Daniele Lombardi, due ricordi

Ascolto guardando e vedo ascoltando

Maria Maddalena Novati

Confrontavamo i manifesti dei musicisti futuristi come i bambini le figurine dei calciatori: questo ce l’ho, anch’io, questo no, me lo presti per la mostra?

E con la tua solita generosità non mi dicevi mai di no. E mi prestavi le partiture, e mi donavi i libri e i dischi. Per contro, noi di NoMus, ti facevamo i riversamenti dei tuoi nastri analogici, delle tue audiocassette (che belle le dieci con le interviste del 1988 a Goffredo Petrassi per le trasmissioni Rai).

Ogni tanto mi strapazzavi perché il tuo pensiero radicale non ammetteva compromessi, mi rimettevi sulla retta via dello studio profondo, della ricerca vera, dell’andare alle fonti dirette, del pensare con la propria testa, del non farsi intimidire dal pre-giudizio.

Pianista, pittore, scrittore, divulgatore, organizzatore di mostre ed eventi, uomo curioso, un po’ scomodo, troppo avvezzo a dire la verità (non si usa più di questi tempi), mai prono al potere, mai in cerca di successo.

Docente di pianoforte in Conservatorio, ma secondo me ti stava stretto. Ne abbiamo parlato più volte, eri addolorato dal come l’accademia impaludava gli studi, rinsecchiva le menti, eri futurista anche in questo, avresti voluto svegliare gli animi e i cervelli. Ricordo quando al Museo del Novecento (in uno dei tanti concerti che ci donasti) ci parlasti dell’editoria e del peso che il mercato aveva nel decidere il successo di un compositore a scapito di un altro, di come ti infervoravi nel difendere le tue posizioni contro tutti.

Trascorrere un pomeriggio con te significava per me ripassare tutta la storia della musica, rivedere tutte le estetiche e le poetiche dell’arte, ripercorrere in modo nuovo i sentieri del suono e riscoprirlo forse in modo diverso da come per tanti anni l’avevo concepito.

Venni a Spoleto a sentirti suonare Savinio, altro mito in comune che tu hai frequentato molto prima di me, anzi fosti tu a svelarmene le sfumature e le ironie. Savinio, Scelsi, Antheil e tanti altri che la grande autostrada asfaltata della storia dominante non celebra o dimentica. Mentre tu, sempre nelle pieghe cercavi, sempre nei luoghi di confine, negli attraversamenti fra culture e correnti. Con quella tua calligrafia che era essa stessa musica e pittura al tempo stesso:

La mia musica è una sfida allo spazio, lo spazio dove il suono vibra; un gioco fra il visibile e l’udibile per cui ascolto guardando e vedo ascoltando1.

E venire nel tuo studio voleva dire perdersi fra i libri, le carte, i tuoi quadri, le tue tele a volte chilometriche (ne ricordo una arrotolata che mi dicesti superare i dieci metri2) e il pianoforte a rulli, e l’altro pianoforte quello più accademico e tradizionale, quello per lo studio della musica, tutta la musica, da Mozart a Cage, da Pratella a Bussotti. E quelle tue catarchiche sinfonie per 21 pianoforti, la n. 1 del 1987 e la seconda del 1992, che secondo il tuo pensiero “espandeva le possibilità del pianoforte mediante un uso sinfonico, sovrapponendo più strumenti fino a formare un’orchestra: un ensemble a coda.” 3

Come tutti i grandi curiosi della musica hai scandagliato tutte le possibilità timbriche delle geometrie musicali, dalla musica da camera, il duo, il trio, fino alla grande massa sonora dell’orchestra; dal pianoforte solo all’ensemble a coda dei 21 pianoforti, ma anche dal pianoforte preparato per non sottrarti nemmeno all’uso dell’elettronica, del live electronics. O addirittura muoverti senza pregiudizi e ossessioni dal flauto traversiere alla performance con pianoforti, tape, computer music, raggio laser computerizzato, multivision, proiettori di luce colorata, notazioni di fatti sonori che l’esecutore ricrea nella propria immaginazione.4

Che dire delle sculture? Diventavano spazio e suono e materia da plasmare in ogni direzione del tempo. I quattro elementi Aria, Fuoco, Terra e Acqua con i quali hai giocato tutta la vita traducendoli ora in suoni, ora in visioni, ora in movimenti e danze, ora in caleidoscopiche realtà sono ora ai tuoi piedi fanne quello che vuoi.

Adesso anche per te si aprirà la porta Divina.com? si aprirà la porta di bronzo scolpita5 con la tua musica per farti giocare con la luce? Anche lì sarai imbarazzato nel dover scegliere fra la luce e il silenzio, fra il mito e la leggenda, fra l’eternità e il baleno?

Abbi cura di te, amico mio, racconta al silenzio la tua storia e alla luce la tua emozione.

Pianofortissimo

Gino Di Maggio

Daniele, mai avrei pensato di dover scrivere di te in una simile occasione, ti precedevo di qualche anno e non lo immaginavo naturale. Ma madre natura a cui dobbiamo la nostra esistenza ci ha solo parzialmente rivelato i segreti della vita e quindi nessuno di noi è in grado di sapere quando tutto avrà fine.

Mi raccontano che stavi lavorando nel tuo studio al computer. Lavorare è una parola che ti è sempre naturalmente appartenuta. Instancabilmente direi, come docente di musica al Conservatorio di Milano, come ricercatore, come musicista, come compositore, come pittore. E su tutti i fronti sempre con così grande intelligenza, generosità e lealtà verso gli altri che nella mia pur intensa vita di rapporti con gli artisti di tutto il mondo mi è capitato raramente di incontrare.

Non ricordo dove e come ci siamo conosciuti è stato evidente che ci siamo subito incontrati perché su moltissime cose della vita e della cultura la pensavamo allo stesso modo.

Per più di quarant'anni ho avuto il privilegio di viaggiare insieme a te, moltissimi progetti realizzati che per la loro specificità sono ormai patrimonio della nostra cultura.

Ne cito solo alcuni: nel 1978 abbiamo collaborato insieme alla realizzazione del primo disco sulla musica di Alberto Savinio, per la Multhipla Records che raccoglieva quasi tutte le composizioni per voce e pianoforte e l’unica realizzazione teatrale de Les chants de la mi-mort, «Savinio musicien 1914, récital mi-scénique» con testi di Luigi Rognoni e Maurizio Fagiolo dell'Arco ed eseguite dal pianista Antonio Ballista.

Nei successivi dieci anni un tuo minuziosissimo lavoro di ricerca storica portò alla pubblicazione sempre per multipha record di un primo disco sulla musica futurista (33 giri) e poi alla realizazione di 10 compact disc che grosso modo riassumevano tutta l'esperienza della musica futurista, accompagnati da un'Enciclopedia della musica futurista che allo stato attuale è un unicum al mondo.

Nel 1990 per l'apertura della Fondazione Mudima di Milano progettammo insieme e realizzammo la mostra Pianofortissimo, una mostra dedicata al pianoforte manipolato dagli artisti visivi. Pianofortissimo la intitolammo.

In qualche misura ancora una volta una mostra futurista perché realizzava in un modo anche molto particolare quanto aveva scritto

Filippo Tommaso Marinetti nel suo Il Manifesto tecnico della letteratura Futurista “solo il poeta asintattico e dalle parole slegate potrà penetrare l'essenza della materia”.

Sei stato e sarai sempre un compositore, sempre alla ricerca di una nuova dimensione del suono. Le tue partiture così dense ed intense, originalissime nella forma sono anche sempre di una bellezza impareggiabile. Creavi quasi sempre sul pentagramma, con una scrittura forte che sentivo carica di energia, altre volte dispiegavi la tua immaginazione musicale su spazi liberi con esiti anche più poetici.

Ma amavi moltissimo, con gli anni sempre di più, il tuo lavoro di pittore, anche in questo caso di tipo nuovo perché in realtà anche quando dipingeva tu scrivevi musica.

Tutti sappiamo che la musica è la più bella rappresentazione del tempo e tu sei riuscito con la tua ricerca musicale a farcelo ascoltare il tempo e con la tua pittura a rendercelo visivo. Lunghi, a volte lunghissimi, i rotoli di carta che dipingevi dove le immagini scorrono, solo apparentemente disordinate, caotiche, a volte raggruppandosi ed aggrovigliandosi come a voler formare delle galassie. La rappresentazione, la più bella che ad oggi mi è stato di vedere di un universo cosmico a cui apparteniamo e di cui non conosciamo le regole. Una pittura leggera dove il colore e non solo la forma si fa suono. E che si potesse ascoltare vedendo, lo avevi dichiarato nel tuo primo manifesto Ipotesi di teatro metamusicale presentato per la prima volta in occasione dell'autunno musicale di Como nel 1972 dove avevi inserito una citazione tratta dal Dottor Faust di Thomas Mann: “si dice, è vero, che la musica si rivolge all'orecchio; ma lo fa solo relativamente in quanto l'udito, al pari degli altri sensi, è un organo supplente e mediatore dei fatti spirituali. Esistono in realtà musiche che non presuppongono in alcun modo l'esecuzione, anzi la escludino addirittura. Ciò vale per un canone a sei voci di Bach, nel quale il maestro elaborò un'idea tematica di Federico il Grande. Questo pezzo non è destinato né alla voce umana, né a qualsiasi strumento, né in genere a una realizzazione concreta, ma è musica pura e semplice, musica astratta”. Straordinaria la coerenza che hai dimostrata in tutta la tua vita di ricercatore e di artista.

Le tue partiture così dense ed intense, originalissime nella forma sono anche sempre di una bellezza impareggiabile. Creavi quasi sempre sul pentagramma, con una scrittura forte che sentivo carica di energia, altre volte dispiegavi la tua immaginazione musicale su spazi liberi con esiti anche più poetici.

In questi ultimi anni stavamo lavorando alla realizzazione di libri monografici dedicati ad autori e compositori della musica contemporanea.

Un'impresa solo apparentemente semplice alla quale tu Daniele come sempre hai partecipato con grande passione, anima e corpo. Da oggi mi sentirò molto più solo, per questo ti piango caro fratello ed amico prezioso con tutte le mie lacrime ma salutandoti voglio anche dirti che la nostra amicizia ha reso semplicemente più bella e felice la mia vita.

1

 Daniele Lombardi, Ascoltare con gli occhi, Milano, Mudima 2017, p. 151

2

 Musica virtuale 22 del 2013 misurava 170 x 2500 cm.

3

 Lombardi, ibidem p. 201

4

 1982 Grande notturno a Gargonza / Poema di suoni, segni e luci colorate.

5

 Porta di bronzo scolpita per Giuliano Gori all’entrata della cappella di Celle con la musica dell’ultima lapide dantesca musicata da Lombardi nel 2004 a Firenze.

Gillo Dorfles 1910 – 2018

Gino Di Maggio

E così anche colui che ci appariva ormai immortale se ne è andato per sempre. È nella natura cui apparteniamo che non può fare né fa eccezioni.

Gillo Dorfles ha avuto una vita lunghissima come ad altri è toccata raramente, una vita intensa e densa. È stato per noi tutti un amico sempre disponibile e un grande, generoso maestro.

Era nato a Trieste, terra di confine molto particolare tra due mondi culturalmente e storicamente ben definiti: l'Occidente e l'Oriente che non sempre si sono contrapposti, ma che hanno anche saputo creare le condizioni per la nascita della cultura mitteleuropea, all'interno della quale Gillo Dorfles è cresciuto e si è formato, visto che a Trieste conosce e frequenta grandi scrittori e poeti come Italo Svevo e Umberto Saba.

Eclettico, amava le arti, tutte le arti ma in particolare la pittura che lui stesso come artista, e non solo come storico e critico, praticò per tutta la sua vita. Per tutti gli anni Cinquanta partecipa a una serie di mostre del gruppo MAC (Movimento Arte Concreta) di cui nel 1948 era stato co-fondatore.

Poi un lungo periodo di silenzio del suo fare artistico, quasi di clandestinità, che si interrompe nel 1986 con una grande mostra alla galleria Marconi di Milano, per arrivare infine a questi ultimi ed esplosivi anni di mostre pubbliche e riconoscimenti ufficiali.

Dipingeva, lui che si era laureato in medicina e specializzato in psichiatria, prelevando dal suo inconscio sogni ed emozioni, una pittura fluida, personalissima che a nulla assomiglia se non a se stessa, come amava sempre ripeterci, una pittura che crea immagini surreali, a volte incantate, altre volte inquietanti. Era molto orgoglioso di quello che realizzava come pittore e come tale desiderava essere prioritariamente riconosciuto, irritandosi moltissimo quando la critica d'arte, malgrado i riconoscimenti ufficiali, non lo evidenziava.

Gillo Dorfles grazie al suo bagaglio culturale molto particolare ci ha semplicemente introdotto nella modernità più avanzata. Non, o non solo a quella delle macchine e della tecnica, che i futuristi avevano genialmente intuito e cavalcato all'inizio del secolo scorso, trascurati poi ignominiosamente e culturalmente nei decenni successivi, ma per esempio a quello del pensiero estetico, che Benedetto Croce aveva riproposto con forza all'inizio del secolo, e che Gillo Dorfles fa però declinare liberamente all'infinito.

Non ricordo dove aveva scritto: “L'arte non prescinde dal tempo per esprimere semplicemente lo spirito della storia universale, bensì è connessa al ruolo delle mode e a tutti gli ambiti del gusto”.

Ci lascia in eredità libri importanti come il Discorso tecnico delle arti (1952), cui hanno fatto seguito tra gli altri Il divenire delle arti (1959) Nuovi riti, nuovi miti (1965), Il disegno industriale e la sua estetica (1963) e L'oscillazione del gusto.

Non era mai successo nella storia culturale del nostro paese e questo nuovo modo di guardare si manifesterà come una rivelazione che darà frutti copiosi.

Ci ha insegnato semplicemente a guardare e riflettere sulle cose con occhi diversi, più capaci di capire e soddisfare le nostre curiosità. Quest'ultima, una categoria, se così possiamo chiamarla, che fu alla base dei suoi stimoli di studioso e di artista durante tutta la sua esistenza.

Il suo modo di scrivere, senza essere criptico o rifugiarsi nei metalinguaggi, potrebbe forse indurci a pensare alle esperienze della cultura anglosassone. Preferisco pensare che fosse l'altra faccia del suo essere etico, e le sue parole ne risultavano sempre chiare, a volte sferzanti. Riceveva a casa tutti gli artisti, o aspiranti tali, che non sempre uscivano indenni da questi incontri, visto che era totalmente estraneo ad ogni forma di compromesso di qualsiasi natura o genere, umano, artistico o politico.

Bello di una bellezza rara, imperfetta e scultorea. Si vestiva in modo classico, sempre impeccabile preferendo i colori sfumati del giallo e del marrone. Quando lo si vedeva passare in corso Buenos Aires per andare alla Torrefazione a prendersi un caffè, mi veniva spesso in mente “L'inno alla gioia” di Ludwig van Beethoven. Lui, la figura ormai affilata e tagliente come un coltello fendeva ancora vigorosamente l'aria e ai miei occhi mortali era come se stesse componendo un perenne inno alla vita.

Per questo mi piace con gratitudine continuare a pensarlo immortale.

Speciale / Leonetti l’alfabetico

L'altro giorno è morto Francesco Leonetti, che fu - tra le molte altre cose - uno dei membri del comitato della prima "Alfabeta". Lo ricordano tre che furono insieme a lui in quella esperienza.

Un ricordo di Francesco Leonetti

Gino Di Maggio

Ci sono incontri umani la cui memoria non si affievolisce mai, né con l’assenza temporanea, né con il distacco definitivo. Francesco Leonetti, per me, è stato e rimarrà uno di questi.

Una figura intellettuale e artistica complessa, particolare e unica che ne fa uno dei protagonisti della cultura italiana del secondo Novecento.

Ci conoscevamo da molto tempo, e frequentandolo ho imparato molto da lui. Mi affascinava e mi coinvolgeva la sua passione politica e civile che in qualche modo, come in un involucro speciale, avvolgeva tutte le sue molteplici attività culturali.

Per alcuni anni abbiamo lavorato insieme alla direzione della rivista “Alfabeta” e a volte capitava che ci scontrassimo, anche duramente, senza che mai venisse meno tuttavia il rispetto reciproco.

Poi, ancora, ci siamo ritrovati spesso alla Fondazione Mudima di Milano, dove Francesco per molti anni ha sperimentato insieme ad amici, poeti e artisti una sua particolare forma di teatro.

Adesso non lo vedevo da un po’ di tempo, ma sempre sono rimasto in contatto con lui grazie a Eleonora Fiorani, la sua compagna che così amorevolmente lo ha assistito nel suo periodo più travagliato.

Ci siamo incontrati, un’ultima volta, proprio alla Fondazione Mudima alcuni anni fa, quando organizzai la presentazione di quello che credo sia stato il suo ultimo libro pubblicato, dal titolo premonitore, Poesie estreme. Testi poetici che evidenziano, come scriveva Romano Luperini nella sua breve e intensa prefazione, uno “sguardo rasoterra” dell’autore.

In quell’occasione Francesco rilegge questi suoi testi senza l’ausilio di un microfono, con la sua voce inconfondibile. E io, ascoltandolo e osservandolo, trovo che, in questo che sarà il suo ultimo tratto, ha come uno sguardo sul mondo e sugli esseri umani disincantato, nudo e crudo, senza alcuna nostalgia, ma anche privo di ogni amarezza.

È possibile cogliere ancora lo il suo sguardo affettuoso rivolto alla compagna di una vita, lo sguardo addolcito che si posa sul giardino della sua casa milanese al piano terra. E rimane costante il ricordo di un buon bicchiere di vino rosso che ogni giorno si fa gustare.

Si vantava, esagerando, di essere quasi centenario, mentre a noi appariva come sempre un vecchio bambino che amava giocare con le parole, le quali col tempo si erano fatte anche aspre, a volte crudeli.

Ascoltai con sofferta attenzione quei suoi ultimi versi che, ripensandoli oggi, mi appaiono – come probabilmente sono – i suoi più belli.

Quella straordinaria simpatia di Francesco Leonetti

Pier Aldo Rovatti

Nel salone milanese dove si tenevano le riunioni della direzione collegiale di “alfabeta” Leonetti arrivava quasi sempre per primo. Quando mi affacciavo, io un po’ timoroso in quel consesso di personaggi autorevoli e affermati, lui era già lì chino sui suoi appunti con la matita in mano. Si discuteva del numero da mettere insieme e degli articoli da inserire, proposte e giudizi, e Leonetti subito cominciava con scrupolo e inconsueta acribia.

Ricordo soprattutto la parola che adoperava per esprimere il suo parere negativo: dopo avere con diligenza presentato un articolo e fornite tutte le informazioni utili per discuterlo, diceva spesso, in modo lapidario: “recensivo”. E pronunciava il giudizio con una particolarissima esse sibilata alla bolognese. “Recenscivo” voleva dire che lo scritto era troppo schematico, poco interessante, dunque non pubblicabile. Senza sollevare mai la testa dal calepino, stringeva un poco le labbra e tirava una riga accompagnando il gesto con espressione quasi di compiacimento. Una gag che da allora mi è rimasta sempre vivida, un gesto quasi da artista, e ogni volta che mi si è riprodotta una scena analoga (per esempio durante le redazioni di “aut aut”) mi è tornata in mente.

Per me si condensava in questo curioso tratto un ritratto singolarissimo in cui la voce e la postura restituivano per intero il personaggio. Eravamo alla fine dei movimentati anni settanta e Leonetti aveva alle spalle una vicenda ricchissima di scritture poetiche e saggistiche, nonché di gesti pubblici anche artistici, una carriera intellettuale invidiabile accompagnata dall’impegno politico. Pasolini lo aveva fatto apparire in alcuni suoi film grazie al viso antico e provocatorio, e grazie soprattutto a una voce ironica e amabilmente gracchiante. Quella stessa simpaticissima voce che volevo ora evocare nella scenetta che ho appena ricordato.

FRANCESCO EVVIVA LA RIVOLUZIONE!

Nanni Balestrini

agitare violentemente

bisogna fare la

cambiamenti radicali e improvvisi

celeste che descrive un’orbita

che accadono quando i bisogni

che determina cambiamenti radicali

che la vogliamo

della terra intorno al sole

è scoppiata la

ebollizione effervescenza

prendere il potere

i canti della

il rovesciamento del regime al potere

i valori e i modi di pensare

rivolgimento dell’ordine politico-sociale

segnando la nascita del nuovo

1995

Un ricordo di Enrico Castellani

Gino Di Maggio

Rifuggiva la mondanità. Per scelta evidente ha vissuto il suo strepitoso ed universale successo sempre lontano dalle luci della ribalta.

Si era ritirato ormai da moltissimo tempo da quello che superficialmente pensiamo sia il centro del mondo.

Aveva scelto di vivere in un villaggio della Tuscia, un territorio antico e bellissimo del centro della nostra penisola trovando rifugio in un piccolo maniero, credo del '500, non facilmente accessibile, con gli anni lentamente e parzialmente riattivato.

Un modo di vivere discreto, appartato che gli era come necessario per portare avanti la sua ricerca, ma che non lo rendeva assente. In uno studio attiguo, lavorava e spesso riceveva gli amici che lo andavano a trovare, portandoli a mangiare molto bene in una vicina trattoria gestita da un simpatico cuoco napoletano.

La sua ricerca molto originale aveva a che fare certamente con la storia dell'arte del secolo scorso e soprattutto con esperienze che in quegli anni, anni 50 e anni 60, si susseguirono nella città di Milano dove viveva. Un periodo neanche troppo breve, fertilissimo di ricerca e di competitività creativa, dove operavano tra gli altri artisti di valore assoluto come Bruno Munari e Lucio Fontana, il quale alla fine degli anni 40 aveva pubblicato i manifesti teorici sullo spazialismo controfirmati da Virgilio Guidi, Vinicio Vianello, Bruna Gasparini, Bruno Toffoli e Mario Deluigi. Quest'ultimo architetto veneziano e pittore, artista ingiustamente trascurato che negli anni successivi con il solo uso della pittura, in alcuni suoi quadri, creava come dei trompe-l'oeil che davano l'impressione visiva di una deformazione della tela, impedendo allo sguardo una visione certa e limpida del soggetto o dell'oggetto dipinto.

Con Enrico Castellani nasce alcuni anni dopo una deformazione reale della tela che lui realizza con l'invenzione di uno strumento tanto artigianalmente semplice quanto geniale.

Un'infinita puntinatura ritmica, sempre uguale a se stessa che nella sua ossessiva ripetitività e regolarità ci può far pensare a una scansione spazio-tempo, questione antica dell'uomo, rappresentata in forme sempre diverse, nel nostro contemporaneo artistico oltre che da Enrico Castellani anche da Roman Opalka.

In quegli stessi anni nasce a Milano un importante sodalizio con Piero Manzoni che porta alla creazione nel dicembre del 1959 di uno spazio chiamato Azimut che non era, né voleva essere solo uno spazio espositivo ma anche il crocevia delle più stimolanti ricerche artistiche di quegli anni sia in Italia sia in Europa.

Enrico Castellani è stata una grande e straordinaria personalità della storia dell'arte contemporanea che lo ha visto distinguersi “marcatamente” per il rigore e la coerenza della sua ricerca.

L'ho voluto evidenziare come personalità e non solo come artista perché umanamente è stato un raro esempio di rigore etico e di spirito di solidarietà.

Noi di Alfabeta gli siamo e saremo sempre grati e così vogliamo ricordarlo.

I silenzi sul petrolio

Gino Di Maggio

Il recentissimo rapimento breve del primo ministro libico Ali Zeidan ci informa che la crisi profonda di questo paese, di fatto confinante con il nostro e a noi storicamente molto vicino, a distanza di due anni non è affatto risolta. Questo è ormai evidente a tutti ed è sicuramente preoccupante.

Forse, dopo le amare conseguenze delle lunghissime, sanguinose guerre in Medio Oriente, dal Libano all’Iraq, alla Siria e al più lontano Afghanistan, non c’era alcun impellente bisogno di provocarne un’altra, con le stesse modalità, nel bel mezzo del Mediterraneo, con le nefaste conseguenze che sono oggi sotto gli occhi di tutti.

La stessa prudenza che ha contraddistinto recentemente le decisioni della comunità internazionale sulla questione siriana avrebbe potuto essere impiegata anche sulla questione libica. Questo non avrebbe voluto dire, né vuole dire, lasciare le cose come stanno. Pare evidente che l’insorgere in un paese di rivolte popolari, non necessariamente maggioritarie, che si trasformano, aiutate o strumentalizzate dall’esterno, in rivolte armate, segnali il fallimento di un governo e l’assoluta necessità di un cambiamento radicale. Le recenti decisioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu comporteranno alla fine questo cambiamento.

Il presidente Assad, che probabilmente rappresentava ieri il punto di equilibrio della maggioranza dei siriani, dovrà dimettersi ed essere sostituito da un governo trasparentemente democratico. Oggi è ancora e solo un auspicio, ma probabilmente questo avverrà, come sarebbe potuto avvenire per la Libia, evitando la catastrofe che è di fronte a noi. Un paese distrutto, pieno di rancori e odi, senza alcuna solida istituzione statale, lontanissimo da ogni ipotesi di evoluzione democratica e dove su tutto il territorio permangono bande armate attive e in conflitto tra di loro.

È difficile immaginare una soluzione positiva a breve termine. Purtroppo, e disgraziatamente, per la Libia transita oggi con destinazione Italia il flusso migratorio africano più consistente, che in mancanza di accordi intergovernativi credibili è gestito dalla criminalità locale e non solo, con i sempre più tragici esiti a cui assistiamo sgomenti.

Certo sarebbe opportuno che qualcuno, tra le classi dirigenti del nostro paese – a cominciare dal presidente della Repubblica – che tanto pervicacemente hanno sponsorizzato l’affrettata e avventurosa impresa militare promossa dalla Francia, ci fornisse doverose e urgenti spiegazioni, tanto più necessarie perché in Libia l’Italia aveva consistenti e importantissimi interessi per il loro valore strategico nel settore energetico, di cui ufficialmente non sappiamo più niente.

Per lo meno strabiliante è il silenzio della stampa italiana su questi argomenti, ritenuti evidentemente non rilevanti, mentre fondamentale è ritenuto l’eterno e vacuo chiacchiericcio sui destini di un arcinoto pregiudicato. Lo stesso silenzio è rilevabile sui nostri interessi nazionali e storici, anch’essi assai cospicui, in Iran.

Dieci, quindici o forse venti miliardi di euro di investimenti nel settore del petrolio e del gas di cui nessuno più parla in Italia, di cui non sappiamo più nulla dopo un improvvido discorso tenuto alcuni anni fa di fronte al Parlamento israeliano dall’allora nostro primo ministro, che è poi sempre il pregiudicato di cui tanto amiamo parlare.

Anche su questo sarebbe non solo opportuno ma necessario e indispensabile che, non il presidente dell’Eni, la società petrolifera di Stato che è più coinvolta in questi interessi, ma il governo nella persona del primo ministro fornisse esaurienti spiegazioni a tutti i cittadini, oggi quasi totalmente inconsapevoli.

Da alfabeta2 n.33 (novembre-dicembre 2013)

Fluxus è «α-beta»

Stella Succi

Il legame tra «alfabeta» e Fluxus trascende le celebrazioni per il cinquantesimo anniversario del movimento: è infatti un legame storico, che va fatto risalire alla rarissima «serie nera» intitolata «a-beta», costituita da soli cinque numeri usciti tra il marzo del 1975 ed il Gennaio del 1977. L’aneddoto dal quale sorge l’avventura editoriale di «a-beta» è di sapore romanzesco: nella hall deserta dell’hotel Manzoni di Milano, in una notte dei primi mesi del 1975, sono seduti Gino Di Maggio, oggi direttore responsabile di «alfabeta2», e il celebre artista Fluxus George Brecht.

George Brecht ha bisogno di bere: i due aprono la porta del bar e, in uno slancio bohemièn, cominciano a bere e parlare di arte, di politica, di filosofia fino all’alba. Viene naturale, all’albeggiare, dirsi che tutte quelle parole non resteranno semplicemente un ricordo di una notte brava. L’intenzione è di farne una pubblicazione, perché no, una rivista, tramite cui sviluppare l’infinità di spunti proposti in quel momento di divertissement.

Il titolo «alfabeta» è frutto di un lampo di genio e di un gioco artistico quanto mai Fluxus. Nel domandarsi, Di Maggio e Brecht, che titolo dare alla pubblicazione, Brecht adocchia il pacchetto di sigarette nazionali Alfa sul tavolino. Lo raccoglie, e aggiunge a penna da un lato beta, e dall’altro lato bête. La doppia dicitura, beta e bête, non è una tautologia, ma un gioco semantico: la traduzione di bête non è beta bensì bestia, che se da una parte rimanda alla bêtise, a una certa idiozia del Dada, dall’altra rimanda alla Cage aux fauves di Vauxcelle, a un’avanguardia aggressiva e mordace.

Le pagine di «α-beta» si fanno quindi, per quel breve scorcio di anni, portavoce delle istanze del movimento Fluxus, e delle avanguardie artistiche che ne informano modi e contenuti: viene dedicato spazio a dada, al situazionismo, al futurismo (per citarne uno soltanto, viene ripubblicato l’articolo di Antonio Gramsci, Marinetti rivoluzionario, comparso su «Ordine Nuovo», il 5 gennaio del 1921). La sezione centrale, «Presenze», è illustrata con opere Fluxus di notevole sperimentazione grafica, in particolare nel Pop-Up di Gianni-Emilio Simonetti e in Fandango di Wolf Vostell.

L’aspetto tuttavia più Fluxus di «α-beta» consiste forse nella rete di relazione che lega i personaggi coinvolti concretamente nella piccola ma coraggiosa avventura editoriale: Gino Di Maggio, Gianni Sassi, Sergio Albergoni, Gianni-Emilio Simonetti, le vere anime di questa «serie nera»: nel 1975 sono tre giovani coetanei che gravitano attorno a piazzale Martini. Con la stessa fluida naturalezza con cui nascono le amicizie giovanili di quartiere nasce la rivista. E, proprio come un flusso, si trasforma nel tempo, svanisce, torna come pioggia, e ancora scorre.

Nel 1979, a due anni dall’ultimo numero di «a-beta», il titolo ritorna leggermente modificato in «alfabeta», su un progetto diverso e nuovo: la storica Alfabeta di Umberto Eco, Nanni Balestrini, Gino Di Maggio, Gianni Sassi, Paolo Volponi, Antonio Porta, Pier Aldo Rovatti, Maria Corti, Mario Spinella, Franceco Leonetti, e più tardi Omar Calbrese, Maurizio Ferraris e Carlo Formenti.

Da alfaFluxus supplemento mensile al n.25 (dicembre 2012-gennaio 2013) di alfabeta2, in edicola, in libreria e in versione digitale

L’erba vorrei. Gino Di Maggio

Vorrei… in principio era il sonetto delle Rime di Dante Alighieri, “Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io”, col suo sogno di vita cortese, dichiarazione di un desiderare leggero, tutto al condizionale, di fuga dal mondo e di amicizia. Certo un desiderio lo si può attaccare ad ogni coda di stella cadente, gettare nelle profondità di un pozzo o nelle piscine delle solite fontane romane, desideri che presto scolorano per essere sostituiti da un’altra stella o da un’ennesima monetina.

Eppure la considerazione che siamo inviati a fare, dati i tempi che corrono, costringe a una riflessione più approfondita che permette di tralasciare comete e centesimi per rivolgersi a questioni meno individuali, verso un orizzonte più condiviso. D’altronde quanto meschino sarebbe un destino in cui non si potesse neanche più desiderare in grande, scialacquare nelle speranze e sperperare nei sogni. E alzare il tiro verso un vorrei che abbia come oggetto le questioni del mondo significa comunque avere a che fare coi destini particolari e con le speranze segrete di ognuno, solo visti da un’altra prospettiva.

Io vorrei non dovermi più vergognare, come capita sempre più spesso, di pensarmi un essere umano, di vedere i miei fratelli morti ammazzati nelle carrette del mare del Mediterraneo o nelle ennesime “operazioni chirurgiche” dei bombardamenti terroristi perpetrati su Gaza, dove gli altri miei fratelli israeliani si sprecano in carneficine poiché provocati in quanto detentori del diritto dei giusti.

Ecco, io vorrei davvero poter comprendere questo diritto stragista, che continua a mietere ogni giorno centinaia di palestinesi, uomini e donne, vecchi e bambini, civili e combattenti, vigliacchi questi ultimi, a dire dei miei fratelli israeliani, perché si nascondono tra la popolazione civile, malvagi e colpevoli come solo i terroristi possono essere, quei terroristi che lanciano centinaia di missili che però non vanno quasi mai a segno, se non forse per sbaglio. Vorrei poter andare a dormire serenamente, col cuore in pace perché libero da questi affanni, libero dal pensiero delle carneficine. Vorrei, prima che sia troppo tardi, fare serenamente all’amore, ma qui mi accorgo di tornare a quel sonetto di Dante. Forse si, anche io vorrei più “incantamento”, per il mondo e per me.

***

L'erba vorrei cresce anche nel giardino del re... Dal 2 agosto ogni giorno le voci dei collaboratori di alfabeta2 esprimeranno un loro desiderio. Ogni sogno resta sogno perché troppo poco ancora gli è riuscito, si è compiuto. Perciò esso non può dimenticare ciò che resta, in tutte le cose mantiene la porta aperta [Ernst Bloch].

Su alfa+più potrete seguire anche il Festival del film di Locarno (dal 6 al 16 agosto) con le Lettere helvetiche di Ilaria Bussoni. Vi proponiamo infine le 31 ricette di Alberto Capatti per una estate alfasensoriale.