standard scientifici. Nella fiducia, nonostante tutte le evidenze di segno opposto, della sua efficacia comunicativa si rivela indirettamente uno degli aspetti dell’ideologia contemporanea ossia l’idea che il successo della scuola coincida con il suo adeguamento a determinate pratiche e concezioni internazionali o meglio promosse da alcune organizzazioni internazionali. Siccome questi organismi presentano spesso le loro politiche scolastiche non come una strategia nascente da una certa opzione politico-culturale, ma come l’applicazione di criteri scientifici all’avanguardia politicamente neutrali, ecco allora che la lingua dei documenti ministeriali pullulerà di tecnicismi anglicizzanti.

Del resto l’antilingua burocratica di cui parlava Calvino cinquant’anni fa, in cui ‘timbrare’ si doveva dire ‘obliterare’ secondo il suo celebre esempio, veniva ricalcata su allocuzioni e sintagmi tipici della lingua giuridica, sentita come più autorevole perché emanazione della legge e dello stato; così, nel gergo dei documenti sulla scuola, l’assemblaggio di espressioni provenienti dall’informatica, dalla pedagogia anglosassone e dall’economia serve a incutere nel lettore il rispetto verso discorsi che traggono origine dalle vere autorità del nostro tempo ossia il mercato e la tecnologia. Calvino sognava la modernizzazione dell’italiano come lingua al servizio della società ossia di tutti, in un’utopia nobile anche se dalle forme un po’ tecnocratiche, perché la lingua risentirà sempre dei rapporti di potere in una società e nel contempo li rappresenterà, mentre l’antilingua di oggi, come quella di ieri, enfatizza questi rapporti di potere e si fa strumento per lasciarli inalterati.

Nella fattispecie del sopraccitato Sillabo, l’idea che tutta l’attività scolastica debba essere imperniata sull’educazione all’imprenditorialità, sulla quale verte il documento, non può che essere presentata all’interno del quadro concettuale dell’antilingua ministeriale, perché in qualsiasi altra forma linguistica rivelerebbe subito gli aspetti ideologici, totalitari e assurdi di questa idea. Non si tratta allora di qualcosa di analogo al latinorum con cui Azzeccagarbugli cerca di approfittare della propria superiorità culturale e contro il quale protesta Renzo, ma del fatto che il ricorso all’antilingua garantisce una verniciatura di moderna oggettività tecnocratica a una serie di idee e concetti, le cui matrici storicamente date sono reazionarie. Così per esempio il silent coaching, evocato nel sillabo ministeriale per stimolare forme di autoconsapevolezza imprenditoriale, se fosse stato reso con la traduzione di ‘allenamento o addestramento silenzioso’, avrebbe finito con l’istillare il dubbio nel lettore che quella che si va imponendo è una scuola unidimensionale, fortemente ideologizzata e poco incline allo sviluppo delle capacità critiche dello studente.

Che un documento del genere sia intitolato con un termine arcaico e desueto quale sillabo, che sembrerebbe essere inconciliabile con le sue velleità rinnovatrici, è curioso; infatti il termine ‘sillabo’ richiama oggettivamente nella cultura italiana il documento, pubblicato da papa Pio IX nel 1864, nel quale venivano condannate tutte le dottrine progressiste dell’epoca in nome del tradizionale assolutismo pontificio. Del resto è curioso, ma non sorprendente che un testo redatto in chiave accattivante e futuristica incorra in una svista simile, perché è caratteristica di ogni antilingua quella di ignorare le sfumature storiche del linguaggio. Non occorre, però, prendersela per questo, anzi dobbiamo essere grati agli incauti estensori del nuovo sillabo di questa gaffe storica che suggerisce, sia pure in modo preterintenzionale, quali siano i veri modelli sociali a cui si ispirerà la scuola del futuro.

Parole chiave

Giorgio Mascitelli

La Repubblica del 28 febbraio scorso riferisce che tre utenti di Facebook si sono visti bloccare dei post contenenti la parola negri, nel quadro delle misure di lotta contro le discriminazioni religiose, razziali, sessuali e di genere adottate dal social. La cosa curiosa è che in un caso ci si riferiva a Toni Negri, nell’altro ad Ada Negri e nel terzo il termine era effettivamente usato come epiteto offensivo per le persone di colore, ma in un contesto che ne stigmatizzava l’uso proprio come forma di razzismo. Non è chiaro se tale maldestro intervento sia dovuto a errore umano o a un algoritmo. Poco importa del resto, sono assolutamente convinto che la società di Zuckerberg abbia gli strumenti tecnici per ovviare a questo inconveniente grottesco.

Quello che mi sembra più difficile è uscire invece dalla logica culturale e politica che ha prodotto il blocco di quegli stati. L’idea di considerare razzisti tutti i post che riportano determinate parole chiave non è solo un criterio operativo nella gestione del traffico degli utenti, ma riposa sulla convinzione che sia possibile trattare il razzismo (o il fascismo o l’omofobia) come un problema di galateo o, se si preferisce, di etica della comunicazione. E questa convinzione non è certo solo appannaggio dei dirigenti di Facebook e delle teste d’uovo della Silicon Valley, ma è diffusa in tutto il sistema mediatico e presso le élite del nostro mondo. In fin dei conti è comprensibile che la si pensi così: quando si devono affrontare problemi eminentemente politici in una società depoliticizzata (e che si desidera resti tale), l’unica soluzione è trattarli come forme di cattiva comunicazione o di mancanza di sensibilità. In tal senso basterà ricordare che ben prima della nascita dei social network una nota azienda d’abbigliamento aveva impostato le campagne pubblicitarie dei propri prodotti con immagini che richiamavano all’impegno in grandi problemi sociali quali il razzismo o la lotta all’aids, associando per così dire il decoro nel vestire a quello nel pensare.

In questa prospettiva l’antirazzismo e l’assenza di altri pregiudizi sociali divengono standard che devono caratterizzare una moderna comunicazione e soprattutto che segnalano l’appartenenza alla fascia internazionalizzata e globale della popolazione. Essi cioè non profilano un modello diverso di società, ma ottemperano a una condizione di appartenenza simbolica ai piani alti di questa società. È il motivo per cui il populismo reazionario riesce ad apparire come una forza antisistema a difesa delle classi popolari, pur presentando spesso sul piano economico proposte ultraliberiste.

È chiaro che questo genere di considerazioni ci riporta alla questione del politicamente corretto, che non è una retorica né tanto meno una visione di sinistra, come vorrebbe la retorica del politicamente scorretto di destra, ma è la forma ideologica del capitale globale attualmente vigente. La sua caratteristica principale, tuttavia, non è nell’affermazione di questo o di quel contenuto politico, ma nell’affermazione di un criterio di accettabilità o meglio ancora di dicibilità o meno di una serie di argomenti e prese di posizione, che possono essere estremamente variabili. Per fare due esempi concreti: negli anni novanta un pacifismo generico e vago politicamente faceva senz’altro parte del codice del politicamente corretto, ma dopo che l’interventismo militare dell’occidente è diventato un elemento stabile della sua politica estera, esso ha via via perso di rilievo nel codice stesso, mentre l’idea che sia possibile censurare delle opere d’arte, comprese quelle di epoche passate, perché hanno contenuti moralmente offensivi se riprendono stereotipi inaccettabili soprattutto a proposito del corpo femminile sta prevalendo su quella, forte alla fine del secolo, che non è possibile censurare niente nell’ambito della rappresentazione della sessualità, salvo ciò che è vietato per legge.

L’effetto sociologico del politicamente corretto, in quanto galateo delle classi vincenti, è quello di far apparire vecchi atteggiamenti antipolitici come forme di ribellione al sistema e nel contempo di screditare ogni tipo di discorso politico, anche il più critico verso lo stato di cose esistente, come prese di posizione ambigue in definitiva riconducibili al sistema. Certo questo effetto è determinato sul piano sociale dall’avanzare delle crisi economica e dalle dinamiche che innesca, ma sul piano simbolico dipende essenzialmente dal politicamente corretto. Ecco allora che il paradosso descritto da Saramago nel romanzo Saggio sulla lucidità (un’intera città, innominata capitale di un generico stato, decide di astenersi alle elezioni scombussolando il governo e anche l’opposizione) cessa di essere una raffinata distopia letteraria costruita per rappresentare gli arcani del potere di fronte all’imprevisto e diventa un’allegoria dello smarrimento storico attuale, laddove l’astensionismo elettorale andrà letto come astensionismo da ogni pratica politica collettiva e di cittadinanza e delega ai populisti.

Nel romanzo il governo, dopo una fase di studio, ricorre a una classica strategia della tensione per cercare di riprendere il controllo, ma forse una prospettiva più consona alle dinamiche del nostro tempo e a un potere effettivo che coincide ormai in minima parte con chi detiene il governo politico di un paese sarà quello di provare a usare costruttivamente (per i propri fini ovvio) questa spinta antipolitica. Del resto nell’Ottocento i sostenitori del suffragio per censo ritenevano pericoloso che i cafoni partecipassero alla vita politica.

In questo contesto la rottura con il politicamente corretto è una premessa indispensabile per sviluppare un approccio di massa a una politica alternativa di sinistra. Non si tratta d’inseguire il populismo nei suoi linguaggi e nei suoi contenuti, ma di ricorrere a linguaggi e pratiche che non siano riconducibili alle logiche dell’establishment, e si può ottenere questo risultato solo ritornando a ripensare in termini di rapporti di classe.

L’arte della confusione e il politicamente corretto

Giorgio Mascitelli

Nei giorni scorsi il ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda ha definito ‘trumpiana’ la proposta del leader di Liberi e Uguali Pietro Grasso di abolire le tasse universitarie. L’uso di questo aggettivo indica con ogni evidenza che il ministro ritiene che si tratti di una proposta tipica della destra populista dai caratteri fortemente demagogici, suggerendo implicitamente che un’università pubblica e gratuita non sia un obiettivo di sinistra.

Naturalmente le cose non stanno così: l’idea di un’università pubblica gratuita per tutti è tipica della tradizione socialista, sia nelle sue forme moderate socialdemocratiche sia in quelle comuniste sia in quelle antagoniste dei movimenti antisistema, mentre Trump, che, aldilà delle sua patina populista, è un’espressione magari un po’ inetta di quelle élite finanziarie, dalla idee delle quali il ministro Calenda non è poi troppo lontano, ha una posizione sulla questione delle tasse universitarie che può essere efficacemente riassunta dal vecchio slogan ‘pagherete caro, pagherete tutto’. Ovviamente ciascuno è libero di considerare migliore il sistema raccomandato dall’OCSE e dal neoliberismo di tasse universitarie elevate e di prestiti d’onore per gli studenti che li introduca nel mercato del lavoro già oberati di debiti rispetto a quello che considera anche l’istruzione superiore una funzione dello stato sociale, ma non è intellettualmente onesto fare questo gioco delle tre tavolette presentando posizioni tipiche della destra liberista come capisaldi della sinistra.

Si sa che tra i ferri del mestiere del politico vi è anche la capacità di fare dichiarazione volutamente confuse per raggiungere i propri fini, ma ritengo che qui il ministro Calenda piuttosto esprima ingenuamente una mentalità diffusa. Non è un caso che in forme più scaltrite l’argomento che questa proposta sia tipica di un populismo di destra è stato ripreso e declinato in toni diversi da molti commentatori vicini al partito democratico e al governo.

E’ un gioco alla confusione assai pericoloso questo, perché dichiarazioni che attribuiscono alla destra la difesa dello stato sociale e la giustizia sociale sono autentica benzina per la macchina propagandistica dei Salvini, dei Meloni e dei gruppi dell’estrema destra. E’ perfettamente inutile che esponenti del partito democratico e del governo denuncino i rischi di una rinascita fascista, quando sono i primi ad alimentarli tramite dichiarazioni, tra l’altro non veritiere, che attribuiscono alla destra estrema una difesa dello stato sociale per giustificare il fatto che essi hanno abbandonato il criterio della difesa dell’universalità dei diritti sociali.

Non è solo in questa circostanza, del resto, che si è assistito a un’operazione del genere, basti pensare all’ambiguo gioco linguistico sulla parole ‘riforme’, che serve da trent’anni in qua per definire provvedimenti che smantellano le tutele sociali spacciandoli come aggiornamenti di quelle riforme che nel corso del Novecento le avevano create. Non si tratta però di un semplice espediente retorico per aumentare la confusione e favorire la depoliticizzazione della cittadinanza e quindi l’accettazione passiva delle nuove misure, ma di una precisa strategia di comunicazione ideologica.

L’attribuzione di ogni istanza di giustizia sociale al populismo occupa un posto di rilievo nell’ambito di quel sistema ideologico che è il politicamente corretto. Infatti l’attribuzione al populismo di qualsiasi proposta che amplia o difende i diritti sociali serve ad accomunarli a pregiudizi sessisti o razziali, presentandoli come retaggio del passato che minacciano il progresso rappresentato dalla globalizzazione neoliberista. In questo modo si cerca di presentare la scena politica, o, se si preferisce, di mettere in scena lo spettacolo, come dominata da uno scontro tra un neoliberismo politicamente corretto che rispetta i diritti civili ed è internazionalista e un populismo, in realtà altrettanto neoliberista, nazionalista, razzista che combatte l’emancipazione delle donne e delle minoranze sessuali e che seduce il popolo con idee demagogiche del passato come i diritti sociali. Prova ne sia che il primo governo Tsipras, quello in cui c’era Varoufakis, fu definito all’inizio come potenzialmente pericoloso per i diritti degli omosessuali, anche se tale tentativo fu tralasciato visto che fu proprio quel governo ad approvare la legge sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso.

Vale la pena di ricordare che il politicamente corretto non è cambiare il finale della Carmen di Bizet, quello è un epifenomeno, ma è il sistema ideologico con cui le èlite delle globalizzazione cercano di regolare in modo conveniente ai loro interessi le questioni etiche, politiche e culturali poste dalle dinamiche sociali odierne. Il politicamente corretto concretamente è una sorta di criterio logico, funzionale all’ammissione in un certo tipo di sfera sociale globale, che tende a dividere tra accettabili e impresentabili ogni posizione e valore, ma i due elenchi, le idee accettabili e quelle impresentabili, sono in costante aggiornamento. Se le cose stanno così, un compito primario è quello di svolgere una critica di sinistra, ossia in termini di classe, al politicamente corretto. Questo significa non solo svelare i rapporti di dominio che il politicamente corretto cela che coinvolgono ormai la maggioranza impoverita degli esclusi dai vantaggi della globalizzazione ( meno del 99%, ma sicuramente più del 50%), ma anche sottolineare che il politicamente corretto è esso stesso un meccanismo ideologico appunto per la sua natura di strumento inclusivo ed esclusivo. Inutile aggiungere che senza tale critica del politicamente corretto resta lettera morta quella degli inganni e delle mitologie ben più grossolani, ma ormai radicati del populismo.

La via reputazionale alla selezione

Giorgio Mascitelli

Come di consueto la fondazione Agnelli ha divulgato nel mese di novembre le classifiche di qualità delle scuole superiori italiane redatte da Eduscopio. Le valutazioni, per quanto concerne i licei e gli istituti tecnici, riguardano gli esiti degli studenti nel primo anno di università attraverso i quali gli esperti di Eduscopio ritengono sia possibile dare un’idea abbastanza precisa della qualità dei singoli istituti, mentre per gli istituti professionali con gli stessi intenti si propongono classifiche relative alle assunzioni dei neodiplomati. Eduscopio si propone in questo modo di fornire un servizio alle famiglie nella scelta consapevole della scuola superiore.

Le classifiche, nel caso del rendimento universitario, presentano le scuole divise per indirizzo e collocazione geografica e si basano su un indice (FGA) espressione di una media tra voti degli esami universitari e i crediti ottenuti ponderata con altri fattori che possono incidere sul rendimento degli studenti ( per es. il tipo di facoltà o la distanza dalla sede di studio), anche se nei principali organi d’informazione le classifiche sono state rese noto senza punteggi FGA, ma solo tramite la posizione occupata dall’istituto. L’aspetto più significativo e statisticamente sicuro che emerge dai dati è che licei classici e scientifici, indipendentemente dalla posizione specifica in graduatoria di ogni istituto, garantiscono gli esiti universitari migliori per i loro studenti, che come notizia non è esattamente una sorpresa sbalorditiva. Un altro tratto importante sottolineato dagli stessi ricercatori di Eduscopio è che le classifiche di anno in anno cambiano di poco, segno a loro parere che per costruire una scuola di qualità ci vuole tempo, ma segno anche più prosaicamente che il modello matematico alla base della rilevazione è stato assestato, visto che nella fase sperimentale di qualche anno fa relativa al solo Piemonte uno dei dati che colpivano subito era la profonda variazione delle classifiche di anno in anno, se la memoria non m’inganna.

Potrebbe sembrare che abbia qualcosa di musiliano questa iniziativa da Azione Parallela in cui una prestigiosa fondazione di ricerca spende i propri denari per scoprire quello che la maggioranza degli addetti ai lavori e della famiglie sa già e tale scoperta viene riportata dai principali organi d’informazione con grande rilievo. In realtà nella nostra società la redazione e soprattutto la pubblicizzazione di classifiche gode di uno statuto logico e simbolico particolare che rende questa operazione qualcosa di simile da un lato a un atto linguistico, dall’altro a una sorta di epifania di un ordine morale superiore. Non si tratta infatti di descrivere semplicemente una realtà, ma da un certo punto di vista di orientare scelte e comportamenti con numeri e parole performative; da un altro invece la pubblicazione delle classifiche è connessa con la rivelazione di un ordine del mondo in cui i migliori vincono e meritocraticamente sono premiati. Questo spiega perché presso i mezzi d’informazione è invalsa la scelta curiosa di pubblicare la classifica senza i punteggi delle scuole, come se essa fosse un valore assoluto ossia sciolto da qualsiasi altra considerazione possibile, come potrebbe essere il fatto che per la riuscita universitaria sono decisivi, finché almeno sussiste una forma di scuola pubblica, le qualità e i comportamenti individuali e l’indirizzo di studi scelto.

Iniziative come questa, indipendentemente dai lodevoli intenti di partenza dei loro promotori, finiscono con il diventare parte integrante del sistema di governo della scuola e di orientamento alla costruzione di un determinato modello di scuola, fortemente caratterizzato sul piano ideologico e su quello del funzionamento sociale. L’enfasi posta tramite queste classifiche, specie nella loro versione mediatica, sulle performance dei singoli istituti servono a cancellare la percezione che in una realtà come quella italiana in cui l’offerta formativa è prevalentemente pubblica, uno studente brillante anche del più scassato liceo di periferia ha la possibilità di raggiungere livelli minimi di preparazione che gli consentono di affrontare tutte le varie opzioni universitarie, mentre in altri sistemi come quello anglosassone la scelta della scuola superiore, di solito privata, è decisiva per poter accedere all’università. Del resto anche le prove INVALSI, che sono invece un obbligo di legge per le scuole, mirano con altre modalità a verificare il merito degli istituti, creando nei fatti una graduatoria.

L’effetto prevedibile della pubblicazione delle classifiche, ossia il loro atto performativo, è quello di indurre la maggioranza delle famiglie a iscrivere i loro figli alle scuole in testa alla classifica, le quali a loro volta avranno presumibilmente una tale abbondanza di domande di iscrizione che permetterà loro di ammettere solo gli studenti usciti dalle medie inferiori con i voti migliori. Questo fenomeno si tradurrà in un aumento e in un’esaltazione del divario di qualità tra le scuole, oggi sostanzialmente contenuto, che renderà ragione a posteriori della rispettiva reputazione. Così queste classifiche, che oggi possono ancora essere accolte con un certo ragionevole scetticismo, esprimeranno nel giro di pochi anni una realtà che loro stesse avranno contribuito in maniera decisiva a costruire. Questo effetto sarà anche rafforzato dalla riforma dell’esame di stato conclusivo: diminuendo il peso della commissione e aumentando quello della scuola sulla determinazione del voto di ogni candidato, che a partire dall’anno prossimo passerà dal 25% al 40%, questi esami perderanno progressivamente autorevolezza, nonostante restino con tutti i loro limiti il sistema più equo per valutare la preparazione del singolo studente, e questo si tradurrà in un aumento di credibilità di queste classifiche.

Si potrebbe chiamare tutto ciò la via reputazionale alla selezione: infatti la selezione classica, quella a cui, per intenderci, si opponeva don Milani, basata sull’esclusione dalla scuola superiore tramite le bocciature nella scuola dell’obbligo, non è più una strategia sostenibile né entro certi limiti compatibile con la razionalità di sistema. La selezione attuale, che spesso si presenta anche ricorrendo a una certa retorica dell’innovazione pedagogica, mira a creare un sistema di scuole di serie A e di serie B e forse anche di serie C, che attacchi il principio dell’universalità dell’istruzione. In questa logica la selezione non sarà tra chi è incluso e chi è escluso dalle scuole e nemmeno un’opposizione tra scuole professionali e licei, diventati ormai scuole di massa. Vi saranno semplicemente delle scuole più performative e altre meno. Se infatti la selezione è sempre una strategia con la quale le classi al potere certificano la trasmissione del loro capitale culturale e suggellano i saperi utili a questa trasmissione, oggi nel contempo la scuola ha anche l’imperativo di insegnare la competitività come fondamento ideologico della coscienza sociale del lavoratore/ consumatore. Questa forma di selezione sembra ottemperare meglio a questa duplice esigenza.

Il pittoresco al tempo dei nonluoghi

Giorgio Mascitelli

In un'intervista concessa all’edizione milanese di Repubblica il 2 ottobre scorso, nella quale descrive i meriti e le qualità della città di Milano che la renderebbero degna dell’assegnazione dell’agenzia del farmaco europea, il direttore della Pinacoteca di Brera, il canadese naturalizzato britannico James Bradburne, dichiara che l’unico difetto della città è quello che non sempre e non in tutti i luoghi si parla inglese a differenza di Amsterdam, dove lui ha lavorato per dieci anni senza avere mai il bisogno di imparare una sola parola di olandese. Si tratta di una dichiarazione interessante perché riflette la nascita di una mentalità nuova; diciamo che fino a trent’anni fa affermare in pubblico di aver vissuto per dieci anni in una città straniera senza averne imparato almeno approssimativamente la lingua non sarebbe stato motivo di vanto per nessuno e tanto meno per un operatore culturale, mi ricordo anzi che Craxi in visita a Mogadiscio negli anni ottanta disse proprio ai membri della locale comunità italiana, che, visto che abitavano lì, un po’ di somalo bisognava proprio impararlo. Quella di Bradburne è una dichiarazione interessante anche per il luogo in cui è stata fatta: queste interviste a personaggi autorevoli sui meriti delle città nelle rispettive pagine locali dei giornali occupano un po’ la funzione sociale e simbolica che nel medioevo apparteneva al genere del poemetto municipalistico ( di solito composto in latino), di cui proprio il De magnalibus urbis Mediolani di Bonvesin de la Riva è un esempio illustre, e dunque riflettono con fedeltà le idee dominanti a proposito degli standard di qualità delle città e non certo solo le opinioni personali del direttore della prestigiosa istituzione braidense.

L’affermarsi di questa nuova dottrina linguistica, in base alla quale è la città e non l’ospite straniero a doversi adattare al cambio di lingua (purché naturalmente l’ospite sia unto dagli opportuni crismi del successo globalizzante, per gli altri valgono forme di accoglienza più tradizionali), è connesso con quella dimensione dei nonluoghi a suo tempo descritta da Marc Augè. Difatti l’inglese evocato qui è quello degli aeroporti e dei centri commerciali, la lingua franca delle transazioni commerciali, i cui tratti invasivi o imperialistici, secondo una terminologia irrimediabilmente attempata anche se più realistica, non sono percettibili dalla sensibilità contemporanea. Così i nonluoghi generano la loro nonlingua nell’ambito di quel processo che si potrebbe chiamare l’abolizione dell’altrove, nel quale per dirla con lo stesso Augé “il colore globale cancella il colore locale”. Ma naturalmente questo processo che tende, seguendo sempre la spiegazione di Augè, a costruire un omogeneo mondo-città, nel quale peraltro la città vera e propria sparisce, genera le proprie rimanenze. Infatti esistono sempre località, edifici, situazioni e persone a vario titolo irriformabili, irriducibili e inutilizzabili.

Questi elementi refrattari sono classificanti dalla mentalità dominante dentro uno schema sfera globale/ rimanenze, che non è immediatamente assimilabile al vecchio schema centro/ periferia in ragione della sua dimensione diacronica. La differenza tra ciò che è centrale e ciò che è periferico è invece sempre sincronica, data la natura spaziale della metafora. In breve è una rimanenza ciò che non è degno del presente, per esempio una città in cui ci sono luoghi e persone che non parlano la lingua degli aeroporti, e pertanto appartiene al passato, anche quando in realtà tutto sembra indicare che anche queste rimanenze siano un prodotto del presente. Così il presente o meglio l’attualità diventa segno esclusivo dell’appartenenza alla sfera del successo e delle èlite in maniera molto più radicale che nella moda, dove l’ultimo grido non cancella mai il valore segnico del casual o del vintage o dell’abbigliamento classico ( questo perché il sistema simbolico della moda si è costituito prima del capitalismo globalizzato).

La cultura contemporanea, una cultura in cui, giova ricordarlo, la percezione della propria storicità è stata bandita, di fronte a queste rimanenze sceglie in primo luogo la via dell’interdetto, del non rappresentarle perché la loro alterità è ritenuta irrilevante, non significativa e fuori tempo. La strategia dell’interdetto non è però sempre praticabile, visto che i nonluoghi e i loro frequentatori non possono esistere dappertutto, al pari del denaro, che circola a livello globale ma solo lungo certe vie e certi snodi; così fatalmente capita d’imbattersi in persone e luoghi di altro genere, spesso desolati e inutilizzabili, e di doverne parlare. A questo punto l’unico modo praticabile per rappresentare queste rimanenze è il pittoresco.

Il pittoresco è per così dire la rappresentazione bidimensionale dell’alterità ossia la sua evocazione e immediato ingabbiamento entro categorie rassicuranti per il pubblico. Il carnevale di Roma, per citare un classico del pittoresco, ne Il conte di Montecristo rassicura il lettore grazie all’impressione di esistere in quanto perfetta scenografia esotica di vicende il cui senso e la cui conclusione dipende esclusivamente da Parigi. Analogamente ne Le correzioni di Franzen la Lituania postsovietica è solo il teatro oleograficamente grottesco di una tappa del cammino prettamente statunitense del protagonista, anche se è probabile che Dumas, in ragione dell’epoca in cui viveva, abbia avuto maggiore consapevolezza di muoversi in questo modo entro la dimensione del pittoresco.

Il pittoresco non è solo una categoria estetica, ma innanzi tutto ideologica. Diventa il modo di rappresentare ciò che non è rappresentabile o che non ha diritto a parlare dentro lo schema sfera globale/ rimanenze. Così tramite il pittoresco possono essere rappresentate tutte le istanze che non rientrano nella logica del capitale globale e che non si esprimono nella lingua aeroportuale. Non è un caso che il pittoresco sia il modo in cui nell’Ottocento l’Europa guarda alle culture delle proprie colonie. Oggi però il pittoresco si globalizza, diventa cioè un elemento universale dell’ordine del discorso e non riguarda più solo le alterità geografiche ed etniche, ma ogni forma di diversità storica, politica e sociale. Insomma sempre di più la rappresentazione del mondo assomiglia ai depliant di certe località turistiche che mescolano nelle loro immagini resort ultramoderni ad angolini incantevoli e ciò non è privo di una sua involontaria e tragica ironia ora che le fiamme che lambiscono il mondo si fanno visibili a occhio nudo.