La sfida della democrazia

Gianni Vattimo, Giacomo Pisani

Il referendum in Grecia riapre la partita con la storia. I media italiani, ma anche i vari Renzi e compagnia, si sono impegnati per ridurre la posta in gioco ad un accordo negoziale, al “sì” o “no” all’euro, al rispetto degli impegni e alla necessità di onorare i debiti. Di fronte all’irrigidimento della troika e alla chiusura a qualsiasi controproposta, Tsipras risponde investendo sulla democrazia. Molti in questi giorni hanno liquidato la scelta di indire un referendum come una mossa populista e comoda. In ogni caso la colpa sarebbe del popolo, non di Tsipras, che non ha avuto il coraggio di assumersi la responsabilità politica di una scelta.

Innanzitutto Tsipras ha annunciato le dimissioni in caso di vittoria del sì, che significherebbe accettare le condizioni infernali imposte dalla troika. Inoltre, quando le politiche di austerity minacciano la dignità e i diritti fondamentali delle persone in carne e ossa, il sociale si fa eccedente e il politico non può più essere considerato come qualcosa di autonomo e staccato rispetto ad esso. La mossa di Tsipras è un formidabile tentativo di politicizzazione del sociale, che richiede un atto di soggettivazione e di coraggio. Proprio investendo sulla capacità dei soggetti di ribellarsi al ricatto e di autodeterminarsi, spostando l’asse del conflitto laddove più incisivo è il dispositivo del debito e dell’assoggettamento, che prolunga l’emergenza e costringe al senso di colpa e alla paura, Tsipras riapre la partita, rimettendo tutto alla politica. E alla possibilità di sfidare il dogma dell’austerity attraverso un atto di coraggio in cui il popolo greco si assume la responsabilità di mettere in discussione l’ordine neoliberale.

La mossa di Tsipras, indipendentemente dal risultato, mette in questione le politiche di privatizzazione e di smantellamento del welfare imposte dalla troika, e lo fa proprio a partire dal livello statale. In un articolo di qualche giorno fa su queste pagine, Bifo parlava del “nazismo” del Fondo Monetario Internazionale, se è vero che il nazismo è il primato della funzionalità tecnica sulla compassione per la fragilità dell’organismo umano. È una lettura condivisibile, a patto però di non considerare la finanza europea come un moloch anonimo e impersonale, liscio e contrastabile su un piano esclusivamente orizzontale.

La stabilità delle categorie finanziarie della troika, in questi anni, si è fondata sulle politiche di austerity dei singoli stati-nazione, favorendo l’espansione dei grossi profitti e delle rendite e smantellando tutele sociali e sindacali per poveri e precari, ridotti sempre più ad inseguire la sopravvivenza fra contrattini e stage sottopagati. In questo quadro si sono inserite le politiche securitarie di reclusione ed espulsione dei migranti come mezzo di governo della mobilità internazionale del lavoro, mascherate dalla retorica dell’emergenza e dell’eccezionalità delle misure. In tutto ciò, il debito ha funzionato come dispositivo di gerarchizzazione, colpevolizzazione e ricatto per quei paesi, come la Grecia, la Spagna e anche l’Italia, in perenne stato di “inadeguatezza” e “incapacità”.

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Oliver Ressler, Economie Alternative, Società Alternative
Isola Art Center, Stecca degli Artigiani (2006).

In questi giorni, come apprendiamo dalle fonti greche, il nemico più grosso è la paura. Paura perché nessuno sa quali saranno le conseguenze, e la macchina propagandistica dei tecnocrati è da tempo a pieno regime. Il futuro del “no” al ricatto della Merkel e dell’Eurogruppo non è in una ricetta già pronta: è un futuro da scrivere, tutto politico, in cui in gioco c’è una rifondazione delle istituzioni che riparta dalla redistribuzione delle risorse e dal riconoscimento della dignità e della possibilità di autodeterminazione di ciascuno. In questa direzione andavano le politiche fiscali del governo Tsipras, con misure di sostegno al reddito e fornitura di servizi essenziali a tutti, e proprio questo ha costituito la minaccia più forte all’assolutezza della governance neoliberale, fatta passare come meccanismo naturale e indiscutibile di risoluzione della crisi e di pianificazione dell’economia.

Il referendum indetto da Tsipras, allora, è una sfida alla troika e ai mercati, che investe anche l’Italia e chiama all’apertura di un fronte internazionale per rilanciare la democrazia a livello europeo. È tempo di organizzarsi e di contrapporre alla valorizzazione capitalista, che soffoca capacità, aspettative e desideri, l’autovalorizzazione di cooperazione e creatività sociale. Le istituzioni europee devono esprimere la molteplicità della composizione sociale e delle forme della produzione, riconoscendo a livello sostanziale i diritti fondamentali e la capacità di ciascuno di dirsi e autodeterminarsi, assumendo la centralità dei beni comuni e assicurando a tutti una vita dignitosa.

La battaglia di Tsipras, la sfida del popolo greco, è nel rifiuto di ridurre la vita ad accessorio del capitale. In un’Europa in cui tutto sembrava già scritto e incasellato in numeri e imperativi finanziari, la Grecia chiama l’Europa ad appropriarsi dello spazio della politica, rivendicando diritti e democrazia per tutti.

Una strage di uomini

Giacomo Pisani

Una strage di centinaia persone generalmente scatenerebbe reazioni di portata altrettanto grande. Un’ecatombe di tali dimensioni è umanamente atroce ed esige prepotentemente un'indagine rapida sulle cause, la ricerca dei colpevoli, l’elaborazione di rimedi. Perché ciò non accada mai più.

Si ricorderà per una tragedia altrettanto grave, ma molto più contenuta nelle dimensioni, come quella della Costa Concordia, l’amplificazione mediatica che ha portato l’evento a divenire parte fondamentale del sentire comune. Tutte le dinamiche e i rischi connessi con l’avvicinamento delle crociere alle coste, fino ad ogni dettaglio riguardante gli aspetti controversi della vicenda sono penetrati nel sapere collettivo. Questo è avvenuto nelle forme più varie, spesso distorte o banalizzate, ma è innegabile che i fattori di rischio connessi con quella tragedia sono stati assunti dalla maggior parte della gente, stimolando una maggiore attenzione rispetto alla sicurezza in mare.

Nel caso di Lampedusa c’è qualcosa di diverso. Nella maggior parte dei titoli sui giornali si legge “strage di migranti”. La categoria del migrante, in un evento di tragicità immane dal punto di vista umano, è decisiva. Quella negatività estrema, che porterebbe inevitabilmente ad una disperazione ammorbante, alla ricerca spasmodica delle cause e delle soluzioni, perché la vita è ridotta a mucchi di corpi immobili in fila su un’isola, è immediatamente ridimensionata. La categoria del migrante conduce quell’evento così terribile entro una dimensione di normalità, che ne riconduce la straordinarietà ad una ragione puramente numerica. Lampedusa è una strage enorme perché sono morti più migranti del solito.

È incredibile la potenza della categoria in questione. Basta quella a far cambiare tutto, a rendere la morte di centinaia di persone un fatto usuale, certamente non incommensurabile rispetto alle nostre categorie. Se tante persone morissero in un naufragio o per un’avaria rimarremmo completamente spiazzati, mortificati, denudati delle nostre certezze. Percepiremmo la tragedia di vite riversate in un mare di benzina, l’assurdità di un barcone fatiscente caricato di corpi affamati di speranza, la lotta della nuda vita contro le fiamme e le onde, la morte che ti entra nei polmoni e che cancella ogni sogno, ogni idea che giaceva sull’altra sponda del Mediterraneo.

Questo evento farebbe crollare ogni riferimento, ci spingerebbe a cercare le cause e le soluzioni, perché lo spazio mediatico si riempirebbe di troppi quesiti, sarebbe carico di troppa ansia di verità. La politica dovrebbe dare delle risposte, vagliare le responsabilità, ricostruire una visione in cui rientrino i fattori di rischio che hanno provocato quella tragedia per rimettere il futuro in sicurezza, riconoscendo la giusta dignità alla vita.

Ma basta la categoria del migrante a placare ogni ansia, a rimettere a posto il nostro quadro di certezze. Le stragi di vite che si spingono oltre il Mediterraneo a bordo di carrette sono all’ordine del giorno e Lampedusa si inserisce in questa lunga linea, con un esubero di vittime. Eppure la forza di quella categoria potrebbe essere la chiave di volta di questa addomesticazione alla tragedia. Il fatto che il migrante sia di per sé stesso una categoria tragica, fatta di persecuzione, di reclusione se non addirittura di morte potrebbe indurci ancor più ad oggettivare il problema.

Sarebbe però forse ancor più disarmante scoprirsi corresponsabili di una strage. Di un assassinio sistematico, che consegna la vita alle carrette del mare pur di recludere l’alterità e negare l’accesso al migrante. Ciò che consideriamo è il migrante rinchiuso nei CIE, esposto all’immagine pubblica del clandestino usurpatore, non l’uomo ricco di storia, che sfida l’assolutezza delle nostre politiche per farci cogliere, al fondo di esse, decisione e progetti umani che investono l’esistenza intera.

Non serve, allora, richiamarsi ad argomentazioni formali per giustificare l’accoglimento del migrante. Non c’è bisogno di ripescare Kant e il diritto di visita che a tutti spetterebbe in forza dell’originario possesso comune della Terra. Così come non ci serve riprendere Marx e mettere in questione la proprietà privata per cogliere l’umanità del ladro. Basta assumere questo riconoscimento originario per rimettere in questione leggi assurde che mortificano l’esistenza e la riducono a corpi da coprire sulle spiagge. In questo senso il migrante è una sfida alle nostre categorie e ai nostri diritti, perché possano calarsi nei processi che investono la vita al di là del Mediterraneo e riaffermare la possibilità di esistere dignitosamente.

Il carcere in pellicola

Giacomo Pisani

Mercoledì 3 Aprile presso l’Ex Palazzo delle Poste dell’Università degli Studi di Bari è stata inaugurata la mostra “eVisioni – Il carcere raccontato in pellicola, collage e graffiti” a cura di Antigone Piemonte Onlus, finanziata dalla Regione Puglia – Assessorato al Mediterraneo, Cultura e Turismo, e realizzata in collaborazione col Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Bari, il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Torino, la Mediateca Regionale Pugliese, il Centro studi dell’Apulia Film Commission, il Museo della Memoria Carceraria – La Castiglia di Saluzzo (CN), il Ministero della Giustizia – Casa circondariale di Bari e l’associazione “Sapori Reclusi”. La serata inaugurale è stata moderata da Luigi Pannarale, docente di Sociologia del Diritto presso l’Università degli Studi di Bari.

La mostra è visitabile fino al 18 Aprile, e raccoglie locandine cinematografiche di film a tema carcerario curata da Claudio Sarzotti e Guglielmo Siniscalchi. Sono inoltre esposti i collages realizzati dall’artista Agnese Purgatorio con le detenute della Casa Circondariale di Bari per il Centro di Documentazione e Cultura delle Donne, e fotografie di graffiti, a cura di Davide Dutto, realizzate presso l’ex carcere della Castiglia di Saluzzo (CN), che ospiterà tra qualche mese il primo museo in Italia dedicato interamente alla storia del carcere.

Il carcere è il lato oscuro della società, il negativo dell’esistenza normalizzata. È un buco nero e, in quanto tale, ha provocato a lungo l’uomo, delineandosi come ciò che è dall’altra parte, nel regno quasi intangibile dell’ingiusto, dell’anormale, della reclusione appunto. Il cinema ha gettato una luce sul carcere, lo ha oggettivato, ha reso lo spettro riconoscibile. Ma spesso esso è divenuto, in quanto oggetto, circoscritto nella sua irriducibile estraneità, quasi fosse altro rispetto all’umano. La sfida del cinema è tutta qui. Il cinema può ridurre la reclusione a oggetto de-limitato, nello spazio e nelle possibilità, alle mura del carcere, o farci percepire l’umanità della vita reclusa.

Esso può allora riempire il carcere di possibilità di uomini in carne e ossa, ponendoci di fronte al risvolto sempre eventuale delle nostre azioni. Perché è l’umanità stessa, al di fuori di un certo reticolo di possibilità “normali”, a sprofondare nella reclusione, nel lato oscuro, che è il negativo della vita istituzionalizzata. Esso, dunque, ci coinvolge costitutivamente, perché ha al fondo decisioni, condizioni e scelte, della stessa natura di quelle a cui, in ogni momento, la nostra esistenza è chiamata a dare risposta. Noi stessi siamo irrimediabilmente inscritti in questo gioco.

Il diritto, allora, non è un limite assoluto che, calato dal cielo, separa ciò che è giusto da ciò che non lo è. La vita è continuamente implicata nel negativo, nella non-possibilità, quella non normalizzata, nell’ingiusto. In tal modo, essa costituisce un piano di immanenza che si intreccia, sin dalle radici, al piano del diritto, che condiziona la vita e la dirige, senza tuttavia cancellare quel margine di indeterminazione che ci rende costantemente reclusi. Che ci impone, insomma, di scegliere continuamente. E nella scelta il negativo è sempre in agguato, al di là della pellicola, dove la vita prende forma.

Le locandine sono allora pezzi di vita che definiscono un universo di emozioni e di esperienze che rovesciano il negativo per impregnarlo di umanità. I graffiti sui muri del carcere sono strappi nel tempo piano e immutato, attraverso i quali l’uomo recluso cerca di avvicinare il mondo fuori dalle sbarre, per far filtrare frammenti di tempo vissuto. Perché il carcerato è recluso anche dal tempo, che scorre sempre identico, senza lasciarsi afferrare dalle scelte, indifferente alla noia, sordo ai passi che segnano il vuoto dell’attesa. Il cinema è tutto questo, è la vita rinchiusa dietro le sbarre, è lo sguardo del sorvegliante lì a pochi passi, eppure così lontano. Perché siamo tutti sospesi, fra la libertà e la reclusione, oltre la soglia di una scelta, fra le sbarre di una cella, dove gli occhi del sorvegliante sono come una pistola puntata sull’esistenza, in ogni secondo.

Tre leggi per la giustizia e i diritti. Tortura, carceri, droghe
Oggi 9 aprile si firma per la Campagna davanti ai Tribunali di tutta Italia

Nel segno di Carla Lonzi

Giacomo Pisani

Il femminismo come squarcio nella realtà, come modo di stare nel mondo, che riempie i vuoti aprendo infiniti mondi. È questo il senso della riflessione di Carla Lonzi, emerso dalla prima giornata del Festival dei saperi e delle pratiche delle donne in corso dal 26 gennaio al 22 febbraio a Bari, organizzato dal cittadino Centro Documentazione e Cultura delle Donne.

Secondo Antonella Masi, il femminismo è appunto un modo di stare nella realtà impostato sull’autenticità, in cui il soggetto si pone all’origine del proprio rapporto col mondo. Come afferma Francesca R. Recchia Luciani, Carla Lonzi, sputando su Hegel, ha finito per essere cancellata dalla filosofia, con un’operazione di rimozione che ha obliterato l‘idea stessa di differenza sessuale. Tema ripreso da Ida Dominijanni, che ha sottolineato come Carla Lonzi abbia indicato quella tra uomo e donna come la differenza di base dell’umanità, ponendola a fondamento di una nuova storia. La differenza sessuale costituisce dunque l’atto iniziale di una rottura che sposta radicalmente il piano del riconoscimento e delle definizioni categoriali, tradizionalmente costruite sulla dialettica servo-padrone, amico-nemico ecc.

Ma sputare su Hegel significa al contempo sputare su Marx. In un periodo di grande effervescenza marxista, Carla Lonzi vedeva nell’annullamento della differenza sessuale il sintomo di un riduzionismo che finisce con l’impiantarsi in una prospettiva teorica ingenua e ipostatizzata. L’assolutizzazione dell’impianto teorico marxista impediva di accogliere la differenza ontologica essenziale, quella tra uomo e donna, come il nocciolo costitutivo di qualsiasi visione comprensiva. Così, nella tradizione filosofica che va da Hegel a Marx, la donna viene obliata, calata fuori dal piano storico e interpretativo del reale, per essere consegnata ad una dimensione ipostatizzata, fondata sulla naturalità delle relazioni. Il gesto di Carla Lonzi irrompe nella storia del pensiero per farvi penetrale il desiderio di riconoscimento, in cui anche la dimensione sessuale è implicata.

Per questo, come afferma Ida Dominijanni, il femminismo è una festosa scoperta, che dà voce al desiderio di una chiave di lettura della differenza. Il pensiero di Carla Lonzi è impostato sull’apertura, segnato dalla frequentazione dell’altro, del maschile. È un pensiero radicale, che risalendo all’origine genera nuovo pensiero. Il piacere, da questo punto di vista, è fonte di sapere e di verità. Eppure è stato ignorato ed escluso dalla comprensione del reale. È un aspetto profondo, essenziale, e in tale accezione è stato colto ad esempio da Lacan. Quest’ultimo riconobbe che lì c’è la chiave per la scoperta di una differenza ontologica, che non ammette riduzioni. Il godimento fallico è identitario, mentre quello femminile non è mai uno, è un eccesso.

Il femminismo, come emerge dalle parole di Federica Giardini, diventa allora un interpretare politico, la ricerca di un linguaggio che restituisca la vita. Prendere parola in modo creativo significa consentire il farsi della vita nel rapporto con l’altro, fuoriuscendo dalla categorizzazione rigida che, nel linguaggio, ci induce a prevalere sull’alterità, annichilendo la differenza. Quella di Carla Lonzi è stata un’operazione di verità attraverso la propria vita.

Il femminismo di Carla Lonzi, ripercorso nel convegno, emerge come un modo di irrompere della vita nell’ordine piatto che la sottomette a categorie normative, isterilendola fino ad annullarla. Ma c’è un elemento irriducibile al pensiero, un pulsare della differenza che evade la parola per farsi creazione di senso, aprendo spiragli di riconoscimento, di ricomposizione. A condizione di lasciar vivere la diversità, di farla respirare, riconoscendola come il nocciolo della rimodulazione del possibile.

L’inesauribile groviglio

Giacomo Pisani

Le opere di Jan Fabre hanno inizialmente l’effetto di uno shock, sono spaesanti, ti privano di ogni riferimento. Ti mettono di fronte ad un oggetto immerso in un groviglio inestricabile di linee, scavate con la bic blu, che ti trascinano in una trama infinita. Resti smarrito, non c’è via di uscita. Solo in un secondo momento l’oggetto inquadrato funge da punto di orientamento, che ti riconcilia con il contesto delle inestricabili linee che fanno l’orizzonte del quadro. Ma in quel groviglio l’oggetto si fonde fino a perdersi e a tramutarsi in altro.

Le armi si tramutano in animali, gli elmi si trasformano in pesci, la natura si riconcilia con l’opera dell’uomo, e l’arte diviene il punto focale di tale connubio, la comunione delle due polarità, che in una matassa impenetrabile di linee, trovano un’inusitata via d’incontro. L’arte celebra il radicamento dell’uomo nella natura e l’artista scopre, quasi come uno scienziato consapevole, quel momento essenziale in cui l’opera umana importa un riferimento inemendabile al dato naturale, sempre pronto ad evadere gli schemi e a riemergere fra le sfumature delle mille linee che tessono il reticolo della natura.

Jan Fabre, Vista della mostra - Sala Tivoli Project (foto Giuseppe Fioriello/Eclettica)

Ma guai a fissarsi in un nuovo ordine stabile. Chi pensa di ritrovare in quella rete intricata un motivo regolare, il principio di un eterno ritorno rassicurante, resta nuovamente tradito dallo strappo sulla tela, dall’indecifrabilità della natura, mai identica, pronta a ricolorarsi a seconda di come ci rapportiamo ad essa. Lì subito sfugge, ripiegandosi nelle mille sfumature di quel blu ineffabile della bic, che tanta parte ha nelle opere di Jan Fabre. L’arte è una medusa, come si intitola appunto la mostra di Fabre, ospitata nella Pinacoteca Giuseppe De Nittis, presso Palazzo della Marra, a Barletta. Ti seduce, imbrigliandoti in un gioco inesausto di sfumature, fino a divenire insidiosa, privandoti di riferimenti. A meno di non abbandonarsi al gioco della natura, che si vela e si concede allo sguardo, senza sedimentarsi in alcuna delle prospettive possibili. Non resta che seguire il tramutarsi delle linee, che si fondono facendo corrispondere ad ogni sguardo un ordine diverso del reale.

Jan Fabre e l'opera "Croce e soli", 1987 (Courtesy Angelos/Jan Fabre - foto Giuseppe Fiorello/Eclettica)

Così, nel caso del castello di Tivoli, a Mechelen, l’arte ricongiunge materialmente l’opera dell’uomo alla natura, esponendola, attraverso le infinite linee blu di cui Fabre ha rivestito il castello nel 1990, all’infinito gioco di riflessi e sfumature, in una comunione estatica. In un video, all’interno della mostra, è possibile rivivere le varie fasi di questo connubio. Ma Fabre ci presenta già il progetto di un nuovo rivestimento, quello del castello di Monopoli, per ricreare spazi di nuove seduzioni, nuovi incroci di linee e natura, negli stessi spazi concessi dall’arte e dall’opera dell’uomo. In un nuovo intreccio in cui l’unica via di decifrazione è negli interstizi, ai margini delle linee, che nel loro incrociarsi ci cullano, fra arte e natura, in un gioco senza fine.

Intramoenia Extra Art / Watershed
Art is a Medusa - Progetto speciale di Jan Fabre
a cura di Giusy Caroppo
Pinacoteca Giuseppe de Nittis – Palazzo della Marra
Via Cialdini 74 - Barletta
fino al 28 febbraio

Il cielo dei Maya

Giacomo Pisani

Il 21/12/12 è arrivato e passato, e finalmente può esplodere quell’ironia appagante che ci permette di dimostrare la superiorità del modo razionale di vedere le cose. Poveri quelli che hanno creduto alla profezia dei Maya, e l’ironia si tramuta piano in saccenza, rinsaldando la nostra sicurezza, dall’alto della civiltà occidentale, cinica e razionale.

Ora, la bolgia di ironici e saccenti che ha fatto della profezia un fenomeno mediatico di dimensioni impressionanti, non accetta discorsi sui paradigmi culturali, che permetterebbero di inscrivere quella profezia all’interno di un orizzonte categoriale irrimediabilmente altro rispetto al nostro. Eppure è proprio questa confusione a rendere inequivocabile la deformazione e il travisamento della profezia stessa.

Ma, senza addentrarci nel merito della profezia Maya, è chiaro che il fatto di introdurla all’interno nel nostro modello razionale, ben costituito nelle categorie della scienza e della tecnica occidentali, deriva proprio dalla ingenuità di una cultura che ignora la propria storicità ed è incapace di comprendere la diversità. Ecco perché il fallimento di tante “profezie” occidentali, formulate nei termini precisi e razionali dell’economia e della tecnica moderne, non destano uguale scalpore. Eppure sono ben più allarmanti gli effetti tragici del nostro modello turbo-capitalistico, che ci pone di fronte all’eccedenza delle emergenze naturali rispetto ai nostri parametri di sviluppo. Per non parlare delle masse di diseredati che costituiscono l’elemento fondante di tale modello.

Forse, allora, è proprio in quella considerazione cinica e presuntuosa della profezia dei Maya che va ricercato il tratto caratterizzante dell’assolutezza del nostro modello di vita e di amministrazione dell’esistente. In altri termini, è proprio l’incapacità di relativizzare il nostro campo di senso e di aprirci alle differenze, che ci impedisce di rimodulare le categorie fondamentali della tecnica occidentale, per farci carico delle esigenze ormai irrimediabili della natura e degli oppressi da tale configurazione.

L’incapacità di assumere il nostro orizzonte di senso non ci permette di accogliere la sfida dell’alterità, quando ci provoca, al fondo delle nostre certezze, per rimetterle al gioco delle possibilità, facendoci scoprire il diverso come un modo del tutto peculiare di stare al mondo. Così, la profezia dei Maya non è il tentativo fallito di prevedere il corso degli avvenimenti del nostro tempo, ma è un modo di dirsi di un popolo, con i suoi valori, il proprio contesto sociale di riferimento, un proprio spazio comunitario. E per comprenderlo è necessario cogliere la storicità delle proprie stesse categorie, per metterle in gioco.

Ma è molto più semplice liquidare quella profezia inscrivendola nell’ingenuità di una civiltà di gran lunga inferiore alla complessità del nostro grado di sviluppo. Forse è per questo che le nostre profezie fanno sempre più acqua, e ci hanno indotto a prendere la profezia dei Maya così sul serio. Anche nel suo senso letterale e distorto.

Politica e social network

Giacomo Pisani

I social network hanno svolto, a ben guardare, un ruolo di primo piano nella campagna elettorale legata alle primarie del centro-sinistra. Basti pensare all’esplosione delle parodie avvenuta attorno allo slogan del Presidente della Puglia, “Oppure Vendola”, o a quelle altrettanto dissacranti sorte attorno ai motti di Renzi. Ma il fenomeno dell’amplificazione mediatica ha raggiunto dimensioni poderose nel caso del gruppo “Marxisti per Tabacci”, divenuto talmente famoso da meritarsi una citazione dal vincitore Bersani, proprio in occasione del discorso di ringraziamento all’elettorato.

Il punto fondamentale è che i social network forniscono le possibilità di espressione più adatte alla diversione e all’irrequietezza che caratterizzano il nostro tempo. Anche nel caso delle elezioni, l’istantaneità degli slogan, l’immediatezza dei “post”, costituiscono il mezzo ideale per comunicare, senza impegnarsi troppo, senza mettersi in discussione. E questo emerge anche nei contenuti. La neutralità dei temi veicolati permette agli utenti di non impegnarsi in questioni che richiedono prese di posizioni, analisi, giustificazioni. Il tutto si esaurisce nell’ironia - neanche troppo ragionata - di uno slogan, in possibilità fugaci, che permettono di affermare di esserci, senza affondare i colpi.

I social network divengono allora un modo di stare al mondo. È nota la triade che Heidegger pone alla base dell’esistenza inautentica e non genuina: la chiacchiera, la curiosità e l’equivoco. Si tratta di modalità di esistenza caratterizzate dalla distrazione, dall’irrequietezza, che si esauriscono nell’attimo senza prolungarsi in progetti a lungo termine. Che si determinano quindi in possibilità neutre, indifferenti rispetto all’identità soggettiva, che resta invece quasi in sospeso. Certo, il discorso si fa qui complicato, perché forse uno dei motivi per cui la chiacchiera diviene una delle modalità principali di esistenza è il fatto che l’identità spesso non trova vie per esprimersi.

Le vie di accesso alla cittadinanza sono precluse, soprattutto alle giovani generazioni, a cui il lavoro è negato, e con questo ogni possibilità di progettarsi in un futuro a lungo termine. È per questo che la certezza resta legata al presente, e a quelle possibilità neutre, indifferenti. Non è un caso, allora, che la chat (in inglese, letteralmente, “chiacchiera”) divenga il modo di discorrere postmoderno. E persino la politica assume le forme della chiacchiera, della banalizzazione. I contenuti del confronto si isteriliscono, fino ad allontanarsi dal terreno stesso della politica e a farsi “slogan”, durando il tempo di una risata. In cui tutti possono ritrovarsi, senza troppo tempo da perdere nei confronti e nei ragionamenti. Tutti sono fan dei “Marxisti per Tabacci”, o degli slogan di Renzi, oppure Vendola. Ma c’è qualcosa che comincia a non quadrare. A vincere è stato invero il candidato più distante da quest’opera di mediatizzazione capillare e di spettacolarizzazione della persona e dei contenuti.

Ma un segnale ancor più forte viene da quei giovani che da qualche settimana in tutta Italia, come del resto in buona parte dell’Europa, stanno tornando a porre i temi del lavoro, dei diritti di cittadinanza, della cultura. Prima nelle piazze, poi occupando i luoghi di lavoro e di formazione, c’è un’intera generazione che rivendica gli spazi della decisione. Forse quella dispersione tra le maglie del presente non riesce a contenere la tensione verso il futuro di quegli uomini e di quelle donne che rivendicano il diritto di esistere, di decidersi, di riprendersi il proprio spazio. È in gioco la riappropriazione del futuro che sottrae gli spazi alla neutralizzazione postmoderna e li riempie di vita, dei sogni e delle passioni che fanno il nocciolo della nostra storia.