Giorgio Falco, il funerale del presente

 

Filippo Polenchi

Il lavoro salariato fa schifo, anche quando è «terziario avanzato»: riduce gli uomini una «melassa di male». Eppure questo non basta, bisogna raccontare: anzitutto dalla spelonca della propria esperienza autobiografica. E poi andare all’indietro, ricostruire una genealogia dell’«umano consumabile». Per questo Ipotesi di una sconfitta, l’ultimo romanzo di Giorgio Falco, deve cominciare con un mini-romanzo: la storia del padre. Solo così si può raccontare del teatro d’ombre del lavoro, dove anno dopo anno «l’autentico è ridotto a fantasma prima della sua cacciata».

Falco senior, il cui nome di battesimo è taciuto, è un immigrato siciliano che, ventenne, approda a Milano e s’impiega all’azienda dei trasporti: l’ATM, l’«Azienda». Rimarrà fedele alla sua etica del lavoro per tutta la vita: si sentirà libero perfino portando una cipolla da casa per sbrinare il parabrezza dell’autobus lungo più di 20 metri, che guida per le tratte extra-urbane nella zona a sud-ovest di Milano. Isolato dal resto del mondo, dandogli le spalle, il padre conduce voci disincarnate: la colonna sonora dei suoi giorni è una human world music che risuona dietro di lui, sono i dialoghi senza corpi dei passeggeri.

Il mondo man mano più enigmatico e indecifrabile (leitmotif paterno: «sta diventando una cosa impossibile») è l’eredità che spetta al figlio, insieme alla solitudine. E così, dagli anni Ottanta a oggi, si testimoniano il progressivo smaterializzarsi della produzione, la volatilità del denaro, della merce, dei rapporti. Dalla fabbrica di spille alla vendita door-to-door, da colloqui falliti all’approdo nella multinazionale delle telecomunicazioni, dove Giorgio Falco diviene avatar di se stesso, «GFALCO» e poi, in una spirale di declassamento, «ZZGFA1».

L’etica del lavoro che sostiene il padre (autista di giorno e insegnante di scuola guida di pomeriggio) si rovescia quando tocca al figlio vivere il mondo adulto. Si confrontino a questo proposito il mirabile episodio del soccorso notturno, quando il padre-autista avanza nella notte e nella nebbia alla ricerca di aiuti, e la storia della morte improvvisa in albergo e che tocca direttamente Giorgio: un manager che agonizza da solo, in camera d’albergo. Laddove nel primo caso ci si assume la responsabilità del soccorso, nel secondo il managment della paura tiene a distanza il dolore e ogni aiuto.

Ma Falco parla di altro mentre racconta del lavoro: di sguardo, di scrittura, di scrittura con lo sguardo, di fotografia, di margini visivi. È una narrazione sul filo dell’invisibile; qualcuno la chiama perturbante, ma proprio perché posta sul crinale di un’incombenza che minaccia di continuo la propria scomparsa, come nelle foto di Google Street View, che fondono nella stessa porzione di spazio immagini scattate in momenti diversi, dando l’illusione di «coesistenza»: «sulla soglia di ciò che è stato da così poco e ciò che tra così poco sarà». È il «funerale del presente», dove l’«io» è escluso. Lo sguardo, del resto, è sempre sul ciglio dell’assenza: quando si sente «presente ma avulso dall’evento» (nelle fotografie familiari) o come quando, con la compagna «Sa», scatta foto nei weekend: «Quello che sfuggiva alla frontiera dell’immagine era la nostra vita, che non poteva essere salvata».

Anche il capitalismo è una questione di seduzione, di occhi che predano e occhi che cercano. Sguardi radicali: oltre il cinemascope che separava il padre-autista dall’hinterland milanese il figlio dichiara: «il mondo del lavoro è una finzione assoluta». L’Occidente è una zona di Spettacolo Integrato: il nemico è già dentro di noi, normalizzato dalle risate registrate delle sit-com. Il lavoro, la nausea, la fatica di sopravvivere al sonnambulismo come diceva Simone Weil (ma almeno lei era «così onesta da sapere di avere un’alternativa») sono questioni di Spettacolo: un immenso videogame dove si vince o si perde.

Nell’Occidente narcisista, patologico, mai del tutto de-fascistizzato o de-nazificato, che il venditore door-to-door attraversa come un «inviato del dolore» negli inferni privati di persone già deglutite dal tubo catodico, si compie un tirocinio della sconfitta. «Credeva che potessi fare tutto nella vita, e infatti non ce la farò [...] il mio tutto è non farcela mai». Ma è un apprendistato obbligatorio: fallire è sinonimo di sabotare: «Volevo cercare [...] qualcosa che mio padre non aveva mai trovato poiché nemmeno immaginava che esistesse. Avevo fallito per liberare anche mio padre».

Quando l’ormai inviso ai superiori «ZZGFA1» si rinchiude in «Sgabuzzis», una epoché architettonica di cinque metri quadrati, ecco che diventa un uomo invisibile. È questa la sua liberazione suprema: la conquista dell’invisibilità. Dentro «Sgabuzzis» vedrà gli altri umani opacizzati, ma avrà chiarezza sul da farsi: avrà vinto la sua sconfitta, ottenendola. O forse no.

Giorgio Falco si conferma come uno dei più interessanti, forse il più interessante, fra i narratori italiani di questo tempo: Ipotesi di una sconfitta è un romanzo fenomenale, il migliore del 2017, con pagine che sembrano provenire da un Don DeLillo italiano: quiete, raffreddate, eppure colme di quella che Elio Pagliarani chiama «pietà oggettiva»; non ci si toglie di dosso il puzzo dell’ufficio, l’avvilente prostrazione cosmica di sacrificare il proprio destino e adattare il proprio corpo alle stanchezze della subalternità, scelta più o meno inconsapevolmente per il lusso di sentirsi insensibili e al sicuro.

Giorgio Falco

Ipotesi di una sconfitta

Einaudi «Stile Libero», 2017, 392 pp., € 19,50

Nel tempo della minorità

Lelio Demichelis

La vittoria dei no al referendum in Grecia aveva dimostrato che l’uomo in rivolta di Camus esiste, che se vuole è capace di dire no e anche di dire sì. L’uomo in rivolta greco ha detto sì all’europeismo dicendo no a questa Europa dell’austerità, della colpa, dell’egoismo, dei mercati, della cancellazione scientifica dei diritti sociali, dimostrando che un agire politico è ancora possibile. Fine della rassegnazione? No, sappiamo com’è andata a finire, la rassegnazione è stata imposta a forza alla Grecia, ma quel no che era un sì rimarrà comunque nella storia. Anche se si conferma, senza se e senza ma come il capitalismo sia strutturalmente conflittuale con la democrazia.

Di più: sono morte le ideologie del Novecento, ma anche le utopie e persino le idee; la lotta di classe l’hanno vinta i ricchi e si è azzerata ogni capacità (specie a sinistra) di innovazione politica, mentre si è dominati dall’imperativo dell’innovazione tecnologica – e l’unica immaginazione al potere è oggi quella di dover diventare uomini economici la cui vocazione (beruf) deve essere quella di adattarsi al mercato e di connettersi in rete, mentre «la flessibilità deve entrare nel Dna delle persone» (Mario Draghi). Condizione esistenziale tristissima e devastante per società e democrazia.

Qui parliamo allora di tre libri, diversi ma tutti importanti per comprendere la nostra condizione (dis)umana nell’epoca del capitalismo tecnologico globalizzato. Pubblicati da Laterza nella nuova e benvenuta collana «Solaris».

Con Stato di minorità di Daniele Giglioli, ritorniamo a Kant. Per il quale la minorità era l’incapacità degli uomini di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro: una condizione che è imputabile solo a se stessi se dipende non da un difetto di intelligenza ma dalla pigrizia o dalla viltà. Purtroppo – ammetteva Kant – è così comodo essere minorenni e avere qualcuno che pensa e decide per noi: un libro, un direttore spirituale, un medico, purché io sia in grado di pagare non ho bisogno di pensare. Mai Kant avrebbe però immaginato che la minorità potesse discendere oggi dalle tecnocrazie, dai social network e dal mercato (dove appunto, basta pagare). Di più: dire che i mercati procedono in automatico (ancora Draghi) è la sublimazione del non dover pensare più, perché tutto si è fatto auto-poietico e auto-referenziale.

Giglioli ci porta a ragionare (Kant: sapere aude!) sul perché oggi l’agire politico sia percepito «come qualcosa di impossibile, non perché proibito ma perché ineffettuale, senza esito, svuotato di ogni concretezza». Obiettivo di Giglioli è l’elaborazione di un lutto. Ricordandoci che «compito della critica non è solo dire la verità, ma contribuire a trasformarla». Ovvero, ci chiama all’impegno per il cambiamento, per uscire dal nostro ennesimo stato di minorità. Nell’idea di cittadinanza, infatti, oggi «si è aperto un vuoto»; mentre – come ricordava Hannah Arendt, citata da Giglioli – l’umano è davvero tale solo se ha la possibilità di agire politicamente tra altri esseri umani, altrimenti si diventa meno umani e la vita è solo metabolismo, una mera condizione animale – e oggi (aggiungiamo) economica, ciascuno dovendo attivare in sé gli spiriti animali del capitalismo.

«L’assunto di questo saggio è mostrare ciò che accade quando l’azione è inibita. Che lo sia qui e ora è evidente. Che sia perfino un bene è un’opinione che circola. Qui si enfatizzerà il negativo del fenomeno». E Giglioli lo fa usando magistralmente il Saggio sulla lucidità di José Saramago, favola amara sul potere dove governo e popolazione «restano chiusi nella loro impotenza speculare» e dove un esercizio di libertà, come ritirare la delega al governo votando scheda bianca, finisce male. Saramago descrive come nasce questa impotenza attraverso i dispositivi che la producono. Un concetto foucaultiano – il dispositivo – poi ripreso da Deleuze e da Agamben (e, riassume Giglioli, il dispositivo dice: «ecco il posto dove devi stare e non muoverti di lì»).

E dunque: il dispositivo del terrorismo (il terrorismo è «un delirio di onnipotenza cui sottende una condizione di impotenza radicale»); il dispositivo del trauma («C’è trauma dove non è possibile l’azione; il trauma è una condizione di minorità. E quando una società ha paura del conflitto ha paura di se stessa»); il dispositivo vittimario, «la principale fonte di riconoscimento nelle società odierne» («e chi non si istituisce a soggetto finisce prima o poi per essere una vittima», ma vi è anche «la tentazione di passare per vittima onde avere ragione»); quello della miseria simbolica («la perdita di partecipazione alla produzione di simboli»); e il dispositivo dello stato d’eccezione (dove «l’economia ha preso il posto del sovrano; e se di solito non decreta lo stato d’eccezione è perché lo incarna già»).

Certo, molti errori sono stati commessi, riconosce Giglioli citando una poesia di Brecht. Ma ammettere gli errori è già un recupero di capacità di agire, di agency. Evitando così che l’unico agire ammissibile sia quello di coloro «che impiegano buona parte della loro agency a far sì che altri non possano». Dunque, serve tornare a pensare l’azione sotto la specie della nascita, intesa come distacco, separazione, nuovo inizio. Nuova politica.

Secondo saggio. I destini generali di Guido Mazzoni rovescia la lettura di Giglioli, proponendo una malinconica presa d’atto dell’impossibilità di agire: «Non ho nulla di politico o di reale da opporre a tutto questo. Ho solo una forma di disagio». Troppo poco. Il saggio contiene però e comunque un aggiornamento utilissimo di quella mutazione antropologica che Pasolini aveva analizzato da par suo tra il 1973 e il ’74. Mazzoni dichiara però subito l’inefficacia, oggi, delle categorie con le quali si cercava di interpretare, ieri, la realtà perché «chi è stato lettore di Marx, di Adorno, di Benjamin, di Bloch o di Fortini sente che i concetti con cui ha provato a capire la realtà, oggi non lo aiutano più» – e qui dichiariamo subito il nostro totale disaccordo, Marx, Adorno e Benjamin (e magari anche Marcuse e Fromm) sono ancora imprescindibili.

Vero è invece che «negli ultimi cinquant’anni la vita psichica delle masse occidentali ha subito una metamorfosi senza precedenti», legata allo sviluppo ulteriore del capitalismo come forma oggi globale (ma lo era anche ai tempi di Marx e di Engels) di organizzazione della vita psichica prima che economica delle persone, perché il capitalismo «è personale, sovrapersonale e intrapersonale» (e Mazzoni rilegge il discorso del capitalista di Lacan). L’American way of life è oggi diventata Western way of life, una struttura psichica compatta e unitaria e globale al di là delle sue apparenti differenze. Dove i legami si sciolgono. Dove evapora il padre. Dove si spezza e si frammenta il tempo o scompare nella rete, depotenziando il passato e il futuro. Dove i legami etico-politici si sciolgono e i soggetti collettivi si segmentano. Per un processo di individualizzazione che produce quell’etica (Mazzoni) del «non me ne frega un cazzo, che è il compimento dell’individualismo», o meglio (integriamo) dello pseudo-individuo già secondo Adorno. Alla fine, anche per Mazzoni «ciò che scompare non è soltanto l’utopia ma, prima ancora, l’idea che gli esseri umani siano animali fondamentalmente politici, che la politica sia ciò che può dare senso alla vita modificando l’esistente per produrre un mondo nuovo». Trionfa l’adattamento («una forma profonda di saggezza»).

Ma questo – aggiungiamo ancora – è ciò che vogliono il neoliberismo e l’ordoliberalismo: tutto deve essere economia; solo il capitalismo dà un senso alla vita. Come dimostra la seconda parte del saggio, sulla trasformazione commerciale post 1989 di Berlino, città che forse più di ogni altra è stata rimodellata «da quella forma di vita sorta attorno alla figura dell’individuo privato e consumatore», dove un’immagine pubblicitaria dell’iPad sovrastava il Memoriale per gli ebrei, nella normalità blasfema del capitalismo.

Il Novecento si chiude così – riaprendosi sul nuovo secolo – «nella medietas antitragica delle nostre vite solo private». «Liberati dalle trascendenze religiose e laiche, gli uomini non vogliono l’uscita dalla minorità o la creazione di un mondo più giusto». Trionfa, scrive Mazzoni, un modo di vita meno grandioso di quanto immaginato dalle grandi utopie del passato, ma anche «meno elitario» (in effetti è vero il contrario), «più immanente» (ma il capitalismo è esso stesso una religione, diceva Benjamin) «e più autenticamente popolare» (ma è un popolo senza potere).

Terzo libro, Sottofondo italiano di Giorgio Falco. Diverso dai precedenti per forma e per struttura, e nel raccontare la condizione (ancora) di minorità in cui siamo caduti – la sinistra e il sindacato in particolare. «Il sottofondo c’è sempre, anche quando non vogliamo sentirlo. Scava nell’intimo di ognuno di noi. Diventa la vita». La prende, la produce, la replica. «Non so quali istituzioni abbiano più influito nell’educare all’inerzia collettiva, alla sottomissione», scrive Falco, ma le parole d’ordine erano: «Stai tranquillo. Non immischiarti. Fatti gli affari tuoi. Pensa solo a te stesso e all’affermazione della tua individualità o al tuo gruppetto di amici».

Erano gli anni in cui – cattiva maestra Margaret Thatcher – ci si convinceva che la società non esiste ma esistono solo gli individui. Anni che Falco attraversa con stile, dalle BR alla marcia dei 40mila all’egemonia del modello aziendalistico che genera una nuova forma di «irresponsabilità totalitaria» (dove ciascuno dice: io faccio solo quello che mi dicono di fare – ancora una condizione di minorità); dai governi che cambiavano le leggi sul lavoro a favore degli imprenditori e delle multinazionali ai sindacati il cui unico obiettivo era (al più) una «sconfitta di misura» davanti a un’impresa che voleva invece stravincere.

È un’altra fotografia, questa di Falco – da leggere (è un consiglio) dopo Giglioli e Mazzoni –: impietosa descrizione, da dentro il sindacato, della mutazione antropologica che il capitalismo ha prodotto. Dove mutazione, ovviamente, non significa evoluzione. Né progresso.

Giorgio Falco
Sottofondo italiano
«Solaris» Laterza (2015), 81 pp.
€ 14

Daniele Giglioli
Stato di minorità
«Solaris» Laterza (2015), 101 pp.
€ 14

Guido Mazzoni
I destini generali
«Solaris» Laterza, 2015, 107 pp.
€ 14

L’origine del brodo

Giorgio Falco

Superato il punto iniziale di quiete - il casello che unisce due tangenziali - l’asfalto diventa autostrada a quattro corsie. Attraverso la luce sospesa che comprime, allestita a venti metri d’altezza, viriamo lo sguardo di pochi gradi, oltre la parte sinistra del parabrezza, alla congiunzione del finestrino, per guardare l’origine. Ma prima del mutamento visivo, è l’olfatto, che sente. Capita a qualsiasi tipo di veicolo. Il camion austriaco guidato da un frontaliero slovacco; l’ambulanza milanese governata da un volontario che ha perso il lavoro sei mesi fa; il furgone giallo marchiato dal logo condotto da un padroncino peruviano, alla ventesima consegna giornaliera; il furgoncino bianco di due elettricisti cocainomani in conflitto tra loro; la berlina di un quadro aziendale deluso per non essere stato scelto tra i possibili, nuovi dirigenti; l’utilitaria guidata da Yvania, una donna di quarantadue anni. Guidiamo sigillati, schermati dai finestrini chiusi, covati dall’aria climatizzata, o apriamo i finestrini per annusare l’aria calda di scarico sollevarsi dall’asfalto; in ogni caso, sentiamo l’aroma industriale imbattibile, dalle narici attraversa una soglia invisibile, per colpire il piccolo angolo remoto del cervello, dove diventa immagine.

E allora Yvania ha diciotto anni, guarda il televisore assieme ai genitori, alle otto meno un quarto di sera. Nell’immagine di Yvania, il padre lavora come operaio dentro lo stabilimento lungo l’autostrada. La famiglia vive a due chilometri. Suo padre, quando parla dell’azienda in cui lavora, ripete soltanto, l’azienda. Fondata subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, la società - ora di proprietà di una holding spagnola - è uno dei marchi italiani industriali più noti, ha diversificato le scelte strategiche per offrire ai clienti la qualità dei prodotti abbinata alla continua ricerca innovativa, senza tralasciare il gusto della tradizione culinaria italiana. L’azienda è celebre per il suo dado, ma produce anche pomodori, ragù, sughi pronti, piatti pronti - risotti, creme, minestre e zuppe -, olio di semi vari, pesto, tonno, tè, camomilla, tutti marchi che creano l’immaginario e la quotidianità delle famiglie italiane. Lo stabilimento di 220.000 metri quadrati è stato costruito ai margini della cittadina che, in base alle dichiarazioni dei redditi, risulta tra i primi dieci comuni più ricchi d’Italia.

Nell’immagine di Yvania, la luce gialla serale del lampadario cade sulla famiglia che ha appena finito di cenare. La madre scuote la tovaglia per scrollare le briciole in cortile, lascia la portafinestra aperta per qualche secondo e, quando rientra in cucina, l’odore dello stabilimento satura la casa, eppure Yvania lo percepisce appena, come se fosse la lieve aggiunta a un tappeto sonoro costante. È lo stesso odore di suo padre, quando ritorna con la tuta da lavoro, mentre Yvania sottolinea i libri di scuola. La famiglia ha appena finito di mangiare, in televisione c’è la pubblicità dell’azienda. L’attore è vestito da mago illusionista: frac nero, camicia bianca, cilindro nero, guanti bianchi. Si toglie il guanto bianco destro e lo usa per sollevare il coperchio incandescente della pentola.

L’acqua bolle, l’attore annusa il vapore, il dado può rendere la vita più saporita. Poi l’attore passa il pollice e l’indice sulla punta della lingua, li sfrega, dà così l’idea di una cosa appetitosa, e di soldi. Per partecipare al grande concorso basta comprare il dado, compilare e spedire la cartolina. Ogni lunedì sera, dopo il film, il padre di Yvania può diventare milionario con il dado che lui stesso ha prodotto e confezionato a due chilometri di distanza. Il dado è da sempre la presenza costante nelle giornate della famiglia. Il padre lo produce nei tre turni dello stabilimento, grazie al concorso può diventare milionario proprio durante il turno lavorativo serale; la madre lo utilizza soprattutto quando prepara le cene invernali; la figlia gioca con la confezione da dieci. Fin da quando era bambina, Yvania immaginava che la confezione fosse una casa, lei si guardava da fuori, il tetto di tegole rosse, il comignolo, gli sbuffi di fumo e gli uccelli svolazzanti nei nidi.

Voleva diventare la donna disegnata sul lato sinistro della confezione di dado, la donna rimasta quasi immutata nel tempo, la capigliatura ondulata appena uscita dal casco di un parrucchiere della modernità, l’idea di ordine e movimento, il modello della donna settentrionale, lombarda, milanese, esteso a tutte le donne italiane, con un’aspirazione borghese, sebbene ritratta accanto a uno degli alimenti più umili: il brodo. Il colore dei capelli è castano rossiccio, riflessi dorati richiamano la sensazione del brodo, pare che i capelli siano un’emanazione, fatti della stessa materia del brodo. Nelle prime confezioni di Yvania, la donna aveva il cucchiaio nella mano sinistra e il piatto di brodo nella mano destra. Alcune lievissime incisioni rappresentavano la pastina, mentre undici macchie rosse in superficie davano la sensazione di profondità. La donna portava il cucchiaio verso la bocca, aveva le unghie pitturate di rosso, un sorriso stretto e bianchissimo, incorniciato dal rossetto. Il collo, magro e scoperto, era impreziosito da una collana di perle. Nella visione di Yvania diciottenne in cucina - la luce gialla a precipizio assorbita nei piatti svuotati di brodo, accanto alle bucce arricciate dei frutti, mentre la madre sparecchia e il padre cerca qualcosa da guardare sullo schermo - la donna della confezione subisce d’improvviso un lieve cambiamento, rispetto a quella della sua infanzia.

Yvania esce dall’autostrada, guida lungo il perimetro dello stabilimento. La cancellata chilometrica è grigia in quel tratto e si confonde con il guardrail, poi diventa verde, come la confezione del dado. Una fila di alberelli copre timidamente la sequenza di edifici, uffici, magazzini, stabilimenti produttivi, bancali accatastati in file da dieci sotto una grande pensilina di cemento, quelli ammucchiati in alto sono quasi sempre all’ombra, gli altri, in basso, rosolano al sole. Yvania guida verso casa, abita in un piccolo comune adiacente a quello dell’azienda, sono solo dieci chilometri dalla cancellata, il suo lavoro, invece, è dall’altra parte della tangenziale, a trentacinque chilometri. Durante la pausa pranzo - assieme alla collega Michela - Yvania mangia una cosa portata da casa, riscaldata nel microonde dell’ufficio.

Gli impiegati pranzano nella piccola sala, c’è sempre un odore simile a quello dell’autostrada, della tuta del padre di Yvania, l’aroma si espande alle fotografie dei figli appese ai lati dei computer e prosegue nella promiscuità dei bagni, fino allo sbarramento della reception. È come se ogni aspetto del mondo venisse trattato come un processo di liofilizzazione, di essiccamento sottovuoto, a temperature inferiori allo zero, allo scopo di evitarne qualsiasi alterazione. Solo nel dado, la quota di mercato supera il 50% del totale. In pochi anni l’azienda ha licenziato migliaia di lavoratori, forse venderà gran parte dei 220.000 metri quadrati per farne appartamenti, uffici, negozi.

Il dado sarà prodotto nell’indistinto altrove, oltre una linea imperscrutabile a est, che si materializzerà soltanto in autostrada, nell’andirivieni delle merci. Il parcheggio davanti all’ingresso è vuoto, regolato da due sbarre abbassate e da panettoni gialli di cemento. C’è un orologio rotondo nel piazzale. Lo sorregge un palo verde di ferro. L’orologio è appoggiato su un rettangolo pitturato di bianco, su cui spiccano le quattro lettere rosse del marchio aziendale, circondate da un ellisse verde. Nell’insieme, il marchio ricorda la  bandiera italiana. La donna odierna del dado è quasi come la donna con cui giocava Yvania. Stessa pettinatura e maglia gialla, stessa collana di perle e smalto rosso, e rossetto e sorriso in attesa del cucchiaio di brodo. Però ha la faccia pallida, truccata con un cerone bianco luminoso, leggero come una maschera sulla quale è appena iniziato a nevicare, ma il bianco rende più liofilizzato lo sguardo, porta con sé la tentazione di un prossimo trattamento botulimico. La donna ha in mano il cucchiaio di brodo, il piatto è scomparso.

Sembra diventata puro prodotto, testimonial di se stessa, un’astrazione iconografica sancita dalla sparizione del piatto su quella piccola superficie di cartone, un astuccio da 10 cubetti, che pesa 100 grammi. In ogni dado di 10 grammi c’è sale arricchito di iodio, il sale iodato, componente che costituisce circa il 50% del dado; c’è estratto per brodo, un insieme di proteine vegetali; c’è zucchero, prezzemolo e una infinitesimale goccia d’olio extravergine d’oliva; ci sono aromi e grassi vegetali, idrogenati e non idrogenati; c’è glutammato, la forma salina dell’acido glutammico, che rianima il sapore degli alimenti; e c’è la carne, o meglio, l’estratto di carne, in una percentuale non indicata. Nel dado di Yvania è presumibile che la percentuale sia dello 0,04%. Per diventare quello 0,04%, la minuscola parte di un bovino è stata ulteriormente spezzettata, disossata e sgrassata. Per avere 1 chilogrammo di estratto di carne, occorrono 35 chilogrammi di carne.

La carne del dado di Yvania è allevata e macellata in una imprecisata area sudamericana. C’è lo 0,04% di estratto di carne dentro 10 grammi del dado di Yvania e in tutti i milioni di dadi messi uno accanto all’altro. Chissà se lo 0,04% di carne bovina spezzettata, disossata e sgrassata nella confezione di Yvania appartiene alla minuscola parte di un unico animale, distribuita anche negli altri nove dadi. Potrebbe essere che quello 0,04% di estratto di carne appartenga a due animali differenti che si riuniscono nella minima percentuale merceologica concentrata. Quando Yvania mette il cubetto di dado nella pentola, attende che l’acqua arrivi all’ebollizione e il dado ormai sciolto sia invisibile, solo allora si avvicina alla pentola, all’odore sulla superficie dell’acqua divenuta brodo, mentre il vapore sale, al volto di Yvania, che guarda.

Giorgio Falco è nato nel 1967. Ha pubblicato Pausa caffè (Sironi, 2004), L’ubicazione del bene (Einaudi, 2009) e il racconto Box su “Atti Impuri”, vol. 1. L’origine del brodo è apparso su “Il Manifesto” del 25 agosto 2010.

Vita in sottrazione

Gilda Policastro

C’è un posto di vacanza che sa di dismissione. Chi lo abitava non c’è, non c’è in verità nessuno. È un posto di vacanza visitato d’inverno, da un uomo solo, che non ha nome, un bagaglio leggero con sé. Non è un giallo (sebbene l’attacco sia quasi thrilling), non è un romanzo d’azione, è anzi l’antiracconto di come lo sguardo della memoria si ri-posa sulla vita di everyman esaltandone la dimensione privata, personale: quella che si coglie solo nel di poi, a distanza di molti anni, e che nel suo svolgersi effettivo sbiadiva invece nella monotonia di una serata in famiglia, le chiacchiere sui vicini, la vicinanza forzata dalla coabitazione. A differenza che nel Congedo di Caproni, dove quell’«inventare facile, nel dire agli altri» promanava da una prossimità coatta, in Giorgio Falco è l’introspezione (descrittiva: tutt’altro che facile) a dominare sull’invenzione: non accade quasi nulla, e il suo narratore non è compartecipe, non è commosso, non flirta coi ricordi, così come ai luoghi non tributa alcuna enfasi. È l’asciuttezza dello sguardo, la precisione, l’assenza di sfumature, di sbavature, l’esattezza, la sua cifra. Non una parola in eccesso, non una concessione alla retorica, al cliché, all’effusione. Quasi siano le cose a guardarci e non il contrario, come confermato dalla postilla di Sabrina Ragucci a fine testo: un testo autonomo, invero, come autonome sono le immagini che difatti andranno a esporsi in una mostra a Riccione (presso Villa Mussolini, residenza estiva del Duce – condominio, dunque, a suo modo – che dall’8 novembre all’8 dicembre si trasformerà in un padiglione di arti performative), dunque ad ambientarsi nei luoghi condominiali rovesciando il primato della scrittura e aprendo a una possibilità di attraversamento del testo non solo in un senso tradizionalmente diacronico.

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Non si tratta qui di ékfrasis, né di didascalie (del testo all’immagine, o viceversa), ma di una storia articolata in testo e immagini perfettamente compatibili per essenzialità dello sguardo, allo stesso modo in cui le cose (le case, e di esse gli angoli, i particolari zoomati o in fading) non fungono da mero sfondo o rimpallo delle nostre vite ma consistono in una loro maniera appartata e vigile, com’è ormai acquisito e perfino obbligatorio in certa poesia contemporanea (dal redivivo Ponge a Gherardo Bortolotti).

Tutti abbiamo una casa delle vacanze in cui abbiamo transitato da bambini. È un’esperienza che sarà sempre meno comune alle generazioni che crescono in questi decenni: niente più stabilità, nessun radicamento possibile, meno che mai d’estate: i luoghi ameni sono quelli dei viaggi brevi e low cost. E invece duravano mesi, quelle vacanze di noi bambini anni Settanta-Ottanta, erano un’altra vita normale, solo spostata: dalla finestra per qualche tempo non si vedeva Milano o il paese d’inverno, ma il mare. Questo primo spostamento è il motore del libro: lo sguardo di Ragucci sulle impronte nella sabbia cronologicamente dovrebbe precedere l’uomo che a sua volta, dalla spiaggia, guarda il paesaggio (presumibilmente lasciandovi tracce) e invece compaiono dopo, nella foto a venire. Le tracce, senza più la figura. Così è la memoria: un nastro assorbente, da quella prospettiva à rebours in cui le cose (e le persone) ci possono ancora parere vive, cioè stanche, nervose, sfatte, e viceversa quando lo erano, vive e (più o meno) integre, si trattava di un darsi discreto e impercettibile: rapido, dimenticabile.

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Sembrerebbe un’antiepica del tempo ritrovato, ma perché Falco e Ragucci ci portano qui? Nella Romagna della speculazione, delle villette di Sindona, delle vacanze milanesi di famiglie i cui eredi hanno case di cui disfarsi (non vale più l’ammonizione paterna di conservarsi il mattone). Dobbiamo per caso indignarci, scagliarci contro il cemento che deturpa la bellezza e magari contro il dissesto idrogeologico? Dobbiamo solidarizzare con la generazione precaria che non gode più di certezze materiali e che può solo mangiarsi il patrimonio di famiglia? Anche se i dati ci sono tutti e combaciano con quelli di uno scenario socioantropologico abusato, a muoversi nel Condominio è un io fantasma che ripercorre luoghi deserti o abitati da revenant: non a caso tra i pochi eventi ci sono il ricordo (di nuovo thrilling) dell’invasione dei pesci spiaggiati o della strage di Bologna (senza gerarchia tra i due accadimenti, e anzi con un maggior pathos per il primo, ove mai ve ne possa essere, qui, di pathos convenzionalmente adibito), la tentata visita alla necropoli etrusca e il motociclista finto che si schianta nel finale.

Morti, passato, memorie: sembra di transitare per il ponte su cui il «senza volto» chiede all’io sereniano se la sua scelta ideologica si sia compiuta. Quella di Falco sì; ed è l’io in sottrazione, che non vuole sparire (meno che mai in via definitiva, dandosi una morte che prolungherebbe il nulla in maniera «spaventosa»), ma sperimentare una forma di vita in cui le azioni le parole e i contatti siano minimi: il gesto di tendere i soldi alla cassiera, la richiesta fugace di un’informazione a un ciclista. A questo si riduce il consorzio umano, e non in un contesto di emergenza apocalittica come nel postumano (tipo La strada di McCarthy) ma in un’etica della rastremazione, che vale per i rapporti come per le parole (e le immagini). E anche le sentenze gnomiche, quelle che ci annotiamo, dai libri, per ripeterle in conversazione, sono centellinate: tre o quattro. Poco da consegnare a Wikiquote, molto alla letteratura.

Dall’8 novembre all’8 dicembre saranno esposte a Villa Mussolini, a Riccione, trenta delle immagini di Sabrina Ragucci che, già incluse nella sezione Monditalia della Biennale Architettura, fanno ora parte integrante di Condominio Oltremare, il nuovo libro pubblicato insieme a Giorgio Falco (una cui prima porzione venne presentata sul primo numero di alfalibri, nel maggio 2011). La mostra si tiene nell’ambito della ventiduesima edizione del Riccione TTV Festival: emanazione multimediale di Riccione Teatro che dal 6 al 10 novembre è dedicata a Performing arts on screen, con ospiti d’onore Mario Martone e Peter Greenaway, i cui ultimi film verranno presentati al Cinepalace. Lo spazio di Villa Mussolini (a partire dal 1934 residenza estiva di Rachele Mussolini, e ora spazio di documentazione sull’attività turistica della Riviera romagnola), ribattezzato per l’occasione Padiglione TTV, viene invece coinvolto per la prima volta nelle attività del festival. Oltre a ospitare la mostra di Ragucci, vi verrà proiettato Ricordi per i moderni di Yuri Ancarani (del quale si ricorda l’impressionante Da Vinci, esposto alla Biennale Arte dell’anno scorso), che sabato 8 novembre parteciperà a una discussione insieme a Falco, Ragucci e ad Andrea Cortellessa; a seguire, alle 21, nello stesso spazio andrà in scena una mise en espace della Gemella H, il precedente romanzo di Falco, realizzata da Carla Chiarelli. Qui il programma completo della manifestazione.

Giorgio Falco - Sabrina Ragucci
Condominio Oltremare
fuoriformato L’orma, 2014, 166 pp.
€ 19.00

La gemella H

Alessandra Sarchi

La gemella H è la storia di una famiglia, Hans e Maria Hinner, née Zemmgrund, più le due figlie gemelle Helga e Hilde, venute al mondo nel 1933. Sono tedeschi e vivono in una cittadina a poca distanza da Monaco, sono gli zelanti e risentiti piccolo borghesi sui quali il Terzo Reich fa leva per diventare ideologia dominante. La malattia ai polmoni di Maria fa trasferire la famiglia a Merano e la sua morte li porta prima a Milano, poi sulla riviera romagnola, dove Hans sbiancata la memoria della sua militanza nazista ripulisce anche il denaro che il regime gli ha garantito. A Milano marittima apre un albergo dove italiani e tedeschi indistintamente partecipano al grande rito collettivo dell’oblio edonistico, del turismo di massa negli anni del boom economico postbellico.

Come ogni storia di famiglia, intrecciata a eventi storici traumatici, sarebbe stata materia di introspezione dei rapporti e di indagine sociologica; l’una e l’altra sono invece completamente trasfigurate dalla potenza di un flusso narrativo che parte dall’interno dello sguardo e dalla mente delle due gemelle, di Hilde in particolare, che fin dalla nascita – ma si direbbe quasi da prima – registra con meticolosa attenzione fatti, azioni, cause, nomi, gesti, atmosfere, come una telecamera implacabilmente accesa sulla realtà visibile. La soggettività del suo racconto è, tuttavia, neutralizzata dalla dichiarazione iniziale: «Hilde Hinner non sono solo io, sebbene parta da una posizione di privilegio: conosco la mia fine». La presa di Hilde sullo svolgersi della realtà è dunque postuma, interna ed esterna, ma con una scelta molto efficace l’autore ha deciso di farla vivere in un unico tempo narrativo, un presente continuo, spezzato solo dall’incipit fiabesco – «Noi mangiavamo le mele solo nello strudel, prima» – e da alcune pagine di diario, sulle quali ritorneremo.

L’aderenza alla cose, fissate al presente di un’immanenza fuori dalla storia che mai si concede un’interpretazione, se non giustappositiva, è infatti la lingua di Hilde: «Più che i fatti e i giorni, sembra che solo gli oggetti accadano, le loro brillanti esistenze nascondono le storie opache di ognuno». Opaco è aggettivo pregnante a più livelli, perché se tutto è raccontato da Hilde per come appare, nulla sembra passibile di responsabilità etica, e d’altronde gli Hinner non sono responsabili di soprusi eclatanti – Hans compra a niente la villetta dei vicini ebrei perseguitati, Helga accusa ingiustamente di furto la cuoca romagnola mettendole tre mele nella borsa con l’obiettivo di fare assumere il fidanzato – ma proprio da questa sfasatura fra sguardo che radarizza, elenca, mette in fila e il sottrarsi della coscienza scaturisce la percezione claustrofobobica del male quotidiano, banale e indispensabile al Moloch che ha devastato il secolo scorso arrivando fino a noi.

Non si tratta dell’unica sfasatura presente nel romanzo; anzi fin dalla copertina – una fotografia di Sabrina Ragucci voluta dall’autore e quindi parte integrante della sua poetica – ci troviamo davanti a un silenzioso contrasto con il titolo: raffigura tre mele, la prima di dimensioni maggiori, allineate e appoggiate su una superficie riflettente che le sdoppia in altrettanti multipli dal contorno più sfocato. Perché tre mele, se le gemelle sono due? E perché una sola gemella H, a dare il titolo, e non le due, Hilde e Helga, protagoniste del romanzo? La struttura profonda del testo, che procede per accumulo e non per intreccio, sembra appoggiare proprio sul gioco continuo di queste simmetrie imperfette e ingannevoli del doppio: i due paesi Italia e Germania, fallacemente accomunati dalla guerra, le gemelle che sono emanazione del padre e con questi costituiscono una triade (le tre mele), la doppia coscienza che Hilde sviluppa in un distacco rispetto all’ubbidienza supina di Helga che rimane circoscritto, però, alla velleità, alla dinamica del loro rapporto competitivo. Hilde vede, sa e ricorda, non per questo cambiano le sue azioni, tranne che nel suicidio, anticipato a circa metà libro, perché poi la narrazione riprenda con quel tempo continuo, dentro la presuntuosa illusione di sconfiggere la morte (come diceva Hitler a Eva Braun nel Moloch di Sokurov). Ed è quindi, per forza, un eterno presente.

Dicevamo dell’incipit incantatorio. L’altro luogo in cui l’imperfetto squarcia la narrazione si trova in alcune pagine di diario in cui Hilde indaga la natura arrivista e mediocre del futuro marito di Helga. Non è una scelta casuale: nel passato, e nel verbo imperfetto che lo tramanda, sta la verità; perché, come dice Hans Hinner, «le storie diventano importanti quando s’inizia a parlare davvero del passato». Cosa che gli Hinner evitano accuratamente di fare, congelando le proprie esistenze e le proprie perdite (di un paese, di una lingua, di una madre, della memoria e della responsabilità) nella stagionalità turistica dell’albergo. In quell’andare avanti che per Hilde si traduce in un atto estremo, sul fondo di un lago, e per Helga nel più «banale» respiro: meccanismo inconsapevole sotto la pettorina bianca durante le inalazioni in una stazione termale, ed evocazione sconvolgente delle camere a gas.

Giorgio Falco
La gemella H
Einaudi Stile Libero (2014), pp. 355
€ 18,50