Aumentare la lettura per aumentare i lettori. Quattro domande a Gino Roncaglia

Maria Teresa Carbone

Augmented Reading, la lettura aumentata: intorno a questa idea ruota il progetto europeo Living Book che, avviato nell'autunno 2016, si propone di contrastare il calo della lettura presso le ragazze e i ragazzi tra i 9 e i 15 anni, partendo da due concetti di fondo: il digitale non è un nemico della lettura e la curiosità è una molla potente per alimentare il coinvolgimento attivo dei giovani lettori. Alla vigilia del convegno finale, in programma il 6 e il 7 giugno presso l'università di Roma Tre (Sala Volpi, viale di Castro Pretorio), ho rivolto alcune domande a Gino Roncaglia che ha coordinato il gruppo di lavoro del Forum del Libro (di cui anche io faccio parte) nell'elaborazione delle linee-guida del progetto.

  1. Come mai i lettori di libri tendono a calare, nonostante il numero di persone alfabetizzate, cioè in grado di leggere e scrivere, sia in aumento?

Le cause sono numerose, e la situazione varia da paese a paese: ad esempio, in Cina negli ultimi anni il tasso di lettura è cresciuto in maniera rilevante, sicuramente in primo luogo per la crescita delle fasce di popolazione in condizione di relativo benessere e per la crescita complessiva del mercato culturale interno. Nell’occidente industrializzato la tendenza sembra opposta: in alcuni paesi si osserva direttamente una diminuzione nei tassi di lettura (in Italia la percentuale di persone che hanno letto almeno un libro – esclusi quelli per studio e lavoro – nell’anno precedente è passata dal 46,8% del 2010 al 41% del 2017), in altri il tasso rimane più o meno costante ma diminuisce il numero medio di libri letti.

È difficile pensare che questi dati non siano legati anche e forse principalmente all’uso della rete: in rete in realtà leggiamo tutti moltissimo, ma prevalentemente forme di testualità più breve e granulare rispetto alla forma-libro. Va anche considerato che il tempo libero, che era aumentato con continuità nella seconda metà del ‘900, è invece ormai fermo o addirittura in lieve diminuzione: tradizionalmente i consumi culturali si rafforzano a vicenda, ma in queste condizioni una certa concorrenza nell’uso del tempo diventa inevitabile.

  1. Quali sono, se ci sono, le principali differenze fra la lettura su carta e la lettura su schermo?

Prima di provare a rispondere, una nota di cautela: mentre quando parliamo di lettura su carta abbiamo dei modelli di supporto del testo ben precisi e dalle caratteristiche ormai abbastanza stabili (i libri a stampa), quando parliamo di lettura su schermo siamo davanti a famiglie di dispositivi dalle caratteristiche differenziate: un tablet è ad esempio assai diverso rispetto a un e-book basato su carta elettronica e inchiostro elettronico, e uno smartphone ha caratteristiche (a partire dalla dimensione dello schermo) ancora diverse. Inoltre, si tratta di dispositivi la cui evoluzione tecnologica è ancora in corso e – almeno in certe fasi – è assai rapida. Pensare a carta e schermo come due fronti ben definiti e contrapposti è dunque sbagliato.

Detto questo, possiamo osservare che sulla maggior parte dei dispositivi digitali il carattere fluido dell’impaginazione permette sì al lettore di scegliere font e dimensione dei caratteri, ma può far perdere i punti di riferimento tipografici garantiti da un testo con impaginazione più controllata. In generale, la qualità della tipografia digitale deve ancora crescere (e devono crescere le relative competenze editoriali: molti grandi editori producono e-book di qualità bassissima). Questa situazione sembra penalizzare la lettura su schermo, in particolare rispetto alla memorizzazione del testo. Siamo peraltro molto indietro anche nella capacità di sfruttare sensatamente alcune caratteristiche specifiche del digitale, come l’interattività e la multicodicalità. Basti pensare al fatto che in teoria un dispositivo di lettura digitale dovrebbe fornire un ambiente di lettura assai più potente della carta rispetto all’annotazione del testo, mentre in realtà queste potenzialità sono ancora largamente ignorate e le modalità di annotazione di un e-book sono spesso faticose e poco efficaci se paragonate a carta e matita. Penso che la situazione migliorerà con il tempo, ma non così rapidamente come si poteva pensare una decina di anni fa.

  1. Nel saggio L'età della frammentazione sottolinei la necessità di costruire forme comunicative ed espressive complesse in ambiente digitale. Quali sono i passi più importanti da compiere per raggiungere questo obiettivo?

Credo sia anche in questo caso un problema legato in primo luogo alla fase di sviluppo dell’ecosistema digitale: per la maggior parte degli utenti, il cosiddetto web 2.0 è segnato soprattutto dall’autoproduzione dei contenuti e dalla loro condivisione via social, ma i contenuti autoprodotti – anche se li creiamo usando smartphone sempre più sofisticati – sono ancora molto ‘artigianali’: brevi, granulari, frammentati. Il passaggio a contenuti più complessi e strutturati dipende da una maggiore collaborazione (Wikipedia da questo punto di vista rappresenta un esempio interessante di maggiore integrazione e strutturazione dei contenuti) e da una migliore formazione all’uso delle risorse informative. Molto, moltissimo, dipende da un sistema formativo ancora incapace di fare davvero alfabetizzazione informativa.

  1. Oggi si parla spesso di “libri aumentati” e di “lettura aumentata”: cosa sono? Qual è la differenza?

I libri aumentati sono libri elettronici che aggiungono ai tradizionali contenuti testuali anche contenuti multicodicali (video, suoni, immagini…) e interattivi. Un campo interessantissimo, ma come accennavo ancora poco sviluppato, anche perché produrre buoni libri elettronici aumentati costa molto e il mercato è ancora abbastanza limitato e basato, come si è detto, su famiglie di dispositivi di lettura assai diverse. In ogni caso, il libro aumentato è un prodotto editoriale: a progettarlo sono autori e editori.

La lettura aumentata capovolge la prospettiva: è il lettore che accompagna la lettura (che può avvenire indifferentemente su carta o in digitale) attraverso l’uso della rete, che permette di approfondire o integrare il contenuto del testo. Leggiamo di un personaggio storico, e andiamo a cercare in rete maggiori informazioni; leggiamo di un luogo, e ne cerchiamo mappe o fotografie; troviamo menzionato un brano musicale, e andiamo ad ascoltarlo. Sono pratiche che sono ormai entrate fra le abitudini di qualunque lettore forte: la rete è l’ambiente naturale di approfondimento e allargamento dei contenuti del libro.

Il progetto The Living Book si propone proprio di dare metodologie e strumenti efficaci per la lettura aumentata, considerata come un’occasione per collegare il libro all’ecosistema digitale in cui si svolge gran parte della vita comunicativa delle giovani generazioni. Il convegno romano sarà un’occasione credo molto interessante per fare il punto proprio su questi temi, anche attraverso le esperienze fatte dagli altri partner europei del progetto.

La matassa digitale e il futuro del libro

Andrea Comincini

È un pericolo imparare per frammenti; bevi a fondo, o evita la fonte delle Muse: a brevi sorsi intossica il cervello, a larghi sorsi ci ritorna il senno”. La riflessione è del celebre poeta settecentesco Alexander Pope, e introduce non casualmente il lettore a L’età della frammentazione di Gino Roncaglia, studioso e filosofo da anni impegnato a districare “il grande disordine sotto il cielo”, la matassa digitale ormai parte integrante del mondo della scuola e dell’educazione.

Lavoro complesso e corposo per la varietà dei temi e le sfide raccolte, ma contemporaneamente semplice e lineare nel provare a dare risposte di buon senso su poche ma sostanziali domande: che fine sta facendo il libro? Quale educazione sarà auspicabile programmare, e in che modo? Come e dove guidare gli studenti, i professori stessi, e la scuola in generale in un mondo frastornato da più input contrastanti, e all’apparenza poco interessato all’istruzione emancipante?

Roncaglia prova a tracciare un quadro generale, e lo fa con la sistematicità tipica del filosofo: suddiviso in tre parti, il lavoro affronta la differenza tra contenuti dell’informazione e veicoli della stessa, metodologie e pratiche didattiche in gioco tra learning content e flipped classroom, ecosistema digitale, discovery tools e testo classico didattico – fino ad attraversare la storia intera di internet e della sua gestazione, parallelamente a un’altra, più conosciuta perché antichissima, quella del libro. Tutto questo, per un obbiettivo colossale ma altrettanto essenziale: costruire i cittadini del futuro attraverso un impianto educativo adatto alle emergenze attuali, dove per emergenze si intendono gli stimoli continui del mondo digitale e i cambiamenti – qualcuno li considera addirittura antropologici – tra l’antica aula di scuola e le piattaforme multitasking presenti in tablet e cellulari.

Due punti emergono dall’intera analisi: prima di tutto va ristabilita una verità, e cioè la possibilità di riformulare l’offerta digitale non attraverso contenuti granulari, ma in formati complessi e multifunzionali, capaci di consentire una ristrutturazione articolata delle informazioni esposte; secondo, la consapevolezza che la nuova rivoluzione culturale, sia dentro sia fuori dalla scuola, non potrà escludere “il vecchio” libro per dare posto solo al digitale, ma dovrà integrare entrambi e produrre una conoscenza plastica e in continua evoluzione. Le antiche gerarchie del sapere non sono più utili già dagli anni settanta, quando il libro didattico veniva contestato perché strumento politico di trasmissione del potere: Roncaglia, giustamente, sottolinea anche l’aspetto governativo delle scelte da operare, le quali non crescono mai in un terreno astratto e non possono produrre nulla di fruttuoso se non annaffiate quotidianamente. Ambienti di apprendimento, aule multimediali, biblioteche rinnovate e ripensate sono solo la base per programmare la scuola a venire: ciò che serve principalmente è il dispiego di tutte le forze – docenti, studenti, ma anche famiglie e operatori culturali – nella direzione adatta a rendere l’istruzione efficace.

Se una parola d’ordine può essere segnalata, nell’intero lavoro di Roncaglia, questa è flessibilità: capire che le risorse digitali granulari non sono necessariamente “una caratteristica essenziale dell’ecosistema digitale, ma la caratteristica contingente di una sua fase evolutiva”, è il primo passo per liberarsi da fastidiosi stereotipi per cui il libro cartaceo è quasi una icona sacra mentre un tablet o una lavagna mediatica producono solo analfabeti funzionali. Un esempio di successo e integrazione tra dispositivi avviene con il courseware, dove le lezioni del docente si integrano e si espandono con slide, tabulati, schede digitali e persino ricerche esterne, superando l’impostazione educativa ideologica che vedeva “la cultura” calarsi dall’alto, senza discussione critica o contestualizzazione, al fine di approfondire ciò che Roger Seguin nella guida dell’Unesco sull’elaborazione dei testi scolastici, definisce “ruolo di strutturazione e organizzazione dell’apprendimento”.

In questa varietà di posizioni ci sono autori più severi, ovviamente, e meno propensi a dare credito al digitale: Contro il colonialismo digitale di Roberto Casati o in Come diventare vivi di Giuseppe Montesano, l’utilizzo dei cellulari o tablet in classe è consigliato previa massima cautela, riscontrando e sottolineando gli effetti negativi manifestati durante l’apprendimento da quanti eccedono nell’uso di display e simili. Considerazioni utili, integrantesi a vicenda, e fondamentali per ricostruire una scuola non solo appetibile, ma volta verso una formazione che non può concludersi nelle aule scolastiche, né veicolare le informazioni in libri statici, monouso, in un pianeta in grado di rielaborare le notizie in poche ore, costantemente. Il lavoro di Roncaglia non è solo una mappa con la quale orientarsi, né un vademecum per futuri cambiamenti, ma è già ora parte della rivoluzione auspicata, e dunque lavoro da leggere approfonditamente perché, tornando a Pope, informazione e cultura non possono essere un giocattolo con cui trastullarsi, pena l’avvelenamento e la perdita della propria identità, non solo culturale ma anche etica.

Gino Roncaglia

L’età della frammentazione. Cultura del libro e scuola digitale

Laterza, 2018

pp. 236, euro 18