Straniamenti sul banale

Giacomo Festi

I lettori di Palomar forse ricorderanno l’episodio dedicato a una formaggeria francese, in cui il nostro protagonista, dopo aver trasfigurato il luogo in un museo enciclopedico, pronto a raccogliere la sfida cognitiva di catalogare tutte quelle forme articolate di formaggi (le texture, le morfologie, i sapori, i modi di preparazione), con tanto di appunti, rimane impreparato al subitaneo richiamo della commessa, quando il turno è il suo. All’estensione espansiva dei pensieri in cerca di organizzazione (un vasto sapere enciclopedico, da combinare al carattere precario di un gusto incorporato, si profilava all’orizzonte di una curiosità divorante) si oppone il momento intensivo di un ruolo, quello di consumatore, da interpretare lì per lì, nel teatro fin troppo sociale del negozio, in un frangente che coglie alla sprovvista e rende impossibile mantenere i tempi dilatati del ragionare. Ecco che appare il risucchio del banale come strategia di sopravvivenza: si ordina qualcosa di scontato. Il banale ci attende come un “ripiego”, ci suggerisce Palomar con la sua acuta lucidità, “come se gli automatismi della civiltà di massa non aspettassero che quel suo momento d'incertezza per riafferrarlo in loro balìa”. Si ricade nel banale quando la complessità prefigurata non sa essere gestita e l’ordinario scontato si fa apparenza protettiva, involucro di relazioni de-problematizzate: il default che segnala una mancanza di pensiero, in ritirata. Il legame tragico e farsesco di banalità, consumo e società di massa è ben presente a Calvino.

Di un’altra banalità, più propriamente linguistica, ci racconta invece l’ultimo libro di Stefano Bartezzaghi, Banalità. Luoghi comuni, semiotica, social media, edito da Bompiani (2019). Nei sei capitoli del libro, dall’andamento programmaticamente rapsodico, l’autore accosta una dimensione verticale, genealogica del banale, a partire dalla nascita moderna e francese del termine, a un’osservazione orizzontale del contemporaneo, attraverso una sorta di fenomenologia del banale e del luogo comune, tra letteratura alta e piattaforme social, sulla scia del suo maestro ispiratore, Umberto Eco. Proust e Facebook, infine, trovano qualcosa di insospettatamente comune. L’erudito approfondimento semantico del banale lo vede contrapposto significativamente al “distinto” in un approccio che avvicina senz’altro l’autore alla critica letteraria. Si tratta in primis di vagliare, come un critico, il carattere più o meno banale di espressioni verbali, con una postura interessata a categorizzare i fatti di linguaggio, ben sapendo, come per il kitsch, come il giudizio sia dipendente da una costitutiva variabile temporale. Il “banale” di oggi è il “distinto” di ieri, in un circolo di trasformazioni che rende inutile svilire il banale stesso o proiettarlo in uno spazio del temibile da evitare ad ogni costo. La modernità è fatta di paradossi e la lingua, rispetto alla banalità dell’idiomatico, funziona in modo analogo al “sistema moda” così ben caratterizzato a inizio 900 da George Simmel: la ricerca di distintività ha bisogno di un fondo di socializzazione per essere riconosciuta. Il paradosso è quindi la convivenza di singolarità e imitazione, di individualizzazione e collettivizzazione delle forme. La semiotica dei trend (Basso Fossali) ne aveva svelato da tempo il meccanismo tensivo: la distintività è tale fin quando garantisce un’intensità percepibile, marcata, della propria forma inusuale, a fronte di una diffusione ancora circoscritta. Al crescere dell’uso e dell’assunzione di quelle stesse forme, la percezione di una distintività decresce, fino a un effetto riflusso nel momento in cui si fa scelta non marcata, banale appunto.

Approfittiamo allora del tema indicato nel libro di Bartezzaghi (per una recensione più articolata del libro rinviamo, tra gli altri, allo scritto di Gianfranco Marrone su Doppiozero) per reinterrogare il banale, in una sorta di archeologia concettuale recente che esula dagli obiettivi principalmente linguistici del testo in esame. Il banale è una categoria che almeno dagli anni 80 è entrata stabilmente nell’orizzonte discorsivo delle scienze umane. Proprio quel legame con la società del consumo e con la circolazione dell’oggetto del quotidiano, banale e senza pretese, è alla base delle riflessioni cruciali di Arthur Danto come critico d’arte. Lo scandalo intellettuale dell’operazione pop (la Brillo Box di Warhol [1964] in primis) è inteso come “trasfigurazione del banale” (“commonplace”, nella versione originale inglese e “banale” in traduzione italiana e francese), ovvero come costruzione di nuove relazioni, immateriali, invisibili, intenzionali, non apprezzabili esteticamente, che cercano di sottrarre l’oggetto, la cosa, alla sua prosaica esistenza schiacciata sulla funzione e ridotta ulteriormente a protesi contenitiva di un prodotto che non coincide nemmeno con la scatola stessa. Il triviale non rimane confinato al gioco linguistico e si incarna nel seriale dell’oggetto, ritrovando quel tratto di ripetitività che il banale definisce. Fino all’operazione meta-artistica di Kuriloff, che chiama “Laundry Bag” un’opera dall’omonima apparenza: “attribuire un’etichetta a un oggetto così banale e noto significa dislocarlo, distorcere l’ambiente. Kuriloff, allora, grazie a una sottile ironia, è parte della stessa tradizione che sicuramente si proponeva di ripudiare” (A. Danto, La trasfigurazione del banale. Una filosofia dell’arte, Roma-Bari, Laterza, 2008 [1981], p. 161). Sarà poi la sociologia degli anni 90 a interessarsi a come, sotto le insegne del banale, si celino rapporti sociali più o meno complessi quali i rituali di passaggio tra età della vita (Objet banal, objet social. Les objets quotidiennes comme révélateurs de relations sociales, a cura di Garabuau-Moussaoui e Desjeux, Parigi, L’Harmattan, 1999).

Il punto teorico, infine, è la transizione dal “banale” qualificativo alla banalizzazione come operazione, come modo di processare i significati, da accostare ad altre operazioni di segno contrario (a dizionario: nobilitare? Semioticamente: riarticolare?). La banalizzazione è un modo di gestire il senso in divenire, di trattarlo rispetto a delle poste in gioco che sono anche e inevitabilmente identitarie. E dove si banalizza si compiono due operazioni al contempo: da un lato si sgancia l’identità, o meglio il modo in cui ciò che è enunciato è assunto (bassissima rilevanza rispetto alla costruzione della propria identità: ciò che dico è scarsamente inerente a me); dall’altro si costruiscono relazioni semplificate, improduttive, monodimensionali, che non prefigurano alcun prolungamento, alcun rilancio di significazione ulteriore (la banalizzazione è una forma di sterilizzazione del pensiero critico). A ricordarcelo, in altra forma, è un altro piccolo tassello nella storia del banale: il libro Le banal di Mahmoud Sami-Ali, illustre promotore della ricerca psicosomatica in Francia e pubblicato da Gallimard nel 1980. Il banale, per Sami-Ali, azzera lo spessore del discorso, abbattendone le tensioni: non ha altro esito se non sé stesso, non prefigurando più un oltre di senso da interpretare. Il banale si accontenta di apparire per ciò che è (il letterale) e mette in scena un corpo fenomenologico svuotato della propria capacità immaginativa (o figurale, diremmo oggi). La banalizzazione può essere allora una complessa strategia del potere. Si banalizza il razzismo, la morte violenta, la violenza di genere, e lo si può fare attraverso forme retoriche non banali. Un solo esempio, già molto commentato: dire delle navi ong nel Mediterraneo che sono “taxi del mare” è metafora fresca, direbbe Ricoeur, non ancora calcificata anche se è parte, su un altro piano, di una strategia di banalizzazione. Da un lato abbiamo il tassista come lavoratore della routine, con un compenso fisso per il servizio reso, dall’altro le tante storie che la metafora cancella, tra l’epico e il tragico, sull’incertezza degli incontri in mare, su corpi che annaspano urlando tra le onde, su un corpo (quello dell’attivista) messo a rischio, a bordo barca, nel corpo a corpo col naufrago, su improbabili mezzi di navigazione, su un confronto teso con le istituzioni e le capitanerie di porto. Lo svilimento ingiurioso della metafora è radicale: si insinua un compenso (ergo una collusione) con i trafficanti di umani e si banalizza perché si perdono tutte quelle storie che inondano di senso mortifero i nostri mari. In inglese banale è anche tradotto con platitude. Il banale è piatto, o meglio, appiattito, come l’elettroencefalogramma del pensiero annegato. La banalizzazione fa davvero paura, non il banale. E uno sguardo (anche quello semiotico) che riarticoli diversamente espressioni e contenuti, che rilanci il senso e la sua inerenza identitaria è uno dei modi in cui continuare ancora oggi la guerriglia semiologica.

Ancora, e per chiudere: la recente pubblicazione (2014) delle trascrizioni degli audio di Eichmann in Argentina da parte di Bettina Stangneth mostrerebbe tutt’altre sfaccettature, non solo stupidamente burocrati, del personaggio Eichmann, quasi fosse stato lui a banalizzare il male perpetrato, mascherandosi durante il processo e preparando la strada all’uso sostantivo della Arendt. Lo scandalo di una banalità del male resta ma va riconosciuta meglio la banalizzazione come piaga della presunta post-modernità.

Stefano Bartezzaghi

Banalità. Luoghi comuni, semiotica, social media

Bompiani, 2019

pp. 272, euro 17

Il piatto sullo schermo piatto

Giacomo Festi

Per i saperi gastronomici, l'atto di assumere cibo difficilmente può essere rubricato come mero consumo, tutt'altro. Performance ad alta densità relazionale, il mangiare rilancia un senso del rapporto tra soggetti e oggetti, vuoi ripercorrendo le tracce di un percorso di produzione/preparazione, vuoi scatenando nuove traiettorie identitarie. Al contrario, la televisione tende a consumare il consumo alimentare, ad assoggettarlo alle stringenti logiche di format e programmi che lo mettono teatralmente in scena. E mentre si amplia lo spettro delle occasioni che declinano la semantica del mangiare sul piccolo schermo, la gastronomia si fa spettro di ciò che potrebbe essere.

Vediamo. Il consumo viene innanzitutto spettacolarizzato, tenendo assieme un'enfasi sul sensibile e un bassissimo tasso di ingaggio identitario (in fondo è solo gioco). Nell'americanissimo Man vs. Food (su Nat Geo Adventure), mangiare equivale a fagocitare: l'episodio tipo sfocia in una gara mangereccia dove il protagonista, Adam Richman, è il prescelto Man che fronteggia le grandi quantità o le impervie qualità (il piccante) di pietanze locali. A volte vince il cibo, a volte lui: di sicuro l'alimento è messo in scena come figura dell'alterità sovrabbondante mentre il corpo di Richman si fa teatro instabile del contenibile.

Anche l'assaggiare può diventare occasione di spettacolo. In Bizarre Foods (da noi Orrori da gustare su Travel & Living), Andrew Zimmern gira il mondo alla ricerca forsennata dei confini dell'edibile, ovviamente secondo i canoni dell'ordinario americano. Sangue, cervelli, peni, insetti d'ogni tipo: la gastro-teratologia prevede un catalogo inesausto dello stravagante. Il momento del test sensoriale fa tutt'uno con l'estetica del raccapriccio, alimentando il fascino del disgusto, capace di attrarre nella repellenza. L'alterità di quel cibo, a ben guardare, è già pre-digerita e non diventa davvero occasione per confrontarsi con culture diverse. Nella variante di Anthony Bourdain (No Reservations, Rai5), il cibo dell'altro si apre certo a percorsi di senso molteplici, almeno rispetto al bizzarro reiterato, ma è soprattutto pretesto per prolungare un indefesso monologo egocentrato (più che spettacolarizzato, il consumo è qui sciolto in mero discorso).

Gli anglosassoni rispondono con Supersize vs. superskinny (per Channel 4 in GB, Grassi contro magri su RealTime da noi), in cui una coppia antinomica, ciccione e magro (combinatoria dei sessi garantita), si scambiano le abitudini alimentari, rispecchiandosi deformati nell'altro che mangia. Qui il regime televisivo è nel segno della piena drammatizzazione: si alzano le poste identitarie senza rinunciare all'enfasi sensibile. Il mangiare è allora un ruminare. Il Dr. Christian Jessen, sotto copertura di una retorica medica, tenta di sensibilizzare i due protagonisti alla loro condizione colpevole, mettendoli di fronte a gigantografie del loro corpo fuori norma. Il lardo in eccesso si traduce immediatamente nel grasso che cola della pietanza, in un gioco delle parti tra cibo e corpo che sancisce la carica identitaria del nutrimento.

Tra due estremi dell'assimilazione alimentare oscillano anche i reality. Quelli non gastronomici tematizzano il mangiare come mero cibarsi di sopravvivenza, rigiocandosi il ribrezzo di un finto wild food securizzato o reinventandosi persino forme di cannibalismo (vedi il caso recente di un reality olandese) vertiginosamentesvuotate di senso. I reality gastronomici, invece - Masterchef, Top Chef e Hell's Kitchen -, vorrebbero mettere in scena le raffinatezze della degustazione savante, facendoladiventare tuttaviainvolontaria parodia del giudizio trascendente insindacabile, prova di forza e autorità, funzionale soltanto a ridistribuire le gerarchie tra i concorrenti.

E il pasto in compagnia? Jamie è stato uno dei primi a sdoganare il consumo dei piatti preparati in tv (soprattutto con Oliver's Twist), finendo in festa la preparazione della cena. Il pasto informale è anche la dissolvenza del senso critico, in un entusiastico «it's good» a suggellare la notte fonda dei palati. Il mangiare conviviale sembrerebbe finalmente appannaggio di un format italiano, Cortesie per gli ospiti (RealTime), perfetto esempio, invece, del «doverismo»implicito in ogni proposta di lifestyle. Colui che ospita i tre arbitri (per cucina, interior design e condotta) è costantemente sub iudice, l'interazione è vittima di un monitoraggio continuo del proprio agire: la convivialità è illusoria, un altro teatro, quello dell'autorappresentazione, rende il pasto una partita ad alto tasso strategico.

Resta insomma da aspettare un diverso incontro con il cibo, scevro dall'iscrizione in un percorso passionale stereotipico, cioè ad effetto garantito. La televisione, fagocitando la presa alimentare, ci mostra per ora quanto piatto sia, fuori e dentro lo schermo.