Tutto il mondo (si) fa selfie

Donatella Della Ratta

monkeyGli occhi grigi di Alexey Navalny, nemico giurato di Putin e leader dell'opposizione “web 2.0” schierata contro l'imperatore russo, fanno capolino nell'inconfondibile formato stretto sul volto e sguardo in camera. È il selfie che ha spedito in rete il marzo scorso dopo essere stato arrestato e condannato a pagare la multa di 330 euro e detenzione amministrativa per 15 giorni con l'accusa di aver istigato moti di piazza non autorizzati. “Verrà il giorno in cui saremo noi a giudicarli, ma quel giorno lo faremo in maniera onesta”, ha scritto Navalny dall'aula del tribunale e, dopo essersi autoscattato, con un click ha gettato in pasto alla rete la sua condanna sprezzante al potere, impacchettata in formato selfie. Effetto immediatamente virale.

L'anno prima un altro selfie aveva fatto il giro della rete, suscitando cori di proteste e voyerismo morboso. Kinana Allouche, giornalista di un canale televisivo siriano vicino al regime di Bashar al-Asad, si era immortalata in un glorioso autoritratto con cadaveri: i capelli biondi, il sorriso sprezzante, il make up perfetto in netto e macabro contrasto con i corpi senza vita dello sfondo, “terroristi” – secondo la giornalista – che meritavano di morire e passare a miglior vita eterna a condizione che solo di vita online si trattasse.

La rete storce il naso ma, impassibile, condivide, presa dalla logica del like & share: come quando è scoppiato lo scandalo della giovane turista americana Breanna Mitchell in gita a Auschwitz, auto-immortalatasi in T-shirt rosa fiammante davanti a ciò che resta dei forni crematori e dei cadaveri della Storia. Selfie twittato con tanto di emoji(faccetta sorridente) e ritwittato centinaia di migliaia di volte con tanto di commenti morbosamente scandalizzati.

Nell'era del digitale la banalità del male sembra andare di pari passo con la banalità del quotidiano – le miriadi di teste autoscattantesi che fanno capolino da monumenti, toilette, piatti di cibi allettanti, persino gatti e cani anche loro costretti alla logica selfie. Si può fare un selfie agghindato e glamour da un'innocente toilette o dal vano ascensore di un hotel di lusso, e accompagnarlo con la dichiarazione di violenza nascosta dietro immagini apparentemente innocue. Ce lo ricorda l'antropologa Rebecca Stein nel suo bel libro, insieme ad Adi Kuntstman, Digital Militarism: Israel's Occupation in the Social Media Age, dove racconta – fra i tanti aneddoti della banalità del male digitale – dell'agghiacciante campagna rimbalzata sui social israealiani “Uccidi gli Arabi”: selfie di donne bellissime e soldati muscolosi che chiedono con innocenti autoscatti la vendetta di sangue non digitale contro i palestinesi, presunti killer di tre autostoppisti israealiani trovati al tempo senza vita.

Rebecca Stein é una delle ospiti del convegno internazionale Fear and Loathing of the Online Self: A Savage Journey into the Heart of Digital Cultures (Paura e Delirio del sé online: un viaggio selvaggio nel profondo delle culture digitali), che si tiene a Roma il 22 e 23 maggio rispettivamente alla John Cabot University e all'Università Roma Tre, in collaborazione con l'Institute of Network Cultures di Amsterdam (per info sul programma qui). Alcuni dei maggiori studiosi e teorici della rete – come Geert Lovink, Wendy Chun, Gabriella Coleman, Olga Gourionova e moltissimi altri – si danno appuntamento per discutere delle ansie, delle paure, delle schizofrenie del sé digitale, del suo volto inquieto nascosto dietro il rassicurante selfie. Solo apparentemente innocuo: “una selfie vi seppellirà?” è infatti il titolo scelto per la serata conclusiva dell'evento, il 23 a partire dalle 19 a ESC Atelier Autogestito , in cui artisti, teorici e attivisti dibatteranno delle varie facce della problematica identità digitale, in particolare di quella politica – se esiste.

Perché in fondo tutto il mondo (si) fa selfie. Non importa come, perché: l'importante é essere presenti nella galleria virale dell'autoscatto. Trattasi di narcisismo, dicono molti studiosi. Di voglia di apparire, a tutti i costi, in tutte le circostanze della vita: dalla toilette al campo di guerra, appunto.

Ma forse c'è qualcosa di più sotto: un modo di essere di noi attraverso l'immagine, un modo in cui ci relazioniamo gli uni con gli altri, che diventa sempre più pervasivo – e visivo. Guy Debord nel suo illuminante saggio La società dello spettacolo già decenni fa diceva: “Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra individui, mediato dalle immagini”. Chi di noi ha veramente più a che fare con l'Altro se non attraverso questa mediazione, pervasiva, invasiva, e soprattutto, visiva?

La studiosa americana Jodi Dean – anche lei ospite del convegno internazionale – la chiama, ispirandosi a Walter Ong, “visualità secondaria”: ovvero un modo di essere visivi che divora tutto ciò che esiste prima – discorso, scrittura, le stesse immagini – e lo trasforma in qualcosa di totalmente nuovo, che non è riducibile alla somma delle sue componenti. Una modalità che ricerca l'immediatezza, la vicinanza, attraverso l'uso di sempre più strati di mediazione. Il selfie è apparentemente semplice, innocuo. Ti dice: io sono qui, sono ora, sono. Ma a cosa si riduce questo “essere”, questo “esserci”, se poi non viene infilato nel vortice della rete, nell'economia del like & share?

Il selfie non esiste senza la sua circolazione. Non è un autoritratto. È ancora Jodi Dean a chiamarlo: “immagine che manca di spettatori”, immagine che è fatta più per essere circolata che per essere vista.

È nella circolazione che quest'immagine perde la sua innocenza, nel circolo del profitto che alimenta l'economia apparentemente free e cool delle piattaforme in cui tutti noi esauriamo le nostre giornate a furia di condividere, approvare, commentare, postare. “Essere comuni e riproducibili non è più una caratteristica della merce (…) è una caratteristica di ognuno di noi”, dice ancora la Dean nel suo ispirante blog post Immagini senza spettatori .

Siamo noi le merci selfie, e ce ne compiacciamo. Finalmente ci siamo liberati del peso dell'individualità, dell'originalità, e ci siamo buttati nel mare magnum della circolazione a tutti i costi, che disperde i contenuti e i messaggi in un unico, gigantesco “contributo”.

“Mai come ora un'epoca è stata così informata su se stessa, se essere informati significa avere un'immagine di oggetti che ci rassomigliano.. Mai come ora un'epoca ha conosciuto così poco di se stessa”, scriveva Kracauer nel secolo scorso. Potrebbe essere la didascalia dei milioni di nostri sé digitali che circolano ogni giorno sotto forma di selfie, hashtag, gif: potrebbe, se solo entrasse in quei benedetti 140 caratteri....

twitter @donatelladr

Complessità e ricadute delle culture di rete

Bernardo Parrella

Pur con tutto l’annesso can-can mediatico, il fresco sbarco di Facebook alla borsa USA è stato un bel tonfo. Anzi, l'ennesima riproposizione della «bolla dot-com» di metà anni 1990, entrambe miseramente scoppiate. In dieci giorni il titolo ha perso 10 dei 38 dollari a cui era stato quotato e vale ancora 29,5 volte i profitti attesi per il 2014. Intanto Morgan Stanley promette rimborsi per chi ha pagato oltre i già gonfiatissimi 43 dollari ad azione, e insieme a Mr. Zuckerberg dovrà affrontare due cause legali per questo azzardato collocamento.

Una storia tutt'altro che bella, da aggiungere alla sfilza di fatti concreti e motivate critiche che da tempo vanno chiarendo, ad addetti e profani, i veri contorni del social network per antonomasia. Infrazioni alla privacy, account che spariscono o vengono clonati, campo libero a business e inserzionisti (i suoi veri utenti), ipercentralizzazione dell'uso della Rete. Tanti, insomma, i motivi per uscirne. Come ha fatto già due anni fa, insieme a decine di migliaia di persone, Geert Lovink, teorico delle culture della Rete e direttore dell’Institute of Network Cultures all’Università di Amsterdam. Per il quale «la motivazione primaria per unirmi all’esodo riguardava la crescente centralizzazione dei servizi internet offertici gratuitamente in cambio della raccolta di dati, profili, gusti musicali, abitudini sociali e opinioni personali… Quel che va difeso è il principio stesso delle reti decentralizzate e distribuite».

È quanto ci racconta lui stesso nel suo ultimo lavoro, fresco di stampa in Italia Ossessioni Collettive. Critica dei social media. Un pungente invito a fermarci un attimo e riflettere sugli effetti che certi social network hanno sulle nostre vite oramai sature di informazioni. Dove però non trapela né rassegnazione né pessimismo, quanto piuttosto una lucida analisi delle strutture politiche e del potere incorporati nelle tecnologie che modellano la nostra vita quotidiana. E anche qualcosa di più: un bel quadro su pratiche alternative possibili per riprenderci in mano la cultura di rete e la partecipazione concreta, sempre grazie all'onda lunga di un Internet tutt'altro che legata al fumo propostoci da cyber-utopisti vecchi e nuovi.

È per esempio il caso della cronistoria delle radio libere di Amsterdam, poi divenute «bivacco da campo» e infine pirata, per la delizia del mondo intero. Oppure quando si dettagliano le iniziali incursioni degli attivisti olandesi nella blogosfera irakena all’indomani dell’invasione USA per rilanciarne le dinamiche dal di dentro – tema oggi scomparso dai nostri radar perché, in bella sostanza, non fa più notizia. Né mancano ficcanti analisi della vita googlizzata nella società della consultazione online: sono i motori di ricerca (leggasi: Google) a creare automaticamente le nostre relazioni sociali, e «quel che percepiamo come personale viene ridefinito dal sistema come qualcosa da dare in pasto al motore».

In altri termini: prima era Internet a cambiare il mondo, oggi è il mondo che sta cambiando Internet. Eppure rimaniamo lì a coltivare la nostra ossessione collettiva per l’identità e il management di sé stessi, a cui vanno aggiunte la frammentazione e il sovraccarico di informazione della cultura online. Un quadro che lascia pochi varchi, se non, come invita ancora l’autore, alla necessità di «scavare nei conflitti concreti che emergono dalle condizioni esistenti in rete». Perché in questo lavoro, che riprende e amplia i precedenti sempre tesi ad affrontare in chiave critica i principali nodi tematici delle culture di rete, Lovink offre un panorama ancora più ampio e ben vissuto dal di dentro, evitando posizioni retoriche e rifiutando ogni integralismo o faciloneria che pure sarebbero conseguenza quasi diretta dell'odierno sfilacciarsi di tante modalità del digitale.

In questa prospettiva, ricorda Vito Campanelli nell’introduzione al volume italiano, l’analisi si sottrae alle paludi speculative dell’accademia e delle istituzioni culturali tradizionali che si sono mostrate del tutto inadeguate rispetto «alla fluidità degli oggetti mediatici di questa nostra era del tempo reale». Il quadro creato dalle pratiche del digitale è assai più complesso di tante semplificazioni odierne, e uno dei trucchi intepretativi sta nel non credere che non esista altra scelta che far parte di Facebook e Twitter e avere il telefono cellulare accesso 24 ore al giorno. Per non cadere vittima di speculazioni borsistiche nel peggio stile del dot-com, come pure di ossessioni collettive centrate sul «mi piace», l'unica è liberare le nostre capacità critiche e cercare di influenzare in modo diretto tecnologia e spazi di lavoro, convivialità e cyber-attivismo.

IL LIBRO
Geert Lovink
Ossessioni collettive. Critica dei social media
Egea (2012), pp. 304
€ 22,10 - e-pub € 15,99