Il mostro perverso. Il capitalismo e la sua crisi

Giacomo Tinelli

Uno strabismo fondamentale, da sempre, contraddistingue il capitalismo: quello tra accumulazione e profitto. Ciò che consente di accumulare più capitale alla singola azienda, cioè il risparmio sul lavoro vivo (sulla base della compressione dei salari e soprattutto dell’investimento tecnologico), riduce la capacità complessiva del tessuto produttivo di creare plusvalore, estraibile esclusivamente dal lavoratore umano. Questa reciproca estraneità tra accumulazione e profitto è la causa di ciò che Marx ha chiamato “caduta tendenziale del saggio di profitto”, ossia la progressiva perdita di capacità di creare valore del sistema capitalistico. La tesi di Fabio Vighi in Crisi di valore – Lacan, Marx e il crepuscolo della società del lavoro (Mimesis 2018) è che la svolta digitale degli anni ‘70 e la conseguente efficientizzazione produttiva abbia reso tale flessione non più tendenziale ma assoluta e irreversibile. Il capitalismo, allora, colto da un’automazione febbrile, non sarebbe più in grado di produrre valore.

L’analisi dello studioso prende le mosse dall’enigmatica coincidenza che Lacan suggerisce − a partire dal XVI seminario (D'un Autre à l'autre, da poco uscito in traduzione italiana per Einaudi) − tra plusvalore e plusgodere, di fondamentale importanza per la teoria dei discorsi che lo psicanalista elaborerà intorno al ‘70. Una parentela stretta ma complessa, che il volume di Vighi ha il merito di chiarificare: il plusgodere è in relazione con il plusvalore in quanto entrambi, in una prospettiva psicoanalitica, rappresentano il resto non simbolizzato di un’opera di simbolizzazione. Da un lato, il plusgodere segnala il resto pulsionale dell’agganciamento del soggetto al linguaggio (ed è, insomma, il non senso che nasce all’interno del senso, ciò che sfugge ad esso, il buco necessario attorno al quale è organizzata l’articolazione del linguaggio); dall’altro il plusvalore segnala il savoir-faire del lavoratore, ossia ciò che egli sa fare al di là della propria consapevolezza e che è essenziale per il lavoro. Ora, afferma Vighi, è proprio questo savoir-faire che il capitalista espropria al lavoratore, più che la quantificazione delle ore di lavoro astratto non retribuite, che è il modo classico in cui Marx e i marxismi hanno descritto il plusvalore. Anzi, il vero inganno ideologico sta proprio qui: il padrone del discorso del capitalista sembra sottrarre ore, mentre sequestra savoir-faire. È proprio questa la differenza tra un padrone e un capitalista: il primo vuole che il lavoro sia fatto, non importa come; il secondo, invece, pretende di imporre il come il lavoro deve essere svolto, senza esserne mai soddisfatto. Il discorso del capitalista può allora essere considerato come un’isterizzazione del discorso del padrone, consentita essenzialmente dall’appoggio al paradigma scientifico. È quest’ultimo infatti o, meglio, una sua riduzione grottesca e semplicistica, che fornisce i parametri oggettivanti di efficienza che tanto vanno di moda oggigiorno. Modernizzazione, razionalizzazione, new public management, spending review: gli strumenti, tutt’altro che neutrali, che i “tecnici” capitalistici utilizzano per giustificare le scelte di politica economica segnalano il nodo in cui convergono capitalismo e scienza, il luogo della loro collusione. Lacan diceva, appunto, che questi vanno a braccetto. In effetti quale discorso più efficacie di quello scientifico, ridotto al suo scimmiottamento oggettivistico, per legittimare le scelte contro il lavoro cui abbiamo assistito negli ultimi dieci anni? Appoggiandosi al gigantesco potenziale di automazione offerto dalla tecnologia, le scelte che si dicono “di efficienza produttiva” non si accontentano mai, né potrebbero farlo. Da questo punto di vista la scienza è tutt’altro che neutrale: al fondo del suo ragionamento, infatti, c’è la stessa pulsionalità denegata e impossibile da soddisfare, che potrebbe equipararsi al discorso del tossicomane: “non ne sappiamo abbastanza, dobbiamo saperne di più, ancora di più, ancora e ancora”. Allo stesso modo l’automazione del lavoro non troverà mai soddisfazione. Sarà questa la pietra tombale che sotterrerà il capitalismo, a proposito del quale, come ricorda Vighi, Lacan ha pronunciato un chiaro vaticinio: esso è “molto astuto, ma destinato a scoppiare”?

L’aspetto interessante di questa inedita lettura del plusvalore come angolo cieco della consapevolezza del lavoro è che consente di pensare una stratificazione del fatto economico, che stringe relazioni sempre più vincolanti con quello psichico. Così, la fuga nell’economia speculativa della finanza, che ha caratterizzato il capitalismo liberista, ha un carattere perverso poiché nega, attraverso il feticcio delle bolle finanziarie, l’incapacità dell’attuale sistema economico di creare l’unico elemento che tiene in vita il capitalismo, ossia il valore. Allo stesso modo l’economia psichica sollecitata dalla nostra semiosfera è perversa. Ciò che appare come il più individualistico degli atti di comunicazione, come la moda del selfie, il porn-food e più in generale della maniacale documentazione della vita quotidiana che incontriamo sui social network, è, a pensarci bene, una vera e propria immolazione dell’identità personale sull’altare dello sguardo mediatico che, al contrario di affermare la propria individualità, chiede disperatamente di essere osservata dall’Altro dei like, delle visualizzazioni, della dipendenza da riconoscimento. Se, dunque, la crisi economica – l’incapacità di creare valore della struttura attuale – è anche una crisi simbolica, allora ciascun fruitore degli strumenti comunicativi partecipa a denegare l’insostenibilità del discorso attuale.

Per l’appunto, noi contemporanei ne stiamo osservando l’esplosione che, se sul piano economico si manifesta come inefficacia denegata dalla bolla finanziaria, sul piano psichico è incarnata dalla progressivo divenire psicotico del legame sociale. Un aspetto della contemporaneità già chiaramente individuato da Recalcati nell’Uomo senza incoscio era quello delle “psicosi non scatenate” (anoressie, bulimie, disturbi narcisistici della personalità ecc…). Ebbene, queste indicherebbero dunque non solo la crisi della struttura simbolica e sociale che tiene coesa la nostra società, ma anche la crisi economica del capitalismo. Tuttavia, se l’atteggiamento del perverso è denegare la crisi, quello dello psicotico è riconoscerla e anzi, in qualche modo, goderne. Egli individua e disinnesca la meta-finzione simbolica (ossia il linguaggio) in cui tutti quanti, per vivere e relazionarci agli altri, siamo immersi. L’interregno psicotico di cui parla Vighi è allora lo stesso di Gramsci, secondo cui “il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri.” In tal senso, tuttavia, è il caso di mettere in evidenza, oltre che tutte le abnormi brutture, anche gli spazi di possibilità trasformativa che la situazione offre. Al contrario di molti altri libri di critica, Crisi di valore abbozza in conclusione, a partire da un incrocio di Lacan e Badiou, una linea di fuga da percorrere. Nessuna nostalgia per il passato “nevrotico” di ideali e deontologie, né per la vecchia, volontaristica, adesione al desiderio (“non cedere sul desiderio”, aveva affermato il Lacan del seminario VII). Piuttosto – nietzscheananamente, per certi versi, in una postura che forse colloca Vighi tra i cosiddetti teorici “accelerazionisti” – una fedeltà alla pulsione come nucleo incandescente e irrisolvibile, generato all’interno del discorso contemporaneo. Ogni struttura simbolica ha in sé questo nucleo di godimento che è risparmiato dalla “sensatezza” e che coincide con il plusgodere. È dunque a questo “sapere al di là del sapere” che sostanzia il nostro lavoro come la nostra vita pulsionale, che potrebbe aiutarci a trovare la via d’uscita da un mondo di cui, come ricorda Vighi a partire da una famosa citazione di Žižek, è più facile immaginare la fine piuttosto che l’alternativa.

Fabio Vighi

Crisi di valore

Mimesis 2018