Trentaquattro volte Gamo

Paolo Carradori

GAMO è come un’etichetta che trasmette fiducia, non vai nemmeno a leggere gli ingredient… basta la parola. Il Gruppo Aperto Musica Oggi difende da anni un territorio che si fa sempre più angusto, per problemi economici ma prim’ancora culturali. Quelle difficoltà nel programmare, senza affanni e tagli, una verifica costante dello stato delle cose in musica, rispetto a ricerca, nuovi linguaggi e tecnologie, autori e interpreti.

Nonostante tutto, sotto la guida artistica di Giancarlo Cardini e Francesco Gesualdi, l’istituzione musicale fiorentina timbra la stagione numero 34 – in collaborazione con il Conservatorio Cherubini - e lo fa con proposte di qualità.

Il primo appuntamento coinvolge il pianista Emanuele Arciuli tra gli interpreti più personali della scena concertistica degli ultimi anni. Programma sbilanciato sul fronte americano (Crumb, Resenzweig, Rzewski) a riprova della sua ampia visione e cultura pianistica. Quattro illustrazioni sulle metamorfosi di Vishnu (1953) di Giacinto Scelsi apre la serata.

Si piomba subito nella spiritualità scelsiana. Astrattismi che, in una e vera e propria scultura del suono, si accumulano creando un flusso di energia appena increspato da pulsioni ritmiche. Musica misteriosa, trasparente, che sei costretto a consumare subito, perché pare sfuggire, non solo ad una possibile catalogazione, ma ad una sua concreta sedimentazione. Arciuli evidenzia toni scuri e legnosi come per ancorarla, sottolinea una drammaticità che rimane sempre sullo sfondo.

Se il contrasto con il secondo brano è voluto, il risultato è centrato. Im Freien (1926) di Bela Bartok spazza via le nebbie scelsiane. L’attacco è fulminante, accordi pieni e caldi, ritmo incalzante, il rapporto con lo strumento estremamente fisico. Il percorso si fa poi più riflessivo, mantenendo una forza interna che si stempera in ambientazioni sospese. Il pianista prosciuga tentazioni virtuosistiche per lasciarsi andare in un finale emblematico. Cavalcata ostinata dove si respirano accenti popolari.

Eine Kleine Mitternachtmusik (2001), scritto da George Crumb proprio per Arciuli, è una suite composta da nove frammenti montati tra le note del famoso Round Midnight di Monk. Variazioni che mantengono sullo sfondo la composizione monkiana come un sogno. Opera multiforme, disseminata di citazioni (Debussy, Strauss, Wagner), quasi didattica nell’esporre le possibilità espressive di tutte le parti dello strumento che molto deve alle esperienze di Henry Cowell, il primo negli anni Venti a metterci le mani dentro prima del piano preparato del ciclone Cage.

Tre brani tratti da Point and Tales (2004) di Morris Rosenzweig sottolineano il clima poetico e intimo caratteristico del compositore americano. La ricerca del dettaglio, di ciò che pare insignificante e prende forma mettendo in gioco anche aspetti grotteschi, eccentricità, come in Go. Chiude Winnsboro Cotton Mill Blues (1977) di Frederic Rzewski. Ballata di protesta che espone in modo fin troppo schematico-descrittivo il battito ritmico e ciclico di macchine di cotonifici. Trappola estraniante dalla quale nascono elementi blues come segno di appartenenza, identità culturale del popolo afroamericano. Ma tutto rimane troppo in superficie.

Il premio alla carriera assegnato al compositore spagnolo Luis De Pablo ci permette di conoscere più da vicino l’artista considerato l’artefice del superamento del nazionalismo in musica del suo paese. In programma opere dedicate ai flauti di Roberto Fabbriciani e al fagotto di Paolo Carlini, e in prima assoluta Cuarteto Concertante (2012) per 2 violini, viola e fagotto obbligato.

I brani per i fiati in solitudine, parcellizzati in tanti brevi frammenti, evidenziano una rigidità compositiva, una perpetuazione di cliché che non solo limita, intrappola talento e virtuosismo dei due esecutori ma finisce per arenarsi in un mondo sonoro privo di passioni che guarda se stesso e raramente accende luci, lampi di poesia. Cuarteto Concertante è più coinvolgente. L’originalità è giocata sui ruoli strumentali.

Il fagotto non solo sostituisce il violoncello, scombinando le classiche sonorità della forma quartetto d’archi, ne diviene interprete, guida la musica. Carlini irrompe nella trama delle corde, ne esce, gioca sulla timbrica dello strumento, sposta gli equilibri. L’ensemble colora con eleganza lo sfondo, con ricche tensioni, qualche tentazione romantica, sfalsamenti che lo rendono mosso, a tratti fascinoso.

GAMO (Gruppo Aperto Musica Oggi)
34^ Stagione concertistica
Conservatorio “L. Cherubini” di Firenze - Sala del Buonumore
12/15 dicembre 2013
Roberto Fabbriciani flauti
Paolo Carlini fagotto
Duccio Ceccanti violino – Clarice Binet violino – Carmelo Giallombardo viola

 

Un suono, un mondo

Paolo Carradori

Non sorprende che Morton Feldman amasse dipingere. Le suggestioni visive, molto vicine alle opere di Rothko, appaiono da subito evidenti. Come nei quadri del pittore russo la scomparsa di ogni traccia figurativa sviluppa una lenta trasfigurazione nei passaggi di tono, così nelle poetica musicale di Feldman gli spostamenti, gli slittamenti impercettibili, le sospensioni di suoni brevi, limpidi, appena sussurrati, disegnano una seducente tensione. In Piano, Violin, Viola and Cello (1987) il pragmatismo raggiunge estremismi sublimi. Rivoluzionari nel capovolgere logiche compositive, esecutive e d’ascolto. Sottrazione, ripetizioni cicliche, lentezza, criteri fin troppo apparenti, quindi devianti. Feldman, è vero, prosciuga, ripete, sviluppa lentezza come filosofia contemplativa, ma se proviamo ad andare oltre, ci abbandoniamo al piacere dell’ascolto, si apre davanti a noi uno scenario incantato in continuo movimento.

Scarni nuclei melodici in continua modificazione , sequenze interrotte poi riprese con modifiche più o meno marcate, silenzi devastanti in una logica del tempo lontana da ogni regola. Vitalità tutta interna ad una musica che fa del suono il proprio feticcio. Allora anche gli “insopportabili” 75’ dell’opera, divengono non solo viaggio immaginifico, ma anche labirinto dal quale non vorresti uscire, dove tutto è uguale, tutto è diverso. Il pianoforte tesse brevi trame dove le corde interferiscono alternandosi o coinvolte in luminosi unisoni. Lo sviluppo dei suoni è trasversale, giocato su durate, silenzi, altezze, sui controlli maniacali delle dinamiche. Il quartetto Klimt, reduce dal successo alla Biennale Musica di Venezia con la stessa composizione di Feldman, si dimostra rigoroso quanto malleabile. Le libertà che l’impianto di Piano, Violin, Viola and Cello regala vengono metabolizzate con leggerezza, rispetto, profonda conoscenza reciproca, sprigionando un feeling ricco di colori e tensioni mai sfiorato da tentazioni virtuosistiche. Tutto al servizio della musica.

Mark Rothko, Untitled (1952-1953)

Tra le fibrillazioni sviluppatesi nella miriade di iniziative sorte per il centenario della nascita e il ventennale della morte di John Cage il G.A.M.O arriva forse in extremis nella corsa al tributo ma con una autorialità e competenza che pochi altri eventi possono vantare. Sul palco della sala del Buonumore si alternano il pianista compositore Giancarlo Cardini e il flautista Roberto Fabbriciani. In sintesi il fior fiore dei collaboratori, amici e interpreti di Cage in Europa. Legame coronato nello storico concerto del 21 giugno 1992 nella stessa sala del Conservatorio alla presenza del compositore americano. Cardini conferma, con classe cristallina e un coinvolgente rapporto fisico con lo strumento, di trovare nella filosofia musicale cageana (non tutto Cage però, come spesso ha affermato) una profonda traccia creativa, nel paradosso rigore/indeterminatezza uno spazio comunicativo unico, nella serenità della filosofia Zen nuovi scenari immaginativi.

Se Cage riconosce al suono, qualunque suono, una propria valenza il pianista amplifica questa visione attraverso un tocco strumentale ineguagliabile, mette in discussione la presunta utilità di un controllo emotivo dell’esecuzione (in realtà idea più teorica che operativa), apre scenari dove il gesto ( neo-Dada) assurge a valore performativo. Come nell’apertura di Music for Piano 51 (1955) quando Cardini indica con il braccio teso qualcosa lontano, nello spazio sonoro, per poi far vibrare una nota sola, limpida, all’infinito. Interpreta poi con leggera ironia TV Koeln (1958), come un saltimbanco getta palline sulle corde, soffia in una trombetta carnevalesca poi in una armonica, colpisce la struttura del piano, usa il pedale come quello di una batteria, urla.

Poetica radicale come pietra tombale sulle retoriche del proprio strumento. Raggiunge vette di piacere con Dream (1948) dove, in una più riconoscibile forma compositiva, la ripetizione ipnotica di una stessa frase sprigiona un intrigo fascinoso di suoni sospesi. Fabbriciani da par suo con Cheap Imitation n. II (1972) e A Room (1943) guida lo strumento sui territori di un linguaggio estremo, suono ora stoppato ora limpido che confonde e travolge. Un gioco di equilibri tra soffi di brezza e grovigli inquietanti. Il musicista respira lo strumento, ne diviene parte, ne sviluppa le potenzialità e oltre. In Two (1987), composizione dedicatagli dallo stesso Cage, lo affianca Cardini. I due mettono in scena un dialogo complesso, incomunicabilità . Il pianoforte scolpisce brevi nuclei sonori, il flauto lancia suoni lunghi. Si incontreranno solo nel finale, sorpresi, come due viaggiatori radicali mai stanchi di esplorare.

G.A.M.O. (Gruppo Aperto Musica Oggi)
Concerti 2012 – XXXIII anno – 1, 8 e 16 dicembre
Conservatorio Cherubini di Firenze – Sala del Buonumore
Quartetto Klimt (Duccio Ceccanti violino – Edoardo Rosadini viola – Alice Gabbiani violoncello – Matteo Fossi pianoforte)
Roberto Fabbriciani flauto / Giancarlo Cardini pianoforte