Giacinto Scelsi e il segno dell’infinito

Paolo Carradori

Da irrefrenabili visionari alla Tenuta dello Scompiglio, tra le magiche colline lucchesi, la ricerca sui linguaggi dell’arte non ha confini. Con la programmazione tematica “Della morte e del morire” attraverso performance, concerti, istallazioni, mostre, incontri e laboratori fino a dicembre 2019, l’arte nelle sue diverse declinazioni rappresenta e si confronta con l’unica certezza della vita. Su questa strada il pianista Fabrizio Ottaviucci con 8-8-88 la porta dell’infinito su musiche di Giacinto Scelsi – Suite IX, Ttai (1953) e Suite X, Ka (1954) – ci ricorda il profilo premonitore del compositore (…me ne andrò da questa terra quando il segno dell’infinito si metterà in fila…) ma soprattutto la sua originalità, la profondità dei contenuti metafisici della sua musica. Più scopriamo Scelsi, per decenni almeno in Italia un invisibile, più ci rendiamo conto che la sua modernità, che qualcuno con superficiale prosopopea ha voluto spacciare per bizzarro esoterismo, anomalia esotica, rappresenta uno snodo centrale della musica del XX secolo.

Scelsi è stato tra i primi a considerare il suono in sé più importante dell’organizzazione dei suoni (…La musica non può esistere senza il suono. Il suono esiste di per sé senza la musica. La musica evolve nel tempo. Il suono è atemporale…). Concetti che lo pongono anticipatore assoluto di qualsiasi avanguardia. Sui ritardi di questo riconoscimento, oltre alle complessità dei materiali e provincialismi, probabilmente pesano anche gli atteggiamenti, l’autoisolamento del compositore, il fare aristocratico e distaccato. Una distanza che, se ampiamente scontata verso un mondo accademico mai amato, ancora resiste, nonostante i suoi repertori trovino sempre maggiori spazi nei cartelloni.

Le opere per pianoforte di Scelsi, in particolare le Suite del periodo 1952/1955, sul fronte della tecnica esecutiva che degli ambiti espressivi esplorano a fondo il suono non solo come centro del processo compositivo, imprescindibile per l’autore, ma estremizzando la dilatazione, la dissolvenza dei confini tra i singoli suoni, disegnano un andamento sospeso, misterioso e di grande potenza evocativo-spirituale. Aspetti che Ottaviucci sa gestire da par suo con estrema sensibilità, tocco, gesto, stregando alla Tenuta dello Scompiglio, con il riconosciuto carisma, un pubblico concentratissimo. L’interpretazione non solo sonora ma anche mentale, che il Maestro ha sempre stimolato negli esecutori delle proprie partiture pare qui compiuta. La Suite IX possiede un carattere altamente meditativo, successione di episodi che esprimono il tempo in movimento e l’uomo, che rimandano al suono del sacro Om dei monasteri. Cellule limpide che vagano ma non scompaiano, riverberano, tornano, ti rimangono dentro come spazi limpidi. La X si apre con ripetizioni ammalianti, quasi estranianti. I sette pezzi non strutturati si concentrano sulle diverse possibilità timbriche del pianoforte, il compositore pur usando il termine suite, riferito alla tradizione musicale europea, nei sottotitoli (Ttai, Ka) richiama l’induismo. Un contrasto che non nega la tradizione ma si apre ad altri mondi sonori, che si caratterizzano anche nelle variazioni del ribattuto qui spesso richiamato ed energetico.

Ogni volta l’ascolto di Scelsi è un profondo viaggio verso l’ignoto, un allenamento mentale elettrizzante verso un ascolto cosciente, liberato e consapevole, indispensabile per l’immersione nei meandri della sua arte. La sua figura misteriosa che ancora ci affascina la fotografa bene Quirino Principe nel saggio introduttivo a “Il sogno 101” (*) dove definisce Scelsi: Un uomo di là da venire, che ci guarda dal futuro.

(*) G. Scelsi “Il sogno 101” (Quodlibet 2010)

Scelsi e l’utopia del pianoforte orchestra. Intervista a Fabrizio Ottaviucci

  • Hai conosciuto e frequentato Scelsi negli anni Ottanta. Il Maestro ti affidò delle partiture per pianoforte da studiare, ma prima di questo vorrei tu ci raccontassi del personaggio, dell’ambiente di casa Scelsi in quegli anni, del suo modo di comunicare con gli esecutori. Molte nebbie e, forse, molti luoghi comuni aleggiano ancora

Mi incontrai con Scelsi , dopo un appuntamento telefonico, perché un mio amico musicista che lo frequentava mi disse che “ era un tipo strano…come te” ed anche che “non era soddisfatto dei pianisti”; perciò arrivai nello studio al quarto piano di via S.Teodoro e per presentarmi improvvisai per dieci minuti al suo pianoforte; a questo primo incontro ricevetti alcune partiture e indicazioni generali per affrontarle; mi accolse con molta cordialità e serenità ma con un certo distacco aristocratico, un modo di fare nobile e pacato; parlava piano, con voce bassa e senza slanci emotivi. Il suo pianoforte, un mezza coda con coperchio chiuso era letteralmente ricoperto di libri e partiture; la stanza la ricordo poco luminosa e con un certo disordine. Nei successivi incontri le sue indicazioni erano per lo più generali, direi filosofiche, di intento, di clima e frequenza psicologica, spirituale, mi invitava a cercare un modo mio personale e interiorizzato di suonare la sua musica.

  • Soprattutto negli anni Cinquanta Scelsi dimostra un grande interesse compositivo riguardo al pianoforte che si chiude nel 1956 con la Suite n.11. In base alla tua esperienza rispetto a queste opere come si potrebbe sintetizzare il pianoforte secondo Scelsi?

Il pianoforte è lo strumento principale su cui Scelsi sperimenta la sua ricerca; sin dall’inizio negli anni ‘30 i brani per pianoforte esprimono le caratteristiche vitali della sua ispirazione, come lo slancio, l’estasi, il mistero, il clima demoniaco, il rituale, l’ascetico; più tecnicamente la sua è una ricerca sul colore; Scelsi non amava ascoltare concerti di pianoforte, che riteneva fossero troppo monotoni timbricamente; amava e cercava un pianoforte-orchestra più ampio possibile di variazioni timbriche; questo perché il suono, quindi il colore del suono, è parte essenziale dell’idea musicale di Scelsi; quindi ogni suono si deve caratterizzare di una sua vita specifica e quindi di un suo tocco e colore che lo esplicitino. E’ negli anni ‘50, con l’ampio corpus di opere che costituiscono anche un insieme strutturale a se stante, che Scelsi raggiunge la pienezza della sua ricerca sul pianoforte; che abbandonerà nel ‘56 per inoltrarsi nell’esplorazione microtonale del suono, ricerca che la tastiera suddivisa in dodici frequenze non poteva soddisfare ma su cui aveva in qualche modo anticipato ed esplorato il senso attraverso l’ampio uso del ribattuto e del cluster.

  • Molto si è anche dibattuto sull’aspetto di natura spirituale dell’approccio compositivo di Scelsi. Come percepisci questo valore metafisico nelle partiture e quanto ne influenza la lettura?

Penso (e lo pensava anche Scelsi) che non si possa suonare la musica di Scelsi rifiutando di calarsi con profonda intensità nei mondi interiori; intendere questi mondi come metafisici o psicologici o emotivi e esoterici è fatto, secondo me, di minore importanza; l’importante è farsi attraversare completamente dalle opere che eseguiamo, evitare ogni atteggiamento di tipo professionale-accademico , distaccato, “oggettivo” come richiedono altri compositori, ed essere parte di un evento che trasforma in modo importante la nostra percezione. Così facendo coinvolgiamo chi ascolta dandogli la stessa possibilità di vivere l’evento sonoro come trasformazione, come vita interiore messa in movimento dal suono.

  • Parlaci dei perché della scelta della Suite IX e la Suite X che hai presentato alla Tenuta dello Scompiglio in un recital chiamato “8-8-88 la porta dell’infinito”. Al di là di uno Scelsi inquietante premonitore sulla data della propria morte, cosa ci dicono queste opere?

Parlavo prima di un corpus “ strutturato” delle opere degli anni ‘50; le due suite eseguite sono secondo me il cuore di questo corpus; entrambe seguono una struttura articolata sull’alternanza delle modalità di ribattuto che Scelsi utilizza nelle sue opere; nella IX nei movimenti dispari il ribattuto si condensa in nuvole più o meno dense, nebbie o vortici, più lenti o più veloci, in crescendo o in diminuendo, accelerando o ritardando, che vanno messi in relazione all’idea del Tempo che è alla base della suite; nei movimenti pari è il suono statico dell’Om a perforare e immobilizzare il tempo, suono che a sua volta dà vita a cattedrali della psiche umana cariche di tensione emotiva; Tempo, OM, Uomo, Cattedrali sono termini presenti nei sottotitoli dell’ opera, insieme all’indicazione “gli agitati se ne astengano”. La suite X esplora le diverse tipologie di ribattuto nei movimenti dispari, melodico, ritmico, meccanico, violento “come colpi di sciabola” e le alterna a quello “classico” dei movimenti pari. I titoli delle due suite sono Ttai e Ka, tradotti solitamente in Pace ed Essenza, ma secondo me, in piena licenza poetica nella veste di traduttore dal sanscrito, più che di Pace si deve parlare di “stato di coscienza al di sopra del tempo”.

Un estremista del suono. Riflessioni sul vol. 7 della Giacinto Scelsi Collection

Paolo Carradori

È singolare, quanto costante dato significativo, che per ogni uscita discografica della Giacinto Scelsi Collection – per Stradivarius con la collaborazione della Fondazione Isabella Scelsi - l’emozione, la riflessione sia in fondo sempre la stessa: questa è la migliore, la più bella. Non fa eccezione la settima uscita che raccoglie lavori per pianoforte e violino. E molte altre meraviglie ci aspettano ancora. L’ultimo volume di questa imperdibile collezione monografica arricchisce, amplifica un periodo dove l’interesse verso Giacinto Scelsi (1905-1988) è in sicura ascesa anche nel nostro paese (all’estero il riconoscimento delle sue composizioni è stato acquisito da tempo). Ed era ora, si potrebbe dire, che nebbie, pregiudizi e provincialismi si siano diradati, che il suo ruolo, ora riconosciuto centrale tra i compositori del Novecento, emergesse nella sua pienezza. Va anche riconosciuto però che l’avvicinamento al mondo scelsiano non è proprio semplice e lineare soprattutto se lo percorriamo con strumenti e logiche tradizionali. La marcata distanza dal mondo accademico ha posto Scelsi in una posizione del tutto atipica. La sua filosofia musicale, la fascinazione verso la meditazione esoterica, la centralità del suono come la costante messa in discussione del ruolo del compositore (Scelsi improvvisa e registra su nastro, lascia ad altri elaborazione e componimento su carta) vissute come bizzarre anomalie, ed oggi riconosciute, a quasi trenta anni dalla scomparsa, come geniale segnali anticipatori dei percorsi delle avanguardie. Un (auto)isolamento quello di Scelsi che salvaguarda i caratteri di una libertà creativa in un processo compositivo originale che prende le mosse dagli interessi giovanili verso la Scuola di Vienna per poi assumere connotazioni poliedriche, a volte contraddittorie attraverso revisioni, ricomposizioni, retrodatazioni, costringendo musicologi e ricercatori ad una suddivisione in periodi produttivi di non facile definizione.

Il volume sette si apre con “Suite n.6 – I capricci di Ty” per pianoforte (1939), che si sviluppa in quindici brevi movimenti (il numero XIV dura 0’47”, il numero XV 3’32” è il più lungo) caratterizzati da trame, pulsioni ritmiche, ostinati marcati, ripetuti. Anche aspetti danzanti che, per chi frequenta il jazz, sono riconoscibili nella frenesia percussiva di Cecil Taylor degli anni ‘70. Una musica astratta e vitalissima percorsa da strappi nervosi, spigoli acuti, ma anche aperta a improvvise oasi riflessive, silenzi sospesi. Anna D’Errico la percorre non solo con fresco talento ma anche sviluppando un’alta tensione improvvisativa che trasforma la suite in un puzzle componibile, definito, ma anche scomponibile, autonomo nelle proprie singole cellule creative.

Se c’è uno strumento al quale Scelsi dà una connotazione radicale e antiaccademica subito riconoscibile questi, oltre la voce, è sicuramente il violino. In “Divertimento n.1” per violino e pianoforte (1938) - in prima registrazione mondiale - caratterizzato da discontinuità stilistiche dovute a successive elaborazioni affidate in periodi diversi a collaboratori, ne è un esempio paradigmatico. Le corde di Marco Fusi graffiano con forza tutti i cinque movimenti, a volte seguendo le dinamiche della tastiera a volte allontanandosene violentemente in un turbinio di suoni distorti e sognanti. Ancora più radicale nel dittico per violino solo “L’Âme ailée / L’Âme ouverte” (1973) dove entra in gioco una fascinosa scissione del suono, sfasamenti e sovrapposizioni in una misteriosa trama timbrica costruita sulla scordatura delle corde e assenza di vibrato. Scordatura che ritroviamo anche in “Xnobys” per violino solo (1964) dove la lontananza dello strumento dal bel suono si fa incolmabile. L’uso di una sordina particolare, ideata dallo stesso Scelsi, un oggetto metallico da sfregare sulle corde, moltiplica gli armonici ed estremizza all’inverosimile il suono. Ci vuole tutto il virtuosismo e le capacità tecnico-espressive di Fusi per rendere quella che Scelsi definisce la sensazione di suono sferico e regalarci il momento più alto dell’intero lavoro.

Divertimento n.1” per violino e pianoforte (1938)

L’intervista ad Anna D’Errico

  • Il volume sette della Scelsi Collection conferma il fascino dell’approccio del compositore riguardo a suono e struttura. Frequentando spesso repertori contemporanei quale emozione provi e con quali problematiche interpretative ti devi confrontare di fronte alle partiture scelsiane?

Affrontando le partiture di Scelsi mi trovo di fronte a un'idea estremamente intensa, ma ambivalente, di opera: una traccia fissata su carta che è imprescindibile, ma che allo stesso tempo va trasformata, attraverso un percorso di interiorizzazione del suono, o meglio forse di “abitazione” del suono. Trovo che una resa "accurata" della partitura (nel senso più comune del termine, e cioè una corrispondenza costantemente verificabile tra segno scritto ed esito sonoro) non sia sufficiente. Nel mio lavoro su Scelsi ho dedicato molto tempo ad ascoltare, esplorare e modificare le possibilità timbriche e le risonanze, così ricche nel mio strumento, e ho poi cercato tempi, direzione, gesti da un'altra parte, lavorando sul farsi del suono, sull’energia e la direzionalità delle frasi. Altrimenti questa musica ne esce impoverita. Mi piace pensare che questo approccio possa valere molto più in generale che nel caso di Scelsi, che sia una grande lezione da tener presente di fronte a tutto il repertorio.

  • Suite n.6 “I capricci di Ty” con le sue quindici brevi cellule si caratterizza per un marcato senso ritmico in un uno scenario rigoroso ma anche astratto e sognante. Come hai affrontato questa opera?

A mio parere il centro focale di quest'opera è lo stato di trance creato dall'iterazione dei suoni ribattuti, una sorta di spina dorsale del suono, che diverrà cifra dell’ultimo Scelsi e che qui è già fortemente presente, forse più che in altri lavori coevi. Una sfida particolarmente difficile è stata dare continuità alle quindici sezioni che la compongono mantenendo la tensione lungo questo centro ossessivo verso il quale la musica viene magnetizzata, attorno a cui esplode, proiettata su tutta la gamma delle altezze e delle dinamiche, per poi tornare lì.

  • “Divertimento n.1” per violino e pianoforte si connota per una maggiore discontinuità stilistica. Il primo tempo Improvvisazione rimanda alla libertà degli esecutori. Come la si gestisce pur rimanendo dentro il contesto estetico del brano?

La disomogeneità del Divertimento n. 1, prodotto di un assemblaggio di movimenti nati in circostanze diverse, ne ha senza dubbio reso problematica l’interpretazione. Il primo movimento va collocato attorno al 1940, la cadenza per violino si proietta negli anni ’50, il pezzo si articola tra questi due estremi. Ci è sembrata interessante l'idea che quest’opera rappresenti un vettore che collega la musica di Scelsi attraverso oltre un decennio di evoluzione. Nelle nostre scelte interpretative abbiamo deciso di conciliare le pluralità stilistiche privilegiando un approccio vicino allo Scelsi più maturo, mettendo in rilievo tutto ciò che nella scrittura puntasse a una matrice improvvisativa, gestuale e a una ricerca timbrica, esaltando anche nelle parti di concezione più tardo-romantica tutto ciò che già fa presagire quello che la musica di Scelsi sarebbe diventata nel tempo.