Ludopatia

Andrea Cortellessa

All’indomani dello spettacolare showdown di Luigi Preiti all’OK Corral di Palazzo Chigi, lo scorso 28 aprile, mentre Re Giorgio puntava tutto sull’estremo azzardo della sua carriera politica (il primo governo a vedere uniti nella lotta ex comunisti ed ex fascisti: così definitivamente sancendo la fine del paradigma resistenziale sul quale la Repubblica s’era fondata), i forzati dei salotti televisivi si sono divisi in due partiti: i giustificazionisti sociali e gli irrazionalisti a oltranza. Quelli che la colpa è della crisi economica che non lascia speranze, e quelli che individuum est ineffabile e gli abissi della psiche riluttano a qualsiasi spiegazione (men che meno a quelle che puzzino di «ideologia»). Qualche giorno dopo, però, tuffandosi voluttuosi nelle pieghe della povera esistenza di Preiti, anche i più sordi media generalisti si sono visti costretti a gettare l’allarme sociale della ludopatia.

Al fenomeno (affrontato anche sul nostro numero 24, lo scorso novembre) ha dedicato un ragguardevole uno-due Marco Dotti: questo palombaro spericolato negli enfers della modernità, capace di coniugare un’erudizione scintillante a un’insana curiosità per le pieghe più incondite, e rivelatrici, dell’animo umano di cui sopra (si ricorda l’exploit del 2006, Luce nera, sulle fascinazioni esoteriche di Strindberg e dei surrealisti). Slot City è insieme un’indagine sul campo e un’archeologia del presente: che rimonta all’ingenuo quanto squallido gioco d’azzardo anni Sessanta, quello dei romanzi di Piero Chiara, come agente di contrasto capace di illuminare il paesaggio in rovine della Lombardia attuale.

Se la Las Vegas della Brianza, Consonno, appunto fra anni Sessanta e Settanta fu un «miraggio in una vita fatta di oasi e deserti», oggi che il paese è una ghost town all’italiana, intorno «non ci sono né oasi, né miraggi. C’è solo il deserto». Del resto anche la Las Vegas «vera» è da tempo in crisi: quando, occhieggiante in ogni bar, «il gioco d’azzardo è ovunque e quindi in nessun luogo». Proprio come Dio. Infatti l’altra anta del dittico di Dotti – aperta dall’immagine gloriosa della Crocifissione del Mantegna nella Pala di San Zeno, oggi al Louvre, che mette in scena il tòpos evangelico dell’«inconsutile» veste di Cristo che i centurioni si giocano a dadi ai piedi della Croce – approfondisce il paradigma culturale dell’azzardo, enucleandone le radici filosofiche e, appunto, addirittura metafisiche (da Pascal a Duchamp e Caillois passando per il Coup de dés di Mallarmé).

Quanto più colpisce, nell’addiction di massa rappresentata dalle ludopatie (le cui statistiche sono impressionanti: la Sindrome da Gioco Compulsivo riguarderebbe un milione e mezzo di italiani che vi avrebbero dilapidato, negli ultimi sei anni, oltre 200 miliardi di euro: una cifra pari al debito pubblico della Grecia nello stesso periodo), è l’inversione assiologica – un vero e proprio contrappasso – per cui l’abbandonarsi al Caso, perseguito dal giocatore come sollievo rispetto al sempre più soffocante stringersi delle Necessità economiche, finisce per rivoltarsi nel proprio simmetrico contrario. Ricordando i metafisici emblemi del Mantegna, cioè, il Dado finisce per essere micidiale quanto il Chiodo.

In un racconto di Philip K. Dick (che nel romanzo Solar Lottery immaginò come anche il potere politico possa essere affidato all’azzardo, come oggi qualcuno, nell’estrema delegittimazione della democrazia rappresentativa, si spinge a sostenere seriamente: si veda Gaspare Polizzi sul numero 28 di alfabeta2), il flipper aumenta la posta in gioco sino a trasformarsi in una catapulta che proietta sul giocatore la palla di metallo omicida. Nell’estremo rappresentato dalla «roulette russa», quest’inversione resta confinata al campo psichico (e alla sorte mortale) del soggetto; ma la sparatoria a Largo Chigi ci ricorda come ogni pulsione suicida, qual è con tutta evidenza quella del ludopate, possa convertirsi in un’aggressività tanto inconsulta quanto micidiale.

Marco Dotti
Slot City. Brianza-Milano e ritorno
Round Robin 2013, 120 pp., € 12,00
Il calcolo dei dadi. Azzardo e vita quotidiana
O Barra O 2013, 109 pp., € 12,00

Dal numero 30 di alfabeta2, dal 5 giugno nelle edicole, in libreria e in versione digitale

L’acquavite d’Italia

Antonello Tolve

«Il popolo napoletano, che è sobrio, non si corrompe per l'acquavite, non muore di delirium tremens; esso si corrompe e muore pel lotto. Il lotto è l'acquavite di Napoli!» (Matilde Serao).

Sembra che la fila per giocare le antiche schedine o i numeri al lotto – un gioco, quest'ultimo, inventato dal genovese Benedetto Gentile all'inizio del XVI secolo e introdotto dal veneziano Antonio Casanova nella Francia del Beneamato Luigi XV – sia incrementata a dismisura. Anche grazie alla nascita, negli ultimi anni, di alcune nuove pratiche di scommessa che vanno dai vari Gratta & Vinci alla miriade degli intrattenimenti interattivi. Senza dimenticare il sogno offerto da Vinci per la vita - Win for Life! il cui superpremio è un mensile, alquanto consistente, assicurato al fantomatico vincitore per vent'anni. Un passatempo, quest'ultimo, introdotto dalla Sisal, un'azienda privata che (grazie alla concessione dei Monopoli di Stato) gestisce i giochi e le scommesse in Italia. Giochi e scommesse che, dal 29 settembre 2009 (data d'immissione di questo nuovo strumento di controllo e di addomesticamento) non solo si sono quintuplicati, ma anche diversificati, evoluti e modificati con lo scopo di accogliere e assecondare le ambizioni, le debolezze, le speranze, le attese interminabili, le illusioni di poter cambiare – con una vincita milionaria magari – la vita reale.

Roald Dahl in un suo fortunatissimo romanzo del 1964, Charlie and the Chocolate Factory, evidenzia esaustivamente questo atteggiamento. Questo desiderio di redimersi da una condizione di povertà – anche se soltanto per un giorno come accade al piccolo Charlie Bucket che trova uno dei cinque biglietti d'oro per entrare nella fantasmagorica fabbrica di Willy Wonka (la The Willy Wonka Candy Company, tra l'altro, esiste davvero ed è di proprietà di una multinazionale di cui non vogliamo ricordare il nome) – o da un disagio che tocca, in molti casi, ogni fascia sociale. Ma dove sono le verifiche su queste smodate oppressioni che ottundono anche i cervelli migliori? Quali i provvedimenti presi dalla Nazione a garanzia del proprio singolo cittadino? E quali gli accorgimento per frenare questa emorragia inarrestabile? Certo usare rimedi come quelli adottati da Papa Benedetto che decise di bandire il lotto (1728) minacciando finanche scomuniche a chiunque vi prendesse parte è, oggi, cosa risibile. Tuttavia vietare alcune smodatezze potrebbe essere efficace, quantomeno elegante. Qualora ci fosse (ce n'è?) un minimo di volontà in questa direzione.

Riflettere su una questione così allarmante, su un fenomeno così esteso è utile, ora, a rintracciare, nel nostro panorama attuale, i soliti apparecchi utilizzati dalla politica del controllo che concede togliendo, che regala sogni ad occhi aperti, che offre miraggi. E i miraggi, assieme ai sogni suscitati da una anelata vincita risolutiva, «è il largo sogno che consola la fantasia napoletana» (la fantasia italiana!), appunta Matilde Serao nel suo Ventre di Napoli (1884), «è l'idea fissa di quei cervelli infuocati; è la grande visione felice che appaga la gente oppressa; è la vasta allucinazione che si prende le anime». Ecco allora: una Nazione che si prende le anime dei suoi abitanti. Anche Cesare Brandi ha avvertito, con La fine dell'Avanguardia (1949), questo grande malessere. Questo «impoverimento intellettuale» prodotto, in Italia, dal tifo sportivo e dal Totocalcio. Questo «costante fuggire dell'uomo moderno da se stesso, che dove non riesca ad appagarsi nella vita riprodotta dal cinema o dalla radio, lo convoglia verso gli spettacoli sportivi».

Così, dopo gli anestetici diffusi per assuefare le rivolte giovanili ed aggiogare i cervelli («le droghe non sapevamo bene cosa fossero, era una specie di sperimentazione, io mi ricordo la prima volta che ho preso LSD, pensavo che fosse come l'hashish, sicché non sapevo delle allucinazioni, l'ho preso e basta» ha ricordato Anita Pallenberg in una recente biografia dedicata a Mario Schifano), dopo l'allontanamento dalla politica e della società – allontanamento voluto dai politicanti di turno – e dopo la spettacolarizzazione e la divizzazione stessa del politico, personaggio pubblico che possiamo incontrare soltanto se inseriti in una lista d'attesa estesa come la Linea di lunghezza infinita (1960) progettata da Manzoni, ci troviamo nuovamente in una situazione ambigua, in una scena la cui oscenità è determinata dalla reimmissione massiccia del gioco (il ritorno di Dallas è un altro problema!) nella vita quotidiana.

Di un prodotto che fa saltare il cittadino nella tana del gran coniglio per trovare un po' di conforto, per astrarsi dalla realtà, per rifugiarsi in un delirio, per cercare redenzione («il lotto è una delle più grandi speranze: speranza», appunto, «di redenzione» avverte ancora Serao). E allora, tra baci rubati e fiducie mai accordate – se non attraverso colpi di stato imbastiti a dovere – ci troviamo a lottare ancora una volta contro un potere (un controllo e un terrore) che, per avvezzare il cittadino ai suoi mezzi poco convenzionali e alle sue torbide azioni, offre, per l'appunto, questi nuovi afrodisiaci lottomatici, queste nuove pasticche da superenalotto, questi giochi digitali disponibili ventiquattrore su ventiquattro per ogni gusto e per ogni età. Procedimenti, dunque, che aggiogano e assuefanno con delicatezza, che devitalizzano il pensiero critico e mortificano l'agire dell'uomo nel mondo.

Ludopatici

Augusto Illuminati

Sarebbero quelli ossessionati dal gioco d’azzardo, che mandano in malora le famiglie e lasciano tanti bei soldini all’Agenzia delle entrate e alla ‘ndrangheta. Vizi tollerati o alimentati dallo Stato che, in tutto il mondo, ne pretende il monopolio o almeno una forte partecipazione fiscale, deprecandone ipocritamente le vittime, così come si riserva di lucrare su alcune droghe e di proibirne altre. Un tempo la sovranità pretendeva al monopolio della violenza legittima (e illegittima), oggi ambisce al monopolio del piacere e alla perimetrazione della sua legalità. Il solito circolo di biopolitica e tanatopolitica, premura pastorale e repressione ottusa.

Mentre il ministro Balducci promuove anemiche crociate per distanziare di qualche centinaia di metri i templi del gioco dalle scuole, a Madrid sbarca trionfalmente dal Nevada Sheldon Adelson, uscito direttamente dalle pagine di Ellroy, gran finanziatore dell’estrema destra repubblicana e israeliana, che ha contrattato con i post-franchisti di Rajoy e l’amministrazione oltranzista della capitale l’installazione di EuroVegas, un complesso di 8 casinò e centinaia di alberghi e attività collaterali – un’iniezione di 250.000 posti di lavoro promessi. Che miseria, al confronto, la rete mafiosa di Bingo, bische e slot machine (autorizzate o clandestine) gettata nelle città italiane e che, almeno in un caso, è stata vittoriosamente stracciata, al romano Cinema Palazzo, non certo per merito delle autorità capitoline e di polizia.

Del resto, non è vagamente surreale vessare (con il pizzo di Stato e le marchette poliziesche) i terminali del gioco d’azzardo quando si tratta apertamente con i grossisti del ramo, negoziando (come in Spagna) la revisione dell’età minima degli utenti, i controlli sul flusso del denaro e perfino il feticcio massimo, il divieto di fumo nei locali? O giocando disinvoltamente con le destinazione d’uso dei locali, a meno che non scoppi una partecipata rivolta popolare, come appunto è accaduto a San Lorenzo intorno all’ex-cinema Palazzo...

Ma ancor più surreale se si considera che l’intero sistema bancario e finanziario, che ha generato la crisi e di cui paghiamo profumatamente i costi immettendo liquidità e tagliando stipendi e salari, è in sostanza un gigantesco tavolo verde, dove la speculazione vende allo scoperto derivati, certificati assicurativi, titoli tossici di ogni specie facendo fruttare proprio quei debiti inesigibili che i più realistici gestori di casinò si guardano bene dal non riscuotere coattivamente in tempi strettissimi. L’unica differenza è che, se il banco statisticamente vince quasi sempre, ogni tanto un giocatore individuale ce la fa, mentre nel gioco della finanza il club degli speculatori è assolutamente più chiuso. E le perdite in termini di reddito e occupazione sono assai più gravi con il finanzcapitalismo e il suo braccio governativo tecnico. I ludopatici incorreggibili non stanno davanti agli schermi del videopoker e alle macchinette, ma siedono a Wall Street, alla City, a Francoforte. E andranno curati, a suo tempo, con la dovuta energia.

Ogni dipendenza è debito

Marco Dotti

1. Capitava, nell’antica Roma, che un debitore venisse consegnato al proprio creditore in base a un provvedimento del magistrato. Pronunciata la formula di rito – «quod tu mihi iudicatus (sive damnatus) es sestertium decem milia, quandoc non solvisti, ob eam rem ego tibi sestertium decem milium iudicati manum inicio», Gaius, Inst. 4-21 – il debitore poteva soltanto sperare nelle parole di un garante (vindex), se ne aveva uno, sconfitto il quale il magistrato confermava la dichiarazione del debitore sancendo l’addictio.

Nella terza delle Dodici tavole – la più antica codificazione romana che, se stiamo a Livio, risalirebbe al 451 e al 450 a.C – si prevedeva infatti che in «caso di riconoscimento in giudizio del debito o di condanna pronunziata, vi saranno trenta giorni fissati dalla legge». Scaduto il termine, condotto davanti al pretore, la legge disponeva che: «se non adempie al giudicato o se nessuno dà garanzia per lui avanti al magistrato, il creditore lo porti con sé e lo leghi»1. L’addictus – così, nel diritto arcaico, veniva chiamato colui che subiva la procedura esecutiva dell’addictio – cadeva nella totale e materiale disponibilità dell’altro. Pur senza uscire dallo status che gli conferiva cittadinanza romana e libertà, l’addictus entrava in una condizione di schiavitù de facto che lo assoggettava a una doppia dipendenza: dalle catene e dal debito.

Il creditore poteva trascinare con sé il debitore, legarlo per sessanta giorni e presentarlo alla vendita in tre mercati successivi, purché compresi nel limite di quei sessanta giorni. Un terza dipendenza, oltre a quelle delle catene e del debito, faceva così la sua comparsa: la dipendenza dalla sorte. Sarebbe stato comprato? Sarebbe stato venduto? Sarebbe stato messo a morte o smembrato? Il destino del debitore era inesorabilmente legato al lancio di una moneta o di un dado. Nessuna dialettica, qui, tra servo e padrone, nessun rovesciamento di campo appare possibile, c’è solo la sorte, nuda come la vita dell’addictus. Qualora non si fossero trovati acquirenti, infatti, il creditore poteva provare a vendere trans Tiberim il debitore. Oppure lo poteva uccidere seduta stante e, qualora intervenissero altri a vantar crediti nei suoi confronti, dividerne il corpo in parti eque.

2. A questo fondo oscuro, di totale e aberrante assoggettamento ma anche di inevitabile devozione, sembra in qualche modo collegarsi una parola inglese, concettualmente più mobile – come rileva Michele Mari in apertura del fascicolo di Granta – rispetto all’italiano «dipendenza» e all’omologo inglese dependence, ma che nel suo etimo richiama proprio l’istituto del diritto romano arcaico: addiction. C’è un’addiction per tutto, un’addiction come estensione di una economia dell’io definita proprio dal suo essere socialmente e costantemente in debito2.

E c’è pure, inevitabile, una debt addiction individuale e collettiva (per un singolare paradosso, sono i liberisti americani i più lesti a tacciare le istituzioni e governi di questa debt addiction), tendenza all’indebitamento eccessivo che conferma la globalità del processo di asservimento al debito. Mentre la definizione classica di dipendenza ruota attorno a una sostanza, al suo uso ripetuto e rituale e al malessere provocato dalla mancata assunzione, l’addiction sembra più concernere la devozione verso la dipendenza stessa, dipendenza da una sostanza o da una pratica.

Una spia di quest’ultimo processo la potremmo rilevare nella progressiva scomparsa della distinzione tra abuso e addiction, distinzione sostituita dal plesso disorder-intoxication-withdrawal. Il DSM-V (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), manuale dell’American Psichiatric Association, Bibbia di cacciatori di diagnosi e terapeuti globali, pone un discrimine simile. Discrimine poco chiaro, in verità, fra dependence e addiction, ribadendo che «dependence has been easily confused with the term addiction». Ma poi, è lo stesso DSM-V ad abbandonare addiction preferendo ad esso «substance-related and addictive disorder» e per il gioco d’azzardo opta per l’espressione secca «gambling disorder»3.

3. Scrive Mari che «il dipendente è solo uno schiavo, ma l’addicted conserva il suo libero arbitrio nel “dedicarsi” a qualcosa. Il termine addiction tempera il concetto di dipendenza con le idee della cura amorevole, della vocazione e della competenza tecnica (oltre che, laicamente, con l’idea di abitudine: l’addicted come habitué)»4 . C’è qualcosa di religioso, nell’addiction. Quasi fosse la devozione a un idolo da cui si pende e dipende: usuram pendere o culpam pendere significava pagare gli interessi di un debito o espiare un crimine, talvolta con la vita.

Dipendere, dal latino dependere, composto a sua volta da de e pendére (penso, peso), da cui il participio passato pensum. Da qui anche calcolare, pensare. In fondo, ogni vera dipendenza è un processo di «pensiero», ovvero di dipendenza dalla dipendenza stessa. Il «lavoratore dipendente» ha un potere da cui dipendere, ma a sua volta il «libero professionista» è addicted da processi di potere ampiamente interiorizzati. Entrambi non dipendono più, in senso classico, unicamente dal lavoro, ma sono addicted del circuito finanziario che ha inglobato il tempo del consumo nella valorizzazione del capitale.

4. L’homo globalis vede straordinariamente intensificate le ore delle propria giornata e, oscillando tra prestazione e abbandono, tra ricerca di droghe letargiche che compensino i surrogati di un’efficienza che gira oramai a vuoto insegue il privilegio di volersi (e credersi) dipendente da una sostanza. Da sempre la «drogenkultur» rivendica questo privilegio come libertà. Lo fa non per far venir meno la fondamentale ipocrisia del sistema, ma per confermare la propria. Come Zeno Cosini a cui preme – scrive Mari - «vedersi e rappresentarsi come colui che è sul punto di smettere: in questo suo essere sul punto di il dipendente fa paradossalmente coincidere la dipendenza e il suo superamento».

L’homo globalis ha dinanzi a sé orizzonti estesi, ma questo solo in ottica retorica. Praticamente, egli è ripiegato sul proprio micromondo. La figura idealtipica di questo homo globalis non è più il Lavoratore, ma il «giocatore»: l’uomo che di globale ha solo la tendenza (e la dipendenza) ad alimentare un sistema che gli impone sacrifici di spazio e di tempo, chiedendogli in cambio solamente di allineare limoni, cedri o melanzane a una slot machine. Come l’antico addictus egli è cittadino e libero, ma proprio come l’addictus è uno schiavo di fatto, avvinto dalle catene (addicted by) della sorte e del debito.

Spezzarle è impossibile, perché non hanno consistenza materiale. Converrebbe fuggire, ma dove? Edgar Allan Poe, in conclusione del suo Imp of the Perverse, mostra chiaramente lo spaesamento a cui andrebbe in contro chi davvero ottenesse questa libertà: «To-day I wear these chains, and am here! To-morrow I shall be fetterless! — but where?» («Oggi sono in catene e sono qui! Domani sarò senza ceppi... ma dove?»).

«Granta Italia» - Dipendenze
numero 4/2013 a cura di Walter Siti
Rizzoli (2013), pp. 208
€ 17.00

  1. «Se non adempie al giudicato o se nessuno dà garanzia per lui avanti al magistrato, il creditore lo porti con sé e lo leghi con corregge o ceppi di quindici libbre; non più pesanti, ma se vuole di minor peso («ni iudicatum facit aut quis endo eo in iure vindicit, secum ducito, vincito aut nervo aut compedibus xv pondo, ne maiore aut si volet minore vincito». []
  2. Sul fondamento sociale del debito, cfr. Maurizio Lazzarato, La fabbrica dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista, trad. di Alessandra Cotulelli e Emanuela Turano Campello, DeriveApprodi, Roma 2012. []
  3. American Psychiatric Association, Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders: DSM 5, Fith Edition, American Psychiatric Publishing, Washington 2013 ad vocem. []
  4. Michele Mari, Schegge di dipendenza, Granta, n. 4 (2013), p. 18. []