Spettri d’argento. The dark side di Giosetta

Andrea Cortellessa

 L’air est plein du frisson des choses qui s’enfuient

L’altra ego, il titolo dell’ultima mostra di Giosetta Fioroni – prima delle ben tre ora in corso a Roma, delle quali il bellissimo libro d’artista My Story, realizzato col complice di sempre Corraini, fa da a-catalogo splendidamente dis-ordinato –, era fatto per mettere in guardia i suoi numerosi ammiratori.

Si trattava, come si ricorderà (se ne parlava sul numero 25 di alfabeta2, giusto un anno fa), di una galleria fotografica – allestita al Macro da Marco Delogu – nella quale Giosetta come una bodyartist (o, piuttosto, una tela vivente) incarnava una serie di più o meno perturbanti archetipi tali da «alienare» una personalità, la propria, da lei stessa col tempo avvertita irrigidirsi in stereotipo: dal quale le «altre identità» così indossate le permettevano piccole o grandi «vacanze». La dimensione teatrale è stata del resto, sin dall’infanzia, parte integrante del suo modo di porsi (in una più o meno consapevole costruzione, cioè, di quello che è un personaggio: «ho cominciato a usare molta attenzione, molti accorgimenti alla postura, alla mimica facciale e degli arti»).

In Faïence – la sezione del duplice allestimento alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma che accoglie i suoi ultimi lavori in ceramica – sono accolti i noti Teatrini, che riproducono l’atmosfera e le dimensioni «magiche» di quel tempo d’infanzia, ogni volta associate ad amatissimi titoli letterari come appunto La grande vacanza di Parise, «traducendole» nel suo linguaggio artistico di oggi. In tal modo realizzando il miracolo sognato in una scultura esposta in un’altra mostra realizzata dieci anni fa con Delogu, Senex, Giosetta con Giosetta a 9 anni: un autoritratto doppio in cui la bambina del 1941 (ritratta a partire da una fotografia d’allora) viene tenuta per mano dalla donna di oggi. Le due figure sono ritratte in piedi, assorte, gli occhi rivolti a una lontananza dalla quale si attendono, forse, una risposta.

Giosetta Fioroni, Italia, teatrino 2004,  ceramica h cm 62,  (800x686)
Giosetta Fioroni, Italia, teatrino (2004) - Foto di Giuseppe Schiavinotto

Ma la parte più sorprendente della stessa Faïence (che si ritrova, in dimensioni ridotte, in una contemporanea più piccola antologica dall’eloquente titolo Il teatro della vita) sono i magnifici Vestiti che splendono, con la loro smaltata oltranza «iperpittorica», in mises fastosamente improbabili e, appunto, assai scenografiche («come sulla soglia di una sala da ballo o di un palcoscenico», scrive Maria Vittoria Marini Clarelli). Ulteriormente spersonalizzata e sottilmente crudele, siamo di fronte alla stessa esigenza dell’Altra ego: le figure, ciascuna ancora una volta intitolata a un archetipo femminino della storia della letteratura (dall’Ottilia delle Affinità elettive all’Agathe dell’Uomo senza qualità, dalla Daisy Miller di Henry James alla Effi Briest di Theodor Fontane), sono dei torsi acefali (all’Acéphale di Bataille e soci dedicò un libro d’artista, Giosetta, nel 1983) e privi di braccia: simili dunque a Nike di Samotracia senza ali o, più verosimilmente, a manichini di ateliers (più quelli di moda che d’arte).

Siamo molto lontani dallo stereotipo che imprigiona Giosetta Fioroni (visti da un’altra ottica, c’è il rischio che gli sgargianti Vestiti evochino l’armatura del Cavaliere inesistente di Calvino…): quello della bambola affettuosa e sognante, della vagheggina tutta buoni sentimenti (quanti cuori nella sua produzione, a partire dagli anni Settanta!), intenerimenti e commozioni. Goffredo Parise parlò di un’«ideologia figurativa di Giosetta Fioroni»: «vedere e soprattutto ricordare la vita rosa». Era il 1975 e tre anni prima un grande cuore di Giosetta aveva brillato sulla copertina del libro «rosa» di Parise, Sillabario n. 1.

Era la loro, si capisce, una trasgressione spiazzante e provocatoria: nel tempo dell’obbedienza di artisti e scrittori a ideologie di tutt’altro colore. Ma che col tempo ha finito per cristallizzarsi appunto in stereotipo: luogo comune ripetuto sino alla stucchevolezza dalla cerchia dei sempre più rosei, e sempre meno trasgressivi, ammiratori di Giosetta. Nel suo caso, peraltro, la svolta «rosa» degli anni Settanta non reagiva a un’ideologia politica bensì (in ciò Parise aveva visto giusto) stilistica: quella che, sotto il segno di un estremo cromatico opposto, aveva dominato la ricerca di Giosetta nel decennio precedente. E che ora viene documentata, per la prima volta in modo analitico, dalla mostra allestita con successo da Claire Gilman al Drawing Center di New York la scorsa primavera e che, trasportata a Roma, costituisce la seconda, decisiva anta del dittico alla GNAM.

Il titolo, L’Argento, rinvia subito alla dominante cromatica di quegli anni Sessanta. Gli esordi erano stati nel segno dell’astrazione, sulle orme del maestro all’Accademia Toti Scialoja. Ma già sul finire dei Cinquanta – con la frequentazione dei sodali di Piazza del Popolo – torna nella pittura di Giosetta la figurazione. Solo, raggelata appunto dalla costante cromatica (o a-cromatica, piuttosto) di una pittura argentata all’alluminio: la cui spettrale fissità (che rinvia al «regno pallido», annota Gilman, dei primordi della fotografia) congelava figure umane e paesaggi in «un’atmosfera funerea» (così in una dichiarazione dell’artista del ’61), una sorta di semi-cancellazione dalla quale di continuo si tenta di emergere, e nella quale ogni volta insensibilmente si risprofonda.

Giosetta Fioroni, Bambino solo (1968)
Giosetta Fioroni, Bambino solo (1968) - Foto di Giuseppe Schiavinotto

Se non ci fossero i titoli a identificare un Palazzo sul canal grande o un Ponte di barche sul Piave, sarebbe del tutto impossibile riconoscere quei luoghi in questi diagrammi semi-astratti: un’«eclisse dei luoghi», come la chiama Dalila Colucci, leggibile anche in relazione all’autore dell’Eclisse, come scrive Romy Golan – che prende le mosse dall’Immagine del silenzio, il lavoro di Giosetta esposto al padiglione italiano della Biennale del ’64 (quella celebre dello «sbarco» europeo, quasi militarizzato, del Pop americano). Come nei film di Antonioni di quegli stessi anni, in quei quadri di Giosetta ci si aggira alla ricerca di persone e luoghi «scomparsi»: che sono stati o si sono sottratti alla nostra vista. Quello dell’argento, come la luce nel finale dell’Eclisse appunto, è un raggio extraterrestre, una proiezione disumanizzante e metafisica.

Ma c’è un altro riferimento culturale inaggirabile, secondo me, nella scena di quegli anni (che tra l’altro Giosetta frequentava allora anche di persona, nel periodo passato a Parigi al fianco di Germano Lombardi): Samuel Beckett. Non è solo nello spazio, infatti, che il mondo si è perduto; l’argento è il segno di una malcerta e sospesa, peritosa collocazione degli enti, piuttosto, nel tempo: cioè nel palinsesto instabile della memoria (questo il concetto, infatti, che Giosetta associa sempre a questa sua palette). Una tela del 1963-64, già nota come Bambini, ha in mostra il titolo Malone e i suoi amici. Raffigura appunto bambini come proiettati su uno schermo (c’è un reticolo leggero che li incasella, in parte li astrae dallo sfondo): i volti appena accennati, proiettano ombre incerte e imprecise; quello in primo piano ha il corpo e il volto semicancellati.

Nel romanzo beckettiano del 1951 Malone muore, secondo della Trilogia, il personaggio del titolo, soffuso da una luminescenza «grigiastra» («una specie di luce plumbea che non getta ombre […] io stesso sono grigio, qualche volta ho addirittura l’impressione di diffondere del grigio»), attende immobile la fine in una cameretta «biancastra e fatta a volta come scavata nell’avorio». Segno, ha annotato Gabriele Frasca (introducendo all’ultima edizione del testo, Einaudi 2011), che è nella sua testa che si svolge, si fa per dire, l’azione: una «scatola cranica dove non c’è memoria personale che non sia tormento, e depersonificazione che di contro non purifichi». Avrebbe dovuto intitolarsi L’Absent, il romanzo di Beckett: l’infanzia, cui sempre resterà devota Giosetta, nasce simmetrica all’agonia del moribondo di Beckett. È l’altra faccia, il simmetrico perfetto (come mostrerà, fra qualche anno, il finale di 2001 di Kubrick) di quella condizione semi-viva, o che sta appunto per definitivamente assentarsi.

Giosetta Fioroni, Malone e i suoi amici (1964)
Giosetta Fioroni, Malone e i suoi amici (1964) - Foto di Giuseppe Schiavinotto

È in questo clima apocalittico e «penultimo», per dirla con Deleuze, che Parise intercetta Giosetta. È la fine del ’64. Nel febbraio dell’anno seguente scrive della sua mostra alla Tartaruga, elogia la capacità del suo sguardo (che accosta a quello di Richard Avedon) di farsi «matematico entomologo dell’apparenza femminile». Ma si congeda con un augurio, un esplicito «suggerimento all’artista» anzi. Colto in un unico quadro, fra quelli in mostra, l’uso di uno «smalto rosso arancio», conclude Parise: «ci piacerebbe vedere altri rossi di quel genere, altre superfici di quei toni smalto per le unghie e, in generale, altri colori, per così dire, cosmetici». Di lì a qualche anno Giosetta accoglierà quel suggerimento, riempirà di colori le sue tele – e la sua vita. Ma è come se lo smalto luccicante di quei colori serbasse in sé, sempre, l’eco mentale della «luce plumbea» di Malone.

Che le due facce dell’astro di Giosetta non siano consecutive ma in lei alternative, sempre, lo dimostra che proprio nel ’74 – nel pieno della Grande Vacanza nel rosa, dunque – abbia prodotto le sue immagini in assoluto più «negative» e perturbanti, le fotografie Da un atlante di medicina legale messe in mostra da Alberto Boatto, a Bologna, in Ghenos Eros Thanatos – e presenti anche in My Story. Intervistata da Enzo Golino nel 1982, diceva Giosetta: «gli estremi si toccano: al rosa corrisponde il nero» e il suo «è un tentativo di allontanare i timori di un inconscio forse difficilmente accettabile, portatore di oscurità».

È un po’ come in quel vecchio numero che una volta ha evocato Luigi Baldacci per spiegare un autore «rosa», ma segretamente «nero», come Palazzeschi: «quel classico numero di varietà in cui il mimo è per metà vestito da donna e per metà da uomo e, volteggiando rapidamente, riesce a ballare con se stesso». Gli spettrali Vestiti acefali di Giosetta paiono usciti da un bal masqué splendidamente mondano, ancorché funebre: danzano a una musica inudibile – ma di sicuro bellissima.

Giosetta Fioroni
My Story, La mia storia
Corraini (2013), pp. 304
€ 30,00

L’Argento, 1956-1976
a cura di Claire Gilman
Faïence, 1999-2013
a cura di Angelandreina Rorro
Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna
fino al 26 gennaio 2014

Il teatro della vita
a cura di Eva Bellini
Roma, Galleria La Nuvola
fino al 14 febbraio 2014

Guarda le opere di Giosetta Fioroni pubblicate sul n.25 di alfabeta2 (dicembre 2012)

 

Barcelona

Andrea Cortellessa

Finalmente Germano Lombardi torna un autore che si può vedere. Anche se, considerando lo stato delle nostre librerie, un po’ tocca aguzzare la vista. Se quest’opera di rara compattezza è comunque rientrata nel campo ottico, il merito è di due realtà culturali liguri (Lombardi era nato a Oneglia nel 1925): la storica rivista savonese «Resine», che nel 2010, per iniziativa di Pier Luigi Ferro, gli ha dedicato un ricco numero monografico; e la casa editrice genovese Il Canneto, che lo stesso anno ha ripubblicato un suo romanzo del ’77, Villa con prato all’inglese (se ne è occupato Luigi Weber sul numero 5 di «alfabeta2»), e dà ora alle stampe il suo primo libro, Barcelona, del climaterico ’63. Piccolo o grande contrappasso: per chi da subito – ventenne aveva preso il mare su un peschereccio sull’Atlantico – si presentò come un cosmopolita, un apolide, un déraciné.

O meglio, come si dice dalle sue parti, un «madrogne» (l’emblema d’inquietudine del mare tornerà nel suo ultimo romanzo, L’instabile Atlantico, uscito un anno dopo la morte, caduta a Parigi nel 1992). Certo la sua narrativa, come la salutò Angelo Guglielmi all’esordio, ha anzitutto il pregio di non essere «provinciale». E non tanto, ovviamente, perché l’opera prima si snodi fra Londra, Parigi, Port Bou e la città che le dà il titolo; ma perché da subito appare sintonizzata sulle coordinate del nouveau roman e, in generale, della grande sperimentazione narrativa di quegli anni. Molta parte della critica ha insistito sulla derivazione dall’école du regard, e certo vi fa pensare l’insistenza di Lombardi sulla visività (sin dai titoli: L’occhio di Heinrich, 1965; La linea che si può vedere, 1967). Un incipit come quello di Barcelona («Il battente si aprì sul marciapiede di asfalto. Si vedeva una casa grigia alta cinque piani, c’era una finestra aperta e nel vano c’era una donna. Si vedeva il suo busto, la testa, una mano stretta allo stipite, i capelli crespi e gli occhi, le pupille nere e fisse, la pelle pallida del viso») pare in effetti un manifesto.

Ma altri elementi di questa scrittura rinviano a differenti tendenze del tempo. Si noti intanto la puntigliosa impersonalità della «panoramica»: anche quando la percezione è attribuita a un personaggio, per lo più il laconico protagonista «Giovanni Zevi» (alter ego destinato a tornare in altri romanzi), per lo più si legge: «Si vedeva», e più avanti, ossessivamente: «Si poteva vedere” ecc. Dato che parte integrante della storia si svolge sul treno che porta Giovanni Zevi da Parigi a Barcellona, più che Robbe-Grillet viene allora in mente Michel Butor con la sua Modificazione (1957): quello straniamento dell’affair che Butor otteneva narrando in seconda persona, risulta qui accentuato, e insieme in qualche modo dissimulato, dall’insistita impersonalità delle (scarne) azioni e delle (minuziosissime) osservazioni.

L’atto di vedere, che per tradizione rinvia al controllo razionale da parte del soggetto, si sposta così in una dimensione imprecisa, «sfocata». Come quella di un ubriaco che catatonico «si fissa» su certi oggetti: senza motivo, e senza che essi riescano a comunicargli (e comunicarci) alcunché. Pensando a un altro capolavoro di quegli anni, il Giovanni Zevi di Lombardi assomiglia in questo senso al console Firmin di Sotto il vulcano di Malcolm Lowry (1947, ma tradotto da Feltrinelli – lo stesso editore, allora, di Barcelona – nel ’61): un Lowry, s’intende, attutito, smorzato, accuratamente disepicizzato.

Non meno importante della vista è poi, in Lombardi, l’udito. Nello straniamento assoluto cui sono sottoposte le sue trame un ruolo rilevante lo giocano i rumori: suoni sordi, soffocati, incomprensibili e illocalizzabili. Gli stessi dialoghi, molto frequenti (a Lombardi si deve una ricca, e tuttora parzialmente inedita, produzione teatrale), sono smozzicati e frammentari. Non si sa bene chi dica cosa, le frasi non si concludono; tutto si sfarina in un continuo mormorio/blaterio, una sottoconversazione atonale. Come notava Giulio Ferroni in un importante saggio su Lombardi del 1974, è questo un motivo beckettiano (che torna anche nel primo Malerba): e davvero l’autore di Barcelona pare il più assiduo interprete, da noi, di quello che Gabriele Frasca ha definito lo stream of perceptions dei personaggi di Beckett.

L’effetto, lo si accennava, è quello di un assoluto straniamento. L’azione vagamente da spy story del romanzo – il progetto di un attentato al governatore franchista della Catalogna, alla vigilia della presa del potere di De Gaulle in Francia – è ricacciata nell’insensatezza d’una musiliana «azione parallela»: le ultime, splendide pagine abbandonano Giovanni Zevi per «inquadrare» una barca di pescatori dalla quale assistiamo allo scatenarsi di una tempesta che spazza via ogni ipotesi d’azione sensata, progetto o complotto che sia. E si aprono, proprio come L’uomo senza qualità, con una virtuosistica descrizione meteorologica dell’accumularsi delle nubi sul mare. L’occhio s’inabissa, il libro si chiude.

Germano Lombardi
Barcelona
Il Canneto (2012), pp. 168
€12,00

L’occhio, la villa

Luigi Weber

Sul numero 5 della prima «alfabeta» (1979), Giuliano Gramigna pubblicò un articolo dedicato a Germano Lombardi, L’occhio di Beatrix, ibridando i titoli di due, forse tre, opere narrative del poco più giovane autore ligure: L’occhio di Heinrich e Cercando Beatrix (più Chi è Beatrix). Se gli occhi bicolori dell’ignota ragazza si affacciano in varie opere di Lombardi, compreso Villa con prato all’inglese che torna oggi in libreria nelle edizioni il Canneto dopo trentatré anni dalla sua prima edizione presso Rizzoli, Gramigna con il titolo a innesto coglieva di lui due peculiarità: la tendenza agglutinante – di tre testi se ne fa uno – e il continuo slittamento di un personaggio nell’altro, la loro opaca definizione che li rende tutti sovrapponibili. Lombardi, allora, era sul limitare dell’oblio che presto lo avrebbe inghiottito, malgrado resti di lui un esemplare profilo critico a firma di Giulio Ferroni.

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