Landolfi, l’impossibile

Giorgio Biferali

Qualche tempo fa, nella metropolitana di Grenoble, hanno pensato bene di distribuire dei foglietti con sopra dei racconti destinati ai viaggiatori: racconti lunghi quanto il tempo d’attesa del prossimo treno. Come se la forma-racconto, oggi, in questi tempi così frenetici, pieni di rimandi e distrazioni, rappresentasse l’unica vera concorrenza agli smartphone nei cosiddetti tempi morti.

Chissà cosa accadrebbe se anche in Italia mettessero quei distributori nelle metro e su uno di quei foglietti, un giorno per caso, capitasse uno dei Racconti impossibili di Tommaso Landolfi. Appena ripubblicati da Adelphi sotto la cura di Giovanni Maccari, sessant’anni dopo quella prima edizione (Vallecchi 1966) uscita in libreria senza risvolti e senza quarta di copertina per volere dello stesso Landolfi, “stanco di sentirsi attribuire dai critici (o almeno dai più grossolani tra essi, e in ogni caso da chi poco lo conosce) la paternità o l’ispirazione degli scritti”. Un libro venuto dopo i suoi più conosciuti (Dialogo dei massimi sistemi, La pietra lunare, Le due zittelle, Cancroregina, LA BIERE DU PECHEUR), in un periodo in cui Landolfi ormai è isolato, lontano dalla mondanità e dai rituali della società letteraria, e nutre una sorta di indifferenza nei confronti di quello che pubblica, tanto da sembrare quasi il ghostwriter di se stesso. Come testimonia Maccari, Landolfi vive tra la Riviera ligure e il palazzo di Pico, nell’ombra; le uniche luci che vede sono quelle artificiali dei casinò. Alcuni di questi racconti Landolfi li annota in un quaderno con il titolo Galass(i)eide / (from outside), per dare un’idea dell’argomento trattato (la fantascienza) e della sua condizione esistenziale, che somiglia a quella di un esiliato nello spazio profondo.

Il primo di questi è un racconto “incomprensibile”, La passeggiata, scritto in un linguaggio arcaico, con termini desueti (ma che venne preso dai recensori, invece, come una neo-lingua d’immaginifica sintesi – tanto che di quell’equivoco in un libro successivo, Le labrene, Landolfi non mancherà di prendersi gioco): “La mia moglie era agli scappini, il garzone scaprugginava, la fante preparava la bozzima… Sono un murcido, veh, sono perfino un po’ gordo”. Si va avanti per flussi di coscienza, per esempio in un racconto (A rotoli) dove un presunto assassino riflette sul luogo del delitto, vorrebbe farlo sembrare un suicidio e deve scegliere la mano della vittima in cui lasciare la sua pistola: “Scegliere la mano giusta!” è il mantra che ripete dentro di sé, e che vale anche per la scrittura e per il gioco d’azzardo. Cosa penseranno gli investigatori? E i lettori? Perché tanto si sa, nei racconti di Landolfi “c’è sempre qualcosa che non torna”. Alla fine lo scrittore-assassino si affiderà al “capriccio del caso”, proprio come il giocatore di Dostoevskij che lui amava tanto.

In S.P.Q.R., giocando col suo passato, con l’adolescenza vissuta in gran parte nel quartiere Prati a Roma – una città “scuorante”, l’aveva definita nelle Due zittelle, “senza conforti” – l’autore inscena uno pseudodibattito leggermente grottesco, a metà tra Kafka e i fratelli Coen, per dimostrare la natura ideografica e non alfabetica della sigla appunto “S.P.Q.R.”, dove la S rappresenta un serpente, la P la “stilizzazione di un albero”, la Q una donna durante il parto, e infine la R una combinazione dei primi due segni, come un serpente che pende dall’albero. Roma che torna parodiata in Conflitto di competenze e in Pavo italicus, in cui un servitore aiuta un signore a vestirsi: “E date qua. Ovvia: ci sono? C’è altro? | A sciarpa c’aa cioffa. | Già la ciarpa. Ebbene, ora mi pare sia finita. Che ne dite? | Dico che sete proprio ’n ber corpo d’occhio”.

Il resto sono per lo più dialoghi o monologhi sui “massimi sistemi”, dalle chiacchere tra un padre e un figlio che cercano di capire insieme cosa siano la Terra – l’atmosfera, i suoni, il parlare – a un simposio sull’utilità della bestemmia, che richiede calma e un po’ di fantasia. L’unico racconto in cui Landolfi diciamo si lascia andare, e concede al lettore una piccola storia, è Alla stazione: un racconto sulla speranza e sull’inganno, che spesso nella vita si confondono, in cui un uomo confessa un’abitudine un po’ strana, quella di illudere i malati terminali che un giorno, forse, potranno guarire. L’altro uomo, che lo ascolta, è uno scrittore, e anche lui una volta tanto cade in una trappola che conosce fin troppo bene: “Per divertire voi non c’è che raccontar panzane, quelle stesse che a suo tempo voi raccontate a noi”.

Al lettore, viaggiatore o meno, che si troverà a tu per tu con questi racconti, verrà da chiedersi fino a che punto un autore possa spingersi a scrivere dei racconti così, “impossibili” appunto, dove si racconta l’impossibilità di scrivere racconti, di raccontare storie. Basterebbe ricordare una delle sue frasi più belle che è scritta in uno dei suoi diari, la BIERE (“Dicono che toccato il fondo si risalga, per questo io non lo tocco mai”), per capire che quel punto, per uno scrittore come Landolfi, non arriva mai.

Tommaso Landolfi

Racconti impossibili

a cura di Giovanni Maccari

Adelphi, 2017, 195 pp., € 14

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

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Ben Lerner, le poesie contro la poesia

Giorgio Biferali

Troppe metafore, troppe parole poetiche, troppi discorsi intorno alla nobiltà e alla sacralità dell’arte, scriveva nel 1947 Witold Gombrowicz in un saggio che fece tanto arrabbiare Ungaretti, intitolato Contro i poeti. Poeti che secondo lui non facevano altro che elogiarsi a vicenda, vivendo lontani anni luce dalla realtà, «mentre noi rimaniamo alla base, a terra, un po’ confusi». «Il mondo della poesia – continuava Gombrowicz – è un mondo fittizio e falso, non mi piace per la stessa ragione per cui non mi piace lo zucchero puro, che va bene con il caffè, ma non da solo».

Chissà che Ben Lerner, poeta e scrittore americano classe 1979, non si sia ispirato a quel saggio per scrivere il suo Odiare la poesia, appena pubblicato in Italia da Sellerio. La premessa fondamentale è il disprezzo – anzi l’odio, appunto – per le poesie una volta che vengono scritte: un odio condiviso da chi le legge e da chi le scrive, che alla fine si affida sempre a quel «neanche a me piace» di una poesia di Marianne Moore dove poi è possibile scoprire, però, «uno spazio per l’autentico».

Nel suo secondo e per certi versi autobiografico romanzo, 10:04 (pubblicato in Italia sempre da Sellerio col titolo Nel mondo a venire), che l’ha portato a essere conosciuto in tutto il mondo – in cui si racconta parte della vita di uno scrittore ebreo americano nato nel Kansas nel 1979 alle prese con problemi cardiaci, un’amica in crisi per via del cosiddetto orologio biologico e le aspettative per il secondo romanzo –, il protagonista di tanto in tanto nomina qualche poeta che è stato importante per la sua formazione, da Whitman a quelli della Scuola di New York, confessa di essere diventato poeta dopo aver ascoltato un discorso di Ronald Reagan, e un giorno rimane sorpreso quando la sua agente gli dice: «è stato più facile mettere all’asta l’idea del tuo prossimo libro che le pagine che veramente scriverai». «L’idea mi piaceva moltissimo – dice – il mio romanzo virtuale valeva più del romanzo reale».

Ed è proprio lo scarto tra virtuale e reale a muovere quel libero flusso di pensieri che è Odiare la poesia. Il poeta, secondo Lerner, è una «figura tragica», e la poesia è «la testimonianza di un fallimento». Durante l’infanzia ci confondono, ci illudono, ci mettono in testa l’idea che siamo tutti poeti, che le poesie le hanno inventate apposta per noi, per i sentimenti che proviamo e che non riusciamo a tirar fuori con i gesti e con la voce. Lerner chiama in causa ovviamente Platone, che nella Repubblica attacca i poeti colpevoli di alimentare, soprattutto nei giovani, il cosiddetto elemento erotico dell’anima, allontanandoli da quello razionale; ma anche Philip Sidney, che in Difesa della poesia sostiene che la poesia è superiore sia alla storia che alla filosofia, capace di commuoverci e «non solo di insegnarci i fatti»; e Percy Bysshe Shelley, secondo il quale «la poesia più magnifica che sia mai stata comunicata al mondo è forse solo una fievole ombra della concezione originaria del poeta». All’eufonia di Keats Lerner preferisce la dissonanza della Dickinson, riflette sull’io vastissimo di Whitman che «contiene moltitudini», e si mette dalla parte di quelli che, come lui, hanno scritto delle poesie, ma che un giorno hanno avuto il coraggio di smettere perché hanno capito che la poesia è impossibile, che esiste solo quando viene immaginata, e una volta che finisce sulla pagina scompare. Il «problema fatale» della poesia, in fondo, saranno sempre le poesie.

Ben Lerner

Odiare la poesia

traduzione di Martina Testa

Sellerio, 2017, 88 pp., € 12

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it

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Leggere gli americani

Giorgio Biferali

2016-05-31-american-beauty-kevin-spacey-dreamworks-pictures-638x425Se possiamo emozionarci con i film di Sam Mendes, davanti a scene come quella in cui Kevin Spacey fuma marijuana nel suo garage facendo pesi con la musica a tutto volume, o si masturba nel letto di notte mentre la moglie gli dorme accanto; se possiamo dirci distratti, sì, oggi più che mai, vittime del binge-watching, con i pannoloni per grandi, direbbe Aldo Nove, per non perderci neanche un istante di Stranger Things o True Detective, è perché un po’ di tempo fa, non tanto a pensarci bene, sono venuti alla luce romanzi, racconti, storie come quelle scritte da Richard Yates, John Barth, Don DeLillo, Kurt Vonnegut, Raymond Carver, Philip K. Dick, Stephen King, Philip Roth, David Foster Wallace.

Alcuni di questi famosissimi, chi per una fine tragica, chi per non aver ancora vinto il Nobel o per aver dato vita a un pagliaccio che ha tormentato intere generazioni. Autori citati, magari, e mai letti, che nel tempo si sono aggiudicati il premio “i più cliccati su wikiquote”. Ma come dare ordine a tutto questo? Come metterli insieme, uno dietro l’altro, per farne un mondo, da girare con una mappa per orientarsi e capire come siamo arrivati fin qui? Ci ha pensato Luca Briasco con il suo Americana, pubblicato da minimum fax, riprendendo il titolo di un’antologia di autori americani (dai primi dell’Ottocento fino agli anni Trenta) curata da Elio Vittorini e pubblicata nel ’42, in un’epoca nera della storia mondiale. Un saggio narrativo, quello di Briasco, o meglio una raccolta di saggi, lontana dalle forme accademiche e specialistiche, tutta dalla parte del lettore: «se chi leggerà Americana si scoprirà invogliato ad andare in libreria e comprare una qualsiasi delle opere che ho tentato di analizzare, lo scopo che mi sono prefissato sarà stato raggiunto». La scrittura, la lettura, la letteratura, la cultura in generale come possibilità, come passaparola, come condivisione, come rapporto umano, finalmente.

Nell'introduzione, dove si parla di status author (come Michael Chabon)  e di contract author (chi, come Jonathan Franzen, si pone al confine tra le proprie esigenze espressive e quelle del pubblico e dei suoi “orizzonti d’attesa”), Briasco si concede un piccolo ritratto di Wallace anche attraverso le sue parole e quelle di DeLillo, Franzen, Saunders, venute dopo quel maledetto 12 settembre 2008 in cui lo scrittore si è tolto la vita. Da qui si passa a una serie di campi ideali, sei per la precisione (postmoderno, realismo/minimalismo, più generi in uno, grandi sintesi, l’avanguardia, l’eredità del realismo), per arrivare a un’unica grande domanda, che riguarda autori più giovani, tra gli altri Foer e Lethem: esiste un nuovo canone? Una risposta definitiva, per fortuna, ancora non c’è.

Per ogni autore, Briasco sceglie un romanzo, una o più raccolte di racconti o di romanzi anche (pensando alla Trilogia di Paul Auster), che possano rappresentarlo. Vonnegut, che occupa una delle stanze del postmoderno, con il suo Mattatoio n. 5, con quella «dolcezza svagata», quel «sorriso mai sardonico con il quale rivela gli orrori del mondo» (in questo caso il bombardamento di Dresda). Carver “minimalista”, con i racconti di Cattedrale e Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, con la sua America, simile a quella che si vede nei quadri di Hopper, desolata, disillusa, profondamente disperata. I racconti di George Saunders, crudeli, sì, dove però non manca mai la pietà, e quel non detto di cui parlava Hemingway nella metafora dell’iceberg (scrivere solo «lo stretto indispensabile», al resto penserà il lettore). Pastorale americana di Roth, un «romanzo-famiglia» capace di raccontare gli anni Sessanta fino al «naufragio del nixonismo». It, in cui il male non è solo nei panni e nelle sembianze del clown Pennywise, ma è qualcosa di più complesso, sedimentato nella società americana, negli individui che le danno forma, tanto da smentire finalmente maldicenze e pregiudizi su Stephen King: non più un autore di serie b, da ombrellone, ma uno che merita un posto in prima fila nell’olimpo dei grandi. Wallace, il suo Infinite Jest, enciclopedico, sempre oscillante tra l’alto e il basso, tra la felicità e la tristezza, tra i classici e la cultura pop, con un’infinità di trame, divagazioni, riflessioni, capaci di lasciare lettori (e colleghi) «sull’orlo delle lacrime», di parlare a nome di tutti quelli che un giorno, per caso, hanno sentito davvero il bisogno di scrivere: «Credo che tutta la scrittura di qualità affronti, in un modo o nell’altro, il problema della solitudine, proponendosi come antidoto a essa. Siamo tutti terribilmente soli».

Luca Briasco

Americana

minimum fax, 2016, 311 pp., € 18

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lampadUn luogo di confronto, una rete di intervento culturale per costruire il futuro. L'ambiguità delle fake news sarà al centro di una tavola rotonda in programma a Roma il 25 maggio. E intanto nel Cantiere online si discute di scuola, di lavoro, di teatro. Vi aspettiamo!

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Alejandro Zambra, vita in facsimile

Wp-Alejandro-Zambra-588Giorgio Biferali

In una delle scene finali di Paterson, l’ultimo film di Jim Jarmusch, il protagonista, che sotto alla divisa da autista di autobus indossa sempre i panni del poeta come fosse un supereroe del quotidiano, si rifugia nel suo luogo segreto, una panchina in mezzo a un prato che si affaccia su un paesaggio di cascate, dopo che il cane della sua compagna ha ridotto in mille pezzi il taccuino dove aveva scritto tutte le sue poesie. Lì, a interrompere la musica della natura e dei suoi pensieri, trova un altro poeta, giapponese, che prima di salutarlo gli regala un nuovo taccuino: «La pagina bianca – dice – è piena di possibilità».

Forse è proprio da qui, da questa battuta, che nasce il libro di Alejandro Zambra, Risposta multipla. Cileno classe 1975, cresciuto durante gli ultimi anni della dittatura di Pinochet, Zambra ha esordito come poeta nel 1998, per poi gettarsi a capofitto nella narrativa (Bonsai, Modi di tornare a casa, I miei documenti), pensando alla scrittura come alla via ideale per uscire da sé stesso e guardarsi finalmente da fuori. «Mio padre era un computer e mia madre una macchina da scrivere», si legge in un racconto de I miei documenti (Sellerio 2015), rivelando in una frase la convivenza del passato e del futuro sotto lo stesso tetto, e il passaggio lento e graduale da un mezzo di scrittura all’altro. Anche se oggi si scrive con il pc e sulla pagina bianca, che poi è quella di Word, lampeggia un trattino che aspetta la prossima parola, in Risposta multipla torna in una nuova forma l’ombra della macchina da scrivere, di chi scrive, cancella, appallottola il foglio, fa canestro nel cestino, ricomincia, cancella di nuovo, prende un altro foglio, ma niente, non c’è verso, le parole sulla carta non sono affatto come le aveva immaginate, e anche la musica è diversa, come se si fosse persa tutta la magia.

Risposta multipla, a pensarci bene, rovescia questa immagine, la riscatta, e offre una seconda possibilità a tutti quei libri non scritti e finiti un tempo nel cestino. Basandosi su un test attitudinale, o meglio sulla Prova di Abilità Verbale, Zambra costruisce un libro (1. Una raccolta di racconti, 2. Un grande romanzo popolare, nei contenuti e nella forma, 3. Un gioco narrativo che si rifà ad autori come Borges, Bolaño, Cortázar… chissà, risposta multipla!) che è insieme infiniti libri. Nel primo esercizio, per termini “Educare”, “Copia”, “Lettera”, “Maschera”, si chiede al lettore di scegliere una parola, tra le cinque elencate sotto, «il cui significato non ha alcun rapporto né con il termine proposto né con le altre opzioni della serie». Ad esempio, per il termine “Famiglia”, la scelta è tra: a) parenti, b) serpenti, c) eredi, d) affari, e) denari. Si continua chiedendo al lettore di mettere in ordine cinque frasi «per costruire un testo dotato di senso logico», un racconto lampo. Poi si trovano frasi con parole mancanti, che ricordano i compiti che ci davano per le vacanze fino alle scuole medie, tipo «Ieri notte ho sognato che tu eri _____ e io ero _____ e stavamo _____ insieme», da completare con sostantivi (a scelta tra “un cane”, “una gamba”, “un dente”, “una suora”, “fantasma”) e verbi (“abbaiando”, “ballando”, “mordendo”, “dormendo”). E alla fine il lettore viene invitato alla comprensione di un testo, con domande tipo “qual è il tono generale di questo racconto?” o “com’è il finale, ironico o triste?”, e a vestire i panni di Gordon Lish, scegliendo le frasi inutili da eliminare per asciugare il racconto, per renderne più chiaro il senso. Ne viene fuori un inno ai libri non scritti, al miracolo della lettura, alle infinite vie della letteratura di cui parlava anche Calvino. Non è un caso che il titolo originale di questo piccolo libro, migliore di quello italiano, sia Facsímil, che potrebbe essere la definizione perfetta di letteratura, intesa come qualcosa che somiglia alla vita, anche perché – come ha detto lo stesso Zambra – «qualsiasi risposta presupporrebbe che siamo capaci di vivere altre vite».

Alejandro Zambra

Risposta multipla

traduzione di Maria Nicola

SUR, 2016, 110 pp., € 12

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Ugo Cornia, lo smantellatore

corniaGiorgio Biferali

La vita è tutta una questione di buchi. Buchi da riempire, buchi temporali, buchi grandi come un occhio in cui guardare gli altri e se stessi, buchi da evitare per non caderci dentro e poi farsi del male.

Il nuovo romanzo di Ugo Cornia, intitolato Buchi appunto, comincia dalla «voglia di essere già morti». Diciassette anni fa nel suo esordio, Sulla felicità a oltranza (Sellerio 1999), sempre in quella prima persona dolce e malinconica nella quale ha inventato la sua identità di scrittore, Cornia diceva che esistono giorni in cui uno sente il bisogno di seppellirsi. E a pensarci bene, a rileggere quelle pagine di quasi vent’anni fa, Buchi sembra quasi un seguito ideale, un’occasione per riprendere il discorso da dove l’aveva lasciato. Un’appendice, un commento, una sorta di «Sulla felicità a oltranza pt. 2». Anche qui – in questo nuovo esordio – più che alla trama Cornia si affida al flusso di coscienza. Alle parole, più libere che mai. E cerca nei ricordi e nelle immagini della sua infanzia, durata più di cinquant’anni, delle risposte, degli indizi, dei motivi, che come tali nascondono le ragioni, sì, ma anche i suoni, la musica.

Cornia, che aveva un’idea di se stesso «immortaleggiante», deve guardarsi intorno e fare i conti con la realtà. Con i suoi famigliari: che l’hanno accompagnato per un po’, che gli hanno indicato le strade dove camminare, quelle da evitare, ma che purtroppo immortali non sono. «Basta adesso, finito tutto, tutto finisce sempre. Non smette mai di finire». Ci sono sempre i mostri chiusi nei cassetti e negli armadi, che non aspettano altro che uno di notte metta i piedi fuori dalle coperte per tirarlo giù, fino alle soglie dell’inferno; c’è un bambino che torna a casa da solo mentre fuori si fa buio e canta una canzoncina per distrarre le «forze del caos»; ci sono i lampi del passato. Ma adesso, più che i rimpianti, c’è la voglia di chiedersi se vivere all’avanti o all’indietro, se abbia senso ripetere continuamente delle frasi fatte o delle massime come fossero parte integrante di un’eredità da tramandare sempre, se invece di guardarsi alle spalle non sia giusto guardare altrove, affacciarsi, cercare di riempire un luogo disabitato come il futuro, che poi è l’unico buco rimasto. Uscire di casa e da se stessi, perché è meglio così. «Meglio di cosa?», si chiede Cornia, «meglio di quel che c’è se non esci».

La storia cambia, le date non contano, sono fatte per essere dimenticate, conta solo la «sostanza emozionale», e la vita diventa un modo per conservarsi, sì, e soprattutto per superare se stessi. C’è il padre con la sua guida nervosa fatta di scatti, la medaglia d’onore del nonno volontario nella Prima guerra mondiale, la rabbia per le zie morte per colpa dei femori, che «dio, se c’era, poteva farli meno alla cazzo di cane». Immagini destinate a cambiare, a non tornare mai più. Allora lo scrittore-talpa può finalmente tirare fuori la testa dalla terra del non più e avere un piccolo assaggio del non ancora, scocciarsi di «piangere per tutti questi morti», accorgersi che è tutto uno «smantellare», che «altri smantellamenti ci saranno ancora, nell’universale e continuo smantellamento di tutte le cose».

In questo piccolo grande romanzo, è come se Cornia facesse il «bucato». Da una parte cerca di non cadere nei buchi temporali che incontra quando guarda dentro di sé, dall’altra prende tutti i suoi pensieri e, come fossero panni, riesce finalmente a lavarli a mano, uno per uno, con l’acqua e la cenere della sua scrittura.

Ugo Cornia

Buchi

Feltrinelli, 2016, 96 pp., € 10

Ridotti a sarsicce de porco. Torna Il pataffio di Malerba

downloadGiorgio Biferali

 

Ci sono scrittori che amano le parole più di altri. Le incontrano, le scoprono tutte dalla prima all’ultima, e poi si accorgono che forse non sono abbastanza per loro, ne vorrebbero di più, e allora se le inventano. Tra questi, oltre a Gadda, Landolfi, Manganelli – quelli che Tommaso Pincio chiama i «linguaioli» del nostro Novecento – c’è sicuramente Luigi Malerba. Nel suo primo racconto, La scoperta dell’alfabeto, che apriva l’omonima raccolta uscita nel 1963, c’era un contadino di nome Ambanelli che scopriva l’alfabeto attraverso lo sguardo ingenuo e disincantato di un bambino, il figlio del padrone: «Cominciamo dall’alfabeto». «Prima di tutto c’è A». «A», disse paziente Ambanelli. «Poi c’è B». «Perché prima e dopo?», domandò Ambanelli. Questo il figlio del padrone non lo sapeva.

Nel 1977 Malerba faceva qualche passo indietro, pescando nelle sue origini e nel suo passato, e pubblicava Le parole abbandonate. Da Àcua, che significava «acqua» ma si usava anche per dire «pioggia», a «Zvanòn», deformazione peggiorativa o diminutiva del nome «Giovanni», Malerba riscopriva con dolcezza il repertorio dialettale emiliano, venendo in soccorso di quelle parole che ormai nessuno pronunciava più. L’anno seguente, da Bompiani, Malerba pubblicava Il pataffio (ora ristampato da Quodlibet), un romanzo di ambientazione medievale che si rifà alla tradizione novellistica italiana, scritto in una nuova lingua confusa tra il dialetto romanesco, il ciociaro e una specie di latino maccheronico. Fin dalle prime pagine il lettore s’imbatte in una serie di personaggi buffi, quasi delle maschere, che prendono in giro se stessi non appena aprono bocca, anche se il più delle volte è sufficiente che si presentino. C’è il marconte Berlocchio de Cagalanza («marconte» è una delle tante invenzioni malerbiane e non è altro che «una via di mezzo tra marchese e conte»), la compagna Bernarda figlia del re di Montecacchione, i due soldati Ulfredo e Manfredo, il frato Capuccio, che in mezzo a questi può fingere di conoscere bene il latino. «Il pataffio – ha confessato Malerba – è un tentativo di aggirare la disperazione con l’irrisione e con la beffa, di usare il comico come strumento di dissenso».

Se l’incipit di Salto mortale era dedicato al senso dell’udito, turbato da un «ronzare» quasi onirico, qui i personaggi, forse perché immersi nella cosiddetta età buia, vengono coperti da un cielo annuvolato da «neri uccellacci», da moscerini e dalla polvere, in una sorta di «cecamento generale». Un corteo accompagna la carrozza del marconte, che cerca disperatamente il castello di Tripalle, avuto in dote dalla moglie Bernarda. Ma il corteo si ferma sulla piana del Tevere, confonde le strade, e non riesce a trovare il castello. Prima i personaggi si illudono, convinti di averlo trovato, e invece si tratta del Castel Rebello, e vengono derisi e accolti con insulti e parolacce: «Si vulete lo castello de Tripalle andate dellà e nun venite deqquà a rompecce li cojoni! Qua semo a Castel Rebello, tanto per intenderce. Andatevene lontano subitissimo si nun volete che ve reduciamo a sarsicce de porco». Berlocchio non capisce la metafora e segue gli istinti animaleschi della fame, chiedendosi dove siano le salsicce di porco, mentre frato Capuccio bestemmia. Quando arrivano finalmente al castello di Tripalle, si accorgono che cade a pezzi, a causa delle intemperie e dei terremoti, e che i contadini, «per difendere le bestie dai briganti», l’hanno trasformato in una enorme stalla. Il primo che incontrano è Migone, uno dei tanti villani che circondano il castello: «Come te chiami?». «Migone de Scaracchio, vossignoria». «Che mestiere fai?». «Gnente». «Come gnente?». «So’ desoccupato, vossignoria». «E come campi?». «Quanno che ciò da magna’, magno. Quanno che nun ciò da magna’, nun magno, ah!». E da qui comincia la nuova vita del marconte, che tra malintesi e umiliazioni si accorge che quando uno conserva la propria ignoranza, e non ascolta le voci e i bisogni del popolo, non può che finire male.

Un romanzo venuto fuori dai viaggi, dalle tante migrazioni del suo autore, che ogni tanto sembra quasi avvicinarsi alla pittura: «Come si leva il sole e alluccica i tetti delle case». Scritto in una lingua unica, capace di raccontare e di descrivere l’umanità in tutte le sue sfumature. «Il pataffio è una favola, ma scritta da uno che legge i giornali tutti i giorni», ha detto Malerba, che si mette dalla parte di Migone e degli altri «villani», che non hanno tempo per le crisi esistenziali o per i ricordi d’infanzia, perché sono troppo occupati a tenersi stretta la propria vita.

 

 

Luigi Malerba

Il pataffio

Quodlibet «Compagnia Extra», 2015, pp. 268, € 15

Il richiamo di Jack London

jacklondonGiorgio Biferali

«Ci dovrebbe essere un tempo nella vita adulta dedicato a rivisitare le letture più importanti della gioventù», scriveva Calvino nella sua celebre “esortazione” ai classici che finì in una raccolta di saggi pubblicata postuma (Perché leggere i classici, appunto). Calvino aveva dedicato le prime pagine di quel saggio alla lettura e alla rilettura, che quando si parla di un grande classico diventano più o meno la stessa cosa. Con il passare del tempo cambiamo noi e cambiano anche i libri, «nella luce d’una prospettiva storica mutata».

Succede anche leggendo Jack London nella bellissima traduzione di Michele Mari, che è poi una forma alta di rilettura. Una sorta di “metarilettura”, in cui il lettore rilegge Il richiamo della foresta attraverso la rilettura di Michele Mari. E la sua non può essere una rilettura fredda, distaccata, meccanica. «Si tratta di un libro letto “di norma” nell’adolescenza – confessa Mari nella prefazione – e dunque filtratosi in noi con un grado di pervasività e di fisiologico autobiografismo impensabile per opere incontrate più avanti negli anni». A cominciare dal titolo originale del romanzo di London, The Call of the Wild, che Mari ha tradotto rispettando la tradizione e la memoria collettiva dei lettori, facendo una scelta sentimentale più che filologica.

E ritroviamo Buck, il cane nato da un San Bernardo e da un pastore scozzese, che all’inizio della storia vive una vita tranquilla nella valle di Santa Clara (California), in compagnia del giudice Miller e dei suoi figli. Ma la tranquillità dura poco, perché Buck viene rapito dal giardiniere del suo padrone e portato nel gelo del Klondike (Canada) al servizio di cercatori d’oro violenti e spietati. Se è vero quello che dice Antonio Prete, che tradurre è come accogliere un ospite nella casa della propria lingua, Mari sembra conoscere bene il suo ospite, i suoi interessi, le sue passioni, le pagine dietro cui si nasconde la vita. Sa che London è un «convinto atavista», che Buck è un «animale diacronico» e che il suo viaggio verso il Nord non è altro che «un’anamnesi»: «Jack London si è trasfuso in lui con una convinzione, con un’autorevolezza, con un disperato fanatismo che rendono il suo racconto credibilmente “autobiografico”». Dall’incontro di due grandi scrittori, Jack London e Michele Mari, la storia di Buck riprende vita, la riscoperta della sua natura libera, primitiva, selvaggia, lontana dalle comodità dell’ambiente domestico. Il furore, l’orgoglio, l’astuzia, la paura, il coraggio, la pazienza, la ferocia, l’amore, l’estasi. Un viaggio nel mondo di fuori per conoscere il mondo di dentro, un’avventura che diventa l’occasione ideale per incontrare i propri demoni, i propri fantasmi, quel passato lontano che non ha mai smesso di abitare il presente. Come scrive Agamben, l’avventura è «tanto incontro con il mondo, che incontro con se stessi» (L’avventura, nottetempo, 2015, pp. 77, € 7,50). Per capire la vitalità, i colori, la musicalità della scrittura di Mari e della sua “accoglienza”, basterebbe confrontarla con una vecchia traduzione Bompiani del 1987: «La presenza di quelle ombre era tanto perentoria, che di giorno in giorno gli uomini e le loro pretese diventavano per lui più lontani. Dal profondo della foresta risuonava un richiamo e ogni volta che egli lo udiva, misteriosamente attratto ed eccitato, si sentiva spinto a voltare le spalle al fuoco e alla terra battuta che lo circondava e a immergersi nella vegetazione, sempre più in là, senza sapere dove andasse né perché» (nella traduzione di Grazia Gatti). «Queste ombre lo chiamavano così perentoriamente, che ogni giorno l’umanità e le sue pretese scivolavano un po’ più lontano da lui. Dalla foresta risuonava profondo un richiamo, e ogni volta che lo udiva, spaventoso e invitante, si sentiva costretto ad allontanarsi dal fuoco e dalla terra battuta per immergersi nella foresta, sempre più in là, senza sapere dove né perché» (nella traduzione di Michele Mari). Mari non ha paura del suo ospite, non vuole leggerlo letteralmente, sa come muoversi nella casa della lingua italiana. «Tradurre non è sostituire le parole – scrive Daniele Petruccioli – tradurre è eseguire una musica» (Falsi d’autore, Quodlibet, 2014, pp. 128, € 10). E Mari questa musica la conosce bene, non ha mai dimenticato il “richiamo” di un grande classico come Jack London.

Jack London

Il richiamo della foresta

traduzione e prefazione di Michele Mari

Bompiani, 2015, pp. 138, € 10