Al CNR la storia è una scienza? Una risposta all’intervento di Gilberto Corbellini

Recensendo un volume dell’epistemologo statunitense Alex Rosenberg, in un articolo dal titolo Questa storia è davvero molto falsa apparso sul supplemento domenicale del “Sole - 24 ore” il 12 maggio scorso, il professor Gilberto Corbellini ne ha preso spunto per asserire, in polemica con un recente appello in difesa dell’insegnamento della storia, l’assenza di scientificità e di utilità sociale della disciplina stessa. Per sostenere tale tesi ha offerto una descrizione caricaturale del lavoro degli storici, cui attribuisce il tentativo di «entrare» nella «testa» dei personaggi e la pretesa di «sapere perché Giulio Cesare piuttosto che Carlo Magno presero una determinata decisione». Fa quindi dipendere in generale gli studi storici (e con essi anche il diritto, e implicitamente la filosofia e le scienze umane in genere) dalle «narrazioni» e dalla «ricerca delle motivazioni di un comportamento», e li destituisce così di credibilità fino a definirli «falsi». Questa presa di posizione ignora totalmente la rilevanza che la questione della prova, la critica delle narrazioni e delle testimonianze, la distinzione fra storia e memoria hanno avuto e hanno nella riflessione storiografica. Fin dai tempi di Lorenzo Valla gli storici sono impegnati a mettere a punto quegli «approcci controllabili» che Corbellini li accusa di ignorare, e gli ultimi decenni li hanno visti partecipi di una significativa riflessione epistemologica, in sintonia con le altre scienze sociali, tesa a superare rigide dicotomie metodologiche quali, ad esempio, quantitativo/qualitativo o struttura/soggettività. E d’altro canto ipotizzare, come si propone nell’articolo, l’opportunità di dimenticare eventi estremi quali i genocidi sminuisce il significato dell’elaborazione e dell’interpretazione, spesso conflittuale, della memoria per la costruzione dei valori della nostra cultura.

Come studiosi e studiose di discipline storiche e umanistiche del Dipartimento di scienze umane e sociali, patrimonio culturale del CNR intendiamo esprimere la nostra preoccupazione per queste affermazioni. Si tratta dichiaratamente di una «provocazione» e come tale, se provenisse semplicemente da un autorevole studioso, ci si potrebbe limitare a trarne spunti di riflessione o a lasciarla cadere. Il professor Corbellini, tuttavia, non è un qualsiasi storico della medicina che si rivolge alla propria comunità scientifica e all’opinione pubblica, ma ha la responsabilità di dirigere il nostro Dipartimento, al cui interno operano decine di storici, storici della filosofia, giuristi e altri ricercatori nel campo delle scienze umane e sociali. Le sue parole, che implicano una delegittimazione pubblica del lavoro degli storici e non solo, investono quindi in pieno il senso della presenza stessa delle nostre discipline all’interno del maggiore ente di ricerca italiano.

Se oggi in Italia i saperi storici e umanistici appaiono quanto mai marginalizzati, un intervento come questo, tanto più per il ruolo istituzionale di elevata responsabilità del suo autore, sembra essere più il sintomo di un profondo problema culturale e scientifico che non un contributo al suo superamento. Esso offre quindi l’occasione per sollecitare ai vertici del CNR un pronunciamento in merito al ruolo e alle prospettive delle discipline umanistiche all’interno dell’ente e per aprire in proposito un dibattito all’interno della comunità scientifica e della società.

David Armando (ISPF-CNR)

Grazia Biorci (IRCRES-CNR)

Olga Capirci (ISTC-CNR)

Geri Cerchiai (ISPF-CNR)

Gemma Colesanti (ISEM-CNR)

Gabriella Corona (ISSM-CNR)

Roberto Evangelista (ISPF-CNR)

Amedeo Feniello (ISEM-CNR)

Ida Maria Fusco (ISSM-CNR)

Stefano Gallo (ISSM-CNR)

Patrizia Grifoni (IRPPS-CNR)

Paolo Landri (IRPPS-CNR)

Maurizio Lupo (ISSM-CNR)

Daniela Luzi (IRPPS-CNR)

Fabio Marcelli (ISGI-CNR)

Armando Mascolo (ISPF-CNR)

Marina Montacutelli (ISSM-CNR)

Michele Nani (ISSM-CNR)

Anna Maria Oliva (ISEM-CNR)

Walter Palmieri (ISSM-CNR)

Claudia Pennacchiotti (IRPPS-CNR)

Leonardo Pica Ciamarra (ISPF-CNR)

Mariarosaria Rescigno (ISSM-CNR)

Giovanni Rota (ISPF-CNR)

Alessia Scognamiglio (ISPF-CNR)

Luisa Simonutti (ISPF-CNR)

Luisa Spagnoli (ISEM-CNR)

Alessandro Stile (ISPF-CNR)

Antonio Tintori (IRPPS-CNR)

Pina Totaro (ILIESI-CNR)

Mattia Vitiello (IRPPS-CNR)

Per chi desiderasse mettersi in contatto con gli autori della lettera, l'email di riferimento è storiascienza.cnr@libero.it

Speciale: I non umani

muccaribelleLa resistenza viene prima. Gli animali di Michael Hardt

Marco Reggio

La questione animale è stata a lungo ignorata o liquidata con sufficienza dai movimenti e dal pensiero critico. Esclusa a vario titolo dall’ambito del politico, ha scontato la sua giovane età, le molte ingenuità con cui si è presentata nel discorso pubblico e, soprattutto, il suo carattere sfuggente. Questo oscuro oggetto (di quale desiderio, poi?) ha infatti preso le forme, via via, di un’istanza morale contro la violenza sui non umani, di una denuncia del sistema di sfruttamento materiale di miliardi di corpi nei mattatoi o negli allevamenti, di una critica al pregiudizio di specie, di una ricerca di nuove forme di relazione fra umani e animali, di un contributo (scomodo) alla critica anticapitalista, all’analisi della bio-tanato-politica o allo smantellamento dei binarismi gerarchizzanti. Il marxismo, in particolare, ha storicamente mostrato ben poca simpatia per chi parlava di quei soggetti che, peraltro, hanno contribuito massicciamente, con i propri corpi, il proprio lavoro e le proprie funzioni riproduttive, alla nascita del capitalismo – un fatto, questo, tradito dalla stessa etimologia della parola (da caput, capo di bestiame). Sembra tuttavia che qualcosa sia cambiato, ed oggi anche la critica di derivazione marxista non può ignorare lo sfruttamento animale e le relative lotte di liberazione.

Quello che può emergere da tale incontro fra antispecismo e marxismo (o, meglio, fra alcuni antispecismi e alcuni marxismi) è il tema di un libro a sei mani uscito in questi giorni per i tipi di Mimesis. Massimo Filippi, Michael Hardt e Marco Maurizi, autori di Altre specie di politica, si interrogano, in fondo, proprio su una serie di questioni che iniziano finalmente ad essere intelligibili: in che modo affiora la soggettività animale quando la critica dell’esistente attinge alle categorie marxiane, foucaultiane e deleuziane, come nel caso dell’opera di Michael Hardt e Antonio Negri? A quali condizioni è possibile parlare dei non umani facendo politica? E quali prospettive si aprono, di rimando, nei Critical Animal Studies e nei movimenti antispecisti?

Il libro ruota intorno all’intervista di Filippi a Hardt, un’interpellazione il cui senso viene evocato dallo stesso Filippi nel suo contributo introduttivo, laddove si rintracciano le presenze animali nei lavori di Hardt e Negri, dalla talpa marxiana ai serpenti di Impero, fino ai millepiedi di Comune. Presenze (apparentemente) metaforiche che suggeriscono come alcuni concetti portanti siano impensabili senza il riferimento all’alterità non umana, e senza una solida postura consapevolmente anti-umanista. Come nota Maurizi nel suo saggio conclusivo, infatti, «ciò che oggi ci troviamo a fronteggiare come potenza pervasiva del capitale […] non è qualcosa di “umano” e non va dunque né pensato, né giudicato, né superato attraverso il ricorso a categorie che fanno dell’umano il proprio centro». Alcune delle implicazioni più significative per un pensiero antispecista maturo erano del resto già prefigurate in Impero: Spinoza «rifiutava di attribuire alla natura umana una legge diversa dalle leggi che riguardano la totalità della natura. Ai giorni nostri, Donna Haraway porta avanti il progetto di Spinoza nel momento in cui insiste sulla necessità di abbattere le barriere che abbiamo eretto tra l’umano, l’animale e la macchina. Se intendiamo separare l’uomo dalla natura, l’uomo non esiste».

La metafora, diffusa forma di utilizzo simbolico di un soggetto che, mentre lo nomina contribuisce ad invisibilizzarlo e reificarlo, a farne cioè un referente assentei, cede qui il posto agli animali come «aiutanti», come dice Filippi. Se l’affiorare di talpe, serpenti e millepiedi è l’affiorare di un sintomo, si tratta di un sintomo che «è giunto […] al suo punto di massima incandescenza», non più «qualcosa da addomesticare ma piuttosto un varco, una frattura, una singolarità spazio-temporale che dischiude nuove possibilità, forme altre di potenza». Diventa per esempio lecito chiedersi, in modo molto esplicito: «dove comincia e dove finisce la moltitudine? La moltitudine è sinonimo di umano o è qualcosa che la eccede?».

Nell’intervista, è proprio questa eccedenza a trovare una formulazione consapevole, questa volta da parte di Hardt, con riferimento alle figure di Spinoza e di Francesco d’Assisi. Ma è anche qui che, accanto alla ritrovata dignità dei movimenti per i diritti o per la liberazione animale, emergono una serie di domande le cui risposte non potranno che essere frutto di una nuova stagione di lotte e di studi. A partire dall’impossibilità di usare le categorie politiche costruite in ambito esclusivamente umano per far fronte alle sfide tu dai soggetti animali. Tali categorie dovranno essere ripensate: il problema, per esempio, non sarà solo quello di allargare l’idea di moltitudine agli individui di altre specie, ma di chiedersi come diventa la moltitudine quando è “più che umana”. Per usare le parole dello stesso Hardt, dovremmo «valutare se i principi dell’azione politica sviluppati sulla base delle differenze tra umani siano in grado di operare nell’ambito della politica delle differenze tra umani e non umani. O forse […] dovremmo domandarci se non siano gli stessi principi politici che vadano ripensati». Ed è anche possibile che la tenuta di alcune di queste categorie debba essere verificata: il comune, il lavoro immateriale, la resistenza. Su quest’ultimo punto, Hardt coglie acutamente come la resistenza, che ha caratterizzato tanto l’approccio foucaultiano al potere quanto la svolta operaista, sia in grado di scompaginare le narrazioni e le prassi antispeciste.

Gli animali si ribellano, individualmente e in gruppi, quotidianamente; disobbediscono, boicottano apparecchi, procedure e compiti assegnati; esprimono dissenso, chiedono aiuto, muovono alla solidarietà; negoziano le condizioni del proprio sfruttamento; costringono le tecniche articolano la presa sui loro corpi a contrattaccare, ad affinarsi; aggrediscono i domatori nei circhi, oppongono i propri corpi alla violenza del mattatoio, evadono dai recinti. Tutto ciò non sfugge, da qualche anno a questa parte, agli/lle attivist* per la liberazione animale. Si diffonde un certo disagio, infatti, per il tradizionale paternalismo animalista che parla di vittime inermi, soggetti passivi, che proclama l’eroico altruismo di chi leva “la voce dei senza voce”. In Italia, la documentazione della resistenza animale è la modalità principale in cui si esprime il desiderio di una svoltaii: mostrare le ribellioni – generalmente sottaciute, ignorate, minimizzate o riportate in modo aneddotico e folkloristico dai media – per cambiare la postura del soggetto umano, non più benefattore che elargisce compassione o diritti dall’alto, ma soggetto solidale che si pone al fianco dei soggetti in lotta. Negli U.S.A., alcune campagne sono nate da lotte condotte da animali prigionieri; il tema è stato oggetto di pubblicazioni con una buona diffusioneiii, ed è al centro di un dibattito piuttosto articolato fra studiosi della questione animaleiv.

Hardt coglie in pieno il portato di questa svolta («sì all’articolazione delle diverse lotte per la liberazione e sì alla lotta a fianco degli altri, ma no a ogni rivendicazione che pretende di lottare a nome di altri o per gli altri») e suggerisce l’utilizzo di strumenti ancora inesplorati nello studio dell’agency non umana. Come mostra Maurizi, infatti, i principali contributi dell’operaismo italiano sono perfettamente in sintonia con l’esigenza di restituire centralità alla resistenza animale. «Uno degli aspetti centrali che il pensiero operaista ha lasciato in eredità alle riflessioni di Hardt e Negri è l’inversione del rapporto fra dominante e dominato come è classicamente formulato nella teoria di Marx […]. Negli anni ’60 l’operaismo ha teorizzato il ruolo essenzialmente attivo della classe operaia nella costruzione del rapporto capitalistico. È l’antagonismo di classe, che vede i lavoratori sfruttati come soggetto dinamico e creativo, a precedere storicamente e logicamente; dunque a produrre i movimenti reattivi, trasformativi e progressivi del capitale». Nelle parole degli stessi Hardt e Negri (Impero): «È il proletariato che inventa le forme produttive e sociali che il capitale sarà costretto ad adottare in futuro».

Un cambio di paradigma, dunque. Nel campo dei Critical Animal Studies italiani si tratta di una visione finora proposta attraverso il prisma foucaultiano, con risultati peraltro molto promettenti, come nel caso dello studio della zootecnia moderna intrapreso da Benedetta Piazzesi che muove proprio dall’idea che le tecnologie di controllo e messa a valore dei corpi animali costituiscano una risposta incessante alla loro capacità di eccedere i dispositivi di irreggimentazionev. Ad ogni modo, che lo si veda dal punto di vista operaista o da quello di matrice foucaultiana, tale approccio apre forse più interrogativi di quanti ne “risolva”vi. Come è possibile – chiede Hardt – prendere parola per dei soggetti a noi in fondo opachi? D’altra parte, è lecito domandarsi, con Slavoj Žižek (citato da Filippi nel suo saggio), se la regola aurea di non parlare per altri non possa ridursi a un pretesto per esercitare un cinismo insopportabile nei confronti di diversi soggetti impossibilitati a organizzare la propria difesa in un contesto sfavorevole, come gli ebrei nei campi di concentramento, i malati mentali, i bambini e, appunto, gli animali. Hardt suggerisce, proponendo una lettura inedita delle lotte per la liberazione animale, che la condizione degli/lle antispecist* sia analoga a quella degli israeliani solidali con la popolazione palestinese, per i quali unirsi alla lotta palestinese significa prima di tutto rivendicare il «diritto a non essere un persecutore».

Altre aporie emergono ad ogni passo in questo territorio inesplorato. Come conciliare la necessità, espressa da Hardt, di sviluppare relazioni fra umani e non umani, se non siamo neppure in grado di comprendere che cosa desidera davvero un animalevii? E, se è giunto in effetti il momento di chiederci, con Filippi, «se gli animali non possano rientrare a pieno titolo nella composizione del “nuovo” proletariato», a che condizione potranno esserne parte, dal momento che questo soggetto è concettualizzato proprio a partire dalla messa a valore delle componenti affettive e immateriali della vita? Andrà rivista radicalmente la narrazione di un impero fondato sul general intellect e sull’uscita di scena del potere sovrano, o dovremo piuttosto avviare una riflessione, in primis come antispecisti, su come si esercita il potere pastorale negli allevamenti o su come si mettano in circolo le capacità relazionali dei non umani (si pensi ai pet, gli animali “d’affezione”)? O, ancora: come cambia la nozione stessa di “resistenza” quando la si riconosce in soggetti che la agiscono senza un’intenzionalità e una consapevolezza politica simili all’intenzionalità e alla consapevolezza che siamo abituati a riconoscere in noi stess*? Che sorta di agency è quella dei folli, dei bambini e delle bambine, degli animali in gabbia?

Non si tratta, evidentemente, di domande semplici. Ma, forse, intrapresa questa strada sarebbe ancora più difficile (e triste) tornare sui propri passi come se nulla fosse accaduto.

i Il concetto di referente assente è stato sviluppato dalla filosofa ecofemminista Carol J. Adams (cfr. in particolare The Sexual Politics of Meat. A Feminist-Vegetarian Critical Theory, Continuum 1990, trad. it. parziale in Liberazioni, n. 1, 2010).

ii Si veda il blog del progetto Resistenza Animale, http://resistenzanimale.noblogs.org. Analoghi progetti stanno sorgendo in altri paesi europei come Francia e Spagna.

iii Cfr., in particolare, Jason Hribal, Fear of the Animal Planet. The Hidden History of Animal Resistance, AK Press, 2010. Dello stesso autore è reperibile in italiano Animals, Agency, and Class: Writing the History of Animals from Below, in Liberazioni, n. 18, 2014.

iv Un’eccellente panoramica di tale dibattito è contenuta in Sarat Colling, Animals without Borders. Farmed Animal Resistance in New York, in corso di pubblicazione in Italia. Il testo propone lo studio di una serie di casi di ribellione e interpreta la resistenza animale in un’ottica femminista postcoloniale.

v B. Piazzesi, Così perfetti e utili. Genealogia dello sfruttamento animale, Mimesis 2015. Si veda anche Stefania Cappellini e Marco Reggio, Quando i maiali fanno la rivoluzione. Proposte per un movimento antispecista non paternalista, in Liberazioni, n. 16, 2014. Altri autori hanno suggerito, indipendentemente da Maurizi, un nesso fra la svolta operaista e quella della resistenza animale. Cfr. Dinesh Wadiwel, Do Fish Resist?, trad. it. in Liberazioni, n. 26, 2016; e Fahim Amir, Zooperaismus: “Über den Tod hinaus leisteten die Schweine Widerstand…”, 2013.

vi Il che non è necessariamente un male, se seguiamo lo stesso Negri (cfr. Danilo Zolo e Antonio Negri, L’impero e la moltitudine. Un dialogo sul nuovo ordine della globalizzazione, in Reset, ottobre 2002).

vii Mi pare, in ogni caso, che la tendenza di Hardt a sottolineare una radicale inconoscibilità del soggetto non umano sia eccessiva. Le relazioni fra individui di specie diverse, dopotutto, esistono già, e si fondano su processi di comprensione inevitabilmente approssimativi e parziali, ma cionondimeno capaci di produrre relazioni e soggettività che oggi definiamo post-umane. Lo stesso problema della comunicazione politica può essere affrontato senza timori pregiudiziali, come mostra per esempio Eva Meijer (Political Communication with Animals, trad. it. in Liberazioni, n. 16, 2014).

Massimo Filippi, Michael Hardt, Marco Maurizi

Altre specie di politica

Mimesis 2016

pp. 66, euro 4,90

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caviaCome stanno i nostri animali?

Luca Romano

Gli animali sono, ad oggi, uno degli argomenti di conversazione principale in molte occasioni: dalle cure degli animali domestici, alle cene dove si confrontano (e spesso si scontrano) onnivori, vegetariani e vegani, ai cosmetici realizzati senza test sugli animali, frequentemente ci capita di parlarne. Cosa è successo negli ultimi anni che ha riportato gli animali nuovamente al centro dei nostri discorsi? E soprattutto: abbiamo una reale cognizione di quello che accade o preferiamo non saperlo?

Nel 1975 il filosofo Peter Singer scrisse Liberazione animale (ilSaggiatore 2010), un libro che ancora oggi è un punto di confronto per chi si vuole interessare al rapporto tra animali e uomini, o come scriverebbe Singer tra animali umani e animali non umani. Ed è a partire da questo tipo di lessico che il filosofo americano ha elaborato le teorie non speciste per le quali è ingiusto moralmente porre su piani differenti esseri viventi in base alla specie, appunto. La domanda dalla quale si deve partire è: possono soffrire? Ed è questa questione che effettivamente apre la strada al rapporto tra animali umani e non umani di questi ultimi anni, nei quali i movimenti vegetariani e vegani hanno conquistato ampie fette di mercato, non solo ideologico, ma anche economico, diventando ad esempio in Italia circa l’8% della popolazione. Il tema della sofferenza animale ha visto da sempre molti filosofi e scrittori interessati nella difesa degli animali, non solo dalla loro trasformazione in cibo, ma anche dalla sperimentazione scientifica e medica in particolare. Cosa ci muove verso una empatia tale dal voler lottare per conto di esseri viventi che non hanno la parola e che non possono esprimere chiaramente il loro punto di vista? Peter Singer nella prefazione del 1975 racconta di quando fu invitato da una signora per discutere del libro in lavorazione sugli animali: la signora si disse stupita del fatto che Singer non avesse animali in casa, così come Singer fu sorpreso del fatto che la signora, pur avendo animali domestici ai quali si riteneva affezionata, raccontasse della sua passione mangiando un sandwich al prosciutto.

In Italia il mercato dei pets è di circa 1 miliardo e 813.000 euro, utilizzati per 60,5 milioni di animali ed è in costante crescita. L’affezione nei confronti degli animali è riuscita a smuovere le coscienze e a modificare radicalmente le abitudini alimentari di una parte congrua di persone non solo in Italia, ma in tutto il mondo occidentale. In paesi come l’india, ad esempio, la tradizione vegetariana è più antica e legata ad altri aspetti culturali attestandosi su cifre decisamente più alte rispetto a quelle europee. In ogni caso l’attenzione mediatica dopo essersi concentrata negli ultimi anni sull’alimentazione, si sta spostando anche sulla sperimentazione scientifica. È recente la pubblicazione del volume Cavie? scritto a quattro mani da Gilberto Corbellini, professore di storia della medicina e Bioetica alla Sapenza di Roma e Chiara Lalli, bioeticista e giornalista, famosa per i suoi testi sui diritti delle donne, sull’aborto e sui diritti civili.

È sulla sperimentazione animale che bisogna interrogarsi per aprire lo scenario a ulteriori domande sull’argomento, perché oltre al grande quantitativo di dati e ricerche citate dai due autori c’è un ampio substrato che si fonda sulla filosofia che ha dato vita ai movimenti animalisti, e nonostante l’argomento venga trattato alla fine del volume, vede il confronto fondamentale con autori come Singer e Tom Regan e altri, sin dalle prime pagine.

La tesi sulla quale verte il volume è principalmente una: la maggior parte delle scoperte mediche è dovuta alla sperimentazione animale, immaginare un mondo senza la sperimentazione riporterebbe lo stato di salute generale indietro di diverse decine di anni, non solo per gli umani, ma per gli animali stessi che hanno usufruito delle ricerche e delle cure. In più l’utilizzo di animali nella ricerca è in calo rispetto al passato, tanto che per ora non è possibile immaginare un futuro senza il loro uso nei laboratori, ma una buona parte della ricerca scientifica procede in quella direzione. A questo si potrebbe aggiungere anche che a livello europeo sono state promulgate molte leggi per la tutela dei diritti, così che si è arrivato a comprendere che un buono stato di salute degli animali, all’interno dei laboratori, è fondamentale non solo per gli animali stessi, quanto per la buona riuscita degli esperimenti. Stato ottimale di salute che raramente è riscontrabile negli animali presenti negli allevamenti intensivi.

Da questo punto di vista l’argomentazione è rigorosa, si potrebbe dire scientifica essa stessa, è difficile confutare i dati riportati dai due autori, oltre al fatto che è messa in risalto da subito la differenza di piani tra la ricerca scientifica e la reazione non razionale delle associazioni animaliste.

Infatti ciò su cui si costruisce la tesi del libro è smontare alcuni dogmi che sono primariamente morali, come ad esempio l’incapacità da parte dell’uomo di attribuire un grado di coscienza agli animali, equivalente a quello dell’uomo, o ancora la capziosa questione dell’attribuzione dei diritti, oltre alla definizione di coscienza attribuibile sia agli umani sia agli animali.

Rimangono in piedi invece le questioni relative alle differenze che riguardano noi e gli animali sul piano morale. Da cosa sono date? In cosa consistono? Scrivono Lalli e Corbellini: “Attribuire agli animali uno statuto morale diverso dal nostro ci permette di giustificare il loro uso a nostro vantaggio. Attribuire loro lo stesso statuto, ovviamente, implicherebbe la condanna di qualsiasi loro utilizzo al nostro servizio, o almeno la stessa condanna che formuleremmo se al posto di topi e cani ci fossero esseri umani. Poi ci sono le posizioni intermedie, quelle cioè che attribuiscono agli animali un certo statuto morale, costringendoci così a elencare usi giustificabili e usi illegittimi e a migliorarne le condizioni di vita”. Ovviamente è sulla posizione intermedia che si schierano i due autori, lasciando comunque irrisolte una serie di questioni più prettamente bioetiche e filosofiche, piuttosto che mediche, dalle quali è difficile spostarsi, in parte perché il punto di vista dal quale vengono analizzate è antropocentrico, in parte perché sono domande alle quali è effettivamente difficile approcciarsi.

Sulla questione morale, entrando in dialogo con lo stesso Peter Singer, ha scritto il premio Nobel per la letteratura del 2003, John Maxwell Coetzee in La vita degli animali (Adelphi, 2000) costruendo un personaggio Elizabeth Costello, scrittrice anch’essa, impegnata in due conferenze sui diritti animali. Sia nelle due conferenze, sia nella risposta di Peter Singer, riportata nel libro insieme a quella di altri studiosi e filosofi, il rapporto tra l’universalità del tema e la particolarità di ogni singola vita, animale o umana, è il fulcro del ragionamento filosofico. Ed è sulla singolarità che verte l’eccessiva razionalità dei ragionamenti, la loro logicità stringente. Lì dove per Elizabeth Costello “vista da fuori, da un essere che le è estraneo, la ragione non è che una grande tautologia. Certo, la ragione riconosce la validità della ragione in quanto principio primario dell’universo: che altro dovrebbe fare? Detronizzare se stessa?” illustrando un egualitarismo estremo tra gli esseri, al punto da sostenere che sottratto della vita, un essere come un pipistrello non è meno di un essere umano. A questo Singer risponde riformulando il punto di vista emotivo e riportandolo alla razionalità, ritenendo che il valore della vita sottratta dipende anche dalla qualità dell’esistenza, differente tra umani e pipistrelli.

La complessità del discorso tenuto dal filosofo australiano e dallo scrittore sudafricano è in realtà fondante anche del lavoro di Lalli e Corbellini, al punto che la ricerca di un punto di contatto tra l’anima razionale e quella emotiva o irrazionale non è solo necessaria per arrivare a comprendere l’utilità o l’inutilità della ricerca per la vita umana, ma anche per mettere in contatto un mondo, quello della ricerca e dei ricercatori, con le persone, in modo tale da creare i presupposti di conoscenza, ma anche morali, etici ed emotivi sui quali fondare il proprio punto di vista.

Gilberto Corbellini, Chiara Lalli

Cavie? Sperimentazione e diritti animali

Il Mulino 2016

pp. 157, euro 14

Vaccini, fare i conti con i dati

vacciniÈ ormai un bollettino di guerra pressoché quotidiano, quello della campagna «dal basso» contro i vaccini: pochi giorni fa l’Ordine dei medici è giunto a minacciare la radiazione, per coloro che si astengano dal praticarli; mentre una prolungata deregulation normativa a livello nazionale non fa che aumentare la confusione. L’astensione dai vaccini è un fenomeno che dalla dimensione della leggenda metropolitana, per gradi, minaccia ormai di scivolare nella psicosi di massa (con punte di astensione, da parte delle famiglie, che in alcune regioni d’Italia toccano anche il 20%): una psicosi nella quale gioca un ruolo importante il citizen journalism fai-da-te incoraggiato dall’abuso dei social (fa una bella scoperta il ministro Lorenzin, quando dichiara che «non si possono mettere sullo stesso piano i risultati a cui è giunta in decenni di studi la comunità scientifica con il parere del primo blogger che passa»). L’assai documentato saggio-pamphlet dello storico della scienza Andrea Grignolio, Chi ha paura dei vaccini?, non solo fa risoluta chiarezza sul campo da un punto di vista specificamente medico, ma più in generale offre elementi di riflessione sui cortocircuiti che sempre più spesso si attivano fra «dati» scientifici e, diciamo, «realtà percepita» dal concerto sociale. Un cortocircuito nel quale si capisce come sia l’informazione a giocare un ruolo decisivo: cosicché non sorprende la presenza, nel volume, della prefazione di un giornalista importante come Riccardo Iacona. Che per la cortesia dell’editore siamo in grado di presentare qui.

Riccardo Iacona

Questo libro di Andrea Grignolio è una preziosa e competente opera di divulgazione scientifica per chi voglia saperne di più sulla storia dei vaccini e delle vaccinazioni e di quanto abbiano migliorato lo stato di salute della gente nel mondo intero, e nel contempo voglia capire qualcosa di più sulla natura delle ragioni di chi si oppone alle vaccinazioni di massa. Ragioni che nel libro vengono affrontate una per una, nella loro dimensione storica e messe in relazione con i risultati di 50 anni di ricerche scientifiche e questo su tutti gli interrogativi che oggi circolano nei siti e negli scritti dei movimenti antivaccinisti. A cominciare dalle supposte relazioni di causa ed effetto tra le vaccinazioni e l’insorgere di autismo e di altre malattie neurologiche, fino alla favola dell’indebolimento del sistema immunitario, cui sarebbero soggetti i bambini vaccinati rispetto a quelli che non si vaccinano. Così come troverete nel libro affrontata di petto, e senza alcuna sottovalutazione, la domanda forse più importante: come è possibile, cioè, che siano proprio le classi sociali più alte e più acculturate, che vivono nelle società più ricche, quelle che decidono di non far vaccinare i propri figli, anche nel nostro Paese, con punte statistiche di non completamento dei cicli di vaccinazione che hanno messo in allarme l’Organizzazione Mondiale della Sanità? Il rischio è che non si raggiunga l’«immunità di gregge», quella che si verifica quando la vaccinazione di una parte significativa di una popolazione permette di offrire una protezione e una tutela a tutti, anche a chi non può vaccinarsi per motivi medico sanitari, interrompendo di fatto la catena delle infezioni. Per rispondere a questa cruciale domanda, Grignolio mette in campo strumenti interpretativi molto interessanti e sofisticati, che si rifanno alle più importanti ricerche sui meccanismi neurocognitivi, in relazione alle ragioni evoluzionistiche della nostra capacità di valutare cause, effetti e rischi.

Non voglio anticipare nulla delle argomentazioni e soprattutto delle storie che animano i capitoli di questo libro, per non togliervi il piacere di una lettura che ha una dimensione narrativa da grande racconto. Il libro infatti avrebbe potuto limitarsi a presentare le centinaia di pubblicazioni scientifiche che smontano senza ombra di dubbio e «pezzo per pezzo» tutte le falsità e i pregiudizi che animano il pensiero antivaccinista, e già questo sarebbe stato ed è di per se un racconto affascinante . Ma Grignolio è stato capace di farci vivere dietro quelle ricerche la storia della ricerca scientifica alle prese con i dubbi, le prove, gli «aspri dati», le ipotesi e le «verità» che via via sono state nel tempo acquisite. C’è nel libro il dispiegamento del «metodo scientifico» nella storia degli ultimi 200 anni e quanto gli scienziati siano riusciti a svelare del meccanismo biologico più potente, più complesso e affascinante che abbiamo a disposizione, il sistema immunitario con tutte le difese che mette in campo. E, contemporaneamente, tutto questo è stato calato in una dimensione storica che ci racconta come si sia costruita la moderna politica sanitaria, in grado di raccogliere il meglio della produzione scientifica e trasformarla in concreta risposta e miglioramento delle condizioni di salute e di vita della popolazione del mondo intero. Da questo punto di vista, la vicenda delle vaccinazioni di massa è veramente paradigmatica, sia per la dimensione mondiale della prevenzione, in grado per la prima volta di bloccare per tutti infezioni e malattie che fino al secolo scorso hanno fatto decine di milioni di morti, che per il rapporto tra costi ed efficacia.

Ma nell’opera di Grignolio c’è qualcosa di più, ed è questo in più che ci riguarda da vicino, anche se non siamo scienziati o medici. Ci riguarda, cioè, come cittadini. Nel mio caso, con una parte di responsabilità aggiuntiva, cioè come giornalista. Sto parlando del rapporto tra scienza, politica e informazione. Dovrei dire del mancato o insufficiente rapporto. Soprattutto nel nostro Paese. Quanto valga poco per le classi dirigenti italiane il «pensiero scientifico» lo dimostrano tanti episodi in cui la Politica ha fatto fatica a fare i conti con gli «aspri dati» della ricerca, e questo per non assumersi rischi con il proprio elettorato. Esempi ce ne sono tanti nel libro e Grignolio li racconta molto bene. L’ultimo esempio veramente incredibile è stata la gestione del caso Stamina, dove siamo stati a un passo dall’aver fatto pagare al sistema sanitario nazionale una «cura» che si è rivelata una vera e propria truffa, e questo nonostante per tempo le commissioni di scienziati avessero avvertito dell’inconsistenza totale del metodo Stamina. Ma a ben vedere la resistenza a fare i conti con gli «aspri dati» da parte della Politica, fino al punto di voler cancellare la realtà dei fatti, travalica di gran lunga i confini delle scelte medico sanitarie ed è diventato un modo di essere e di comunicare con l’opinione pubblica.

E io lo so bene, perché nel mio lavoro faccio sempre una fatica enorme a rimettere al centro dei nostri racconti quello che veramente succede, che si tratti dei dati della disoccupazione, piuttosto che dei fondamentali dell’economia o delle comparazioni con quello che succede al di là dei nostri confini. Si assiste cioè a una comunicazione politica dove aumenta il peso della propaganda a scapito di un rapporto franco e motivato con l’opinione pubblica, in una sorta di campagna elettorale permanente, dove l’esercizio della valutazione, in termini di costi, benefici e risultati delle politiche messe in atto viene vissuto con fastidio dalle classi dirigenti di questo Paese. Per me è molto chiaro che questa è una malattia del gioco democratico e le ultime pagine di Andrea Grignolio, quando ricordano che proprio nella verifica continua e fatta da più soggetti indipendenti dei risultati di una ricerca consiste la profonda natura democratica del metodo scientifico, sono per me di grande fascino e aprono nuove prospettive anche al nostro lavoro di giornalisti. In fondo scienziati e giornalisti hanno un campo narrativo che li accomuna, la ricerca della verità o per meglio dire di una verità alle condizioni storiche date.

Andrea Grignolio

Chi ha paura dei vaccini?

prefazione di Riccardo Iacona, postfazione di Gilberto Corbellini

Codice, 2016, XIII-188 pp., € 14