alfadomenica #14 settembre 2014

LUPERINI POLICASTRO DONNARUMMA GUGLIEMI su IPERMODERNITÀ e LETTERATURA – EUROPASSIGNANO 2014 – SEMAFORO – RICETTA *

Proponiamo qui un dossier intorno al libro Ipermodernità di Raffele Donnarumma: due interventi di Luperini e Policastro, la replica dell'autore e in chiusura la recensione di Guglielmi che ha dato il via alla discussione.

IL PANORAMA E GLI ACCIDENTI 
Romano Luperini

Il libro di Donnarumma, Ipermodernità, non solo illustra la tesi che si sta affermando un nuovo clima culturale e letterario, ma ne è esso stesso una spia (un «sintomo», direbbe l’autore) e un agente di promozione. È opera storiografica e, insieme, opera militante.
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IL FAUT ÊTRE ABSOLUMENT HYPERMODERNE
Gilda Policastro

La direzione critica intrapresa da Ipermodernità di Raffaele Donnarumma si precisa nelle pagine finali: a metà tra l’excusatio e la dichiarazione di programma (per questo, forse, le si sarebbe preferite esordiali), vi si pone in primo piano lo status o il compito primo del critico attuale quale «storiografo del presente».
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IPERMODERNO A CARTE SCOPERTE
Raffaele Donnarumma

La discussione sull’ipermodernità può essere riassunta in una domanda: viviamo ancora nel clima culturale di trenta o quaranta anni fa? Secondo Guglielmi siamo alla situazione del 1910: il che è inoppugnabile, come lo è che, da altri punti di vista, siamo ancora al 1789 o all’età della pietra.
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IPERMODERNITÀ
Angelo Guglielmi

Leggendo Ipermodernità di Donnarumma (che leggo con innocente ritardo) mi si accende l’immagine di un dottore che si attarda a analizzare i sintomi (di guarigione o di malattia) di un corpo morto.
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SPAZI COSTITUENTI. EUROPA, LOTTE, MONDO - EUROPASSIGNANO 2014

Dal 18 al 21 settembre a Passignano sul Trasimeno si terrà la scuola estiva di EuroNomade. Un momento di incontro e di analisi: un tentativo di mettere alla prova la tenuta degli strumenti concettuali, di scartare quelli che non funzionano, di consolidare quelli che possono servire, di sperimentare quelli necessari.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

DIO - IRONIA - MANIPOLAZIONE - OBAMA - PULCI
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RICETTA di Alberto Capatti - Limone

Col pesce? Dipende. Se vai a Cesenatico, all’Osteria del gran fritto, te lo sconsigliano e non te lo servono.
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Il faut être absolument hypermoderne

Gilda Policastro

La direzione critica intrapresa da Ipermodernità di Raffaele Donnarumma si precisa nelle pagine finali: a metà tra l’excusatio e la dichiarazione di programma (per questo, forse, le si sarebbe preferite esordiali), vi si pone in primo piano lo status o il compito primo del critico attuale quale «storiografo del presente».

Non (più) dunque la militanza delle scelte, delle proposte selettive, né l’accademismo canonizzante, né tantomeno la filologia della «cattiva infinità dei dati». Obiettivo del critico è (sarebbe), oggi, la messa in questione complessiva del contemporaneo, attraverso quella dialettica tra immersione e distanza che Agamben ha definito «anacronismo», o la tensione tra l’attitudine analitica (oggettiva?) e la partecipazione inevitabilmente autocentrata. Ciò a partire non da giudizi e pagelle ma dai «sintomi» (stavolta echeggiati dal Giglioli di Senza trauma), ossia da fenomeni letterari (nel caso specifico) di particolare evidenza: l’esito è la mappatura o l’individuazione di un sistema («costellazione») di opere che non necessariamente ne lascia emergere gli esemplari migliori, ma preferisce evidenziare corrispondenze interne e segnali riconducibili a un’aria comune.

L’aspetto più interessante del libro è proprio la definizione di un’area specifica della nostra narrativa e non solo (tra l’altro quella di maggior fortuna editoriale negli ultimi dieci-vent’anni), che va dall’autobiografia finzionale di Philip Roth, Walter Siti e Antonio Moresco alla non-fiction di Roberto Saviano, Antonio Franchini e Helena Janeczek. Se le distinzioni implicate nella ridefinizione delle cosiddette «scritture dell’io» vengono confermate con persuasività e rigore, è però proprio la categoria generale a lasciare qualche dubbio: l’ipermodernità come propaggine del postmoderno o sua veste presentabile in quanto non esclude l’impegno, anzi, rivaluta la storia come processo, riconquistando alla sintesi l’accadere non solo come evento ma come sintomo (appunto) di verità; non esaurisce lo spettro delle possibilità ma nemmeno restituisce, di quell’unica perseguita, una figura chiara (sia pur nella parzialità dichiarata o presupposta).

Anche perché resta ancora irrisolta la più vivace querelle degli ultimi anni: il cosiddetto «ritorno alla realtà», o meglio (corregge Donnarumma) alle forme del realismo, che nella declinazione contemporanea riabilitano (o sconquassano del tutto) la famigerata, zoliana «casa di vetro», con la coscienza vigile (stavolta debitamente postmoderna) della sua convenzionalità in quanto codice e artificio: non per questo, però, rinunciabile.

Nel ridurre a marginalia manualistici, o peggio a puerilia, gli interrogativi connessi alle modalità di rappresentazione del reale in letteratura, Angelo Guglielmi (già intervenuto, qui sul medesimo libro) si mostra eccessivamente severo con l’ipermoderno di Donnarumma; ma è altrettanto evidente come Ipermodernità non offra una panoramica sempre esaltante né degli autori, né delle opere attuali: se i sintomi sono questi, parrebbe in effetti molto grave la malattia del presente. Tanto più per l’elisione totale dell’area che diremmo postavanguardista (ma già neoavanguardista) o neosperimentale: singolare che, dei migliori narratori italiani degli anni Zero di una recente antologia, i soli Franco Arminio e Francesco Pecoraro vengano presi in considerazione da Donnarumma.

Se dunque la proposta di una categoria interpretativa che consenta di sorpassare (o di sussumere) l’ormai desueto postmoderno (con gli -ismi e le -ità conseguenti) si può certo accogliere con favore, non altrettanto e non interamente condivisibile è il credito (o il primato) concesso alle forme neo-finzionali, con l’unica riserva (smorzata, peraltro, da un cautelosissimo «al limite») dell’elemento ricattatorio imputato alle narrazioni documentarie o testimoniali. Se ne avvantaggia un quadro che complessivamente rimarca la direzione non già della narrativa (come da sottotitolo) ma del mercato attuale (peraltro in conclamata e irreversibile crisi, con il diffondersi dei mezzi e dei modi di acquisizione online): col privilegiare generi e contenuti a scapito di forme e scrittura. Medium della narrazione, quest’ultima, e non orpello bellettrista; né vuota perseveranza testuale di un postmodernismo deteriore (ma quale, poi? Wallace non è certo di altra letteratura ma del mondo – suo, nostro – che scrive) alla cui esaltazione, in altri contesti critici, Donnarumma guarda con espresso scetticismo.

Inoltre, a voler dar conto dei mutamenti in corso (soprattutto in relazione al virtuale che è la vera forma di vita ipermoderna, del tutto trascurata nel discorso complessivo) si dovrebbe senza più infingimenti denunciare come la letteratura non parli più a nessuno che abbia meno di quarant’anni. E descrivere, a maggior ragione, quelle zone di resistenza (dalla poesia alla prosa non seriale) rispetto agli unici modelli autorizzati dalle classifiche Nielsen: con la curiosità a tutto campo dell’esploratore siderale, registrare cioè, insieme alla propria, altre costellazioni, e «dargli spazio».

 

Il male necessario

Gilda Policastro

Parte dall’idea postkantiana del Male come forza propulsiva e contrastiva la storia letteraria (e artistica) tracciata (ma si direbbe narrata, per l’impostazione mimetica del libro, che pure non rinuncia all’atteso impianto filosofico) da Arturo Mazzarella.
E cioè da un Male inteso come «processo» più che come «principio» e invece che come «fragilità». Compresente con l’anelito al bene, dunque: su di esso prevalente quando l’istinto primordiale travolge l’abulia connaturata all’altrettanto primigenia e immedicabile infelicità (lo si vedrà sempre meglio progredendo nella lettura). Il Male, soprattutto, è nel tempo, ponendosi come l’accadere che corrompe l’ideale: quello «necessario» del titolo si presenta così anzitutto calato nella contingenza con la sua inevitabilità (a differenza dell’ideale, che è invece comunque passibile di smentita, sin nel suo inverarsi).

Ed eccoli, gli autori, in ordine per l’appunto cronologico: Baudelaire e Dostoevskij subito, emblemi di una letteratura che al passaggio tra Otto e Novecento dovrà obbligatoriamente confrontarsi col sottosuolo (ossia con gli uomini degradati, e con la parte degradata dell’uomo), oltre che con un rovello prevalentemente estetico (nel senso kierkegaardiano di «sensoriale»). Incedendo nel Novecento, sarà sempre più nelle vite dell’uomo comune che si andrà a sondare l’insondabile: a partire dalle opere di Kafka e Proust, il male (minuscolo) innerverà l’esperienza quotidiana, ne sarà anzi l’aggregatore, entro una realtà altrimenti dispersa e frammentata.

Nel secondo autore, tuttavia, il male insito nel desiderio finisce, per Mazzarella (insieme al Beckett interprete di Proust), col garantirne il solo possibile «conseguimento»; vero è che la Prigioniera insegnerebbe proprio il contrario: non è che in amor vinca chi incrudelisce, ma può incrudelire solo chi non ama. Così come l’idealizzazione dell’amato da parte dell’amante non può fare a meno e anzi si nutre del richiamo selvaggio della carne (dell’odore del sangue, come nel romanzo omonimo di Parise, cui si dedicano pagine molto generose). A marcare la svolta che Mazzarella definisce «fisiologica» soccorrono invece gli specimina di una postmodernità ormai ampiamente canonizzata, da Houellebecq a Ellis, da Forest e Von Trier: se per i primi due il sesso e la violenza sono i soli antidoti, lo anticipavamo, all’apatia e all’atonia in dotazione al corredo genetico, il lutto narrato dai secondi, dunque la morte come persistenza ossessionante, diventa emblema privilegiato di quell’insensatezza che si eleva a «principio di realtà».

E se già nell’Ottocento il cardine del pensiero poetante leopardiano (plastificato nel paradosso della «vita mortale», decisivo ai fini della spietata concezione che si sarebbe poi ridotta alla vulgata pessimistica) si collocava nell’orizzonte della temporalità, l’acquisto esegetico fondamentale del Novecento sarebbe per Mazzarella proprio la dissoluzione, la frammentazione, e la conseguente estrema e totale insensatezza: dunque la collocazione del Male fuori dal tempo, oltre che in fuga dall’Idea, intesa come conciliazione (o almeno tensione) tra la forma e la sua dissoluzione (così nel mentore Binswanger). E difatti tanto la dissipazione libidica di Bruno nelle Particelle elementari di Houellebecq che la furia omicida del protagonista di American Psycho di Ellis conducono a una riduzione del corpo all’infinitesimo, negli spazi ristretti di appartamenti insanguinati e nei momenti singoli di vite dissipate. L’omicida feroce riconosce, tra l’altro, l’inanità dei propri crimini solo dopo aver assassinato un bambino: omicidio indolore in quanto la vittima non può avere (per espressa denuncia del protagonista) una storia.

Il male inflitto s’ingenera da quello patito, non già per tentarne una liberazione, che sarebbe al pari disperata, quanto per estenderlo, contagiarlo, destituirlo di unicità: la dispersione che rinuncia al progetto, la crudeltà come il raffreddore (Proust tra l’altro distingueva tra crudeltà e sadismo a seconda del gradiente di compiacimento e gratuità dell’azione perpetrata). Con la lettura di Ballard e l’esplicitaria citazione da Lacan («non c’è legge del bene se non nel male e attraverso il male») il libro si conclude confermando lo statuto di necessità del Male, e configurandolo come diversivo (il male consapevole e colpevole, s’intende) rispetto all’inesorabilità ontologica.

Resta il dubbio che, per i protagonisti di questa Grande Opera novecentesca (e postnovecentesca) si sia trattato prevalentemente di cambiare il segno, o di annullare i segni, nel sistema valoriale tradizionale: che il Male, cioè, sia rimasto comunque «fuori», come ideale estremo al pari del Bene, piuttosto che riconoscersi radicato e già bello e pronto nelle cose (a partire, leopardianamente, dalla loro finitudine), senza che vi fosse bisogno di smottarlo o incrementarlo con turbamenti patogeni e ammazzamenti apocalittici.

D’altra parte se scrivere un romanzo implica, col Benjamin del saggio sul narratore, l'esasperazione dell’incommensurabile (dell’imperscrutabile, in questo caso), il compito può dirsi assolto nelle trame in oggetto, ma meglio ancora in quelle rese oggetto di questa nuova, esasperante narrazione.

Arturo Mazzarella
Il male necessario
Etica ed estetica sulla scena contemporanea

Bollati Boringhieri (2014), pp. 158
€ 14,00