Speciali / Premio Pagliarani 2017

Elio Pagliarani (fotografia di Dino Ignani)

Ieri, nella Sala Squarzina del Teatro Argentina, a Roma, si è tenuta la cerimonia di premiazione del terzo Premio Nazionale Elio Pagliarani. Il vincitore per la sezione editi è Rosaria Lo Russo con Controlli (Mille gru 2016), quello per la sezione inediti Simone Marcelli con Archivio privato. Il premio alla carriera, dopo essere stato assegnato a Nanni Balestrini nel 2015, e a Giulia Niccolai l’anno scorso, è andato per quest’anno a Carlo Bordini. Riportiamo di seguito uno stralcio dal discorso introduttivo di Maria Grazia Calandrone e le motivazioni, scritte da alcuni dei membri della giuria, per segnalare i sei finalisti (per un ex æquo) per la sezione delle raccolte edite, e i tre per la sezione inediti. Corredate da un componimento scelto, per ogni raccolta, dalla redazione di alfabeta2.

La pietà oggettiva

Maria Grazia Calandrone

La citazione di Pagliarani posta a esergo del Premio riassume, con la sintesi tipica della grande intelligenza, la poetica di Pagliarani: “Posso spendermi solo per le cose che passano, quelle che restano ci penseranno loro”: proprio a significare l’attenzione che i poeti devono alla realtà più minuta.

La strada indicata da Pagliarani non è quella di una poesia che si senta investita in diretta e a gran voce dall’eterno e dall’immortale, ma che piuttosto si prenda la briga di trasformare in bellezza e renda al quotidiano l’immortalità – pure anch’essa provvisoria – della poesia.

Ma la poesia di Pagliarani è soprattutto una poesia “corale”: il poeta si assume il compito della “pietà oggettiva” – per citare un suo titolo, che è una di quelle intuizioni, di quelle espressioni che riassumono gli umori intellettuali ed emotivi di decenni di vita e di esperienza umana: nessuno come lui ne La ragazza Carla, ha reso il costo umano degli anni della Ricostruzione e del miracolo dell’industrializzazione. Se resta un documento di quegli anni, è anche grazie alla poesia, perché la poesia serve tra l’altro a testimoniare i cambiamenti sociali, i distillati e gli ultrasuoni di un’epoca.

Come scrive Fausto Curi: “nella poesia di Pagliarani il lettore percepisce l’atmosfera sociale della parola e che la parola di Pagliarani è in qualche modo, sempre, la parola altrui”. Poesia morale, dunque, oltre che corale, questa di Pagliarani, il poeta più “realista” della neoavanguardia, il poeta di un’epica di antieroi come la ragazza Carla, che si smalizia e quindi si “corrompe”.

Ma, tornando al premio, nello scegliere tra le poesie presentate ho dunque cercato questa “coralità” e soprattutto questa “pietà oggettiva”, questo modo di dire le cose e le persone assumendole in maniera affettiva, ma distaccata: il Pagliarani poeta era, del resto, un gran coniatore di neologismi e ossimori (pensiamo allo splendido “fecaloro”), proprio nell’intenzione di documentare le contraddizioni della realtà. Riassumendole, però, in una parola: cercando quindi di conciliarle, di sanare lo spacco, la frattura, lo scisma della realtà – nel momento della sua rappresentazione, ma in una parola: “poetica”, nuova, attenta a ogni mutamento della realtà sociale – una parola che tenesse in sé le feci e l’oro, come un’ostrica senza giudizio terrebbe in sé la perla bianca e la nera.

Tengo a citare un brevissimo passo da La pietà oggettiva, dove quanto sostengo della poesia di Pagliarani è esemplificato perfettamente:

Lo snack bar in galleria

è adattissimo a un saluto distaccato

fu lì che la lasciai – se parlo di Lucia.

Mi disse vado in Francia ero offeso indignato

nell’abito da ballo con un fiore d’organza slabbrato sul petto

le consigliai di toglierlo mi disse non posso perché copre uno strappo

Ecco. Questo frammento mi ha sempre ricordato la pietà dalla quale viene investito il cinico giovane Holden, mentre immagina la prostituta che va in tintoria, come tutte le altre donne, e, come tutte le altre donne, appende il vestitino stirato nell’armadio.

La pietà oggettiva sta in questo soffermarsi sulla misera dignità della miseria – intendendo per miseria non certo la miseria economica, ma la fragilità umana, la pietà che facciamo tutti – la commozione che suscitiamo quando vogliamo sembrare comunque belli, in ordine, a posto – nonostante lo strappo che abbiamo sul petto.

Raccolte edite

Alessandra Carnaroli, Primine, edizioni del verri, 2017, 59 pp., € 10

Primine parla dell’infanzia, o meglio dall’infanzia: nelle poesie che compongono il libro, Carnaroli esibisce una voce insieme autentica e inautentica, ferita e feroce, libera e incatenata agli stereotipi e alle discriminazioni di genere, di razza, di censo, persino di diagnosi.

Le 87 poesie di Primine, numerate tutte di seguito, si succedono come rapide istantanee, echi straniati di fatti di cronaca, di esplosioni familiari, di storture relazionali, di violenze reciproche, di disturbi «certificati» in un inferno scolastico che si nutre di rassicuranti catalogazioni.

La scrittura si inoltra in una mimesi estrema dell’oralità riversata sulla pagina; è una poesia di grado zero, una scrittura povera ma mai ingenuamente lineare; è una scrittura, al contrario, fatta di parole dislessiche che saltano, di cortocircuiti e di inversioni. È così che in questo libro Carnaroli arriva a dire tutto il trauma dell’infanzia.

Marianna Marrucci

vieni in macchina a fare un giretto

sul mio petto

stai protetta

mi hai detto

che buon profumo di cocco

ha il tuo cruscotto

non devi portarmi però

in piscina io

annegata

ancora bambina

*

Michelangelo Coviello, La primavera fa ridere i polli, Edizioni del verri, 2017, 93 pp., € 12

Michelangelo Coviello è stato forse l’autore più attivo e inventivo della generazione di mezzo, quella, assai critica invero, degli esordienti degli anni Settanta: fra i rarissimi non impaludati allora in un prospettiva sedicente-orfica o neovaticinante o semmai nuovamente rondista, dei sedotti insomma dalla falsa moneta di una marcia del gambero. Fin da quel tempo difficile, Coviello si è dimostrato capace, come pochi, di far tesoro della tradizione (e tensione) del nuovo, in modo tanto lucido quanto spregiudicato, e ricercando attivamente, e da vero militante della poesia, vie nuove per una parola messa in opera in un processo di comunicazione poetica il più possibile virale, restando al centro e mai tuttavia cedendo alle blandizie di alcun coro. Nel prosimetro della sua Primavera in anticlimax (che non può che far ridere i polli), blocchi ben temperati e sostenibili di stream of consciousness o meglio di «mangiatoia di pensieri» in flusso, retti su una implicita vena comico-sensuale e tradotti in «piastrelle» (elementi, o micro-monoliti) di un puzzle (pseudo)cognitivo, attivando/deludendo derive di narrazione concentratissima e subito dispersa, questi blocchi si ritmano e rispezzano per opera di un versicolare comico-popolaresco, quadrotti di ottave di ottonari, in un nonsensico basso, un delirante divagare (spesso irresistibilmente osceno), che esplicito va retrogradando sulla elementare, formulare grammatica dei cantari. La conflagrazione fra i codici della prosa e quelli della poesia (che da quasi due secoli detta le condizioni di un discorso poetico avanzato) diviene così una piccola espansiva scatola a sorpresa, pirotecnico-sonora, sul binario duplice e rescisso di questo e delirante e irresistibile «ragionatorio».

Tommaso Ottonieri

La primavera fa ridere i polli come te e lo zio Angelo la signora della porta aperta il dottor Alberto e il medico di guardia mentre si rolla la canna lo fa con una mano sola come ai vecchi tempi come ai bei tempi come piaceva a lei l’uncinetto della maglia la coppia del sabato sereno e tuo fratello quello che gli urla il mal di pancia e mettici anche me nella lista caro amico fraterno se non mi ridai i soldi vado a dire in giro che nostra madre se la faceva con tuo padre tu eri il suo preferito per tutta l’infanzia anche quando hai visto il mare per la prima volta no bagno hai detto no bagno giù a piangere poi basta se ne infischia se ne infischiano tutti anche quelli che pensano che sia tutto inutile con te sei cresciuto poco nella testa vai in giro con tutti con quelli che ce l’hanno coi capelli bianchi sul muro dell’altro ieri perché quello di ieri non è ancora pronto l’ombra fa quadrato sulla luce e dice fuori tutti fuori tutti giallo scarpe occhiali la zona in ombra è circa un terzo della gru che gli continua a vomitare cemento sul foruncolo che splende hallo Sunshine dici […]

*

Marco Giovenale, Strettoie, Arcipelago Itaca, 2017, 88 pp., € 13

A proposito della sua stessa scrittura, Marco Giovenale in Shelter parlava di «un flusso stabilmente interrotto. Sospeso, ripreso. Minacciato di nuovo, costretto a macchie di ombra. Forward e rewind sono nello stesso tasto, libro». E prima ancora, nella Casa esposta, evocava una matrice del mancare, «forma preformata di qualsiasi traccia che cede».

Cedimenti e slittamenti sono anche i materiali con i quali è costruito Strettoie, opera composta di tre brevi raccolte scritte e assemblate separatamente, ma tanto omogenee da «precipitare in unità». Di nuovo Giovenale si muove dentro l’ossimoro di una stabile interruzione, di un simultaneo avanti-indietro, di un luogo che non riesce a fare a meno di sottrarsi, di non esserci più – o meglio, di essere, come anticipa il titolo, «stretto»: «[...] Deve lasciare in poco tempo questo=quel / poco spazio. Il resto fondato sul resto».

Qui, come e più che nei testi precedenti, si vede come Giovenale si ponga, di fronte al mondo, in una posizione risolutamente sghemba e (apparentemente) di margine, appunto il resto che si fonda sul resto, dove lateralità e letteralità procedono di pari passo, per sussulti successivi: «Ma non ci saranno / i caffè (leggi: i locali) / sostituiti da stalli / per i morelli degli psicopatici / che però corrono, vincono, / diventano ricchi e / vi danno lavoro – a quelli come voi».

Voci e controvoci si susseguono in una ideale conversazione che attraversa i testi e nella quale ogni parola sembra restare per un attimo sospesa in aria, come la palla di un giocoliere, o un ologramma pronto a imprimersi nella pupilla. Del resto, proprio per Strettoie Massimiliano Manganelli ha scritto che, «più che dire qualcosa con le parole, Giovenale intende far parlare le parole stesse, esponendole come fossero cose».

Maria Teresa Carbone

Assistito da oggetti

si isola.

Gravures. Mascella

per incidere crani.

Schermo, tossicità o meno

dell’ocra. Grata-

écran

*

Rosaria Lo Russo, Controlli, Mille gru, 2016, 48 pp., € 16

Due sezioni, due attanti poetici storicizzati, il campione di tuffi Klaus Di Biasi e il poeta persiano del Trecento Hafez, le loro lamentazioni mai di furori astratti, portano il segno degli eventi della perfezione agonistica e di quella amorosa segnate da stati chimici speciali del corpo e del sentimento. Tradotti stilisticamente in un naturalismo sospeso e seriale, effetto del procedimento sperimentale della riscrittura accompagnata dalle intermittenze del video di Daniele Vergni. Dopo quarant’anni nei modi ora più fermi e articolati della memoria per l’atleta e in quelli dialoganti coi dettagli del corpo amato dell'anziano poeta, il dolore e la perdita indotti dal passo barbaro del tempo tendono a equilibri superiori, ai controlli, come dice il titolo, del linguaggio fino alle nenie misteriose che consolano.

Roberto Milana

[…] LA MIA VITA È STATA BELLISSIMA

Non si vive di ricordi però ricordare è bello

Dentro il cellulare ho messo le fotografie

Dei miei vecchi tuffi, eccole.

Ma non mi sono mai più tuffato

Ho provato

Ho capito che non era più possibile

Non sapevo più volare

Tramutare il mio rigido ossame in liquida essenza

E di questo mi vergognavo.

*

Gilda Policastro, Esercizi di vita pratica, Prufrock, 2017, 65 pp., € 12

Esercizi di vita pratica di Gilda Policastro, la cui fisionomia stilistica è ormai riconoscibile e riconosciuta nel fondale letterario attuale, entra nella compagine di finalisti della terza edizione del Premio Nazionale Elio Pagliarani a pieno titolo e con alcune originalità e maestrìe che consideriamo già paradigmatiche e per molti aspetti nel segno di «Pagliarani». Innanzitutto Esercizi di vita pratica è scrittura di identificazione e scompiglio, una fenomenologia della scrittura da ascolto, dove ogni voce fuori campo o di fondale è reperto arcaico sempre «in s-concerto». Ricercando le condizioni che hanno determinato l’origine della scrittura ricordiamo quello che Elio Pagliarani scrisse: «lo spirito umano ha più bisogno di piombo / che di ali». Un lavoro di collocazioni dunque, di spostamenti, pesi, frammenti che si discosta da ogni forma di manierismo ricercando e cogliendo i nessi della comunicazione distorta e piana del current reality intercettando ogni forma per conseguire il risultato periglioso e «alieno» di un’altra scrittura che da interferenza diviene riferimento. Il testo è stato quindi prescelto per questo contributo alla ricerca linguistica in primis, per aver congegnato ed elaborato un sistema complesso e già memorabile avvalendosi di tecniche e invenzioni, scarti, accostamenti e frizioni utlizzando i rumors, una «mood babele», pezzi del puzzle ossessivo e socializzante e intercettandoli ai fini del risultato per escogitare forme linguistiche inedite. Per queste e per altre motivazioni che avranno modo e contesto d’essere analizzate salutiamo Esercizi di vita pratica di Gilda Policastro come un risultato della lingua italiana nuovo e atteso nel panorama attuale. Scrive Donna Haraway, filosofa americana, caposcuola della teoria del cyborg, che donna e macchina appartengono alla realtà sociale quanto (o meglio come) alla finzione. Ogni scrittore dovrebbe essere un pò cyborg come in questa nuova pubblicazione di Gilda Policastro.

Lidia Riviello

Puzzle

Quando vai a trovare qualcuno malato

di solito passi davanti a un altro

malato nella stanza solo

nel letto sbagliato

Quando esci dalla stanza lo vedi

addormentato sul fianco uguale

al tuo malato soltanto

nel letto sbagliato

Te ne ricordi l’indomani

che sei passato dritto

non hai salutato

e nemmeno guardato

quell’altro

malato

uguale

solo

nel letto

sbagliato

*

Michele Zaffarano, Power Pose, Edizioni del verri, 2017, 170 pp., € 12

Poemetto che si declina in due diverse versioni, tipograficamente speculari e differenziate da lievi varianti morfo-lessicali, Power Pose di Michele Zaffarano mette in crisi – innanzi tutto –  le ridondanze dei linguaggi regolativi. Le «posture di potere» cui certa psicologia comportamentista vorrebbe indurci sono il pretesto per una manipolazione capace di registrare le falle della lingua globalizzata, che vive e langue nell’universo della traduzione automatica. Power Pose non si limita però a esibire il gelo di un’operazione concettuale, ma, forte di un corpo a corpo con il glitch (il frantume, diremmo) della parola, produce esiti di emozionante delirio, non solo demenziale. Siamo quasi di fronte a un epos dello scialo semiotico.

Paolo Giovannetti

A volte

quando chi parla

cerca di farmi

cambiare opinione

quando cerca

di manipolarmi

ricorro a una tecnica di difesa

è una tecnica

comunicativa efficace

nella difesa.

Tale tecnica comunicativa

consiste nel ripetere

più volte

il mio punto di vista

senza cambiare le parole

senza cambiare il tono

delle parole.

Tale tecnica comunicativa

di difesa

consiste nello scegliere

una frase breve

nell’usare tale frase breve

in maniera ossessiva

senza tenere conto

di quello che dice

chi mi sta parlando.

Tale tecnica di difesa

è una tecnica efficace

consiste nel pronunciare

ogni volta che è possibile

tale frase breve ossessiva

dopo che l’ho scelta

rivolgendomi

a chi mi sta parlando.

Quando uso tale tecnica

di difesa

devo solo preoccuparmi

di usare in maniera corretta

tale tecnica

devo solo stare attento

a controllare

le mie emozioni.

Quando uso tale tecnica

comunicativa

di difesa

è una tecnica efficace

per la difesa

devo solo preoccuparmi

di non lasciarmi coinvolgere

di non lasciarmi catturare

dalla rete delle parole

dell’altro.

Mi esercito sempre

a usare tale tecnica

comunicativa

di difesa

è una tecnica di difesa

efficace.

Mi esercito sempre

a resistere

mi esercito sempre

a dire la frase

dopo che l’ho scelta

in modo calmo

a dire tale frase

dopo che l’ho scelta

in modo rilassato.

Il linguaggio del corpo

non tradisce

nessuna emozione negativa

non mostro collera

non mostro indignazione

non guardo lo sguardo

di chi mi sta parlando

non guardo

chi mi sta parlando

non incoraggio il dialogo

non ho paura del silenzio.

Raccolte inedite

Gianluca Garrapa, Laddove dovresti cominciare a cadere

La scrittura poetica di Garrapa presenta un ritmo cardiaco della sintassi tra corpo delle cose e metafisica dell'ambiente testuale che le comprende. È un ritmo definito da una punteggiatura ossessiva, da figure dell'elencazione altrettanto coattive con unità linguistiche ora brevi ora di estesa fattura, prive spesso di temporalità nascosta dall’accumulo di sostantivi o resa gassosa dai verbi all’infinito, alla maniera di Pizzuto. Il mondo poetico di Garrapa risulta così pulsante e perentorio, si assume il rischio dell’esegesi morale della quotidianità provando a mettere le mani critiche sull'esistenza attraverso una dialogicità che pressa anche il lettore, perplesso ma mai indifferente.

Roberto Milana

laddove dovresti cominciare a cadere. depositarti sul vetro pulito. concederti al fiato del gatto che annusa. il terreno il tessuto il divano. la tenda sbiadita folgorata dal sole. non il corpo seduto o l’oggetto seduta. non il fiato né il polline di pioppo che nevica. prima però dal polline transiti. la polvere e il fiato. laddove tendi a essere cosa. laddove dovresti cominciare a svanire. restare e cadere.

*

Simone Marcelli, Archivio privato

Nell’Archivio privato di Simone Marcelli si stipa una cronaca di quotidiana, ordinaria inappartenenza, modulata su versi lunghi che orchestrano, con andatura ritmica sorvegliatissima, un resoconto di viaggio in bilico tra esattezza denotativa e flash di inesistenza, affidata a frammenti, microeventi, dettagli, di cui si smarrisce, per eccesso di parcellizzata certificazione, ogni nesso di causalità. Il «disguido» occupa per intero il poemetto: lo racconta una voce narrante intonata su un plurilinguismo divertito e straziato, estroverso sino alla danza sillabica e inibito sino all’afasia, per denunciare, tra le invenzioni lessicali e l’ironia corrosiva di chi si ostina a inseguire «l’accordo in nero con la vita», il persistere sottovuoto del nostro presente.

Niva Lorenzini

La pausa dura 5 minuti

Agli impiegati sono concessi punti pasto in numero di 5 (non in sala ma in saletta, si ricorda a pausa conclusa di spegnere le luci,

siate ammoniti)

NB: si raccomanda di mandare a mente la tabella delle equivalenze degli alimenti,

genericamente:

- 5 punti = un pasto completo, ma piccolo.

*

Irene Santori, Il libro dei liquidi

Costruzione per dissociazioni, a onta delle divisioni quotidiane, complice magari l’interruttore della luce e l’ironia. La fulminea impronta di un sentimento («correvo a prendere i tuoi occhi all’uscita dalla scuola»), al passo con le dilatazioni della memoria. Lo scoppio della tragedia, intemperanza di vulcano. Come ritrovare se stessi dopo un tentativo di svenimento. Il formarsi e deformarsi delle nuvole, continuo cinema o sogno. Sdoppiarsi attraverso un figlio. Le sorti dell’umanità in un graffito. L’immensa intimità di un corpo ferito nelle proprie mani, selvaggina e lontananze. Infine (o attorno a tutto ciò), nicchie di allegorie per la Morte e i suoi aiutanti. 

Così si lascia navigare, navigando a vista nell’anima del lettore, goccia a goccia, il fresco e nativo Libro dei liquidi di Irene Sartori.

Ennio Cavalli

Mio padre era paterno mia madre solo ramo e io m’arrampicai per veder chiaro s’è vero anche il contrario s’è vero che anche il ramo s’aggrappa al frutto come il frutto al ramo e caddi.

Mio padre m’era caro e caro era Isacaaron chiodo fisso e palo padre mio e io pancia, brodo e mastello, mia madre latomia io castello e scortesia. Lunga vita della ruggine a te chiodino, impianto espianto, rinascerai santino.

Mio padre era mio padre, mia madre era una madre ma io nemmeno, nemmeno quello e taglio il brodo col coltello.

Le epifanie vuote di Gilda Policastro

Romano Luperini

In Stephen Hero Joyce scrive che anche la scenetta più «trivial» (insignificante, banale) più diventare «irradiant», può irradiare un qualche significato epifanico. E riporta alcune battute di un dialogo ascoltato per caso che per lui diventano una incarnazione della paralisi irlandese.

In Inattuali (Transeuropa) anche Gilda Policastro avvia talora i propri testi riportando una frase insignificante in romanesco ascoltata ai tavolini di un bar o in coda a un supermarket o su un autobus, come accade all’inizio del volumetto, nel componimento n. 1, «La verità è che i quattro salti in padella / no so’ cattivi», oppure, più avanti, nel componimento n. 9, «Nun se dovrebbe lavora’ pe’ legge quanno fa freddo». Ma l’effetto radiante o epifanico? La risposta a questa domanda non è facile eppure mi sembra decisiva. A prima vista si direbbe che l’effetto è cancellato. Nel regno dell’insignificanza contemporanea niente può essere significante. L’epifania risulta impossibile. Non solo l’epifania lirico-simbolica ad alta luminosità di significanza che chiude A Portrait of the Artist as a Young Man (l’apparizione della fanciulla angelo e uccello), ma persino quella ben più prosastica, a bassa intensità di significanza, che incontriamo in Stephen Hero, appartenente a una categoria che poi Joyce avrebbe voluto raccogliere in un libro (uscito poi solo postumo col titolo, appunto, di Epiphanies). La lingua poetica di Policastro gioca infatti molte della sua carte sul terreno di una assoluta prosasticità linguistica e ritmica. Il ricorso alla contaminazione o ibridazione fra alto e basso, fra echi iperletterari e trivialità del dialetto fa sprofondare la pretese di senso del primo elemento nel magma insensato del secondo. Starsene «fra il poetico e il cafone» (componimento n. 11) sembra comportare questa logica conseguenza. La società ipermoderna fa della cialtronaggine il proprio emblema. E in essa «i nessi» si perdono («non li vedo, i nessi», componimento n. 3), la comunicazione è stentata e difficile, afasia e sordità la fanno da padrone. È il dominio dell’orizzontale. Le gerarchie si azzerano, i valori si annullano.

Ma allora perché quei rinvii a Leopardi e a Montale (proprio nei due testi già citati n. 1 e n. 9), e talora a un Montale passato attraverso l’ironia di Sanguineti (una sorta di doppia citazione, o di citazione al quadrato)? Servono solo a significare che fine fanno passando attraverso il tritatutto della insensatezza quotidiana? Il riferimento a un passato altro non comporta una prospettiva anche verticale? Quando nella confusione della cialtronaggine, nel chiasso ipermoderno che impedisce di ascoltarsi e di capire, qualcuno dice: «com’era bravo / il poeta / a farsi sentire / in mezzo a tutto quel chiasso): / “il poeta buono, l’unico è quello morto”», lo scontro fra la banalità azzerante del linguaggio nella battuta riportata in chiusura e il concetto (il contenuto di verità) che nondimeno essa veicola non sprigiona un bisogno di senso e di valore? E anche di storicità, di svincolamento dell’eterno presente del mondo odierno, di messa in prospettiva della operazione poetica che si va elaborando? D’altronde il bisogno di storicizzazione del presente qui è fortissimo. Da questo punto di vista l’insignificanza e lo squallore delle battute in romanesco non fanno che rafforzare il senso del nulla e del dominio della morte (e della confusione fra vita e morte) come caratteri specifici della contemporaneità.

Insomma il riferimento a Leopardi o a Montale non è un vezzo letterario. Come si dice nella nota di poetica posta alla fine di Inattuali, qui infatti c’è anche un confronto con «le forme più classiche e le modalità più canoniche» che va al di là di un citazionismo alla moda, di quel gioco saputo (il solito balletto sull’orlo del baratro, l’intrattenimento ludico, cinico-scettico) che è proprio di molta letteratura postmodernista. Il fatto stesso che l’autrice senta il bisogno di accompagnare il proprio testo poetico con una dichiarazione di poetica (quasi un manifesto) è oggi un fatto insolito, e rivela un bisogno di teoria, di superamento del «poetese» finto-spontaneo (per riprendere il termine di un poeta a lei caro) .

Verrebbe semmai da chiedersi perché questa esigenza di complessità e di verticalità, presente nei testi poetici, e così congeniale alla saggista e alla critica militante, non compaia anche nei romanzi di Gilda Policastro. E credo che qui giochi una componente culturale passata nella formazione dell’autrice, in cui la lezione di Sanguineti, poeta e intellettuale «organico» assai più che romanziere, è stata decisiva. In Inattuali Sanguineti è sì indubbiamente molto presente, ma in forme più sfatte, e in versi in cui il linguaggio e la metrica novecenteschi, ancora così fortemente attivi nel poeta della neoavanguardia, si diluiscono sin quasi a dissolversi. Sanguineti che scherza su Montale non avrebbe potuto far proprio l’eloquio banale (e proprio triviale) della quotidianità e, per esempio, scrivere «allo scrittore minacciato dagli ottanta / rode il culo» (componimento n. 9). Ma qui si dovrebbe tornare all’interrogativo iniziale, a chiedersi insomma quale sia lo spessore del tasso epifanico che oggi è possibile trovare in un testo di poesia. E il discorso inevitabilmente si sposterebbe al di là di Gilda e del suo coraggioso sperimentalismo poetico, per interrogare i confini dell’ipermoderno contemporaneo, le sue colonne d’Ercole di miseria, morte e cialtronaggine, su cui questo libro (è il suo inquietante realismo) getta una luce sinistra.

Gilda Policastro

Inattuali

«Nuova poetica» Transeuropa, 2016, 42 pp., € 8

Gilda Policastro, detriti di vita

tall
Francesca Woodman, Untitled

Angelo Guglielmi

Cella di Gilda Policastro (non ho letto i suoi precedenti romanzi) si legge fino in fondo, al contrario di altri romanzi italiani che abbandoni a metà, tanto ti annoiano e non nascondono la mediocrità. In più in Cella il linguaggio, non tanto dal punto di vista del lessico (in fondo ordinario) ma della struttura, appare ben governato, con il racconto che si sviluppa come nei sogni o nei dialoghi con te stesso, quando la coerenza viene abolita e il tempo non viene rispettato, e ieri accade prima di oggi e i «fatti» si alternano accatastando i più vicini ai più lontani. È un rullo di immagini disordinate, che mette al posto della coerenza rifiutata una misura che, quando c’è, trasforma quel disordine in più avveduta conoscenza. E ora andiamo a vedere cosa c’è, in quel rullo.

La protagonista del romanzo è una donna (nelle prime pagine) diciottenne, bella come una indossatrice(per fortuna con un po’ di carne in più), di famiglia molto povera, che a solo diciotto anni finisce (finta) segretaria-infermiera di un oscuro dentista (sporcaccione – non tiene le mani a posto) dove viene scoperta e portata via un dottore quarantenne di gran fama (nel piccolo paese dove la storia è ambientata), oltre che per il suo mestiere, per la sua prestanza e ingordigia (sentimentale) erotica. La ragazza (ancora innocente) viene trascinata in ingorghi sessuali (al limite della trasgressione) cui aderisce con interrogativo(nascosto) piacere. Dopo solo tre mesi (di furie erotiche) rimane incinta e quasi contemporaneamente viene abbandonata e affidata dal premuroso dottore all’assistenza di una brava infermiera. Ha inizio la tragedia dell’abbandono che è il nucleo centrale del romanzo. E l’abbandono si sa, almeno nel primo anno o nei primi anni, è «un andare e ritornare», qui di Giovanni (così si chiama il dottore), in genere di quegli uomini (non so quanto particolari) che hanno bisogno di una donna, purché sempre diversa, a garanzia della loro vitalità. Nasce Elena, e la mamma (non più diciottenne) scopre di provare nei riguardi della figlia una comprensibile estraneità che diventa sempre più marcata via via che Giovanni, pur soccorrendo ai bisogni della nuova famiglia, rende definitiva la sua assenza.

Questo è il quadro. Policastro ha piantato i suoi paletti: al centro l’abbandono, che coinvolge l’abbandonata (già diciottenne e gambe lunghe, innocente ma già preparata a pratiche di sesso avanzato e ora madre di Elena), Giovanni (il dottore sempre insoddisfatto che l’ha abbandonata e di cui si scopre che ha già una moglie e un figlio, Dario, sedicenne), Elena (la figlia non amata, capitata per caso, che risponde al fastidio della madre con sprezzo esteso con più forza al padre). Intorno a questi tre, anzi quattro piloni-personaggi si intreccia e si sviluppa una trama composita e inattesa che non stupisce ma allarma e tiene desti. Il rullo (più sopra citato) comincia a scorrere e a sorpresa macina di tutto: smarrimenti e strazi sentimentali, tenerezze e odi famigliari, doveri mancati, congiungimenti insospettati, irruzione deviante di un’elezione in Parlamento, terrorismo e complicità, ferite e un po’ di sangue, carcere, abitudini alla sofferenza, sfori e sfoghi sessuali fino e oltre la pornografia, incontri e intrecci che sfiorano vari gadi di incesto. Questo è il materiale che incatena il lettore e lo costringe a leggere fino alla fine.

Lo costringe o lo induce sul filo di una necessità? Policastro a nome dei suoi personaggi denuncia: l’assenza di una «vita vera» e al suo posto una masticazione che lascia detriti inevitabilmente non umani; la prepotenza del potere (non solo maschile) che soggioga e schiaccia; l’inesistenza della verità («...un libro più grande degli altri, con tutti i casi imbastiti per fregarti»); la «cella» (prigione) come soggiorno obbligato della vita. Basta per garantire una conoscenza più vispa del mondo, che è quello che si chiede a un romanzo? O sono parole stanche, già sentite? Rimane il dubbio che non abbia finito per trionfare nell’autrice la preoccupazione delle attese più facili del lettore che, si sa, non portano bene.

Gilda Policastro

Cella

Marsilio, 2015, 174 pp., € 17

alfadomenica dicembre #1

Capitalismo infinito - Valentini/Castellucci - Gilda Policastro - La fabbrica dell'uomo indebitato

SUL CAPITALISMO IN_FINITO DI ALDO BONOMI
Lapo Berti
Leggi>

CARTEGGIO VALENTINI/CASTELLUCCI A PARTIRE DA THE FOUR SEASONS RESTAURANT
Valentini-Castellucci
Leggi >

FILI
Gilda Policastro
Leggi >

MAURIZIO LAZZARATO, LA FABBRICA DELL'UOMO INDEBITATO
Un video di Francesco Forlani
Guarda il video >

*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Fili

Gilda Policastro

a chi parlano la gente ai telefoni      a chi dice, lei
sei come un domatore: prima la frusta e poi lo
                                           [zuccherino
a quali fili sono appesi quando si muovono nella danza
quelli che aspettano treni che volano aerei lontani
com’è inspiegabile i fili che tengono insieme   che ti
                                             [staccano
gli altri
certi, vivono di comunicati arrivi e partenze
                                         [e interferenze
ho fatto il numero per sapere come stavi,
ma ho messo giù perché se c’eri non lo davi a –
quelli che non ci sono telefonano di continuo
a tutte le ore hanno bisogno di dire
pensavo che non ce l’avresti fatta a sopravvivere
ti faccio le mie condoglianze
ti sei rifatto una vita, meno male
coi morti per essere buoni
bisogna essere duri        dentro
al telefono le pause sono mortali quando si parla
                                                [di noi
non dire niente agli altri, non capirebbero

Gilda Policastro
Non come vita
Aragno, «i domani» (2013), pp.98
€ 10,00

Masterpiece

Gilda Policastro

Il periodo è assai propizio, per parlare di romanzo, mentre si festeggia il cinquantenario del Gruppo 63 e si ripubblica, per i tipi de L’Orma, il da tempo introvabile dibattito sul Romanzo sperimentale.

Un libro che dimostra sostanzialmente due cose (in via, si spera, definitiva): innanzitutto che la neoavanguardia, lungi dall’essere una falange armata unita e compatta contro il nemico del “romanzo ben fatto”, era in realtà il luogo ideale di incontro per un gruppo di persone assai bene assortite, da Sanguineti a Eco, da Manganelli a Balestrini, che pubblicamente e scopertamente se le cantavano assai. In secondo luogo che se non esiste un modello precostituito di romanzo tradizionale, come ha dimostrato uno studio di un paio d’anni fa a firma di Guido Mazzoni, nemmeno esiste il suo controcanto sperimentale, anzi, meno ancora del primo, come modello precostituito e replicabile.

Tutti diversi, perciò, i romanzi sperimentali (evidenza che fa sospettare proprio a Sanguineti che dunque si trattasse di arrovellarsi, nell’occasione del ‘65, su todo y nada). E però è bene uscire qui dal testo e andare al contesto. Magari insieme a Berardinelli, fiero avversario dei nostri, il quale si accanisce a sostenere da decenni che il gruppo altro non fosse da un baluardo contro l’imperizia o l’alterno talento dei singoli neoavanguardisti, i quali in realtà, quegli odiosamati romanzi, non avrebbero mai e poi mai potuto scriverli, per congenita incapacità.

Prova ne sia che oggi, sempre a dire di Berardinelli, Capriccio italiano non lo legge più nessuno. Chissà se Berardinelli, l’altra sera, ha visto come me il reality di Raitre Masterpiece, il cosiddetto talent per scrittori. Cosiddetto perché mancavano all’appello tanto il primo quanto i secondi. Tralasciamo la regia alla X Factor, i primi piani tachicardici, la suspense di maniera, il coach, le situazioni ipertelevisive (ma di una televisione già decrepita, che non a caso ha visto registrare negli ultimi anni la crisi dei talent, l’ultimo di successo dei quali irreversibilmente trasmigrato sulla tivù satellitare). Tralasciamo.

Concentriamoci sulla giuria (De Cataldo, De Carlo, Taye Selasi), sulle motivazioni con cui si scartavano i candidati: la scrittura pareva ed era l’ultima delle preoccupazioni. Sono passati, difatti, aspiranti romanzieri che parlano, nei momenti più ispirati e meno rozzamente enfatici, di «omologazione vestiaria» (con De Cataldo che arriva a entusiasmarsi per questo che definisce «l’elemento di maggior interesse della tua pagina»), di «cuore pulsante», di «graffio dell’anima». La paratassi (sapessero cos’è), tabe della narrativa recente, è proprio il male minore, a sentirli leggere.

Va bene (cioè va male, va malissimo, visto che quello vogliono, o li incoraggiano a fare, nella vita: «il mio sogno da sempre», «gli amici credono in me»): non sanno scrivere. Ce n’est pas grave: anche Maria De Filippi prende spesso gente che non sa cantare o ballare veramente, ma attorno a cui costruire un personaggio. Qui però c’è un’aggravante, perché quello che cercano i giudici è “la storia vera”, cioè il caso umano: «Marta, la tua scrittura non ci interessa, ma sei anoressica, anch’io lo ero». E giù lacrime che manco Sandra Milo (personaggio del trash televisivo realista o pseudotale di recente riesumato dal perturbante Discorso Giallo dei Fanny e Alexander).

«E tu, Lilith, hai un nome da donna». «E però so’ uomo». «Bene ti prendiamo». «E tu, scappato di casa? Bene, passi. E passi anche tu, che sei vergine a trent’anni, e pure ateo». Poi li conducono in un centro accoglienza e in una balera a fare un’”esperienza” su cui di lì a poco dovranno confrontarsi a colpi di pensierini. Gli stessi pensierini che in un rigurgito più che di severità selettiva di puro sadismo del mezzo i giudici finiranno per stracciare, scoprendo solo in quel momento di aver a che fare con persone del tutto prive di sguardo e di penna. E nemmeno allora li buttano fuori, no: ne scelgono invece tutti convinti uno, ed è quello del «graffio dell’anima» (ovvero lo scappato di casa) il primo finalista del talent per scrittori.

Poi seguono, sotto i titoli di coda, i consigli degli scrittori già arrivati (da Muratori a Brizzi, tralasciando La Capria, che pare un marziano), e il quadro di povertà lessicale e ideale è ancora più desolante che per gli esordienti. Manca solo il televoto, ma confidiamo che arriverà, dopo la punizione dello share. Il consiglio ai presunti talenti, a questo punto, è di lasciar perdere lo zio Berardinelli e ascoltare la cugina (o sorella, o quel che vi pare): date retta, leggetevelo, Capriccio italiano. Basteranno due o tre pagine a capire che è giunto il momento, nella vita, di mettervi (o di continuare) sanamente e serenamente a fare altro.

Vita in sottrazione

Gilda Policastro

C’è un posto di vacanza che sa di dismissione. Chi lo abitava non c’è, non c’è in verità nessuno. È un posto di vacanza visitato d’inverno, da un uomo solo, che non ha nome, un bagaglio leggero con sé. Non è un giallo (sebbene l’attacco sia quasi thrilling), non è un romanzo d’azione, è anzi l’antiracconto di come lo sguardo della memoria si ri-posa sulla vita di everyman esaltandone la dimensione privata, personale: quella che si coglie solo nel di poi, a distanza di molti anni, e che nel suo svolgersi effettivo sbiadiva invece nella monotonia di una serata in famiglia, le chiacchiere sui vicini, la vicinanza forzata dalla coabitazione. A differenza che nel Congedo di Caproni, dove quell’«inventare facile, nel dire agli altri» promanava da una prossimità coatta, in Giorgio Falco è l’introspezione (descrittiva: tutt’altro che facile) a dominare sull’invenzione: non accade quasi nulla, e il suo narratore non è compartecipe, non è commosso, non flirta coi ricordi, così come ai luoghi non tributa alcuna enfasi. È l’asciuttezza dello sguardo, la precisione, l’assenza di sfumature, di sbavature, l’esattezza, la sua cifra. Non una parola in eccesso, non una concessione alla retorica, al cliché, all’effusione. Quasi siano le cose a guardarci e non il contrario, come confermato dalla postilla di Sabrina Ragucci a fine testo: un testo autonomo, invero, come autonome sono le immagini che difatti andranno a esporsi in una mostra a Riccione (presso Villa Mussolini, residenza estiva del Duce – condominio, dunque, a suo modo – che dall’8 novembre all’8 dicembre si trasformerà in un padiglione di arti performative), dunque ad ambientarsi nei luoghi condominiali rovesciando il primato della scrittura e aprendo a una possibilità di attraversamento del testo non solo in un senso tradizionalmente diacronico.

051Condominio_Oltremare_gennaio_2013 (500x496)

Non si tratta qui di ékfrasis, né di didascalie (del testo all’immagine, o viceversa), ma di una storia articolata in testo e immagini perfettamente compatibili per essenzialità dello sguardo, allo stesso modo in cui le cose (le case, e di esse gli angoli, i particolari zoomati o in fading) non fungono da mero sfondo o rimpallo delle nostre vite ma consistono in una loro maniera appartata e vigile, com’è ormai acquisito e perfino obbligatorio in certa poesia contemporanea (dal redivivo Ponge a Gherardo Bortolotti).

Tutti abbiamo una casa delle vacanze in cui abbiamo transitato da bambini. È un’esperienza che sarà sempre meno comune alle generazioni che crescono in questi decenni: niente più stabilità, nessun radicamento possibile, meno che mai d’estate: i luoghi ameni sono quelli dei viaggi brevi e low cost. E invece duravano mesi, quelle vacanze di noi bambini anni Settanta-Ottanta, erano un’altra vita normale, solo spostata: dalla finestra per qualche tempo non si vedeva Milano o il paese d’inverno, ma il mare. Questo primo spostamento è il motore del libro: lo sguardo di Ragucci sulle impronte nella sabbia cronologicamente dovrebbe precedere l’uomo che a sua volta, dalla spiaggia, guarda il paesaggio (presumibilmente lasciandovi tracce) e invece compaiono dopo, nella foto a venire. Le tracce, senza più la figura. Così è la memoria: un nastro assorbente, da quella prospettiva à rebours in cui le cose (e le persone) ci possono ancora parere vive, cioè stanche, nervose, sfatte, e viceversa quando lo erano, vive e (più o meno) integre, si trattava di un darsi discreto e impercettibile: rapido, dimenticabile.

053Condominio_Oltremare_gennaio_2013 (500x493)

Sembrerebbe un’antiepica del tempo ritrovato, ma perché Falco e Ragucci ci portano qui? Nella Romagna della speculazione, delle villette di Sindona, delle vacanze milanesi di famiglie i cui eredi hanno case di cui disfarsi (non vale più l’ammonizione paterna di conservarsi il mattone). Dobbiamo per caso indignarci, scagliarci contro il cemento che deturpa la bellezza e magari contro il dissesto idrogeologico? Dobbiamo solidarizzare con la generazione precaria che non gode più di certezze materiali e che può solo mangiarsi il patrimonio di famiglia? Anche se i dati ci sono tutti e combaciano con quelli di uno scenario socioantropologico abusato, a muoversi nel Condominio è un io fantasma che ripercorre luoghi deserti o abitati da revenant: non a caso tra i pochi eventi ci sono il ricordo (di nuovo thrilling) dell’invasione dei pesci spiaggiati o della strage di Bologna (senza gerarchia tra i due accadimenti, e anzi con un maggior pathos per il primo, ove mai ve ne possa essere, qui, di pathos convenzionalmente adibito), la tentata visita alla necropoli etrusca e il motociclista finto che si schianta nel finale.

Morti, passato, memorie: sembra di transitare per il ponte su cui il «senza volto» chiede all’io sereniano se la sua scelta ideologica si sia compiuta. Quella di Falco sì; ed è l’io in sottrazione, che non vuole sparire (meno che mai in via definitiva, dandosi una morte che prolungherebbe il nulla in maniera «spaventosa»), ma sperimentare una forma di vita in cui le azioni le parole e i contatti siano minimi: il gesto di tendere i soldi alla cassiera, la richiesta fugace di un’informazione a un ciclista. A questo si riduce il consorzio umano, e non in un contesto di emergenza apocalittica come nel postumano (tipo La strada di McCarthy) ma in un’etica della rastremazione, che vale per i rapporti come per le parole (e le immagini). E anche le sentenze gnomiche, quelle che ci annotiamo, dai libri, per ripeterle in conversazione, sono centellinate: tre o quattro. Poco da consegnare a Wikiquote, molto alla letteratura.

Dall’8 novembre all’8 dicembre saranno esposte a Villa Mussolini, a Riccione, trenta delle immagini di Sabrina Ragucci che, già incluse nella sezione Monditalia della Biennale Architettura, fanno ora parte integrante di Condominio Oltremare, il nuovo libro pubblicato insieme a Giorgio Falco (una cui prima porzione venne presentata sul primo numero di alfalibri, nel maggio 2011). La mostra si tiene nell’ambito della ventiduesima edizione del Riccione TTV Festival: emanazione multimediale di Riccione Teatro che dal 6 al 10 novembre è dedicata a Performing arts on screen, con ospiti d’onore Mario Martone e Peter Greenaway, i cui ultimi film verranno presentati al Cinepalace. Lo spazio di Villa Mussolini (a partire dal 1934 residenza estiva di Rachele Mussolini, e ora spazio di documentazione sull’attività turistica della Riviera romagnola), ribattezzato per l’occasione Padiglione TTV, viene invece coinvolto per la prima volta nelle attività del festival. Oltre a ospitare la mostra di Ragucci, vi verrà proiettato Ricordi per i moderni di Yuri Ancarani (del quale si ricorda l’impressionante Da Vinci, esposto alla Biennale Arte dell’anno scorso), che sabato 8 novembre parteciperà a una discussione insieme a Falco, Ragucci e ad Andrea Cortellessa; a seguire, alle 21, nello stesso spazio andrà in scena una mise en espace della Gemella H, il precedente romanzo di Falco, realizzata da Carla Chiarelli. Qui il programma completo della manifestazione.

Giorgio Falco - Sabrina Ragucci
Condominio Oltremare
fuoriformato L’orma, 2014, 166 pp.
€ 19.00