I primi dieci giorni di Donald Trump

GB Zorzoli

donald-trumps-hairDurante le primarie repubblicane ci rassicuravano così: i discorsi sopra le righe gli servono per battere i competitors; ottenuto il risultato, modererà i toni.

Analogo ritornello nel corso delle elezioni presidenziali: dopo, dovrà fare i conti con la Realpolitik.

Adesso è la Realpolitik a dover fare i conti col presidente Donald Trump. E non solo lei. Per riuscirci, occorre però cambiare registro, lezione che i media tradizionali non hanno ancora imparato.

Giornali, radio, televisioni hanno addolcito la notizia sull’ executive order anti-migranti, accompagnandola con i servizi sulle manifestazioni di protesta. OK sul piano dell’informazione, ma – forse sono stato disattento - non è stato fatto notare che nessuna di queste iniziative si è svolta in Alabama o nell’Arkansas, cioè negli stati che hanno fatto vincere Trump. È un bene che l’America sconfitta reagisca; per fortuna c’è ancora una giudice federale a New York; fa piacere che i vertici di Google, Facebook, Netflix, Airbnb e di altre aziende digitali si siano espressi contro il blocco all’immigrazione. Tuttavia, agli occhi di chi ha votato Trump tutti costoro, come pure i media tradizionali, fanno parte dell’élite, che strilla perché alla Casa Bianca è arrivato qualcuno deciso a mantenere la promessa «America first», chiudendo le frontiere e riportando all’interno del paese la vecchia, buona industria.

Considerazioni analoghe valgono per il muro al confine col Messico o per la “Velocizzazione della valutazione ambientale e della successiva approvazione dei progetti infrastrutturali con alta priorità”, affiancata dalla revoca del blocco per i due controversi oleodotti Keystone XL e Dakota Access. Obiettivo che, tradotto dal latino in lingua volgare, significa realizzarli – con effetti positivi, seppur temporanei su economia e occupazione - fregandosene dell’ambiente e del rischio per i circa 8.000 membri della tribù Sioux di Standing Rock, derivante dal possibile inquinamento delle acque del lago Oahe, da cui dipendono anche le forniture idriche di molti altri cittadini americani.

È infatti illusorio puntare su una catena di fallimenti clamorosi a breve termine. Il punto centrale del programma di Trump prevede un considerevole abbassamento delle tasse e misure protezionistiche per le industrie americane, che dovrebbero rilanciare gli investimenti. La deregolamentazione del settore finanziario e di quello energetico (a danno dell’ambiente), insieme a un gigantesco programma di investimenti nelle infrastrutture (facilitato dall’abolizione delle normative territoriali e ambientali più restrittive), potrebbero a loro volta stimolare l’economia e creare occupazione. È probabile che almeno una parte di questo programma venga realizzata. Wall Street ci crede: gli indici azionari si impennano, mentre in USA i tradizionali beni rifugio, come l’oro, fino alla primavera scorsa molto ricercati, stanno battendo in ritirata.

Prepariamoci dunque a reggere l’offensiva di quanti utilizzeranno questo tutt’altro che improbabile risultato per indicare come responsabili della mancata crescita economica e occupazionale la globalizzazione e i vincoli posti a tutela dell’ambiente e del territorio. Non ci vuole una particolare perspicacia per prevedere che alla lunga i costi degli obiettivi perseguiti da Trump produrranno un effetto valanga, che travolgerà la sua politica, non solo per gli effetti negativi interni di una linea economica basata sull’autarchia. La guerra commerciale che scelte protezionistiche sono inevitabilmente destinate a produrre, ridurranno non solo l’export americano, ma anche il peso degli USA a livello planetario. Questa sarà ad esempio la conseguenza della decisione, una delle prime prese da Trump, di togliere l’adesione al TPP - l’accordo commerciale tra paesi che si affacciano sul Pacifico – non per proporne una versione più rispettosa della qualità commerciale ed ecologica dei beni scambiati, ma per sostituirla con intese bilaterali che privilegino gli interessi americani.

Occorre però attrezzarsi in modo da evitare che nel breve termine il ciclone Trump produca ricadute negative anche al di fuori degli Stati Uniti; e non crogiolarsi nella convinzione che siano subito disponibili antidoti alla sua politica. Anche perché la vittoria di Trump, che segue a ruota la Brexit, potrebbe non rimanere isolata.

15 marzo 2017: elezioni per il rinnovo del parlamento olandese. Stabilmente in testa nei sondaggi è il Partito della Libertà, che propugna un referendum per l’uscita dalla UE, l’espulsione dei clandestini, la chiusura delle moschee e delle associazioni islamiche. Il suo leader, Geet Wilders, euroscettico e xenofobo, potrebbe quindi aspirare alla guida di un paese europeo di ridotte dimensioni, ma per altri aspetti estremamente rilevante. A partire dalla sua indipendenza, nel 1566, l’Olanda si è sempre caratterizzata come spazio di tolleranza e di libertà, dove fino a poco tempo fa all’ondata migratoria, si è risposto col multiculturalismo. Inoltre l’Olanda è una delle sei nazioni che, 60 anni fa col trattato di Roma, hanno dato il via all’integrazione europea. Sarebbe un vero terremoto politico, ben più della vittoria di Orban in Ungheria e del partito di estrema destra Diritto e Giustizia (Pis) in Polonia.

23 aprile/7 maggio 2017: primo e secondo turno delle elezioni presidenziali in Francia. Dopo quanto è accaduto nel Regno Unito e negli Stati Uniti, non si può escludere che l'onda lunga della rivolta anti-establishment porti alla vittoria della Le Pen. Anche se, grazie al meccanismo elettorale francese, non ci riuscisse, resterebbe comunque la forza politica più votata; un risultato destinato a incidere le scelte politiche del paese.

24 settembre 2017: elezioni parlamentari in Germania, dove la Grosse Koalition potrebbe non avere una solida maggioranza per l’avanzata dell’estrema destra di Alternative fűr Deutschland.

2017: possibili anche le elezioni in Italia; da noi la previsione prevalente tra i politologi vede la somma dei partiti euroscettici come minimo vicina al 50% dei voti.

Il rischio di trumpismo in salsa europea, cioè il tramonto di quell’Europa in cui nel bene e nel male abbiamo vissuto per decenni, è alle porte.

Paperone all’assalto del mondo

mediumG.B. Zorzoli

Attenzione a non farsi ingannare. Sembra arruffone e ondivago, ma in realtà Donald Trump ha idee e obiettivi molto precisi. E lo dimostra costruendo un governo a sua immagine e somiglianza.

Il primo miliardario a essere eletto presidente ha finora chiamato a far parte del suo esecutivo due miliardari e almeno nove milionari, con un reddito netto complessivo di circa 5,6 miliardi di dollari. Due nomine sono andate ad altrettanti ex-generali. Nell’insieme Trump sta formando un esecutivo che, come mette in evidenza la tabella seguente, è distante anni luce dal primo governo di Obama e perfino peggiore di quello di George W. Bush.

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Elevatissima la percentuale di “bianchi” (che esclude tutte le minoranze, nel loro insieme quasi la metà della popolazione americana), ancora più alta quella maschile, un peso dei militari quasi tre volte le due precedenti amministrazioni, entrambe prive di ministri miliardari. Un po’ meno della metà dei prescelti non ha precedenti esperienze di governo; in compenso molti hanno legami stretti con la corporate America.

La nomina al Tesoro di Steven Terner Mnuchin, il quale ha fatto parte del comitato esecutivo di Goldman Sachs e ha gestito hedge funds, nonché gli incarichi affidati a diversi personaggi di Wall Street e dintorni (fra cui tre altri ex-Goldman Sachs), stanno riempiendo l’esecutivo di rappresentanti di quell’élite considerata il principale nemico dagli elettori di Trump.

Trump non se ne preoccupa: le critiche alle sue scelte vengono finora da rappresentanti di quell’élite o dagli altrettanto abborriti media, quindi non riescono a intaccare la fiducia di chi lo ha eletto presidente. Anche le scandalose nomine nei settori che dovrebbero tutelare l’ambiente e il territorio, rafforzano la posizione di Trump.

A capo dell’Environmental Protection Agency è stato infatti messo Scott Pruitt che, come procuratore generale dell’Oklahoma, ha citato in giudizio la stessa EPA nell’intento di bloccare le norme applicative del Clean Power Plan, emanate dall’Agenzia, e di contestare i nuovi vincoli alle emissioni delle centrali a carbone, e solo pochi mesi fa (il 17 maggio) è stato coautore di un articolo su “National Review”, che già nel titolo dice tutto: «La gang del cambiamento climatico».

Il ministero dell’interno è stato affidato alla deputata Cathy McMorris Rodgers, decisione che ha preoccupato perfino un quotidiano di orientamento conservatore e vicino ai repubblicani, come il “Wall Street Journal”: Cathy McMorris Rodgers , «se il Senato ne confermerà la nomina, è intenzionata a realizzare l’apertura delle aree e delle acque federali alla ricerca e produzione di combustibili fossili e a capovolgere la politica ambientale perseguita da Obama negli ultimi otto anni».

A chiudere il cerchio in tema di politica energetico-ambientale, è la decisione di mettere a capo del Department of Energy l’ex-governatore del Texas, Rick Perry, un sostenitore così accanito della deregulation nell’estrazione degli idrocarburi, da avere provocatoriamente proposto nel 2011, durante un dibattito televisivo, l’abolizione dello stesso DOE, e durante la sua campagna elettorale del 2011 è arrivato ad accusare gli scienziati di manipolare i dati sul mutamento climatico per avere finanziamenti.

Queste scelte piaceranno a chi ha votato Trump, in quanto coerenti con l’“America-First Energy Plan”, cavallo di battaglia della sua campagna elettorale, il cui obiettivo primario è l’indipendenza energetica degli USA, da conseguire con l’aumento della produzione di carbone, petrolio e gas, reso possibile dalla cancellazione immediata di tutte le restrizioni all’uso del fracking nell’estrazione di shale gas, alle perforazioni off-shore, alla produzione di idrocarburi nelle aree di proprietà federale; proposta che Trump ha accompagnato con la promessa di un conseguente aumento dei posti di lavoro diretti e indotti.

Anche in politica internazionale gli orientamenti del presidente eletto non lasciano adito a molti dubbi. L’aver messo alla testa del Dipartimento di Stato Rex Tillerson, attuale numero uno di Exxon (la più grande compagnia petrolifera mondiale), in ottimi rapporti con Putin, con il quale ha direttamente negoziato una joint-venture tra Exxon e Rosneft per l’esplorazione petrolifera, è una conferma di orientamenti geopolitici, oltre che energetici, tali da suscitare reazioni negative da parte di senatori repubblicani di primo piano, come Marco Rubio, membro della commissione esteri del Senato e candidato alle recenti primarie del partito, e John McCain, candidato alla presidenza degli Stati Uniti nel 2008.

Poiché le nomine di Trump dovranno essere ratificate dal Senato, dove i repubblicani hanno una maggioranza risicata (quattro voti), per bocciarle basterebbe il voto contrario di quanti tra loro hanno già manifestato il loro dissenso sulle candidature più controverse. Se questa opportunità non fosse sfruttata, si darebbe via libera a un presidente che, chiedendo al Department of Energy la lista dei dipendenti e dei consulenti che hanno lavorato a favore degli accordi internazionali sul clima e delle norme per limitare le emissioni climalteranti, ha già scelto la proscrizione per chi non condivide i suoi indirizzi politici.

Allarmato, il New York Times titola «Is Donald Trump a Threat to Democracy?» un articolo nel quale due professori di Harvard, Levitsky e Ziblatt lo definiscono “un violatore seriale delle norme”, lo paragonano a leader populisti, come Berlusconi, Chavez e Erdogan, e concludono che, a seguito dell’imbarbarimento della lotta politica (e, aggiungo io, del distacco fra istituzioni e cittadini), «il rischio non è solo un presidente con propensioni illiberali, è la sua elezione quando i guardrail a protezione della democrazia americana non sono più così sicuri. Se si verificassero una guerra, un grave attacco terroristico oppure tumulti o proteste su larga scala – eventi tutti possibili – un presidente con tendenze autoritarie e con istituzioni diventate poco solide potrebbe rappresentare una seria minaccia per la democrazia americana».

Insomma, la resistibile ascesa di Donald Trump potrebbe continuare.

Lunga vita al tiranno Dionisio

43-referendum_immagineG. B. Zorzoli

Una convincente conferma delle motivazioni di fondo che hanno portato al risultato del referendum, ce la fornisce il confronto tra questo voto e quello del 2014 per l’elezione del parlamento europeo.

In comune le due consultazioni hanno infatti la circostanza di non essere soggette ai condizionamenti presenti nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento: il classico rapporto clientelare e le pressioni di mafia, ‘ndrangheta, camorra (l’identificazione identitaria con una forza politica è fattore che oggi pesa molto meno di un tempo e non è più garantito a priori). Entrambe le elezioni erano quindi molto più libere, consentendo all’elettore di manifestare con molta autonomia il proprio orientamento o, spesso, lo stato d’animo prevalente quando si recava alle urne.

Nel 2014 le elezioni europee ebbero luogo pochi mesi dopo la nomina a capo del governo di Renzi, connotato da tre fattori di novità: l’età, la volontà di rottamare i vecchi protagonisti del suo partito, essere fino a pochi mesi prima estraneo alla politica nazionale. Renzi sembrava dunque incarnare alla perfezione il ruolo dell’anti-establishment, immagine che ha provocato la spettacolare crescita dei voti al suo partito: dal 25% dell’anno prima a più del 40%, un risultato senza precedenti.

Spesso anti-establishment viene utilizzato come sinonimo di populismo, che certamente ne rappresenta una componente, accanto però a motivazioni meno ideologizzanti e più concrete. Non a caso nel referendum la più alta percentuale di no si è riscontrata tra gli elettori tra 18 e 35 anni, dove massimo è il disagio sociale per la mancanza o la precarietà del lavoro, mentre chi ha un’occupazione fissa riceve retribuzioni inferiori alle attese, comunque non confrontabili con quelle della generazione precedente alla medesima età. Fenomeno confermato dalla diminuzione della percentuale dei no al crescere dell’anzianità degli elettori.

Qualsiasi sia il giudizio sui quasi tre anni del governo Renzi, è fuor di dubbio che le attese di un cambio significativo di rotta sono andate deluse: crescita non esaltante degli occupati, mancato, o modesto, miglioramento delle loro condizioni di lavoro, mance – tipo bonus di varia natura – che hanno probabilmente offeso più che gratificato, sarebbero ragioni sufficienti a motivare il disincanto. Probabilmente nell’attuale situazione (italiana e internazionale) non si poteva fare molto di più, ma a livello delle enunciazioni di principio, sì. Viceversa, a parte qualche rara e generica sparata verbale, contro ben identificabili condizioni immeritate di privilegio Renzi ha evitato di pronunciarsi (il caso delle banche è esemplare), mentre è stato prodigo di elogi nei confronti delle élite (si pensi ai reiterati apprezzamenti per l’operato di Marchionne). Last but not least, l’eccesso di ruoli importanti assegnati a persone provenienti da Firenze e dintorni ha fatto a pugni con la promessa rottamazione del passato, di cui questo costume era parte integrante.

La mancanza o l’inadeguatezza dei segnali di cambiamento è allora entrata in sinergia con la carenza di critiche all’establishment e ha provocato la slavina dei no, riproducendo in Italia, “la rabbiosa protesta anti-establishment e anti-globalizzazione [che] ha fatto prima vincere la Brexit e ha ora portato Trump alla Casa Bianca, creando una profonda spaccatura, non facilmente sanabile, in entrambi i paesi; nella società americana, senza precedenti dai tempi della guerra civile”, come paventavo nel mio intervento su alfapiù del 22 novembre scorso (Onde lunghe e pericolo iceberg). Una protesta provocata dal disagio sociale, ma, soprattutto, dalla mancanza, finora, di proposte in grado di fornire prospettive diverse per il futuro, E così concludevo: “Anche se il personaggio non ci piace, il nemico comune oggi non è Renzi”.

Conclusione che continuo a sottoscrivere. Vorrei che non fosse così, ma purtroppo temo che l’esito del referendum riproporrà la situazione che portò la vecchietta di Siracusa ad augurare lunga vita al tiranno Dionisio, perché il suo successore sarebbe stato certamente peggiore di lui.

Onde lunghe – e pericolo iceberg

referendumG.B. Zorzoli

Negli ultimi cento anni tre sono state le maggiori crisi europee. La grande guerra 1914-1918 lasciò un continente stremato, con la generazione di mezzo decimata, stati enormemente indebitati e alle prese con la non facile riconversione dell’industria bellica, gonfiatasi oltre misura. Per di più alla fase precedente il conflitto, che aveva vissuto la novità di una prima, parziale globalizzazione, si era sostituita una chiusura nazionalistica, aggravata dall’umiliazione di trattati di pace simili a diktat, subìta dai paesi sconfitti, e dalle tensioni derivanti dalla definizione dei nuovi confini. La proposta vincente fu il fascismo in Italia, il nazismo in Germania, Salazar in Portogallo, Franco in Spagna, e regimi sostanzialmente autoritari nella penisola balcanica. Ne rimasero esenti il Regno Unito e i paesi scandinavi. L’alternativa di sinistra ai vecchi gruppi dirigenti aveva già perso credibilità quando, all’inizio del conflitto, i partiti socialisti francese e tedesco avevano votato i crediti di guerra e quello italiano aveva pensato, furbescamente, di cavarsela con lo slogan «né aderire, né sabotare». L’incapacità di gestire la crisi postbellica e la lotta fratricida contro i socialdemocratici, scatenata dai neonati partiti comunisti, fece il resto. Il prezzo per liberarsi dal nazifascismo fu altissimo: una seconda guerra mondiale, da cui l’Europa uscì spaccata in due.

Meno drammatiche, ma altrettanto preoccupanti sotto il profilo economico-sociale, furono le conseguenze delle due crisi petrolifere degli anni Settanta, che tra fine 1973 e 1979 videro il prezzo del greggio moltiplicarsi per venti. In un’Europa, molto più oil dependent di oggi, per descrivere quanto stava accadendo si dovette inventare un neologismo: stagflazione, stagnazione più inflazione a due cifre. In questo caso il retroterra erano però il ’68 e le lotte operaie degli anni precedenti. Gli effetti politici della crisi furono quindi la caduta delle dittature greca, portoghese e spagnola, il successo del PCI nelle politiche del 1976, la vittoria di Mitterrand, sostenuto da socialisti e comunisti, nel 1981, quando per la prima volta dal 1958 i gollisti vennero estromessi dal potere.

Il successo di Mitterrand fu il canto del cigno di quella stagione. Alla fallimentare politica del PCI, che seppe solo garantire l’appoggio subalterno a monocolori democristiani, si aggiunse la rinuncia del presidente francese ad attuare il programma proposto ai cittadini francesi. Contemporaneamente la vittoria della Thatcher nel Regno Unito e di Reagan in USA rilanciarono politiche neoliberiste, che rapidamente vennero fatte proprie anche dalla maggior parte della sinistra europea. Quali erano, ad esempio, vent’anni fa, le stelle polari del neonato governo italiano di centro-sinistra? Tony Blair, che in Gran Bretagna aveva continuato imperterrito la politica thatcheriana, e Bill Clinton che, rimuovendo gli ultimi dei vincoli posti da Roosevelt al funzionamento dei mercati finanziari, aveva completato la politica avviata da Reagan e creato le condizioni per l’innesco della crisi finanziaria 2007-2008.

È quindi comprensibile che condizioni molto simili a quelle presenti dopo la prima guerra mondiale stiano producendo effetti analoghi. La rabbiosa protesta anti-establishment e anti-globalizzazione ha fatto prima vincere la Brexit e ha ora portato Trump alla Casa Bianca, creando una profonda spaccatura, non facilmente sanabile, in entrambi i paesi; nella società americana, senza precedenti dai tempi della guerra civile.

Questa volta l’onda lunga della rivolta è iniziata nelle due nazioni che, nelle altre due circostanze, erano rimaste alla finestra, salvo poi intervenire in modo risolutivo: con le armi della guerra nel primo caso, della controriforma economica nel secondo. La Brexit, ma soprattutto la vittoria di Trump avranno indubbiamente un forte impatto sulle elezioni europee del 2017, in particolare su quelle francesi: non si può infatti escludere che l’onda lunga della rivolta anti-establishment e isolazionista porti alla vittoria della Le Pen. In tal caso, l’assetto comunitario ne sarebbe sconvolto. Se si arrivasse alla Frexit, una Merkel, presumibilmente indebolita dai risultati delle elezioni tedesche e privata della coperta formale di una partnership a due con la Francia, avrebbe enorme difficoltà a tenere insieme i cocci, che stanno crescendo ancor prima delle tornate elettorali dell’anno prossimo.

In Bulgaria e in Moldova hanno appena vinto i due candidati filorussi. Il prossimo 4 dicembre, il successo alle presidenziali austriache dell’ultrareazionario Norbert Hofer è quasi una certezza matematica. Lo stesso giorno si voterà in Italia sulla proposta di riforma costituzionale. Ci arriviamo dopo uno scontro, più che un confronto, tra i fautori del sì e del no; rispetto ai passeggeri del Titanic, la differenza è meramente comportamentale: allora si ballava, oggi si litiga.

L’iceberg, però, incombeva allora come incombe oggi. E sarebbe bene ricordare che nel secolo scorso lo scontro tra comunisti e socialdemocratici venne superato, con la creazione dei Fronti popolari contro il nemico comune, solo nel 1934: si è chiuse la stalla solo quando, con Hitler al potere, i buoi erano già scappati. E che, anche se il personaggio non ci piace, il nemico comune oggi non è Renzi.

Roth vs. Trump

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G. B. Zorzoli

Quando nel 2004 Philip Roth pubblicò The plot against America (tradotto da noi l’anno seguente, da Einaudi, col titolo Il complotto contro l’America), Donald Trump era solo un miliardario eccentrico, che interessava esclusivamente gli amanti del gossip. La storia narrata da Roth ha per protagonista una famiglia ebrea che abita a Newark. È un’ambientazione che ritorna in molti suoi lavori ma, a differenza degli altri, questo è un romanzo distopico.

Nelle elezioni americane del 1940 Charles Lindbergh ha battuto clamorosamente Roosevelt con una campagna volgare e populista, intrisa di isolazionismo e di antisemitismo, che accusa il presidente uscente di portare il paese alla rovina, glissando su quanto ha fatto per ridare fiato all’economia americana, messa in ginocchio dalla crisi del 1929. Forte della popolarità acquisita con il primo volo senza scalo New York-Parigi, accusa gli ebrei di volere la guerra contro Hitler, con la complicità di Roosevelt. «Vote for Lindbergh or Vote for War» è il suo slogan vincente.

Con l’insediamento di Lindbergh alla Casa Bianca, giorno dopo giorno l’esistenza della famiglia ebrea di Newark ricalca quella dei loro simili che vivono sotto il dominio nazista. La morsa si stringe intorno a loro, mentre il presidente Lindbergh firma un accordo con Hitler, col quale gli dà carta bianca per la conquista dell’Europa, ed emana norme che pongono severi limiti alla libertà di stampa e di critica. Durante le elezioni mid-term del 1942 i comizi degli oppositori sono oggetto di aggressioni squadristiche, e si moltiplicano gli arresti degli ebrei, accusati di connivenza con i nemici dell’America. Lindbergh arriva a chiudere il confine col Canada, per impedire l’esodo degli oppositori e degli ebrei. La vicenda si risolve quando l’aereo guidato personalmente da Lindbergh, che non perde occasione per rinverdire la sua immagine di pilota spregiudicato, risulta disperso. Con la sua uscita di scena, gli Stati Uniti tornano gradualmente alla normalità.

Concepita all’inizio del secolo, dopo che Donald Trump ha vinto, l’ucronia di Roth appare un artificio formale, scelto dall’autore per manifestare la sua inquietudine per le trasformazioni che stavano investendo il sentire di una larga parte della società americana. La crisi del 2007-2008 al posto di quella del ’29; la negazione dei meriti di Roosevelt sostituita dalla visione catastrofista della presidenza Obama; i mussulmani e i latinos invece degli ebrei nel ruolo di nemici dell’America; la chiusura isolazionista che promette oggi di dare carta bianca all’espansionismo di Putin, mentre agli inizi degli anni Quaranta l’interlocutore era Hitler; il confine col Canada chiuso vs. il muro alla frontiera messicana.

Il complotto contro l’America è un romanzo profetico anche nella sua conclusione. L’ultimo capitolo si intitola «Eterna paura». Lindbergh è morto, ma la Stimmung ha subito un cambiamento irreversibile. Anche se Trump fosse stato sconfitto sarebbe rimasto vivo il trumpismo, che viceversa ha prevalso. Molti, fra cui il sottoscritto, erano convinti che Trump fosse il candidato ideale per la Clinton. Era vero il contrario, the Donald ha tratto vantaggio dall’avere come avversaria la tipica rappresentante di un establishment responsabile della profonda divisione sociale e identitaria esistente oggi in America.

Lindbergh ha davvero vinto. E adesso, pover’uomo?

 

E inoltre, sul prossimo alfadomenica un commento da New York  di Fabrizio Tonello sulle elezioni Usa 

Tutto a pezzi

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Il voto del parlamento della Vallonia contro l’accordo di libero scambio e cooperazione economica tra Unione europea e Canada (CETA) non è solo importante in sé. Chi si limita a ironizzare su un accordo che avrebbe coinvolto centinaia di milioni di persone, stoppato dai rappresentanti di poco più di tre milioni di individui, dimentica infatti che la stipula dei trattati commerciali è uno dei pochi poteri attribuiti alla Commissione europea. Se questa prerogativa non è stata esercitata, è perché la Commissione ha ceduto alla pressione di diversi paesi europei, decidendo di chiedere l’approvazione dei governi dei singoli stati; assenso che, nel caso del Belgio, richiede l’OK dei parlamenti regionali.

A bloccare il CETA è stata dunque la condizione di debolezza in cui versa il vertice di Bruxelles, che a sua volta riflette la crisi, a rischio di disintegrazione, della stessa Unione europea: non è infatti scontato che la Brexit rimanga un episodio a sé stante, senza imitatori.

La medesima sorte attende l’analogo accordo con gli Stati Unti (TTIP), i cui negoziati, già agonizzanti, sarebbero bloccati da un’eventuale presidenza Clinton, che sembra decisa a non ratificare nemmeno la parallela intesa, già firmata, con alcune nazioni asiatiche (TPP). Se l’eletto fosse Trump, denuncerebbe anche il trattato NAFTA con Canada e Messico, operativo da anni, oltre a decidere il ritiro unilaterale dall’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Sono tutti sintomi evidenti della crisi del processo di globalizzazione in chiave neoliberista, che sembra per ora reggere senza gravi scosse solo nella sua declinazione finanziaria. La teoria del trickle down, secondo cui i benefici economici della globalizzazione neoliberista non sarebbero andati a esclusivo vantaggio di una ristretta minoranza di privilegiati, grazie allo sgocciolamento verso il basso di una loro parte in misura sufficiente a garantire il benessere dell’intera società, alla lunga si è rivelata una favola; e, come amava ricordare Lincoln, per un po’ puoi ingannare tutti, ma per sempre soltanto qualcuno.

Tuttavia, in un vuoto quasi pneumatico di proposte alternative credibili e con le tradizionali forze politiche di destra e di sinistra che negli ultimi decenni si sono differenziate solo per qualche sfumatura nel sostegno al liberalismo imperante, la protesta popolare ha assunto prevalentemente un segno regressivo, sintetizzabile in una parola: chiusura.

Chiusura entro le frontiere nazionali, barriere – anche materiali – innalzate contro i migranti, rigetto radicale dei partiti tradizionali, che si traduce nel sostegno a forze e leader politici collocati su posizioni antisistema: in Gran Bretagna come in USA, in Francia come in Ungheria e Polonia, paesi, gli ultimi due, dove queste forze sono già al governo (in Ungheria l’opposizione più vivace viene da un partito addirittura ancora più reazionario). Fanno eccezione, se pur con orientamenti diversi, Podemos in Spagna e il M5S in Italia.

La sfiducia totale nei partiti tradizionali, non a torto considerati corresponsabili di una crisi di natura economico-sociale, ma anche di identità, tende per inerzia a mettere in discussione la superiorità della democrazia come modello istituzionale. A sopravvivere è solo il singolo individuo, che ha dismesso il tradizionale ruolo di soggetto sociale. Siamo alla rottura del patto fra cittadino e Stato, posto a fondamento delle democrazie moderne e basato su un do ut des: il primo cedeva parte della propria autonomia in cambio di alcune garanzie e protezioni, offerte dal secondo, che oggi sono venute a mancare.

D’altronde, l’ipotesi di un’alternativa alle democrazie tradizionali è resa credibile da una constatazione inoppugnabile. La Cina sta smentendo un luogo comune, che nei decenni della Guerra Fredda era stato innalzato al ruolo di assioma: una crescita economico-sociale, effettiva e stabile, è garantita soltanto in paesi retti da regimi democratici. Un assunto, questo, allora comprovato dal fallimento delle economie negli stati dove erano al potere i partiti comunisti, e in quelle nazioni del Terzo Mondo che avevano cercato di imitare l’esperienza sovietica o cinese.

Oggi si sta invece diffondendo la sensazione che i governanti di Pechino abbiano adottato le regole giuste per le società del XXI secolo; sensazione rafforzata dalla massiccia penetrazione economica nell’Africa subsahariana e dalla crescita degli investimenti in America latina e in Europa. In una Milano di cui, con eccesso di zelo, si celebra il rilancio, società cinesi hanno comperato la Pirelli e persino due simboli cittadini, come Inter e Milan.

Si parla poco della progressiva riduzione degli spazi di democrazia nella Russia di Putin e nella Turchia di Erdogan, e ancora meno delle analoghe involuzioni in Polonia e Ungheria. Nel corso della lunga campagna presidenziale, anche Trump non ha certo risparmiato affermazioni che vanno nella medesima direzione, spingendosi fino a dichiarare che una sua eventuale sconfitta sarebbe resa possibile solo dal ricorso a brogli elettorali. Questo annuncio ha scandalizzato politici e opinionisti, convinti che con simili parole Trump avesse oltrepassato il segno, mentre bastava navigare nei social network per rendersi conto di quanto fossero condivise: un ulteriore punto a favore della delegittimazione della democrazia, destinato a consolidarsi se, com’è probabile, Trump perdesse le elezioni.

Nelle elezioni francesi dell’anno prossimo ha buone probabilità di vincere il Front National di Marine Le Pen, che ha abilmente smorzato il profilo troppo intemperante dato al partito da suo padre, senza però modificarne nella sostanza messaggi e programmi. Qualcosa di simile potrebbe accadere in futuro anche negli USA, con un candidato lievemente più cauto, pronto a raccogliere con successo quanto seminato da Trump. Nelle elezioni presidenziali austriache del 4 dicembre, è invece quasi certa la vittoria di Norbert Hofer, candidato del partito di estrema destra FPÖ.

Per contro la prospettiva di un progetto politico alternativo, emersa dalle elezioni in Grecia, è svanita in un mese, distrutta dalle condizioni ricattatorie poste dagli altri stati europei, a difesa degli interessi della finanza internazionale. D’altronde, in un mondo globalizzato una simile ipotesi era ancora più improbabile di quella del comunismo in un paese solo negli anni ’20 del secolo scorso.

Intanto la crisi continua a mordere e tra gli addetti ai lavori si discute di stagnazione secolare. Grande è la confusione sotto il cielo, ma, contrariamente a quanto pensava il presidente Mao, la situazione è tutt’altro che eccellente.

Se vincesse Trump

trumpG. B. Zorzoli

Non diversamente da quelle individuali, le rimozioni collettive di prospettive sgradite ci fanno trovare impreparati, quando l’averle esorcizzate non impedisce che si avverino. Per questo mi preoccupa che non si discuta di cosa accadrebbe se, com’è possibile, Trump diventasse il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti.

Probabilmente le posizioni neoisolazioniste sarebbero ridimensionate dalla dura realtà dei fatti, ma non la politica anti-immigrazione, le discriminazioni nei confronti delle minoranze, la legittimazione del farsi giustizia da soli. Ne uscirebbero rafforzate le analoghe pulsioni che stanno prendendo piede in Europa.

Non meno preoccupanti, per l’impatto globale che potrebbero avere, sono le politiche energetico-ambientali sostenute da Trump. A inquietare, nel suo «America-First Energy Plan» non sono le bufale, che pure non mancano, come l’obiettivo di aumentare la produzione di shale gas e nel contempo di restituire all’industria del carbone il suo «ruolo glorioso», dimenticando che è stata proprio la caduta del prezzo del gas, dovuta al boom dello shale, a mettere in crisi il settore carbonifero e non una presunta «job-destroying» politica di Obama. Un certo allarme lo desta l’inversione di rotta nella politica ambientale, con la cancellazione immediata di tutte le restrizioni all’uso del fracking per l’estrazione di shale gas, alle perforazioni off-shore, alla produzione di gas e petrolio nelle aree di proprietà federale. Tuttavia si tratta di provvedimenti che devono passare al vaglio del Congresso, il cui esito non è quindi né scontato, né immediato.

In ogni caso, però, questa difesa a oltranza degli interessi economici dell’industria del petrolio e del carbone inciderebbe negativamente sul futuro delle fonti rinnovabili, come conferma lo scetticismo nei loro confronti manifestato da Trump. L’energia solare è «very expensive», quella eolica «uccide le aquile ed è rumorosa». Si salva solo il bioetanolo, in linea con la politica di G.W. Bush a favore dei produttori americani di mais. Una maggioranza parlamentare, presumibilmente repubblicana in caso di sua vittoria, potrebbe sostenere questa linea, non rinnovando le misure a sostegno delle rinnovabili, o depotenziandole.

La cornice «teorica» a giustificazione di queste scelte è il giudizio trumpiano sul cambiamento climatico, sintetizzato in un tweet: «This very expensive GLOBAL WARMING bullshit has got to stop. Our planet is freezing, record low temps, and our Global Warming scientists are stuck in ice». Il suo negazionismo non si limita dunque a contestare l’origine antropica del riscaldamento globale: va oltre, sostenendo che la terra si sta raffreddando. In altre circostanze ha detto che il cambiamento climatico è una «bufala» messa in giro dalla Cina, per minare gli interessi industriali e i posti di lavoro americani. Di conseguenza, si è impegnato a revocare l’adesione americana all’accordo sulla lotta al cambiamento climatico, raggiunto nel dicembre scorso alla COP21 di Parigi.

Poiché, per bypassare l’opposizione della maggioranza repubblicana al Congresso, il presidente Obama a più riprese ha utilizzato lo strumento degli ordini esecutivi, con i quali ha posto limiti all’utilizzo di combustibili fossili e alle emissioni delle centrali elettriche, e ha ratificato l’accordo raggiunto a Parigi, si tratta di decisioni che Trump, se eletto, potrà prendere in totale autonomia.

Quali effetti potrebbero avere la cancellazione delle peraltro insufficienti normative ambientali, introdotte negli ultimi anni da Obama, e l’abbandono di qualsiasi futuro impegno sul clima che oltre tutto, nelle intenzioni di Trump, dovrebbero essere accompagnato dalla cancellazione di tutti i finanziamenti americani ai programmi climatici delle Nazioni Unite?

Dopo la Cina, gli Stati Uniti sono il principale emettitore di gas serra. Se si tirano fuori, quanti altri paesi saranno tentati di seguirne l’esempio? È vero che prima e dopo Parigi una parte non piccola del mondo finanziario e delle grandi imprese ha dimostrato di essere più avanti dei governi nella consapevolezza dei rischi di un cambiamento climatico irreversibile, per cui la defezione americana non riuscirebbe a bloccare il percorso avviato. Però lo rallenterebbe, e in un mondo impegnato in una corsa contro il tempo (secondo recenti previsioni della NASA, ci stiamo avvicinando a 1,3 °C di sovratemperatura) questo ritardo potrebbe rivelarsi esiziale.