Contro la linea retta. L’atlante dell’umorismo di Giancarlo Alfano

shandyMarco Giorgerini

Si intitola L’umorismo letterario. Una lunga storia europea (secoli XIV-XX) l’ultimo tassello della ricca bibliografia di Giancarlo Alfano. Con un rigore e una chiarezza non proprio comuni nei saggi letterari, l’autore accompagna il lettore lungo le infinite ramificazioni che conducono al nucleo dell’umorismo, ovvero alla negazione di ogni idea di nucleo.

Riferendosi a Laurence Sterne – autore di quel Tristam Shandy che brilla come uno dei massimi risultati, se non il massimo, della letteratura umoristica di ogni tempo – Alfano scrive: «Sterne non potrà che andare contro la linea retta. […] Tristam conduce il suo lettore per digressioni, curvature, sobbalzi e riprese, disegnando il grafico dell’intreccio tra corpo e mente, tra vita e opinioni». Il protagonista del capolavoro sterniano fa uso di tutte le principali marche distintive del genere umoristico: dal prospettivismo alla metatestualità, dall’interconnessione tra mente e corpo al costante dialogo col lettore che, come segnala Davide Barbuscia (in Studi di anglistica e americanistica, a cura di Fiorenzo Fantaccini e Ornella De Zordo, Firenze University Press 2012), ricorda da vicino l’eliminazione della distanza tra palcoscenico e pubblico tipica della cultura carnevalesca secondo Bachtin.

Perché sia operata una sintesi così riuscita, però, deve esser giunto a piena maturazione un cammino millenario, che va dalla «teoria degli umori» (concettualizzata e trasmessa, tra gli altri, da Aristotele e Platone ed elaborata nei secoli a venire) fino ai giorni nostri. Deve aver avuto luogo, innanzitutto, quel processo che porta dalla concretezza fisiologica della «materia scorrevole che è nel componimento dell’animale, come è sangue, flemma, collera e malinconia» (così, alla voce «umore», il Vocabolario della Crusca nell’edizione del 1612) a una dimensione psicologica via via più astratta. Solo nel 1682 è apparsa in Europa l’accezione di umorismo così come lo intendiamo oggi. Perché l’umorismo è sfuggente e sghembo, ed è più facile definirlo in negativo che in positivo. Il suo habitat naturale è quello delle zone ibride, delle mescidazioni; rifugge la purezza e preferisce la discontinuità alla continuità. Alfano apre il volume con cinque capitoli dedicati rispettivamente a Petrarca, Montaigne, Cervantes, Cartesio e Sterne. Sull’ultimo l’autore non ha dubbi: The life and opinions of Tristam Shandy è il «capolavoro indiscusso della letteratura umoristica».
In Cartesio identifica l’unione tra
res cogitans e res extensa – il corpo e l’anima esplicitamente richiamati da Sterne –, in apparente contrasto con quanto ci hanno insegnato al liceo: il filosofo francese non incarna «la massima affermazione del solipsismo di una ragione accampata come fondamento della nostra esistenza». Il sentire, facoltà precipua della res cogitans, si realizza tramite il corpo. Perché considerazioni del genere in un libro come questo? Sono pertinenti? Lo sono, perché proprio la tematizzazione della commistione indicata diventerà una cifra irrinunciabile del genere in questione: «Il pensatore […] mostra dunque di aver ampiamente compreso la “passività” fondamentale del soggetto: il suo essere esposto alla mutevolezza del corpo, al cambiamento delle prospettive, all’improvviso, della corporeità». Persino Petrarca, che pare distante quant’altri mai da ogni forma di umorismo, trova ampio spazio nel volume. La sua operazione letteraria dà l’avvio, con quattro secoli di anticipo, a quella «fondamentale congiunzione di sentimento e umorismo la cui più completa definizione avverrà solo nel secolo XVIII».

Viene poi affrontata, con una lucidità d’indagine realmente ammirevole, la complessa e ambigua natura del riso. Muovendo dalle elaborazioni dell’età classica, il critico letterario si intrattiene a lungo sull’argomento. Illumina gli aspetti legati alla sua origine, mostra le sue conseguenze e affronta il concetto di urbanitas, quella virtù cittadina – che diverrà poi il vero e proprio perno della convivenza – chiaramente definita da Quintiliano e indicante la capacità di divertire gli astanti in modo arguto e senza scadere nella buffoneria. Seguono osservazioni acute sul legame profondo tra riso e lacrime, ad esempio, e il diario di viaggio di andata e ritorno – per così dire – tra oralità e scrittura. Dalle facezie trascritte dai frequentatori dei salotti francesi e delle Coffee houses inglesi al riutilizzo di battute e motti di spirito letti su carta, imparati a memoria e riciclati nei medesimi luoghi. L’ultima parte del testo, infine, è incentrata sull’estetica dell’umorismo. Al suo interno, a riprova di un puntiglio che non si fa pedanteria, non manca neppure un paragrafo dedicato alla sperimentazione grafica presente nei romanzi settecenteschi.

Non soltanto gli appassionati di letteratura trarranno beneficio dalla lettura di questo libro.
L’umorismo, in fin dei conti, è anche – soprattutto, verrebbe da dire – un’educazione al relativismo. È il salto obliquo che serve per liberarsi dalle narrazioni tradizionali e che sarebbe utile, forse, anche per prendere le necessarie distanze dalla narrazione della nostra realtà sociale e politica. Di fronte a un mondo inevitabilmente complesso e contraddittorio, presentatoci ogni giorno appiattito e semplificato, punteggiato da dogmi intoccabili (a partire dall’Occidente innalzato al rango di maestro universale), non può che essere benefico il sorriso di chi non ci sta e, con Tristam Shandy, grida forte il suo «no» a ogni percorso in linea retta.

Giancarlo Alfano

L’umorismo letterario. Una lunga storia europea (secoli XIV-XX)

Carocci, 2016, 351 pp., € 29

La terrazza di Babele

babelGiancarlo Alfano

Nel suo ultimo, straordinario libro, intitolato a Babele. O dell’incompiutezza (il Mulino 1998), Paul Zumthor orchestrò un intenso corpo a corpo col mito della Torre di Babele e la sua plurimillenaria interpretazione. Passando dalla Torah a Sant’Agostino, da Giuseppe Flavio all’interpretazione pittorica di Bruegel, il grande filologo romanzo propose un’interrogazione dei celebri versetti della Genesi in cui gli uomini, congregatisi nell’impresa, s’incalzano a vicenda urlando «Venite, faciamus nobis civitatem et turrim» affinché il «nomen nostrum» sia celebrato. Farsi una città, questo è il primario obiettivo dei costruttori di Babele; la torre è solo una sineddoche della potenza costruttiva, che è affermazione sulla terra di una stirpe sino a quel momento nomade, dedito allo sfruttamento di rapina e alla pastorizia.

Appellandosi alla letteratura, e in particolare a Joyce e Gadda, «allievi» di Vico e dell’incontro da lui propugnato tra filosofia e filologia, Luca Salza prova adesso a inseguire a sua volta la grande mitologia babelica, rimeditandone la forza utopica per adattarla alle questioni odierne, a partire da quella nuova forma di nomadismo contemporaneo che è la migrazione globale. Affacciandosi dalla joyciana «turrace of Babbel» sul mondo di oggi, Salza s’interroga sullenergia politica della letteratura, sulla sua capacità di agitare le frontiere culturali, sul moto ilare con cui essa sa sconvolgere le forme di appartenenza, e dunque di separazione, abitualmente iscritte nella lingua e nei suoi usi quotidiani.

Collocato a sua volta in uno spazio eterolinguistico, Salza, che vive e lavora in Francia, convoca nel suo libro, insieme ai due scrittori novecenteschi già ricordati, Dante ed Aimé Cesaire, Sloterdjik e Balibar, De Amicis e Kobla-Ebri. Chamoiseau e Manganaro, Gabriele Frasca e Gilles Deleuze. Trascorrendo di lingua in lingua e attingendo a opere e a vocabolari riconducibili a contesti anche molto diversi tra di loro, l’autore mobilita la sua riflessione avendo di vista due principali obiettivi: da un lato, in obbedienza al precetto di Walter Benjamin, istituire la «tradizione degli oppressi»; dall’altro, come invece suona il titolo dell’ultimo capitolo, riconoscere «silenzi e voci di un popolo-mondo».

Si tratta in realtà di due linee di tendenza, di due orizzonti di senso più che di due effettivi ambiti operativi. E tuttavia Salza vede bene che la questione riguarda il necessario rilancio di un pensiero materialista, attento cioè ai vincoli materiali che costituiscono il sistema della vita nel regime economico e simbolico odierno. Materiale infatti è anche il fatto di lingua, come mostra un tipico esempio tratto dallo scrittore «italo-togolese» Kossi Komla-Ebri, nel quale il mondo dialettefono di un’anziana signora brianzola si scontra con il «discorso dell’universitario» (come lo avrebbe chiamato Lacan) di un primario ortopedico che esercita il suo dominio professionale e scientifico mantenendo la donna in posizione subordinata finché, appunto, non interviene la mediazione liberatoria dello «straniero», di colore, che conosce il gergo medico e al tempo stesso sa esprimersi in dialetto lombardo.

Affianco alla grande creazione letteraria, al Pasticciaccio e al Finnegans Wake, in cui una singola istanza creatrice mette in movimento fin le più profonde strutture della sua lingua-madre per aprirsi al flusso delle lingue da cui è investito, il libro di Salza si apre così allo spazio linguistico della quotidianità media. All’autore si affianca di conseguenza il mediatore, confermando la bella osservazione di Gianfranco Folena secondo cui la lingua d’Europa sarebbe la traduzione.

Ma tra questi due s’insinua anche una terza figura, quella dell’attore (l’attor comico in particolare), se è vero che Il vortice dei linguaggi offre più di un passaggio alle invenzioni linguistiche di Totò e se è vero, soprattutto, che si chiude con la celebre sequenza di Tempi moderni (1936), in cui Charlot deve cantare Je cherche après Titine senza consocere il testo originale e trovandosi pertanto costretto a inventarne uno «che mescola dialetti e parole inventate». Costretto nella posizione subordinata di chi lavora in maniera precaria e subordinata, l’eroe chapliniano destituisce – afferma Luca Salza – la parola autoritaria restituendola al puro gesto materiale della fonazione articolata: priva di un significato convenzionale, di una immediata e univoca trascrizione nel Vocabolario, la parola si ritrova così parole, produzione singolare. Dispersi e confusi dopo Babele, gli uomini possono infine riconciliarsi nella performance linguistica, nell’evento che si dà nel presente del contatto. Un ritorno al nomadismo, se vogliamo, o a quella migrazione infinita che si legge nel sottotitolo del libro.

Luca Salza

Il vortice dei linguaggi. Letteratura e migrazione infinita

Mesogea, 2016, 160 pp., € 12

Massimo Recalcati, ritorno a Lacan

lacanGiancarlo Alfano

Al di fuori del mondo strettamente legato alla psicoanalisi, e forse in parte anche all’interno di quello stesso mondo, l’opera di Jacques Lacan è normalmente percepita come un coacervo di enigmi travestiti da sciarade. «Non si capisce niente», «sono solo giochi di parole», «elucubrazioni astruse in salsa surrealista»: di questo tenore sono le dichiarazioni quando si fa riferimento al celebre psicoanalista francese. Con questo secondo volume, intitolato Jacques Lacan e sottotitolato La clinica psicoanalitica: struttura e soggetto, Massimo Recalcati sembra voler sfondare il fortilizio dei preconcetti e mostrare che il pensiero lacaniano non soltanto è tramato da un grande rigore concettuale ma che esso è limpido e lineare, progressivo nell’affrontare questioni e metodi; che, addirittura, è un pensiero, se non semplice, certo riassumibile nei suoi sviluppi principali.

Proseguendo quanto realizzato nel primo volume (Jacques Lacan. Desiderio, godimento e soggettivazione, Cortina 2012), questo nuovo libro, anch’esso imponente per dimensioni, rivela una chiara ambizione egemonica, d’interpretazione complessiva e totalizzante del lavoro lacaniano, che viene infatti ripercorso nella sua vasta ricchezza, dalla riflessione sulla psicoanalisi infantile e dalla clinica delle psicosi (ambiti anche cronologicamente «primi» dell’indagine lacaniana, a partire dalla tesi di dottorato del 1932), passando per la paranoia, la schizofrenia, la melanconia, e approfondendo questioni nevralgiche come il «fantasma», il «godimento» e l’agalma (che è quanto caratterizza, per Lacan, il transfert analitico), fino ad affrontare (in un’Appendice solo nominalmente periferica) la questione nevralgica dei quattro discorsi e del discorso «quinto», ovvero quello «del capitalista».

Il libro di Recalcati si presenta dunque come un attraversamento completo del pensiero lacaniano sulla clinica; una sorta di manuale, o d’interpretazione secolare, che mira a fornire delle indicazioni chiare e replicabili. Lo mostra il titolo del capitolo conclusivo, subito prima della già citata Appendice, che significativamente recita La direzione della cura analitica: prendere il desiderio alla lettera: dove l’infinito sembra quasi risuonare come un imperativo (e difatti un capoverso ribadisce: «Bisogna prendere il desiderio alla lettera»). La completezza della ricostruzione, la ricchezza dei riferimenti, insieme a una chiarezza espositiva e a una limpidezza di scrittura davvero magistrali, confermano insomma l’intenzione egemonica di un libro che senza dubbio si presenta come d’ora innanzi inaggirabile nella lettura e nella discussione dell’opera lacaniana.

Non è certo possibile entrare qui nel dettaglio delle singole discussioni offerte nel libro di Recalcati; può però essere utile, per capirne il posizionamento, proporre assai sinteticamente tre osservazioni. La prima riguarda l’attenzione dedicata ai riferimenti filosofici di Lacan. Lo si vede chiaramente nel secondo capitolo, in cui si mostra come la psichiatria fenomenologica di Jaspers si accompagni, nella cultura di un giovane psichiatra che stava prendendo le distanze dal mondo medico francese nel quale si era formato, alla lettura di Essere e tempo di Heidegger e alla conoscenza delle categorie dell’esistenzialismo di Sartre. Lo si vede, ancora, nel capitolo dedicato alla clinica della nevrosi ossessiva, il cui fondamento viene correttamente individuato nella dialettica hegeliana servo-padrone. Non si tratta certo di novità, ma l’agile inserimento di questi fondamenti concettuali dentro la trama della riflessione clinica chiarisce in modo esemplare il ruolo che la filosofia ha avuto per lo psicanalista francese.

La seconda osservazione riguarda invece un’interessante polarizzazione. In più punti Recalcati registra, anche in termini espliciti, l’anticipazione da parte di Lacan di alcuni dei più significativi approdi della ricerca di Foucault, insistendo al contrario, e in maniera ancora più esplicita e convinta, sulla sua lontananza dall’operazione Deleuze e Guattari, quale si è realizzata in particolare nell’Anti-Edipo. Anche in questo caso non si può dire che si tratti di novità; ma è opportuno sottolineare che, così facendo, Recalcati rilancia un’importante questione alla cultura filosofica degli ultimi decenni, che ha invece spesso interpretato in maniera omogenea il pensiero francese del secondo Novecento, finendo col valorizzarne troppo l’aspetto libertario, e così impedendosi di riconoscervi talune significative derive irrazionaliste.

Ciò conduce alla terza osservazione. L’Appendice di Recalcati ruota intorno alla domanda se la psicoanalisi sia rivoluzionaria. La domanda fu effettivamente rivolta a Lacan da uno studente contestatore nel dicembre 1969. La risposta di Lacan fu duplice. Da una parte, nell’immediatezza del confronto, egli fece osservare che non ci si sottrae mai all’alienazione, che è strutturale dell’umanità. Dall’altra, egli articolò una profonda riflessione intorno al godimento come allo strumento principale del capitalismo: è questo il «discorso del capitalista», il quale «trasfigura il soggetto sbarrato» cioè, diciamo, l’uomo nella sua «mancanza a essere», ossia strutturale castrazione, «nel soggetto di una domanda perennemente insoddisfatta, totalmente dipendente dagli oggetti di godimento che il mercato mette a disposizione».

Ed è questa la posizione che ha caratterizzato il lavoro di Recalcati, a partire almeno dall’Uomo senza inconscio, apparso nel 2010, cioè subito prima del primo volume del Jacques Lacan. Si capisce allora come l’importante e imponente ricostruzione del pensiero del grande analista francese portata avanti in questi ultimi anni da Recalcati si configuri come un vero e proprio «ritorno a Lacan» (nel senso in cui lo stesso Lacan propose un «ritorno a Freud»), cioè a colui che ha saputo individuare tempestivamente la trasformazione del nostro mondo di relazioni economiche e psicologiche, riconoscendo la declinazione contemporanea delle forme dell’alienazione e proponendo, nel contempo, un armamentario teorico e operativo che fosse all’altezza dei tempi. Una proposta egemonica che merita, certamente, di essere presa sul serio.

Massimo Recalcati

Jacques Lacan. La clinica psicoanalitica: struttura e soggetto

Raffaello Cortina, 2016, 667 pp., € 39,00

Granta, geografia della morale

Giancarlo Alfano

I temi legati allo spazio e alla sua percezione e rappresentazione, a quel che si è chiamata per secoli «geografia», cioè scrittura della terra (trascrizione della superficie terrestre sopra un’altra superficie), sono diventati sempre più importanti negli ultimi due decenni. Tra i tanti «turn», o svolte, che avrebbero marcato il nostro mondo occidentale dalla caduta del Muro e del comunismo sovietico fino a oggi, quella «visual», visiva e iconica, pare infatti aver assunto un ruolo particolarmente significativo. In gioco è il conflitto tra paradigmi dell’interpretazione, ma anche tra campi accademici e tra modelli culturali in competizione: del resto, se è vero che l’antico capo indiano spiegò ai primi conquistadores che la loro forza non era nelle armi da fuoco, ma nelle cartine geografiche con cui segnavano il territorio, è forse inevitabile – come ha spiegato in Italia per primo Franco Farinelli – che al tempo della globalizzazione e dell’abbandono delle forme fisiche e militari della colonizzazione si sia tornato a riflettere proprio intorno alla geografia. Ed è probabilmente per questo motivo che i contributi più interessanti del settimo volume di «Granta. Italia», intitolato appunto Geografia, siano quelli che ragionano a partire dal colonialismo e dalla sua evoluzione al tempo delle grandi migrazioni verso il Nord.

Nonostante la rilevanza del tema e il prestigio della sede editoriale (il ruolo della versione anglosassone di «Granta» è stato davvero fondamentale negli anni Ottanta e primi Novanta), nel complesso la lettura lascia però delusi. Certo, gli interventi pubblicati offrono diverse possibilità di approccio alla questione, ma non prendono quasi mai sul serio la questione propriamente geografica, cioè di rappresentazione linguistica e concettuale dello spazio. E, bisogna dirlo, le prove meno interessanti sono quelle in lingua italiana.

Al di là della delusione, è interessante che nella maggior parte dei quindici contributi narrativi, di finzione e di reportage, la rappresentazione dello spazio è presentato soprattutto come problema della costruzione o decostruzione dell’identità (attraverso lo spazio). Sebbene la presenza di alcuni cartogrammi (francamente illeggibili) offra anche un esempio del modo in cui la disciplina geografica raccoglie e organizza visivamente informazioni intorno allo spazio, la geografia presentata in questo numero di «Granta» è soprattutto rappresentazione individuale e «individuata» dello spazio vissuto. Si tratti di pianure nel Centroafrica, di fabbriche in Alaska, della Val di Susa, delle città piccole o grandi della Siria, o di luoghi rappresentativi per la loro semplice carica simbolica (il «fiume»), la gran parte dei racconti pubblicati sono basati sulla costruzione di un certo punto di vista che rivela la natura di quello spazio e soprattutto il modo in cui lo si abita.

Nella presentazione editoriale Walter Siti spiega a questo proposito che lo straniamento e il relativismo sono la traccia, rispettivamente stilistica e ideologica, che trama questo numero di «Granta». Probabilmente è così. Ma forse qualcosa in più emerge dai racconti di Jhumpa Lahiri e Dave Eggers e dal notevole reportage di Janine di Giovanni. Sono esempi diversissimi del tentativo di mettere in forma narrativa non solo la parzialità del proprio punto di vista, ma la dialettica che lo spazio impone alla parzialità. Osservare da una finestra di casa e scoprire di essere stati nel frattempo osservati da chi si stava guardando; raccontare l’arrivo della guerra sabotando la cronologia narrativa così da riquadrare il punto di vista dei protagonisti-vittime attraverso la temporalità (e l’identità di donna e madre occidentale) di chi ne raccoglie la testimonianza; proporre un piccolo aneddoto morale a metà tra il cinico e il sardonico smontando l’ideologia dell’ospitalità e mostrandone il carattere vincolante e ricattatorio: questi racconti, tratti dall’invenzione o dalla realtà poco importa, utilizzano le logiche dello spazio, dei confini, delle opposizioni dentro/fuori e chiuso/aperto per mostrare il radicamento materiale e non-naturale di ogni forma dell’abitazione.

E allora si deve salutare con compiacimento la decisione redazionale di chiudere questo numero di «Granta» con alcuni estratti della grande opera di un italiano del Seicento, Daniello Bartoli, gesuita che non riuscì mai a partire per le missioni in Oriente e così conseguire il sospirato martirio, ma che, stanziato a Torino, compilò pagine e pagine di scritti sui mondi lontani e vicini: una «geografia trasportata al morale», appunto, che è l’indicazione forse più intelligente per ragionare sul nostro essere allocati e collocati nel mondo spaziale, che è, prima di ogni altra cosa, mondo linguistico. Nonostante i visual turn.

Granta Italia 7, Geografia

Rizzoli, 2015, 270 pp., € 22

Da domenica 11 ottobre, alle 22.10 su Rai5, va in onda Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa. Prima puntata: Amare (con la partecipazione, fra gli altri, di Luisa Muraro, Massimo Recalcati, Walter Siti).

Ufficio Stampa: Riccardo Antoniucci

 

Bianco, a occhi aperti

Giancarlo Alfano

Chi entri in una qualunque libreria francese troverà sempre in bella esposizione gli eleganti volumi di formato quadrato e di colore bianco listato di blu che contengono le opere di Claude Simon, pubblicate dalla casa editrice Minuit. Nonostante il premio Nobel del 1985, da noi è invece stato difficile negli ultimi vent’anni procurarci i suoi straordinari romanzi, spesso basati sul dialogo con la pittura e quasi sempre incentrati sull’esperienza della guerra, quella combattuta in proprio e quella, suddivisa in centinaia e centinaia di conflitti, che per millenni ha agitato l’Europa.

Con tanto maggior compiacimento bisogna allora salutare le iniziative che alcuni editori stanno realizzando in questi ultimissimi tempi, a cominciare da Lavieri, che nel 2012 ha coraggiosamente pubblicato la grossa mole delle Georgiche (edizione originale 1981), ben tradotto e presentato da Emilia Surmonte. Su questa stessa linea si mettono adesso Neri Pozza, che ripresenta La strada delle Fiandre (edizione originale 1960, rivista dall’autore nel 1982) nella splendida traduzione di Guido Neri (uscita da Einaudi nel ’62) e la vivacissima Nonostante, che offre al lettore italiano quella che è la prima edizione nella nostra lingua dell’ultimo romanzo di Simon, Il tram: pubblicato nel 2001 quando l’autore aveva 88 anni.

Si può partire proprio dal Tram, il cui esordio è particolarmente significativo di una tecnica e anzi di tutta una concezione della scrittura che caratterizza il lavoro di Claude Simon. Chi apra la prima pagina di questo breve romanzo, molto ben reso in italiano da Stefania Ricciardi, leggerà queste parole: «Le graduazioni in bronzo giallo e in rilievo disegnavano sul quadrante un arco di cerchio verso il quale puntava una sporgenza solidale con la leva che, per mettere in moto o prendere velocità, il conducente spingeva con piccoli colpi del palmo aperto». Il periodo prosegue ancora per due volte la lunghezza delle righe che ho appena citato, fornendo una dettagliata descrizione del meccanismo di guida del tram. Si vede qui subito un tipico lavoro della scrittura, in cui la memoria soggettiva (Simon bambino in piedi nella cabina di guida) viene riprodotta in maniera puntuale. Non si tratta però di fedeltà al ricordo, restituzione di un momento intimo a esclusivo valore individuale (anche se tutto il romanzo, in fondo, altro non è che la riproduzione del cinema che si proietta nella mente di un anziano). Si tratta di un procedimento che mira alla resa allucinatoria di un episodio di realtà percepita, oggettivamente percepita.

Lo stesso troviamo nella Strada delle Fiandre, per esempio nella descrizione delle gocce che cadono da una grondaia, prolungata per dodici righe come similitudine per descrivere il movimento sempre uguale delle gambe di un cavallo durante la ritirata dell’esercito francese, o nella splendida descrizione «narrativa» di un cavallo morto dal cui ventre esce fuori quell’erba e quella paglia di cui si è nutrito, e da cui verrà a sua volta inghiottito nel processo di decomposizione.

Grande narratore di Storia (Histoire, 1967, Prix Médicis, s’intitola quello che è forse il suo capolavoro), Claude Simon è innanzitutto uno scrittore visivo (si vedano le considerazioni che gli ha riservato Alberto Casadei in Romanzi di Finisterre, Carocci 2000): una visività del tipo che abbiamo appena definito allucinatorio-memoriale, e che si risolve soprattutto in un sapiente uso della sintassi e soprattutto delle risorse verbali della lingua francese, almeno quanto della sua varietà lessicale.

Sintassi. È questo il punto estetico del lavoro di Simon: rendere il lettore partecipe di un processo. Certo, poiché Simon «racconta», i suoi romanzi si sviluppano lungo una trama; ma il racconto procede in primo luogo attraverso una fortissima soggettivazione percettiva, ulteriormente mossa da associazioni interiori. Ne vien fuori un’organizzazione mobilissima ad alto impianto paratattico (lo svolgimento della sintassi lavora all’interno di ciascun «episodio», o “istante” narrato): una serie di quadri icastici, il cui forte impatto visivo è il frutto del radicamento percettivo. Chi legge ripercorre una sequenza di episodi visivi e uditivi attraverso i quali la storia/Storia viene sviluppandosi in maniera dinamica.

L’écriture blanche, alla quale può essere ascritto anche Simon («Scrittura bianca», proprio, s’intitola la collana – direttamente ispirata al mondo letterario che in Francia s’identifica immediatamente nelle candide copertine di Minuit… – in cui l’editore Nonostante ha inserito Il tram e, già l’anno scorso, aveva riproposto dello stesso autore L’erba, opera del ’58 tradotta da Einaudi nel ’61), è quella in cui prende corpo, insomma, proprio quanto cinquant’anni fa Giacomo Debenedetti osservava in polemica con le pretese d’impersonalità dell’école du regard: una presenza «personale» (quella del «personaggio-uomo», per dirla appunto con Debenedetti), ancorché camuffata. Ed è appunto questa presenza che riscalda la scrittura, facendola arrivare, in certi casi, al «calor bianco»: che sia radicato in un corpo che percepisce il quadro spettrale di una ritirata drammatica o che ricordi, confitto nel suo letto in un reparto di geriatria, gli episodi del suo passato individuale, il lettore è invitato a ripetere il teatro celebrale di quel corpo, disappropriato delle proprie coordinati abituali, e scaraventato in un altro deserto; non troppo dissimile, in effetti, da quello in cui si trova ogni giorno. Purché sappia tenere gli occhi aperti: come fanno le opere di Simon, che ri-presentano ciascun «istante» della narrazione davanti alla mente del lettore.

Chi avrà voglia di leggere Il tram e La strada delle Fiandre, due capolavori della narrazione moderna, dovrà rendersi disponibile a questa imposizione allucinatoria. Sebbene forse non lo desideri, questo lettore resterà a occhi aperti.

Claude Simon

Il tram

traduzione di Stefania Ricciardi, postfazione di Patrick Longuet

«Scrittura bianca», Nonostante, 2015, 137 pp., € 17

La strada delle Fiandre

traduzione di Guido Neri

Neri Pozza, 2015, 272 pp., € 14

Turbativa d’incanto

Giancarlo Alfano

Sin dall’esordio di Sciarra amara (1977), nella poesia di Jolanda Insana c’è stato uno scontro. Uno scontro teatrale, proiettato verso l’esterno; e uno scontro covato nella più fonda interiorità, dove non c’è più un «io», ma si agitano le forze della biologia. Nei sei poemetti dell’ultimo libro della poetessa messinese, si ritrova questo medesimo scontro: estroflesso (con la contrapposizione di due voci, ma intercambiabili) e rivolto verso lo sfondo biologico: «umani per il 10 per cento / e microbi per il resto / conviviamo con miliardi di vite minime / ignorando le comunità che ospitiamo».

Polarizzazione e materialità restano dunque i caratteri principali di una poesia tesa alla manipolazione energica della lingua, sia attingendo alla tradizione sia spingendo in direzione deformante. Troviamo così ricordi da Dante («e se non piangi di questo / di che piangi»: cfr. XXXIII dell’Inferno), o allusioni a un lessico arcaico («penurietà» invece che «penuria») o il ricorso al repertorio espressionistico («putassa mutangola smargossa»), nonché sezioni in cui ripullula la «s prefissale intensiva e sottrattiva (Bello Minciacchi). Insomma, il «disagio al cospetto di una voce assolutamente non conciliante» che ha confessato Roberto Galaverni si spiega anche con la sua autonomia rispetto alla «tradizione del Novecento», accolta e stravolta al pari di ogni altro elemento linguistico e ritmico.

Ma il fatto formale è tutt’uno con la disposizione ideologica. In questo libro, in particolare, colpisce la scelta di annettere, all’interno dello scontro teatralizzato, materiali, scene, episodi della realtà storica. Anche negli altri libri appariva la contemporaneità, ma veniva canalizzata in sezioni distinte rispetto al dialogo/sciarra tra i due io ed era spesso risolta in epigrammi (cfr. Satura di cartuscelle, 2009). Qui invece il riferimento allo strazio delle popolazioni divise che dialogano a distanza sulle alture del Golan o l’orrore di Baghdad e dell’Afghanistan (vi allude Maria Antonietta Grignani nel risvolto di copertina) sono direttamente assunti nello scambio dialogico, non più materiali separati ma fatto bruciante che irrompe nel vociare conflittuale e paraonoico che attraversa la raccolta.

Questa spinta a non distinguere tra interno ed esterno, tra dialogicità e monologo, diventa infine interrogazione sul fare poetico. Se la poesia è da sempre lavoro della memoria, se cioè la poesia è la risorsa con cui gli uomini combattono il trascorrere del tempo affidandolo alla icasticità e alla ripetibilità, ebbene colpisce che Turbativa d’incanto si muova tra memorabilità e flusso, tra incisività della formula («Se sono fiori marciranno», etc.) e dispersione delle voci. Anche per questo il lavoro di Insana sembra arrivato a una delle sue configurazioni più risolte: inscenando lo scontro delle due vocine – soprano e contralto – è il lavoro stesso della poesia che avanza sul proscenio. E c’interroga, lasciandoci sospesi tra l’assunzione del fatto increscioso e lo scivolamento costante che è la vita.
Qui, tra Storia e Biologia, scriveva Roland Barthes più di cinquant’anni fa, si colloca la Scrittura. Qui il suo insegnamento.

IL LIBRO
Jolanda Insana
Turbativa d’incanto

Garzanti (2012), pp. 131
€ 16.60

La primavera dei banditi

Uno speciale su Beppe Fenoglio e la Resistenza con testi di Cortellessa - Alfano - Pecoraro - Balicco - Camillo ***

QUATTRO PARTIGIANI, SETTANTA PRIMAVERE
Andrea Cortellessa

La nuova e rivoluzionaria edizione del Partigiano Johnny, o meglio (visto che redazionale era pure il titolo della prima, nel ’68, poi seguito dalle successive ancorché diversissime di Maria Corti e Dante Isella), del Libro di Johnny (come lo intitola il suo curatore di oggi, Gabriele Pedullà, da un lato richiamando la definizione da parte dell’autore – del ciclo complessivo dal quale infaustamente estrasse nel ’59 quello che s’è letto finora come Primavera di bellezza – del «libro grosso», dall’altro arieggiando la Bibbia che Fenoglio tanto amava leggere in inglese: Il libro di Giobbe, Il libro di Giona…), dà un’accelerazione formidabile alle celebrazioni anniversarie che – come tutte le altre, ma questa in particolar modo – più si allontanano dall’evento generatore più sono destinate a ghiacciarsi nell’ufficialità. Ancora una volta, per fortuna, Johnny ci viene in soccorso.
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LE INTENZIONI DI JOHNNY
Giancarlo Alfano

Si potrebbe iniziare con un paradosso: se Lorenzo Mondo non avesse mai pubblicato Il partigiano Johnny in edizione postuma nel 1968, il problema del suo rapporto con Primavera di bellezza non si sarebbe mai posto. Allo stesso modo, se Varo e Tucca non avessero rispettato il lascito testamentario di Virgilio, mai si sarebbe dovuto discutere dell’assurdo anacronismo di cui si macchiò il poeta augusteo facendo incontrare Didone ed Enea, due personaggi che, secondo la «verità» delle storie tramandate, appartenevano a due epoche distinte.
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RITTO SULL'ULTIMA COLLINA
Francesco Pecoraro

L’otto Settembre sorprese mio padre in Sardegna. Tornava da una missione di ricognizione, quando gli tirarono qualche raffica dall’aeroporto dov’era di stanza e dove avrebbe dovuto prendere terra. Nello sconcerto e nello spavento di vedersi arrivare in carlinga colpi sparati dalla propria base, virò e si diresse verso un altro campo di volo. Lì riuscì ad atterrare. Quella base si stava auto-smantellando, vide ufficiali che se ne andavano con addosso abiti borghesi. Lo misero al corrente della situazione: per quanto ne sapevano, adesso i nemici erano i tedeschi.
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FELICITÀ DELLE BANDE
Daniele Balicco

Nella città in cui sono nato, ogni anno, il corteo del 25 aprile si scinde in due spezzoni. Il primo confluisce nella piazza centrale, dove parlano sindaco e autorità cittadine; il secondo, con in testa la partigiana Cocca Casile, si separa e prosegue fino alla lapide di Ferruccio Dell’Orto, gappista morto a diciassette anni a Bergamo, l’8 febbraio 1945. Se seguiamo l’ultimo libro di Valerio Romitelli (La felicità dei partigiani e la nostra. Organizzarsi in bande, Cronopio 2015) possiamo chiamare il primo spezzone come corteo dell’antifascismo; il secondo, invece, come corteo della Resistenza, o meglio, della guerra partigiana. Romitelli infatti preferisce non parlare di Resistenza.
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PARTIGIANI E CITTADINI
Andrea Camillo

A settant’anni dal 25 aprile 1945, e a ventiquattro dalla pubblicazione di Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, le parole «guerra civile» associate al ’43-45, se non possono più indignare o sconvolgere continuano comunque a suscitare una certa curiosità, permettendo al dibattito avviato dal celebre saggio di Claudio Pavone di mantenersi vivido e attuale. Proprio tale attualità è alla base di questo volume, in cui sono stati raccolti gli interventi di Pavone e di Norberto Bobbio, attraverso i quali è possibile capire com’è cambiato, nei decenni del lungo Dopoguerra italiano, il significato assunto dalla Resistenza.
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IL NEMICO DENTRO
Andrea Cortellessa

Il nemico è penetrato nella mia città. Così suona, ipnotico e minaccioso, il ritornello del Nemico: uno dei brani del cd che riunisce i quattro quinti dei CSI (Francesco Magnelli, Gianni Maroccolo e Massimo Zamboni; all’appello manca Giovanni Lindo Ferretti, che al nuovo gruppo ha però voluto regalare il nome, «Post-CSI»). È questa, certo, l’essenza della guerra civile – della Stasis, come la chiamavano gli antichi (concetto di cui Nicole Loraux – nella Città divisa, 1997, Neri Pozza 2006 – e da ultimo Giorgio Agamben, di quell’edizione a suo tempo promotore, hanno ricostruito l’archeologia).
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