MAXXI, controllo totale

Antonello Tolve

01_MAXXI_PCB_ClaireFontaine_PleaseComeBack_2008Da quando ha aperto la sua nuova sede il MAXXI non ha mai sbavato, non ha mai bucato una mostra o lasciato intravedere un cedimento riflessivo: e questo anche grazie a un’attenta amministrazione, a una gestione diligente, a una scelta di figure dell’arte che lasciano sperare. A sottolinearne la brillantezza sono alcuni progetti espositivi o giornate di studio come Spazio Elastico. Critica, Esposizione, Museo (tenuta lo scorso 17 marzo, a cura di Stefano Chiodi) che centrano l’attenzione sui nuovi assetti sociali, sui nuovi scenari culturali, sul presente dell’arte e sulle irrequiete atmosfere della vita quotidiana.

Please Come Back, la mostra che prende il titolo da un’opera al neon (2008) del collettivo Claire Fontaine, è testimonianza di un procedere con coerenza nei campi della cultura per sottolineare le lacune, i controlli, le vetrinizzazioni o i collassi della società.

04_HHLIM_theCagethe benchandtheluggage_MAXXIIn questo caso la riflessione verte su un luogo scottante e traumatizzante che Erving Goffman ha schedato, in un suo libro del 1961 (Asylums: Essays on the Condition of the Social Situation of Mental Patients and Other Inmates ), con l’etichetta di istituzione totale: «nella nostra società occidentale ci sono tipi diversi di istituzioni, alcune delle quali agiscono con un potere inglobante – seppur discontinuo – più penetrante di altre. Questo carattere inglobante o totale è simbolizzato nell’impedimento allo scambio sociale e all’uscita verso il mondo esterno, spesso concretamente fondato nelle stesse strutture fisiche dell’istituzione: porte chiuse, alte mura, filo spinato, rocce, corsi d’acqua, foreste o brughiere. Questo tipo di istituzioni io le chiamo “istituzioni totali”». Anguste e insidiose, le istituzioni rivelate da Goffmann e disegnate, negli anni, da Foucault e Basaglia, da Faugeron e Combessie, da Brossat e Othmani, rappresentano nel panorama della cultura attuale e della mostra che ne propone un viatico estetico, un momento di riflessione imperdibile per percepire la voce di artisti intenti a disarcionare – evidenziandole in alcuni casi – le chiusure, le frontiere, i recinti, le marginalizzazioni e i confini per sottolineare l’urgenza del transito, del ponte, dell’incrocio, del varco, della solidarietà e della collaborazione.

Divisa in tre sezioni – Dietro le mura, Fuori dalle mura e Oltre i muri – questa nuova esposizione curata da Hou Hanru e Luigia Lonardelli dilata e pone l’accento sulla prigione come pigione da pagare nelle società contemporanee per mettere a fuoco il mondo dell’internato e il mondo come internato mediante cinquanta opere di ventisei artisti (AES+F, Jananne Al-Ani, Gianfranco Baruchello, Elisabetta Benassi, Rossella Biscotti, Mohamed Bourouissa, Chen Chieh-Jen, Simon Denny, Rä di Martino, Harun Farocki, Omer Fast, Claire Fontaine, Carlos Garaicoa, Dora García, Jenny Holzer, Gülsün Karamustafa, Rem Koolhaas, H.H. Lim, Lin Yilin, Jill Magid, Trevor Paglen, Berna Reale, Shen Ruijun, Mikhael Subotzky, Superstudio, Zhang Yue) che intervengono efficacemente nella vita sociale e antropologica, che filtrano e comunicano le degenerazioni del reale, che esprimono quello che può diventare una “realtà” per l’uomo qualunque.

05_MAXXI_PCB_ElisabettaBenassiTheBulletProofAngelaDavis_0663All’ingresso del museo, proprio dove, in occasione della importante mostra dedicata a Gino De Dominicis, era stata collocata la maliziosa Mozzarella in carrozza (1970), The cage the bench and the luggage (2011) di H.H. Lim è gabbia, chiusura e apertura, luogo di fantasia dalla quale partire per intraprendere un viaggio senza fili e scommettere sul futuro, sull’apolidia, sul multiculturalismo. Sempre sullo stesso piano, non molto distante ma con la debita cintura di sicurezza da questa prima opera, il lavoro di Elisabetta Benassi (The Bullet-Proof Angela Davis, 2011) è riflessione sull'attivista afroamericana, allieva di Marcuse (Angela Yvonne Davis appunto – la Angela di John Lennon e Yoko Ono o la Sweet Black Angel dei Rolling Stones), che ha combattuto dalle fila del Partito Comunista una battaglia per l’abolizione della reclusione.

Nella Galleria 5, all’ultimo piano, la mostra esplode: ed è possibile apprezzare una mitragliata di lavori che, dalla videoperformance all’installazione, dalla fotografia al racconto visivo (deliziose le interviste di Gianfranco Baruchello ai detenuti delle carceri di Rebibbia e Civitavecchia: l’artista è nella sezione Dietro le mura, dove rientrano artisti che vantano una esperienza diretta della prigione), delineano vari stadi dell’essere derisi, puniti, privati della propria libertà.

Accompagnata da una serie di appuntamenti che approfondiscono i temi declinandoli nei sistemi di controllo attuali, questa nuova mostra del MAXXI è un nuovo sguardo sul mondo, lettura del passato, visione e metafora di un penitenziario – tecnologico, tecnocratico e iperconnesso – che si chiama, oggi, quotidianità.

Please come back. Il mondo come prigione?

a cura di Hou Hanrou e Luigia Lonardelli

Roma, MAXXI, 9 febbraio-28 maggio 2017

catalogo Mousse, 237 pp., € 24

Giochi alfabetici / L’oracolo in archivio

giochiAntonella Sbrilli

Fine anno: tempo di bilanci e di aspettative, di sguardi all’indietro e di interrogazioni divinatorie. Senza ricorrere a dadi, monete, bastoncini e a complicati calcoli, Alfabeta2 mette a disposizione delle piccole scaramanzie festive il suo Archivio di articoli, come un consistente e straniante deposito di risposte alle domande per l’anno nuovo. E anche come un dispositivo per allestire stralunate composizioni fatte di titoli.

Invece di porre una domanda a un libro - vedi a questo link la bella scena di Career Girls (Ragazze) di Mike Leigh con l’interrogazione di Cime tempestose - proviamo a porla a un archivio digitale, affidiamoci al motore di ricerca che percorre i circa 3000 articoli indicizzati, tirando fuori da questa massa di parole interconnesse i titoli più pertinenti alla nostra ricerca.
Un esempio:
usando “enigma” come parola chiave, si ottiene in risposta un articolo del 9 ottobre 2016 Botho Strauss, la realtà come enigma e un altro del 9 maggio 2015 L’enigma del senso di colpa. Ce n’è di materiale per riflessioni e ri-creazioni.

Come si gioca

- andare sulla pagina Archivio di Alfabeta2.

- scrivere una o più parole-chiave nella casella SEARCH

- se nella risposta compaiono diversi articoli, trascrivere i titoli e usarli per comporre una frase o un breve racconto, da inviare a redazione@alfabeta2.it

- se nessun articolo riporta la chiave di ricerca nel titolo, riprovare con un’altra parola;

nel caso in cui, invece, nella risposta compaia un solo articolo, leggerlo (o rileggerlo) come una fonte di ispirazione per questo periodo di cambio d’anno e poi riprovare con un nuovo termine.

Una variante di questo gioco, dal titolo Webmantica è qui sul sito di Engramma

La risposta al gioco Intitolati di domenica 11 dicembre 2016
Il gioco di domenica 11 dicembre 2016 proponeva l’anagramma del nome e cognome di un artista italiano contemporaneo.
Fragore con la china blu era l’anagramma, che valeva come titolo di una mostra immaginaria dell’artista di cui permutava le lettere, 10 per il nome e 10 per il cognome.
Un dettaglio di un’opera di questo autore, a cui Alfabeta2 ha dedicato diverse riflessioni (vedi la galleria di immagini a questo link) aiutava ad arrivare alla soluzione: Gianfranco Baruchello,

Bisogna guardarli da molto vicino durante unora, diceva Marchel Duchamp dei quadri di Gianfranco Baruchello. A distanza di mezzo secolo, le sue immagini continuano a edificare mondi liquidi e ipertesti che tendono a espandersi allinfinito”.


Fra i solutori e le solutrici, che hanno inviato la risposta via facebook, twitter e mail, ecco in ordine alfabetico: Paolo Bernacca, Ada De Pirro, Viola Fiore, Eleonora Gregorio, Ingegni Edizioni, Paola Paganelli, Matteo Piccioni, Afro Somenzari, Maria Letizia Zozi.

Fra chi ha inviato proposte per nuove mostre immaginarie, Eleonora Gregorio suggerisce “China sorda”, ancora un riferimento all’inchiostro per il nome di un altro artista italiano contemporaneo (soluzione 6, 4);

Aldo Spinelli immagina una mostra di sculture in cui il legno è lasciato al naturale; il titolo è “Mai colorire”, anagramma del nome e cognome di un artista che del legno ha fatto una delle sue cifre (soluzione 5, 6);

infine, Luigi Scebba gioca col nome di un artista del passato, ibridandolo con quello di uno scrittore: Arte, droghe, Tondelli (soluzione 8, 5, 5).

Giocatori, a voi! e le ulteriori soluzioni nel prossimo appuntamento, domenica 8 gennaio.

Alfabeta / Creare

 

DOMENICA 15 NOVEMBRE ALLE 22.10 SU RAI5

IN ONDA L’ULTIMA PUNTATA DELLA PRIMA SERIE DI “ALFABETA”:

CREARE

Con Achille Bonito Oliva, Carolyn Christov, Marco d'Eramo,

Jacques Rancière, Gianfranco Baruchello

Dopo aver parlato di amore, economia, gioco, guerra e uso, l’ultima puntata “Alfabeta”, trasmissione televisiva di informazione culturale in onda su Rai 5, pone l’accento su quell’elemento che, nelle funzioni della vita, assicura la produzione (e la riproduzione): il “creare”; dalla religione all’arte. Nella capacità degli artisti di mutare lo stato delle cose concretizzando un'idea, qualcosa ci affascina nel profondo. Questo verbo, che ha le sue radici nella religione e che i greci identificavano con la tecnica, quali significati nuovi assume oggi? Nelle conversazioni che Andrea Cortellessa conduce con filosofi quali Pietro Montani e Jacques Rancière, critici e curatori d'arte come Achille Bonito Oliva e Carolyn Christov, artisti come Gianfranco Baruchello e Jannis Kounellis, e negli interventi visivi di artisti e registi, Alfabeta2 esplora la sfuggente definizione di questo concetto che il critico americano Arthur C. Danto ha definito come un sognare ad occhi aperti.

GLI OSPITI

CAROLYN CHRISTOV-BAKARGIEV – curatrice e storica dell'arte

JACQUES RANCIÈRE - filosofo

ACHILLE BONITO OLIVA – curatore e critico d'arte

PIETRO MONTANI – docente di estetica

MARCO D’ERAMO – giornalista e scrittore

PETER WEIBEL – direttore museo Zkm di Kalshrue

FREDDY PAUL GRUNERT – curatore e attivista

NANNI BALESTRINI – poeta e scrittore

VALENTINA VALENTINI – critica e docente di scienze dello spettacolo

GIANFRANCO BARUCHELLO - artista

letture

Nanni Balestrini (Tape Mark I)

documentari

estratti da Rua Aperana 52 di Julio Bressane,

Hélio Oiticica di Cesar Oiticica filho

Il programma è prodotto da Boudu-Passepartout. Regia: Uliano Paolozzi Balestrini Fotografia: Duccio Cimatti Montaggio: Francesca Bracci e Martina Ghezzi.

* * *

Alfabeta / Creare, un percorso tra i libri

Il testo letto da Nanni Balestrini è tratto da Come si agisce [1963], in Id., Come si agisce e altri procedimenti. Poesie complete, vol. 1 (1954-1969), DeriveApprodi 2015

 

Documenta (13). The Book of Books, a cura di Carolyn Christov-Bakargiev, Hatje Cantz 2012

Henri Bergson, L’evoluzione creatrice [1907], a cura di Fabio Polidori, Raffaello Cortina 2002

Achille Bonito Oliva, Il territorio magico. Comportamenti alternativi dell’arte [1970], a cura di Stefano Chiodi, Le Lettere 2009; L’ideologia del traditore. Arte, maniera, manierismo [1976], postfazione di Andrea Cortellessa, Electa 2012; Dialoghi d’artista. Incontri con l’arte contemporanea, Skira 2008

Arthur C. Danto, Che cos’è l’arte [2013], Johan & Levi 2014

Jacques Rancière, Il disagio dell’estetica [2004], a cura di Paolo Godani, ETS 2009; Politica della letteratura[2007], Sellerio 2010; Scarti. Il cinema tra politica e letteratura [2011], a cura di Andrea Inzerillo, Pellegrini 2013

Pietro Montani, Bioestetica. Senso comune, tecnica e arte nell’età della globalizzazione, Carocci 2007;L’immaginazione intermediale. Perlustrare, rifigurare, testimoniare il mondo visibile, Laterza 2010; Tecnologie della sensibilità. Estetica e immaginazione interattiva, Raffaello Cortina 2014 (cfr. anche LINK)

Gilles Deleuze, Che cos’è l’atto di creazione? [1987], a cura di Antonella Moscati, Cronopio 2006; poi in Id., Due regimi di folli e altri scritti. Testi e interviste 1975-1995, a cura di Deborah Borca, introduzione di Pier Aldo Rovatti, Einaudi 2010

Marco d’Eramo, Lo sciamano in elicottero. Per una storia del presente, Feltrinelli 1999

Fredric Jameson, Postmodernismo. Ovvero la logica culturale del tardo capitalismo [1992], postfazione di Daniele Giglioli, Fazi 2007

Judith Butler, Soggetti di desiderio [1987], presentazione di Adriana Cavarero, Laterza 2009; Questioni di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità [1990], Laterza 2013; La vita psichica del soggetto. Teorie del soggetto [1997], Meltemi 2005; a cura di Federico Zappino, Mimesis 2013; Fare e disfare il genere [2004], a cura di Federico Zappino, Mimesis 2014

Paul Klee, Confessione creatrice [1920], in Id., Confessione creatrice e altri scritti, Abscondita 2004

Making things public. Atmospheres of democracy, a cura di Bruno Latour e Peter Weibel, MIT Press 2005; ZKM. Archives and collections, exhibitions and events, research and production, a cura di Peter Weibel e Christiane Riedel, ZKM 2010; The global contemporary and the rise of new art worlds, a cura di Hans Belting, Andrea Buddensieg e Peter Weibel, ZKM-MIT Press 2013

Giorgio Agamben, Che cos’è un dispositivo?, nottetempo 2006

Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica [1936],

Gilles Deleuze, La piega. Leibniz e il barocco [1988], Einaudi 1990; 2004

Paul Klee, Teoria della forma e della figurazione [1924, pubbl. 1945], prefazione di Giulio Carlo Argan, Feltrinelli 1959; Mimesis 2009-2011

Friedrich Hölderlin, A metà della vita [1826], in Id., Tutte le liriche, a cura di Luigi Reitani, prefazione di Andrea Zanzotto, Mondadori 2001

Valentina Valentini, Nuovo teatro made in Italy, Bulzoni 2015

Rainer Maria Rilke, Torso arcaico di Apollo [1908], in Id., Poesie, a cura di Giuliano Baioni e Andreina Lavagetto, Einaudi 1994

Baruchello. Certe idee, Catalogo della mostra (Roma, Palazzo delle Esposizioni, 6 dicembre 2011-4 marzo 2012), a cura di Carla Subrizi e Achille Bonito Oliva, Electa 2011

alfadomenica novembre #4

Interventi di:
Gianfranco BARUCHELLO - Gea PICCARDI - Lidia RIVIELLO - 
Juan Domingo SÁNCHEZ ESTOP - Duccio SCOTINI -

ELOGIO MATERIALISTA DI PAPA FRANCESCO
Juan Domingo Sánchez Estop

Dal numero 33 di alfabeta2 (novembre-dicembre 2013), in edicola e in libreria da oggi
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Doppia cover  (600x390)

VOTÀN ZAPATA
Duccio Scotini e Gea Piccardi

Gli zapatisti non solo hanno vinto la strategia contrainsurgente del governo messicano ma hanno anche dato prova che l’autonomia può durare negli anni: dal 1983, quando nacquero come organizzazione clandestina, al 2013, anno di inizio dell’Escuelita.
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DRIVERLESS
non guardate il conducente
Lidia Riviello

linea a attiva
non ci sono conferme.
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50 ANNI DEL GRUPPO 63
a Milano

- Milano, 24 novembre – Castello Sforzeco ore 17.00
- Milano, 25 novembre - Teatro Elfo Puccini ore 21.00
- Milano, 26 novembre - Teatro Elfo Puccini ore 21.00

gruppo-63 (800x550) (400x275)

TRE LETTERE A RAYMOND ROUSSEL (1969-1970) -
Un film di Gianfranco Baruchello


Il film è stato proiettato a Torino, Roma e Milano in occasione dei 50 anni del gruppo 63

*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Gianfranco Baruchello: Art is what you call

Manuela Gandini

Le api diventarono opera quando la casa di Gianfranco Baruchello ne fu invasa. Per liberarle abbatté dei muri con l’aiuto di un personaggio che si chiamava Eros. In seguito fece dodici arnie, fece il miele e fece un oggetto intitolato Eros Sélabeille.

“A mezzanotte, contravvenendo agli ordini, Baruchello entra nella stanza, accende al luce; l’enorme massa di api aggrappate l’una all’altra ha assunto nello squarcio del muro l’incredibile forma di un corpo di donna visto all’altezza della vita al di sotto del seno e fin sopra l’ombelico”. Così scriveva Jean Francois Lyotard (1982), in “La pittura del segreto nell’epoca postmoderna, Baruchello” (Feltrinelli), un prezioso libro che raccoglieva visioni sull’opera dell’artista e sul postmoderno.

La smisurata attività di Baruchello è celebrata oggi dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma in una ricca e meritata retrospettiva. Intitolata Certe idee, la mostra curata da Achille Bonito Oliva con Angelandreina Rorro, ricostruisce la complessità, le intuizioni, i segni di un artista incontrollabile, erudito e sognatore, più amico degli scrittori e dei poeti che dei critici, avvezzo anche a lavorar la terra. Ileana Sonnabend, nel 1962, alla prima mostra della Pop Art da Sidney Janis a New York - nella quale invitò Baruchello a esporre Awareness, un oggetto fatto di giornali incollati alla tavola - gli disse: “Tu da oggi in poi devi solo incollare giornali ad una tavola e in due anni diventerai il grande incollatore di giornali per sempre”. Da quel momento l’artista decise invece di andare oltre quella serie, intitolata Cimiteri di opinioni, rifiutando di ripetere se stesso in cambio di un faustiano successo mercantile. Nessuno avrebbe potuto chiedergli di diventare un serial artist, un venditore di souvenir.La sua bulimia enciclopedica, il suo imprevedibile lasciar tracce illeggibili, le sue azioni e allusioni, non lo avrebbero mai reso collocabile se non in quel territorio mobile e incerto chiamato post-modern. Imporgli uno stile sarebbe stato come chiedere a un nomade di fare il pendolare.

“Qui incrocio il filo dell’energia e quello del non pensare. – scrive Lyotard - G.B. accoglie ciò che avviene, l’aneddoto, il non esposto. Lascia che risuoni nei suoi sotto-suoli e nei suoi cieli, che desti gli echi nelle gallerie ignorate e gli arcipelaghi di nuvole, che ispiri piccoli aliti, che ravvivi affetti.” Il flusso del pensiero, gli alfabeti, la macchina autodistruttrice del capitale, gli alberi, le scatole domestiche, l’incontro tra Cappuccetto Rosso e Marcel Duchamp, le parole piccole come formiche, l’antropologia, l’anatomia, la politica, il sesso, la filosofia, l’ironia, le pistole, convivono senza gerarchie in un eccesso di segni e direzioni. “Il mio genere è lo spreco, e lo spreco è tutta la mia vita”, dichiara. Non vi è un centro nel suo lavoro, tutto è esploso, lo spazio è quello del sogno dove qualsiasi cosa può contemporaneamente accadere. Colonie silenziose di batteri si sparpagliano e prendono possesso del campo bianco della tela. Un suo quadro è la sintesi di un film muto, un percorso che richiede un tempo lungo, una necessità di assimilazione.

Nel 1985 pubblicò Why Duchamp, un libro monologo, registrato da Henry Martin, che indica come utilizzare vita e arte di Marcel Duchamp: quell’amico fraterno, quasi parente, che Baruchello frequentò per anni e che le moltitudini considerano “ l’autorizzatore”, colui che ti autorizza a fare ciò che vuoi a patto che ti piaccia, perché “art is what you call”.

Come Jean Toche e Jon Hendricks scrivevano a Nixon, lui scrisse lettere al Pentagono durante la guerra del Vietnam. Proponeva oggetti inutili, pacifisti, antistress per i soldati. Alle sue proposte il Pentagono rispose: no grazie.

La verifica incerta (1964) è un film underground, antesignano del blob, fatto con la pratica del détournement, realizzato con Alberto Griffi utilizzando gli scarti di pellicola di film hollywoodiani destinati al macero. Al rimontaggio delle sequenze si alternano frammenti di un video girato da Duchamp nella casa di Baruchello.

Alla fine degli anni Sessanta, l’ansia di sperimentare l’arte a ogni livello della vita conduce l’artista a creare una finta società, la Finanziaria Artiflex, che si propone di mimare i modi dell’industria. Con sportelli aperti nelle gallerie e spedizione di pacchi contenenti fiammiferi avvolti in pensieri di Mao o scatole di tonno bucate, si innesca anzitempo un’analisi ironica e fallimentare del sistema mercantile dell’arte.

Qual è il valore d’uso e di scambio del prodotto agricolo rispetto a quello artistico? Si chiese in seguito Baruchello quando decise di dedicarsi al progetto Agricola Cornelia (1973-1981) creando una vera e assurda Società per Azioni. Erano gli anni del terrorismo, bisognava andarsene dalla città. “Nessuno è innocente di niente nel momento in cui si comincia a sparare per le strade. Dunque questo andare in campagna è stato un fatto personale”, ha detto. Al km 6,5 di Via Santa Cornelia, ai confini di Roma, attorno a un terreno di sua proprietà, Baruchello comincia a occupare, coltivandoli, otto ettari di terra allora destinati alla speculazione edilizia. Con il tempo convince i proprietari a venderglieli. L’operazione, durata anni, è stata una sorta di happening artistico-politico destinato a incidere concretamente sul territorio. “II giardino – racconta Baruchello nell’intervista a Hans Ulrich Obrist in catalogo (Electa) – era un campo qualsiasi che all’inizio avevo coltivato con colture diverse (…) ho seminato delle erbe, le ho trattate in un certo modo , le ho fatte irrigare. Ho piantato degli alberi, dei cespugli, con l’idea che questa superficie fosse la superficie del cervello. Invece del discorso alchemico, volevo immaginare che la propria mente è un luogo che non ha altro soffitto che il cielo e le nuvole”. L’universalità del lavoro di Baruchello e la complessità intellettuale e materiale del suo fare, rendono l’intera sua vita un fantastico, consapevole, irripetibile happening.

Gianfranco Baruchello, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma, sino al 4 marzo 2012.

Catalogo a cura di Achille Bonito Oliva e Carla Subrizi, Electa, pp. 480, € 55.

Gianfranco Baruchello

Le fotografie del numero 4 di Alfabeta2 (novembre 2010) sono dedicate all'artista Gianfranco Baruchello. Qui una selezione delle immagini pubblicate:

Lo scarto come atto politico
Il grado zero di Baruchello

Manuela Gandini

“Bisogna guardarli da molto vicino durante un’ora”, diceva Marchel Duchamp dei quadri di Gianfranco Baruchello. A distanza di mezzo secolo, le sue immagini continuano a edificare mondi liquidi e ipertesti che tendono a espandersi all’infinito. Gianfranco Baruchello. Cold Cinema. Film video opere 1960-1999, è una piccola, specifica, mostra curata da Alessandro Rabottini per la Triennale di Milano, focalizzata sull’aspetto cinematografico. L’immersione è totale nelle immagini sgranate in Super 8, nelle strategie verbo-visive di illeciti detournament, nella riproposizione di mondi onirici (sulla tela bianca bianca) e fisici (davanti alla telecamera). Ma, come affermava Duchamp, ci vuole tempo per vedere i quadri, i video e per leggere i suoi testi sperimentali.

La mostra è un viaggio nel quotidiano di un artista complesso che ha toccato ogni superficie per realizzare opere live senza centro: dalla tela alla terra alla parola. Un artista che ha vissuto il Ventennio, la ricostruzione, le neoavanguardie, ed è stato definito, suo malgrado, “pittore postmoderno” da Jean-François Lyotard. Alcuni suoi film anticipano Warhol, come Il grado zero del paesaggio (1963), il suo primo video, nel quale una cinepresa fissa riprende le onde del mare senza che null’altro accada. Costretto a scomparire (1968) è una trilogia di 15 min che esprime la percezione surreale, glocal già allora, di una violenza politica pervasiva: dalla guerra in Vietnam alla repressione studentesca. “Sono video nati dal desiderio di comunicare il pessimo umore che ho per come vanno le cose intorno a me”, ha dichiarato l’artista. Il disossamento di un tacchino americano sulle note dell’ inno nazionale; una vasca di monete lavate e le microcatastrofi assurde su una tavola imbandita, creano disagio e spaesamento.

Ma il film storico è La verifica incerta (Disperse Exclamatory Phase) (1964-65) realizzato con Alberto Grifi, utilizzando 150 mila metri di pellicola di lungometraggi americani destinata al macero. I due autori rimontano i film e ne sovvertono completamente il senso aprendo innumerevoli possibilità interpretative. Le immagini di attori rassicuranti si allungano comicamente a dismisura e le scene, ormai inquietanti, vengono troncate repentinamente. Fu Duchamp a presentarlo nel 1965 al centro produzione Poste Parisien e, ancora prima, fu presentato al convegno del gruppo 63 a Palermo, mentre nel 1966 fu introdotto da John Cage al Guggenheim di New York.

Umberto Eco disse a proposito del film: “Non ci interessava più la risoluzione del conflitto, ma la continua riproposizione del conflitto (e su quello si creava il nostro sistema di aspettative)”. Una premonizione su quello che sarebbe stato lo sviluppo violento e claustrofobico della società dello spettacolo, giunta oggi alla sua massima potenza con la riproposizione ossessiva di innumerevoli continui conflitti, che vanno dalla crisi economica e politica permanente agli strazianti reality dell’Isis. E allora, senza continuità cronologica, chiedo a Baruchello perché dalla pittura, alla letteratura è arrivato a questo cinema che vuole mettere agitazione e dichiara l’impossibilità della narrazione?

Perché non è interessante narrare, l’idea è innanzitutto di far muovere le immagini, poi lo strumento. Due anni fa ho fatto un film sul carcere, si chiama Un altro giorno un altro giorno un altro giorno. Sono stato un anno a Rebibbia e ho intervistato 40 persone di cui ne ho scelte circa la metà, tra loro alcune erano condannate all’ergastolo, poi c’erano malati di aids e transessuali. Questo film l’ho fatto con due camere, andando la mattina al carcere. Entri e senti una puzza di minestra, di umanità disgraziata e fai un film. Puoi fare questo con la pittura? No non lo puoi fare. Lo fai con questo mezzo. Hai visto facce, sentito parole, puoi fare romanzi, puoi fare parole incrociate, però aver vissuto l’avventura è un’altra cosa, il contatto diretto con la persona e vedere quando piange e che faccia fa è un’altra cosa. Vai lì e non sai con chi parli. La gente piangeva, si emozionava, viveva con te un’avventura di tipo confessionale. Un film, un film molto duro, un film di denuncia.

È così che dal detournament - libera appropriazione di creazioni altrui - Baruchello fluttua verso azioni filmiche come Quanto (1999). Qui l’artista, con lentezza, conta da uno a cento scandendo bene i numeri e facendo infuriare il pubblico.

Io contavo pensando a questi numeri, pensando alla mia età a me stesso, alle persone perdute, a cosa voleva dire 30 invece di 44 o 95. È un film sofisticatissimo, mi ci batterei per farlo. Quando l’ho dato al teatro Argentina, il pubblico si è adirato urlando contro di me che contavo da uno a cento. Questo con la pittura non succede. La gente s’incazza perché non capisce e pensa sia un’offesa. I numeri, sono insulti i numeri?

Continuando il viaggio alla mostra della Triennale, si ritrovano tele e testi, Prova di Montaggio B (1964-66) riporta frammenti di pellicola della Verifica incerta; Store (1970-2000) è un diario onirico di 150 disegni fatti ogni mattina al risveglio, per illustrare e archiviare le immagini del sonno. Realtà e sogno sono fatti della stessa materia. Non c’è differenza tra il tracciare una linea sul foglio o arare un campo, tranne che di responsabilità. È così che, dal 1973, Baruchello decide di trasferirsi in campagna continuando l’opera artistica con l’agricoltura.

L’Agricola Cornelia – racconta - è un’esperienza a sé, invece di fare lo scultore io faccio un gregge di pecore, invece di fare l’incisore di lastre di metallo, faccio il latte per la centrale del latte, è una cosa un po’ bizzarra, ma richiede altrettanta dedizione, invenzione e coraggio, perché tutto questo è più complicato che fare una lastra. Quando hai 40 mucche, sei socio di una cooperativa, devi stare alle regole. Vivi in campagna e quando a mezzanotte un vitello sta nascendo, allora vai là e devi tirare per le zampe il vitello e farlo nascere. Quando fai il contadino non gestisci solo il campo ma il gregge, gli animali vivi. È una grande responsabilità. Sono avventure umane.

Baruchello raccoglie l’esperienza, accumula, categorizza e archivia. I suoi mondi sono piccolissimi, molteplici e illeggibili. Nelle caselle, nei giornali che chiamava I cimiteri di opinioni, o in opere in mostra come Leftlovers (1975) c’era di tutto: mondi interiori e sociali, frammenti di quotidiano, caramelle Valda, parole, oggetti, sigarette, minuzie: un “archivio non selettivo” in grado di assorbire tutto. Lyotard e Baruchello, nati entrambi nell’agosto del 1924, furono legati da grande amicizia e, ciò che condividevano forse più di ogni altra cosa, era la visione del frammento.

Io me ne cibo – afferma l’artista - il frammento è qualche cosa che presuppone tutto quello che è stato frammentato e che non è stato scelto, cioè il residuo dei frammenti che costituiscono l’insieme ha un certo sapore storico e anche psicologico personale. Alla domanda, c’è una porta d’ingresso verso quella direzione? Io rispondo: Sì, c’è una porta politica. Lyotard era un uomo di sinistra che veniva dall’Algeria, come Derrida, sono personaggi fondamentali del pensiero africano, comunque dei pied noir che sono venuti fuori di là. La sinistra era quella.