Gian Maria Tosatti, Stagioni non solo all’Inferno

_t0a9658Antonello Tolve

Dopo ben tre anni di riflessione, di ricerca, di scoperte, di conquiste e di azioni che hanno disegnato, a Napoli, un tragitto brillante e irrequieto – irrequieto perché legato ai brani fragili della vita, al contingente, al fuggitivo, al transitorio – Gian Maria Tosatti (nato a Roma nel 1980) “chiude” un’avventura, un ciclo di interventi legati al tessuto di una città che è stata e continua ad essere, per l’artista, «un mondo intero».

La grande personale che il Museo MADRE dedica a Tosatti è, infatti, epilogo delle Sette Stagioni dello Spirito, ciclo a cura di Eugenio Viola che ha mostrato, negli anni, i capitoli di una ricerca (promossa e organizzata dalla Fondazione Morra con il sostegno capillare della Galleria Lia Rumma) mediante la quale l’artista si è preso cura di luoghi fatiscenti o poco conosciuti creando incantesimi, straordinari recuperi, riaperture, interessi. Diviso in sette tappe, in sette mansioni, in sette compiti utili a scandire appunto le Sette Stagioni dello Spirito, dal 26 settembre 2013 a oggi, Tosatti ha costruito una cosmografia che, se nella struttura si è nutrita del Castello interiore (1577) di Teresa d’Avila e della Divina Commedia, nell’esercizio critico e creativo quotidiano ha riletto la storia dell’uomo, del singolo e della specie, per restituirla mediante estroflessioni performative, interventi immaginifici volti a prendersi cura della città per prendersi cura del proprio sé.

_t0a9601La Chiesa dei SS. Cosma e Damiano ai Banchi Nuovi, l’ex Anagrafe comunale di piazza Dante, gli spazi disabitati dei Magazzini generali nel porto di Napoli, l’ex Ospedale Militare, l’ex Convento di Santa Maria della Fede, l’ex fabbrica nel quartiere Forcella e il Convento della Santissima Trinità delle Monache sono stati, via via, i luoghi «radicalmente trasformati dall’intervento dell’artista», le stazioni, le operazioni utili a definire un percorso legato alle sette poetiche «stanze dell’anima»: 1_La peste, 2_Estate, 3_Lucifero, 4_Ritorno a casa, 5_I fondamenti della luce, 6_Miracolo, 7_Terra dell’ultimo cielo.

Magistralmente condensato nel museo tra il piano terra e il secondo piano, il viaggio di Tosatti, seppur misurandosi con ambienti differenti, deputati ad accogliere l’opera, tiene intatta la sua atmosfera che varca gli orizzonti dello sguardo con lo scopo di farsi visione, discorso allucinato e percorso di allegorica guarigione.

Al piano terra, sulla sinistra, immediatamente dopo l’ingresso, un preambolo felice accoglie lo spettatore per mostrare le prime tracce astratte di un discorso che non vuole svelare ma anzi invitare a cogliere gli stati d’animo e i pensieri dell’artista. Ci sono, in questo spazio – già sede del bookshop – 30 diapositive incorniciate che rappresentano «un’opera di buio» (Giovanni della Croce), una pavimentazione grigia strappata allo studio dell’artista per evidenziare «il locus misterioso dell’atto creativo», lo spazio pensante, e, in un angolo, una risma di fogli sotto teca, ovvero il diario scritto da Tosatti negli anni napoletani.

_t0a9665Il percorso prosegue, poi, lungo tutti gli ambienti del secondo piano, con un prologo – uno «scavalco della collezione», avvisa Eugenio Viola – che firma in questa occasione la sua ultima mostra al MADRE prima di passare come Senior Curator al PICA, Perth Institute of Contemporary Art in Australia –: dove l’artista sostituisce una viola bianca a ciocche alla Rosa per la democrazia diretta (1973) di Beuys, del quale tiene nella sala le differenti versioni del manifesto-slogan La Rivoluzione Siamo Noi (1971), pubblicato da Lucio Amelio per la sua prima mostra in Italia. Si entra, dopo questo dialogo costruttivo con un artista-simbolo, nella sala 1_La peste, che mostra immediatamente un ritratto inedito di Gian Maria Tosatti, intermediale. Da questo punto – nella sala meravigliosa, una pietra nera, è cuore pulsante (la pietra era nascosta dietro a un altare ingessato della Chiesa dei SS. Cosma e Damiano) – il corridoio mostra i numeri che scandiscono il tragitto espositivo. Con 2_L’estate siamo di fronte alla la cristallizzazione del tempo, la tappa più pessimistica del percorso, nella quale Tosatti enfatizza la dimensione dell’immobilità.

A seguire è la fase più monumentale e oscura, quella ai magazzini del sale (ben 6000 mq), 3_Lucifero, dove le pareti ingrigite evidenziano una luce fioca che mostra la scritta, dal libro di Isaia, «similis ero altissimo». 4_Ritorno a casa e 5_I fondamenti della luce sono due momenti legati al ritorno a casa, alla casa delle origini, alla riappropriazione di ciò che si è, al tempo personale, alla storia del singolo che si proietta verso la storia della specie. La quinta sala, quella più metafisica, è - come suggerisce Tosatti - «una delle opere più commoventi», legata com’è alla storia di Paolina: «all’origine una lettera d’amore scritta il giorno di Natale del 1917 da una ragazza internata in manicomio perché povera e omosessuale».

La 6_Miracolo segna una cesura nel dispositivo Tosatti perché – dopo cinque momenti intimi – l’artista permette al pubblico di entrare simultaneamente nello spazio, di assistere a una performance, una pulizia, un’opera di bene di un edificio che, a differenza degli altri, non ha alcun pregio artistico. Di tutte le tappe è, questa, l’azione che maggiormente si innesta nel sociale e dalla quale Tosatti prende il portone d’ingresso che, sacralizzato, rappresenta la vita.

Il duplice registro, visuale e testuale, che accompagna lo spettatore verso l’ultimo capitolo, il più astratto, è legato alla terra, 7_Terra dell’ultimo cielo: «è qui che si deve tornare: nel mondo. Non c’è altro posto per l’uomo. Tornare a valle per parlare delle cime. Tornare a terra per parlare del cielo. Ecco, c’è terra in fondo al cielo. La terra cui l’uomo ha legato il suo destino. La terra abitata da altri uomini, compagni e fratelli».

Gian Maria Tosatti

Sette Stagioni dello Spirito

a cura di Eugenio Viola

Napoli, MADRE, dal 17 dicembre 2016 al 20 marzo 2017

Sette Stagioni dello Spirito. 7_Terra dell’ultimo cielo

Napoli, SS.ma Trinità delle Monache (Via Santa Lucia al Monte, angolo Via Pasquale Scura), sino al 7 gennaio 2017

Il museo, l’arte e la memoria

Nicolas Martino

Il museo è figlio prediletto della modernità. Più esattamente di quella particolare concezione del tempo che si è andata strutturando come secolarizzazione dell'escatologia ebraico-cristiana dandosi come proiezione futurologica nella sua versione progressista e rivoluzionaria. Domani accadrà, e a quel domani ci arriveremo a poco a poco, progressivamente o con un salto rivoluzionario, appunto, ma comunque ci arriveremo.

Nel frattempo, mentre la colonizzazione del futuro si organizza, il presente può attendere, lo si può sacrificare in virtù di un domani migliore, e il passato invece occorre conservarlo. Certo per salvarlo dalla tempesta della storia che tutto travolge e dimentica, ma conservando il passato si finisce anche per neutralizzarlo. È così che nasce il museo - da questa particolare concezione del tempo al di fuori della quale non si sarebbe dato come istituzione culturale – e con questa missione sociale: conservare il passato, tesaurizzarlo, e controllarne la memoria. Farne monumento da ammirare e contemplare. Èd è così che il passato diventa un'ossessione. Nessuna cultura, nessuna civiltà è stata catturata dalla mania di conservare e monumentalizzare il passato tanto come la nostra.

Gian Maria Tosatti, Hotel sur la lune (2011)
Gian Maria Tosatti, Hotel sur la lune (2011) - MAAM foto di Giorgio de Finis

Quando poi la modernità si è esaurita, o meglio si è esaurita la sua spinta futurologica, della trama stessa del moderno sono rimasti solo il presente, vissuto come ripetizione eterna dell'identico, e il passato esploso come revival. Basti solo ricordare, a questo proposito, la prima biennale di architettura diretta da Paolo Portoghesi che nel 1980 celebrava La presenza del passato, e in generale il museo rivisitato dalla cultura postmodernista, o anche, ma in una chiave certamente più raffinata, il grande lavoro inaugurato nel 1984 dallo storico francese Pierre Nora con Les lieux de mémoire. A partire dagli anni Ottanta la memoria occupa il centro della scena culturale diventando industria.

Ecco quindi che la mania conservativa e collezionistica si diffonde ancora di più, e nell'epoca postmoderna – ovvero una modernità senza le speranze e i sogni che avevano reso tollerabile la modernità - il museo sussunto dal capitale globale si moltiplica, diventa spettacolo, giostra luminosa a uso e consumo del turismo culturale. Quando poi il capitalismo finanziario è attraversato da crisi di assestamento, in alcune province dell'impero è costretto a dismettere gli investimenti pubblici nel settore culturale, ed ecco che allora i musei spengono le luci e si arenano come tristi relitti ai bordi della metropoli, preda di amministrazioni comunali e ministeriali spesso fallimentari e in generale di una politica culturale di piccolo cabotaggio incapace di guardare più in là di un opportunismo sempre in bilico tra strapaese e grande bellezza.

Jago, Le space est à nous (2013) - MAAM
Jago, Le space est à nous (2013) - MAAM

Eppure le pratiche di resistenza sono sempre possibili, la destinalità heideggeriana, non bisogna dimenticarlo, è ideologia concreta e per nulla innocente. E quindi è possibile pensare un altro museo che liberi il passato dalla prigione della memoria e ci aiuti a guarire da quella nevrosi del tempo che ci costringe a vivere catturati nella passione turistica per il passato e nella sindrome ansiogena della fretta. Il museo, oltre il moderno e il postmoderno, non può più essere il luogo separato della conservazione, del monumento e della memoria. Nel tempo e nello spazio che vengono, quelli del comune, occorre trasformare il museo in una situazione dove sperimentare nuovi modi di vivere, farlo diventare uno spazio che liberi la metropoli dal tempo della miseria, dalla noia della vita quotidiana, merce venduta per pochi centesimi nei discount dell'evasione in confezione spray.

Ed è quello che cerca di fare il MAAM – Museo dell'Altro e dell'Altrove di Metropoliz_città meticcia, un esperimento nato nel 2011 all'interno di una ex fabbrica occupata a scopo abitativo sulla via Prenestina a Roma. L'idea iniziale di Giorgio de Finis, ideatore e animatore del progetto, e degli occupanti era quella di costruire un razzo per andare sulla luna, perché la luna è ancora uno spazio comune e libero dalle enclosures. Raggiungere la luna significa conquistare la libertà, anche quella libertà che solo permette quel particolare sguardo dal di fuori, tra l'altro già altrimenti e magnificamente indagato da Alberto Boatto in un suo saggio del 19811 (nuova ed. Castelvecchi 2013).

Stefania Fabrizi, Guerrieri della luce (2013) - foto di Giorgio Benni
Stefania Fabrizi, Guerrieri della luce (2013) - MAAM foto di Giorgio Benni

Contemporaneamente, per avvicinarsi alla luna, Gian Maria Tosatti realizza insieme agli abitanti di Metropoliz un telescopio costruito coi bidoni del petrolio. Un telescopio gigante che campeggia altissimo sulla torre del MAAM, per avvicinare la luna e allo stesso tempo rendere visibile l'invisibile, perché segnalando a tutti l'esistenza di questa città meticcia all'interno della metropoli, libera gli abitanti dall'invisibilità in cui li aveva cacciati l'emarginazione urbana. Il documentario Space Metropoliz (2011) di Fabrizio Boni e Giorgio de Finis – visibile qui - racconta questa prima avventura. Nel frattempo il razzo è partito e la conquista di quello sguardo unheimlich ha permesso di vedere ancora meglio, e quindi è maturata l'idea: la luna in realtà la si può costruire anche qui, lo spazio lo si può e lo si deve liberare qui e ora. E così che nel 2012 nasce il MAMM un museo-non museo, un museo abitato, indipendente e senza finanziamenti, un'opera d'arte collettiva.

Oggi il MAAM raccoglie circa 200 opere realizzate da altrettanti artisti che hanno risposto all'appello: costruire nel cuore della metropoli una cattedrale del comune che metta in pratica una critica della vita quotidiana, una critica degli spazi e dei tempi del vivere e dell'abitare e che funzioni anche come scudo protettivo per gli oltre 200 migranti e precari che in quella fabbrica vivono. Critica certo, perché gli interventi hanno cambiato gli spazi vissuti quotidianamente dalle persone, e il diritto all'abitare è diventato anche un diritto al bello e un rifiuto della marginalità e della ghettizzazione.

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Eduardo Kobra, Malala (2014) - MAAM

All'ingresso del MAAM vi accolgono I guerrieri della luce (2013) di Stefania Fabrizi, sono lì a guardia di questa cattedrale, perché l'ex salumificio Fiorucci è sotto sgombero, e le ruspe potrebbero arrivare da un momento all'altro a fare il deserto. Ecco perché parlavamo di scudo protettivo. Veronica Montanino ha trasformato la ludoteca frequentata dai bambini nella Stanza dei giochi (2013), l'auletta scolastica è diventata l'Asilo Politico (2013) di Santino Drago. Davide Dormino ha realizzato la Scala reale (2014), 33 scalini che portano alle abitazioni dei residenti, il writer Jago ha dipinto sul muro Le Space est à Nous (2013), lo street artist brasiliano Eduardo Kobra ha dipinto la facciata esterna con il volto di Malala Yousafzai, giovane attivista pakistana premio Nobel per la pace nel 2014, e Alessandro Ferraro ha decorato il frutteto con la sua Corte di uccelli poeti (2012).

Ma le opere sono molte di più, il museo è un cantiere aperto sempre in costruzione, e molti sono gli eventi e gli appuntamenti che ospita. Come nella giornata di oggi, domenica 21 dicembre, in cui il MAAM, in collaborazione con la Fondazione Pistoletto, invita a festeggiare il solstizio d'inverno e presenta le nuove opere realizzate durante l'autunno. Ecco, l'esperimento messo in campo dal MAAM è quello di costruire una cattedrale del comune nella consapevolezza che «l'arte non può vivere che dentro un processo di liberazione» e che «per costruire arte bisogna costruire liberazione nella sua figura collettiva»2. Scavalcando l'idea moderna del museo il MAAM annuncia il tempo che viene.

MAAM_Rebirth-day [and night]
Domenica 21 dicembre, 2014
dalle ore 12.00 alle 24.00
MAAM-Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz_città meticcia
via Prenestina 913 - Roma

  1. Alberto Boatto, Lo sguardo dal di fuori, Castelvecchi, 2013 []
  2. Toni Negri, Arte e multitudo, DeriveApprodi, 2014 []