Il silenzio della bomba e la voce degli uomini

Manuela Gandini

Si vergognavano della loro carne bruciata ma ancora viva. Si sentivano in colpa gli hibakusha, “coloro che sono stati colpiti dal bombardamento”, i superstiti di Hiroshima e Nagasaki ai quali l’atomica ha concesso una morte lunghissima. La letteratura sulle armi nucleari è sconfinata, ma le soluzioni per scongiurare il pericolo - basate sul meccanismo fragile della deterrenza (oggi multipolare) - non si vedono. La Corea del Nord abbaia e minaccia, il Pakistan freme, l’Iran accelera la sua corsa.

Naturalmente i sopravvissuti non sapevano niente di radiazioni e contaminazione, non sapevano di essere condannati a morte. Alcuni giorni dopo, a volte anche un mese dopo o due mesi dopo la gente colpita dal calore moriva. Ma prima, nei punti ustionati, cominciavano a formarsi moltissimi vermi, per cui questi corpi finivano per assomigliare piuttosto a cibo guasto che a esseri umani. (Nobuyuki Fukuda)

Alla Rotonda della Besana di Milano s’è inaugurata in questi giorni la mostra multimediale “Senzatomica - trasformare lo spirito umano per un mondo libero da armi nucleari”, organizzata dall’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. L’esposizione traccia un percorso allarmante e propone - in concerto con altre associazioni mondiali come ICAN, International Campaign to Abolish Nuclar Weapons e People’s Decade - l’idea di un trattato internazionale per la totale messa al bando delle armi nucleari (nuclear zero).

Raffaele Mantegazza, docente di Pedagogia all’Università Bicocca, ha spiegato alla presentazione: “L’atomica, a differenza delle armi convenzionali, crea una nuova realtà, qualcosa di demoniaco. Non solo distrugge, ma crea mostri. Al museo di Hiroshima ci sono due oggetti: una bottiglia di birra con una mano fusa insieme e l’ombra di una bambina disintegrata rimasta sul muro”.

Con l’atomica è la prima volta che un animale può distruggere l’intero pianeta e, distruggendo, creare nuove mostruose realtà. La Croce Rossa, nel rapporto contro le armi nucleari del 2011, afferma che nessuna struttura sanitaria al mondo sarebbe in grado di far fronte agli effetti di una tale catastrofe umanitaria. Tuttavia, in questi anni, siamo rimasti in silenzio e gli arsenali sono cresciuti sino all’incontro tra Ronald Reagan e Michael Gorbaciov a Reykjavic nel 1986. In quell’occasione furono siglati due trattati: il trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces) del 1987, che stabilì la distruzione delle testate nucleari che al tempo minacciavano la pace in Europa, e il trattato START I (Strategic Arms Reduction Treaty) del 1991, volto a ridurre dell’80% gli arsenali nucleari statunitensi e sovietici nel giro di dieci anni. Ma nessuna di queste, e delle successive misure, è stata in grado disarmare effettivamente gli Stati, la riduzione è stata pari ai 2/3 del totale. Nel frattempo altri paesi (India, Israele, Pakistan, Corea del Nord) si sono dotati della bomba.

L’atomica è per l’uomo comune un’ineluttabile eventualità, una cosa troppo grossa. Una responsabilità che riguarda gli Stati e le diplomazie. Ci siamo sentiti per anni spettatori della corsa agli armamenti come di fronte a una fiction. Abbiamo visto, sullo sfondo, i papà di “Little Boy” piangere e impiegare la vita a destrutturarne l’idea: Joseph Rotblat, Robert Oppenheimer, Enrico Fermi, Albert Einstein, Linus Pauling… menti eccelse e vulnerabili. Intanto, dopo che le città nucleari segrete sono venute alla luce, dopo 2400 esplosioni tra il 1946 e il1996, gli esperimenti atomici sono continuati nelle profondità della terra scuotendo irreversibilmente il globo terracqueo.

Nel 2011 sono stati spesi per gli armamenti 1.738 miliardi. Basterebbe il 7% della somma per sfamare e curare la popolazione mondiale denutrita. Intorpiditi da un sonno mediatico collettivo, non riusciamo però a percepire la vera portata del pericolo, costituito dalle 17.225 testate nucleari che puntellano il pianeta, 2000 delle quali pronte a essere utilizzate in pochi minuti. La narrazione iconografica delle bombe sganciate sul Giappone del 1945 è stata magistrale nella sua astrazione. Le fotografie pubblicate ritraggono il fungo da lontano e non si soffermano mai sul particolare, sugli uomini, sulla tragedia collettiva. Documentano tutt’al più gli edifici distrutti, le cose, ma non le persone. Testimoniano la supremazia dell’America di Truman, non l’inferno della popolazione inerme.

Con la “Convenzione per la sicurezza umana” istituita nel 2001 da Kofi Annan, lo sguardo post guerra fredda si è spostato dalla sicurezza degli Stati a quella degli esseri umani. Si è compreso che la sicurezza ha a che fare con la vita, la libertà e la dignità della persona. Questo spostamento ha implicato un’assunzione di responsabilità individuale che potrebbe determinare precisi orientamenti politici. Attraverso la “diplomazia parallela”, affidata a soggetti non istituzionali, si può sbloccare lo stallo attuale. Innumerevoli associazioni di cittadini, medici, sindaci, nobel, scienziati, hanno stabilito delle alleanze virtuose. Ci si è resi conto che il problema non è così remoto e irreale e che, nell’interrelazione che lega tutti i viventi, ciascun punto della rete può avere un’influenza decisiva. Nella campagna di Senzatomica, vi sono anche indicazioni sulle proprie guerre personali.

Il filosofo buddista Daisaku Ikeda afferma che è necessario cominciare la propria campagna attraverso un’operazione di disarmo interiore: smantellando il pregiudizio, la collera, la paura, l’avidità e l’arroganza e sostituendo l’empatia all’apatia, la cooperazione alla competizione, la creatività all’aggressività. Con questa mostra si afferma l’urgenza di intervenire dal basso, orizzontalmente e capillarmente, affinché vengano smantellati tutti gli arsenali atomici. Anche se “Le armi di distruzione di massa non possono essere disinventate, possono essere messe fuori legge, come è già stato fatto con le armi biologiche e chimiche” si legge nel trattato della Commissione sulle Armi di Distruzione di Massa (WMDC) 2006.

La novità - in questo vuoto di potere fatto di bolle e virtualità allucinatoria – è che si è creata una rete globale transnazionale di cittadini attivi e consapevoli. Sono nate micro-comunità portatrici di nuovi stili di vita, di visioni ampie, di operatività. Si tratta di comunità dialoganti supportate dalla volontà dei singoli membri di diventare protagonisti della propria storia, adottando un’etica globale per un mondo che un giorno rinunci al sopruso e alla violenza.

Senzatomica - trasformare lo spirito umano per un mondo libero da armi nucleari
Rotonda della Besana, Milano
Sino al 29 marzo

Ludi africani

Augusto Illuminati

Un governo “tecnico” sfiduciato, in carica per l’ordinaria amministrazione, e un Parlamento sciolto, con una cospicua percentuale di componenti inquisiti per reati infamanti e una maggioranza che aveva certificato Ruby nipote di Mubarak, hanno ratificato i primi passi per un coinvolgimento militare dell’Italia a fianco della Francia nel Mali. Operazione schiettamente neo-coloniale, prosecuzione “infinita” del fallimentare intervento in Libia, tanto che il riflessivo B. Valli invoca su Repubblica la presenza di meno compromessi partner europei proprio per attenuare quel brutto odore francese. Come per le altre missioni militari all’estero, si tratta di professionisti, quindi chissenefrega, al massimo dovremo sorbirci qualche alato richiamo di Napolitano e neppure saremo afflitti dal fratello-d’Italia La Russa in mimetica.

La causa è nobile – combattere l’estremismo, magari si potesse fare così anche in Italia –, ci sono le donne da salvare, i bambini-soldato idem, i mausolei danneggiati di Timbuctu, in una parola i valori non negoziabili dell’Occidente, inclusi la vera religione, l’uranio, il petrolio e il gas. Si profila l’asse Bersani-Hollande e la tradizione dei ricognitori che poi si scoprono sganciare bombe è assolutamente multi-partisan: da Cocciolone, Irak 1991, VI governo quadripartito Andreotti con i giurassici Martelli vice e De Michelis agli Esteri, Kosovo 1999 sotto il governo D’Alema, Berlusconi-Frattini, Libia 2011, nell’opportuno centenario coloniale. La solita gioiosa macchina da guerra...

Certo, ci sono cose più urgenti da discutere: bipolarismo o tripolarismo, vocazione maggioritaria o alleanze, Imu e Irap, le liste pulite, le liste pulite! E il nuovo realismo per i più acculturati, nonché le imperdibili Baricco Lectures. Però, sentire il nostro ministro della Difesa, ammiraglio Di Paola, dichiarare «non metteremo boots on the ground» (la parola d’ordine della contro-insorgenza, secondo cui per battere il nemico bisogna “scendere a terra con gli stivali”) e promettere che non supereremo la soglia di 4-500 istruttori militari ricorda tristemente le promesse di Kennedy, che si limitò ad avviare l’aggressione al Vietnam con 900 istruttori, escludendo ogni altro coinvolgimento diretto...

Al momento, pare che il governo abbia strappato un consenso di massima a Bersani, mentre Cicchitto si rifugia dietro lo scioglimento delle Camere per prendere tempo e lo stesso ministro Riccardi ammette che il Mali può diventare il nuovo Afghanistan. La vocazione a restare con il cerino in mano è ricorsiva per certa sinistra, mentre gli islamofobi (da Marine Le Pen al nostro Magdi Cristiano Allam) denunciano la contraddizione di sperare nelle primavere arabe e armare una fazione islamica contro un’altra, in Libia come in Siria, invece di condurre una bella crociata contro la Mezzaluna.

Fiorisce intanto la letteratura colonialista d’accatto: A. Mergelletti, su Rai 3, esalta i droni-spia come strumenti pre-cognitivi (povero Dick!), M. Farina sul Corriere si sdilinquisce sul I reggimento di cavalleria della Legione straniera, ricordandone l’illustre genealogia, in realtà una sequela di atrocità e di rumorose sconfitte, dai cosacchi bianchi di Vrangel’ a Dien Bien Phu e all’Algeria. Belmokhtar “il guercio” che vuole scambiare gli ostaggi con lo “sceicco cieco” accende la fantasia di G. Olimpio. Robetta. Siamo solo all’inizio e per di più la destra è fredda e rancorosa nei confronti della Francia. A breve ne leggeremo di ogni. Prima che delle canaglie, il patriottismo è l’ultimo rifugio della mediocrità letteraria. Il confronto con il giovanile divertissement di Jünger è schiacciante.

Rovine siriane

Augusto Illuminati

Circola in rete un appello internazionale a tutte le parti in causa diffuso dall'associazione Salvaimonasteri per la tutela del patrimonio culturale siriano, minacciato dalla guerra civile e dai saccheggi, graditi ai mercanti d’arte, che l’accompagnano. Giustamente all’invocata salvaguardia dei monumenti si unisce l’auspicio per il mantenimento di una «consolidata tradizione di pacifica convivenza fra gruppi di diversa appartenenza religiosa».

La Siria è un paradiso archeologico: l’antichissima Ebla, la nabatea Palmira, Bosra, Apamea, la cittadella di Aleppo e il suk coperto sottostante (entrambi già parzialmente compromessi dai combattimenti), la moschea degli Omayyadi a Damasco, i castelli crociati, una concentrazione senza pari di chiese fra il IV e il VI secolo intorno ai vertici di Qal’at Sim’an e Qalb Lozé, intatti insediamenti rurali bizantini nella steppa di Serdjilla, Sergiopolis-Rusafah, le fortezze giustinianee sull’Eufrate, Dura Europos... La coesistenza di testimonianze di varie epoche si accompagna alla coabitazione di minoranze sopravvissute al feroce tsunami dei nazionalismi e dei fondamentalismi religiosi del Novecento.

Gli antichi villaggi e le imponenti rovine di chiese a nord di Aleppo sono animati dai variopinti vestiti dei kurdi, Aleppo ospita tutte le confessioni religiose superstiti di scissioni ed eresie del cristianesimo orientale, cui si è sovrapposta una popolazione armena formata dalle vittime delle deportazioni e dei massacri turchi del 1915-1917, strappate dalle sedi anatoliche e spinte fino al deserto di Deir-el- Zor, poi rifluite nelle città (a partire dal mitico rifugio aleppino dell’hotel Baron). Alle varie frazioni del monofisismo e ai drusi corrisponde la pluralità islamica, dove a una maggioranza relativa sunnita si contrappongono forti nuclei sciiti e soprattutto la loro “eresia” alauita, minoritaria ma stabilmente insediata al vertice dello Stato e in qualche modo garante di un equilibrio etnico-religioso a prezzo di un esercizio autoritario del potere.

L’attuale e contestato regime deriva dalla rivoluzione pan-araba del Ba’ath (Rinascita), partito laico e anticoloniale fondato nella grande Siria e in Mesopotamia alla fine degli anni ’30 da cristiani, alauiti e sunniti (inizialmente sollecitati dal marxismo e dall’esperienza del Front Populaire), anche se di quell’ispirazione ben poco, a parte la tolleranza religiosa, restò nella dittatura familiare degli Assad e ancor meno nel percorso di Saddam Hussein in Irak. Abbastanza tuttavia da renderli invisi alle potenze coloniale e neo-coloniali nonché ai fondamentalismi religiosi: dei sunniti, che si sentivano emarginati in Siria, e degli sciiti, maggioritari in Irak, dove l’originario laicismo di Saddam aveva finito per identificarsi con un ceto arabo-sunnita, per di più in guerra con kurdi e iraniani.

Per limitarci alla Siria, è chiaro tanto che il regime si sta sgretolando per l’adozione di politiche liberiste, socialmente devastanti, che hanno fatto saltare gli antichi equilibri etnico-settari e accentuato la repressione politica interna, quanto che le insorgenze sono alimentate e armate da interessi globali e regionali (Usa, Turchia e Qatar, in primo luogo, mentre Russia, Cina e Iran appoggiano il governo per mantenere lo status quo). Paradossale è tuttavia, che l’Europa, dalle famose radici cristiane, si schieri a favore di una rivolta che mira alla liquidazione del pluralismo religioso siriano (come già è successo con quello irakeno).

L’innegabile e odioso autoritarismo politico degli Assad è diventato da un giorno all’altro inaccettabile per le democrazie occidentali, come era accaduto per Gheddafi, ma proprio i risultati dell’avventura libica stanno inducendo a una brusca frenata gli entusiasmi occidentali (di Obama in particolare) per ribelli sempre più palesemente mischiati a istanze al-qaediste. Per altro verso, come non vedere nell’interventismo della Turchia un momento della sua guerra anti-kurda e magari un eco dell’antica avversione agli armeni, due gruppi vistosamente presenti ai suoi confini meridionali siriani? Siamo partiti da monumenti in rovina, tracce memoriali, nostalgie plurali, per finire alle ragioni geo-politiche. Ma seguendo entrambe le filiere non si vede quale sia l’interesse dell’Italia e dell’Europa a esporsi (le parole non costano niente) a fianco della parte ribelle invece di favorire una soluzione meno cruenta del conflitto siriano.

La strage continua

Salvatore Palidda

L’annegamento di 700 forse 900 migranti il 17 aprile 2015 è l’ennesima conseguenza diretta di due fatti principali: la riproduzione delle guerre e il proibizionismo delle migrazioni. La maggioranza dei media continua a vomitare lacrime da coccodrillo, vili ipocrisie, falsità e addirittura il compiacimento da parte degli sciacalli; ancora una distrazione di massa per nascondere le vere cause di queste stragi e i responsabili.

Soprattutto dal 1990, la maggioranza degli emigranti fugge le guerre o le conseguenze dirette o indirette di queste: palestinesi, ruandesi, sudanesi, eritrei, congolesi, originari dei Balcani, iracheni, afgani, sub-sahariani, kurdi e oggi siriani e ancora altri di altre zone di guerra che i nostri media raramente menzionano. La riproduzione delle guerre dal 1945 a oggi è dovuta innanzitutto al continuo aumento della produzione delle armi e al suo commercio legale e illegale da parte delle principali potenze mondiali e dei paesi loro alleati. È risaputo che le armi e i soldi dell’Isis provengono soprattutto dagli Emirati amici degli Stati Uniti o anche della Russia e talvolta della Cina.

Da anni la più grande fiera annuale degli armamenti si svolge negli Emirati; all’ultima, il 22-26 febbraio scorso ad Abou Dhabi (http://www.idexuae.ae/page.cfm/link=1; si veda anche video della precedente SOFEX: http://www.vice.com/it/video/sofex-the-business-of-war-part-1) hanno partecipato 600 rappresentanti delle imprese e paesi espositori (fra cui 32 imprese italiane), ossia ministri (fra i quali la sig.ra Pinotti e il sig. Minniti), diplomatici, alti ufficiali delle forze armate e alti dirigenti delle polizie e dirigenti delle grandi imprese (per l’Italia in primo luogo la Finmeccanica presieduta dal prefetto, ex-capo della polizia e poi dei servizi segreti, De Gennaro).

Secondo il Sipri (http://books.sipri.org/files/FS/SIPRIFS1503.pdf), la produzione e l'esportazione di armamenti sono notevolmente e continuamente aumentate in particolare dal 2005; i principali paesi esportatori di armamenti sono Stati Uniti, Russia, Germania, Cina, Francia e Italia che per buona parte produce in joint venture o subappalto con/per imprese statunitensi; i primi cinque paesi insieme occupano il 74% del volume mondiale di esportazioni, USA e Russia da soli il 56% del mercato; i principali paesi importatori sono India, Arabia Saudita, Cina, Emirati Arabi Uniti e Pakistan; i principali clienti dell’Italia sono gli Emirati, l’India e la Turchia (su affari militari italiani vedi l’ottimo: http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/).

Come mostrano alcune ricerche di questi ultimi anni, le lobby finanziarie-militaro-poliziesche transnazionali e dei singoli paesi soprattutto dopo l’11 settembre 2001 hanno puntato all’esasperazione di ogni situazione di crisi e a favorire la costruzione del “nemico di turno” per giustificare la guerra permanente o infinita (come la definiva senza ambasce G. Bush jr.). Dopo Al Qaeda, l’Isis è palesemente il nemico ancor più orribile e forse ormai non più condizionabile da parte delle grandi potenze e dai loro alleati arabi, così come è diventata incontrollabile la situazione in Iraq, in Libia e altrove. Ma questo va bene per il “gioco della guerra infinita” e del “governo attraverso il terrore” (J. Simon).

Ovviamente, nessun paese produttore ed esportatore di armi sembra disposto a bloccare queste attività; tanti gridano contro la guerra, anche il Papa, ma non si dice che a monte c’è la responsabilità di chi realizza profitti e mantiene o accresce il suo dominio grazie a queste attività (vedi tutte le banche, e anche la finanza vaticana). Scappare anche a costo di rischiare la vita è l’unica possibilità che resta a chi ha la forza, la capacità e i soldi per fuggire le guerre. È quindi ovvio che tanti cercano di approfittare di questo bisogno. Ma, i trafficanti di migranti possono praticare questo business a volte criminale perché c’è proibizionismo delle migrazioni.

Se le persone che cercano di scappare trovassero la possibilità di aiuto, di “corridoi umanitari” e quindi di accesso regolare ai paesi non in guerra, i trafficanti non potrebbero lucrare sul loro disperato bisogno di cercare salvezza. Ipotesi quali quella del “blocco navale”, oltre a essere del tutto insulsa anche dal punto di vista giuridico e tecnico, è degna di neo-nazistelli del XXI sec. Gli Stati Uniti, l’Unione europea, la Russia, ma anche la Cina, il Giappone e altri paesi che sono direttamente o indirettamente responsabili delle guerre e della disperata emigrazione di oggi dovrebbero essere obbligati dall’ONU a fornire aiuti e accesso regolare nei loro territori così, come si fece per i Boat people che scappavano dal sud-est asiatico negli anni Settanta a seguito della guerra in Vietnam e Laos, e i massacri di Pol Pot in Cambogia.