Il risveglio della Catalogna rurale

G.B. Zorzoli

Il voto catalano come la Brexit. Contrariamente alle attese, hanno prevalso le liste degli indipendentisti, che conquistano la maggioranza assoluta dei seggi (70), ma non quella dei voti. Primo partito la destra pro-Madrid dei Ciudatanas, con circa un quarto dei suffragi e 37 seggi. Di nuovo contraddicendo le previsioni, tra gli indipendentisti l’Esquerra Republicana de Catalunya è stata superata dal partito democratico europeo catalano, con un po’ di buona volontà definibile “centrista”, per anni asse di governi caratterizzati da politiche di drastici tagli ai servizi sociali e da frequenti episodi di corruzione. Sul risultato non ha influito a sufficienza nemmeno il confronto tra l’atteggiamento del leader dell’Esquerra Oriol Junqueras, sottoposto al carcere duro, e di Carles Puigdemont, scappato a Bruxelles per evitare l’arresto. Il partito anticapitalista CUP si è dovuto accontentare di quattro seggi, solo uno in più del partito popolare, che ha pagato il prezzo delle manganellate e del sangue sparso il primo ottobre, e della successiva repressione.

L’elevata affluenza alle urne (84% degli aventi diritto), un risultato eccezionale rispetto agli attuali standard europei, è in buona misura dovuta al risveglio elettorale della Catalogna rurale, la cui prevalente grettezza e chiusura alle novità si è aggiunta al voto, tradizionalmente moderato, di parte della piccola e media borghesia della capitale, nel pesare non poco sull’esito elettorale, connotato quindi da una forte componente sovranista. Come nel caso britannico, e ancor prima durante la “primavera araba”, si sono erroneamente identificate le opinioni dominanti nelle capitali con quelle maggioritarie nel resto dei paesi. Salvo poi stupirsi per la vittoria della Brexit, dei Fratelli Musulmani, degli indipendentisti catalani (anche loro con prevalenza della linea conservatrice). E considerazioni analoghe valgono per la vittoria di Trump.

In realtà l’unico fattore unificante i singoli eventi è il prevalere di forme di ribellione a situazioni di insopportabili diseguaglianze economiche e sociali, che rappresentano la versione aggiornata al ventunesimo secolo (definita populismo o sovranismo) delle antiche jacqueries contadine: prive di concrete proposte alternative, si limitavano a distruggere i registri catastali o fiscali, a danneggiare persone e cose, identificate come il Nemico. Anche in Catalogna, le profonde divisioni tra i partiti indipendentisti, tutti – anche il troppo mitizzato CUP - privi di programmi politici in grado di contrapporsi al capitalismo finanziario, rendono precaria qualsiasi intesa che, oltre tutto, dovrebbe fare i conti con un paese spaccato in due e con quasi la metà che appoggia la politica di Madrid.

Di fronte all’ennesimo riflesso della crisi in cui versa l’Europa (ma in materia anche gli USA non scherzano), sostituire, come ha fatto Bifo, un astratto ottimismo della ragione al pessimismo di gramsciana memoria, rischia di aumentare le delusioni provocate dalla dura realtà dei fatti e, di conseguenza, il pessimismo della volontà.

Non esistono alternative rispetto a una lunga marcia, della quale non sono ancora chiari né gli obiettivi, né i mezzi richiesti per superare gli ostacoli che si incontreranno strada facendo. E non si fa un passo in avanti in questa direzione, se innanzi tutto non cerchiamo di evitare che la crisi europea si concluda con il cadavere dell’UE. La sfida la si vince solo superando gli angusti confini delle piccole patrie e, per quanto malconcia, l’Unione europea è l’unico terreno sufficientemente esteso a nostra disposizione.

Lavori nell’ombra

G.B. Zorzoli

Non inganni il titolo del saggio di Craig Lambert: nel libro si parla anche di «lavoro ombra», definizione che include attività che non identifichiamo come lavoro, malgrado in passato altre persone fossero pagate per farle. Definizione dilatata fino a includere il tempo che genitori ossessivi dedicano ai figli, aiutandoli a fare i compiti o organizzandogli il tempo libero. Tanto che, nel susseguirsi di divagazioni che spesso scivolano nell’aneddotica, Lambert inserisce nella lista dei lavori ombra casi di lavoratori obbligati a stare in ufficio più di quanto previsto dal contratto, senza remunerazione extra, oppure a svolgere anche le mansioni di colleghi licenziati: a casa mia, questo si chiama sfruttamento.

Nel vagare da un fiore all’altro, il nostro si occupa anche dei ricchi che pagano i poveri per incombenze che non amano sbrigare da soli, situazione in cui nessuno svolge lavori ombra. Considerazioni che gli consentono però una digressione sul costume vistoso, con doverosa citazione di Veblen e della sua teoria sulla classe agiata. Salvo poi recuperare con un ardito doppio salto carpiato, affermando che supervisionare un esercito di collaboratori può dare vita a una peculiare forma di lavoro ombra manageriale.

Non sazio, include nel lavoro ombra il tempo passato in rete, trascurando il fatto che, per molti, si tratta del sostituto dei giochi tradizionali, mentre in un’altra pagina considera proprio il tempo dedicato ai divertimenti l’unico da escludere dal lavoro ombra. Forse preoccupato che il lettore scopra questa contraddizione, visto che sta parlando di rete, passa chissà perché a occuparsi degli statistici, i quali, grazie alla capacità di estrarre da Big Data informazioni utili per il loro datore di lavoro, sono ricercatissimi e ben pagati.

Peccatore incallito, in altra parte ritorna a parlare di web, azzardando la tesi di una rete che ha democratizzato le conoscenze, livellando la precedente piramide; affermazione che gli consente di portare acqua al proprio mulino, perché anche questo è lavoro ombra, anche se – sono sue parole – ad esempio «potrebbe star erodendo sensibilmente la domanda di servizi legali». Trascurando che il tempo speso in rete per risolvere un quesito legale è largamente remunerato dal risparmio della lauta parcella altrimenti dovuta all’avvocato.

Poiché secondo Lambert «in ultima analisi lo studio del lavoro ombra non è altro che uno studio su come passiamo il tempo», ci si aspetterebbe che, quando rimane in tema, utilizzi questa equivalenza come metro di giudizio. Viceversa, i casi presentati nel volume formano un quadro privo di prospettiva e di chiaroscuri. Se effettuo una transazione con l’home banking o acquisto un prodotto online, risparmio non solo una quantità di tempo tutt’altro che trascurabile, ma anche le spese di trasporto. Per non parlare della possibilità di scegliere nelle ventiquattro ore del giorno l’intervallo di tempo per me più conveniente. Lo definirei «risparmio ombra», anche di soldi, dato che elimino qualsiasi forma di intermediazione. Sono quindi situazioni non paragonabili all’esempio dell’albergo che, per risparmiare sul costo del personale, mi obbliga a portare da solo in camera un bagaglio, anche se pesante, o di Ikea, che mi costringe a montare da solo il mobile acquistato (in questo caso, però, bisognerebbe escludere dal novero i non pochi che si divertono a farlo).

Immaginate di essere a cena con un amico informato e abile conversatore, forse un po’ prolisso, e che costui vi intrattenga amabilmente per tutta la serata con riflessioni a ruota libera sulla perdita di posti di lavoro – cui suppliscono altri umani o robot –, su come è cambiato il tradizionale rapporto tra le persone – in larga misura sostituito dai social media –, sulla divaricazione crescente tra ricchi e poveri, sul ruolo e il significato del tempo (anche se siamo a distanze siderali da Sant’Agostino o da Einstein), e altro ancora; tra cui, incidentalmente, l’effettivo lavoro ombra.

Il libro di Craig Lambert costa meno della cena con l’amico e vi offre lo stesso di tipo di intrattenimento (e non siete obbligati a leggerlo fino all’ultima pagina).

Craig Lambert

Il lavoro ombra

traduzione di Elena Vozzi

Baldini&Castoldi, 2017, 317 pp., € 18

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Temperatura globale, una corsa contro il tempo

G.B. Zorzoli

Durante la seconda metà del secolo scorso, nel mondo politico americano il pragmatismo è stato una scelta condivisa. Il cambio dell’appartenenza politica dell’inquilino della Casa Bianca o della maggioranza al Congresso provocavano rettifiche degli indirizzi precedenti, non un loro stravolgimento. In particolare la politica estera fu sempre bipartisan. Il pragmatismo dominò anche nei temi ambientali. Così nel 1992 George Bush partecipò al summit di Rio, dove manifestò riserve sull'impegno americano, ma non si oppose all'approvazione dei documenti che impegnavano gli Stati a combattere i cambiamenti climatici.

Il segnale più clamoroso di una mutazione genetica si ebbe nel 2003, a seguito dell'intervento militare in Iraq, ma anche su altri temi si creò una contrapposizione rigida tra repubblicani e democratici: ad esempio, George W. Bush assunse posizioni sostanzialmente negazioniste sul cambiamento climatico, in perfetta sintonia con molti parlamentari del suo partito.

L’atmosfera peggiorò dopo le presidenziali del 2008. L'elezione di Obama fu vissuta da parte repubblicana come una provocazione. Lo scontro divenne la regola, con degenerazioni inusitate – le “fake news”, secondo cui Obama non era nato in America - tanto che l'approvazione del bilancio federale si trasformò in una sorta di roulette. Di conseguenza, le uniche decisioni di politica ambientale e climatica prese da Obama furono quelle attuabili mediante “executive order”.

L'elezione di Trump, oltre a confermare che la spaccatura politica rifletteva un'analoga spaccatura nel paese, buttò ulteriore benzina sul fuoco. Un miliardario senza precedenti esperienze politiche, per di più nemico dichiarato del “politically correct”, ha portato lo scontro a un livello che fa impallidire quello tra berlusconiani e antiberlusconiani dopo le elezioni italiane del 1994, con possibilità di mediazioni praticamente nulle.

La radicalizzazione dello scontro, accanto a stati tradizionalmente ambientalisti come la California e a grandi municipalità, come New York, ha portato nel fronte che si oppone alla decisione di non rispettare l'Accordo di Parigi, anche esponenti del mondo della finanza (Goldman Sachs) e perfino, con la Exxon, di quello petrolifero. Questo schieramento è importante a livello sia simbolico, sia pratico. Tuttavia, occorre resistere alla tentazione di utilizzarlo in modo consolatorio (“States and Cities Compensate for Mr. Trump’s Climate Stupidity”, titolo del New York Times), senza prestare sufficiente attenzione a chi appoggia Trump o ha scelto di non pronunciarsi, come l’industria automobilistica americana, finora prodiga di dichiarazioni verbali sul proprio impegno ecologico; forse perché in attesa di un’altra possibile azione di Trump, che avrebbe come bersaglio la California.

All’avanguardia nelle politiche ambientali, con 39 milioni di abitanti e un prodotto annuale di 2,4 trilioni di dollari, la California è la sesta economia mondiale, per cui ha un tale peso sul mercato che le sue norme per gli autoveicoli vengono automaticamente adottate dai costruttori americani, anche se sono più restrittive di quelle federali o di altri stati.

Ebbene, i consumi chilometrici massimi di benzina, che saranno ammessi in California a partire dal 2025, sono stati resi molto restrittivi, per promuovere la rapida diffusione dei veicoli elettrici: scelta che preoccupa i costruttori di automobili, i quali se ne sono già lamentati con Trump, e almeno altrettanto l’intera catena del business petrolifero (in USA l’80% di un barile di greggio va nel trasporto). Poiché la California è stata autorizzata a stabilire normi più stringenti di quelle federali da un decreto emesso a suo tempo da Richard Nixon, circolano voci sull’intenzione di Trump di revocare questa deroga. E non è detto che sia l’ultima iniziativa di riduzione dei poteri locali, almeno a giudicare dalle dichiarazioni del nuovo capo dell’EPA, Scott Puitt, sull’uso abnorme del federalismo da parte di singoli stati USA.

Basterebbe comunque l’annullamento della deroga di Nixon per bloccare il percorso verso lo sviluppo sostenibile in un settore che in America ha un peso molto rilevante. Aggiungendosi all’abrogazione di tutti gli ordini esecutivi di Obama, che avevano posto limiti all’utilizzo di combustibili fossili e alle emissioni delle centrali elettriche, e alla revoca dell’adesione americana all’accordo raggiunto a Parigi, frenerebbe ulteriormente il percorso, di per sé insufficiente, avviato con tale accordo con la Exxon. In un mondo impegnato in una corsa contro il tempo, per evitare che la temperatura globale raggiunga i due gradi, il conseguente ritardo potrebbe rivelarsi esiziale.

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Noah Chomsky, brevi cenni sull’universo

G.B. Zorzoli

Non è facile portare a sintesi il pensiero politico di Noam Chomsky, che basa le sue analisi della società contemporanea sul confronto con esempi storici e su una quantità, a volte sorprendente, di materiale documentario. Un approccio consueto in molti ambiti di ricerca, lontano però anni luce dall’esposizione sistematica di una teoria, per cui il filo rosso che lega le sue argomentazioni riesce a emergere con sufficiente chiarezza soltanto dalla lettura attenta dei suoi scritti: saggi, articoli, libri.

Questa difficoltà risulta accentuata, rendendo di fatto impossibile la ricostruzione del pensiero politico di Chomsky, quando l’unità del saggio, dell’articolo, del libro è sostituita da un testo in cui si succedono, spesso scelte secondo criteri discutibili, le registrazioni di dibattiti o di interviste radiofoniche, eventi per di più condotti utilizzando tecniche eterogenee: rapporto esclusivo intervistatore-intervistato/domande soltanto da parte del pubblico o degli ascoltatori/interventi del primo e dei secondi. Si tratta di operazioni editoriali discutibili, che sfruttano la notorietà e l’appeal del personaggio per vendere con titoli promettenti una successione di testi, selezionati senza necessariamente seguire un filo logico. Per Noam Chomsky, il volume Così va il mondo non rappresenta un caso isolato. Circola ad esempio in rete un e-book dal titolo ancora più ambizioso ( Capire il potere) e con una selezione dei testi di gran lunga più farraginosa.

Così va il mondo è composto da ben settantaquattro interviste, raggruppate in modo spesso arbitrario per trasformarle con disinvoltura in capitoli di uno dei “quattro saggi profetici e attualissimi” in cui è suddiviso il testo: “Il golpe silenzioso”, “Il bene comune”, “Cosa vuole davvero lo zio Sam”, “I pochi fortunati e i tanti scontenti”. Tutti temi di grande spessore, ridotti in pillole, fino al caso estremo del capitolo “Altri argomenti”, inserito – non si comprende perché – nel sedicente saggio sul “Golpe silenzioso». In nove (sic!) pagine si pretende di esporre il pensiero di Chomsky su Consumi contro benessere, Le cooperative sociali, L’incombente catastrofe ecologica , L’energia nucleare, La famiglia, Cosa possiamo fare.

Insomma, brevi cenni sull’universo. Ad esempio, l’intervista su «La famiglia» è condensata in due sole domande – come eliminarvi il potere gerarchico e a quale età il genitore deve smettere di esercitare l’autorità sul figlio – con risposte rispettivamente di 189 e 102 parole. La mia ridotta capacità mentale mi ha impedito di comprendere quale contributo le due risposte possono dare all’analisi del golpe silenzioso, presunto saggio che ha come sottotitolo “Segreti, bugie, crimini e democrazia” e che, secondo la prefazione, mette a disposizione dei lettori gli “occhiali magici” con cui Chomsky riesce a far vedere la realtà di un “neoliberismo economico che, in nome della globalizzazione dei mercati, aspira a trasformare il mondo in un’immensa ‘fabbrica di profitti’, a beneficio di una ristretta cerchia di eletti”.

Nei vecchi libri dell’editore Bompiani era inserito un foglietto con un breve messaggio: non prestare questo libro: se ti è piaciuto, fai un torto all’editore; se non ti è piaciuto, lo fai a chi l’hai dato. Così va il mondo non lo presterò a nessuno. Anche perché il torto maggiore lo farei al pensiero di Chomsky.

Noah Chomsky

Così va il mondo

Piemme, 2017, 516 pp., € 19

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I robot al posto delle api?

G.B. Zorzoli

beesIl verso "Sic vos non vobis mellificatis apes" (così voi, ma non per voi, producete il miele, api), attribuito a Virgilio, che peraltro nel libro quarto delle Georgiche esalta a lungo le doti di questi insetti, in realtà ne descrive in modo estremamente riduttivo le funzioni che svolgono all’interno del mondo dei viventi.

Molte colture faticherebbero a sopravvivere senza l'impollinazione delle api. Solo prodotti come mais, grano e riso si autoimpollinano. I nostri pasti, però, sarebbero molto più grigi e soprattutto molto meno nutrienti, senza mirtilli, ciliegie, angurie, lattuga e tante altre piante, che difficilmente troveremmo in commercio senza l'impollinazione delle api. Ad esempio, prugne, susine e angurie ne dipendono al 65%; sedano, cetrioli e ciliegie all'80%; cipolle, mirtilli, broccoli, avocadi, asparagi e mele al 90%, le mandorle al 100%. Ancora più a rischio sarebbero le piante selvatiche, la cui impollinazione è dovuta in larga misura ai bombi, insetti che appartengono alla stessa famiglia delle api.

Oltre a produrre miele, le api sono le operaie oscure e non retribuite di gran parte del sistema agricolo: negli Stati Uniti creano un valore aggiunto di oltre 15 miliardi di dollari all'anno.

Eppure, nella disattenzione dei più, le popolazioni di api e i bombi stanno sensibilmente diminuendo. I principali responsabili della maggiore mortalità delle api sembrano essere i neonicotinoidi, pesticidi che entrano nel sistema vascolare delle piante, nel nettare e nel polline, una fonte primaria per l’alimentazione delle api. Anche i bombi sono soggetti al medesimo rischio, come è accaduto a giugno del 2013 in Oregon, dove ne sono morti 50.000, quando un'impresa di architettura del paesaggio ha spruzzato dell'insetticida sugli alberi di una foresta.

Non sono solo gli insetticidi a rendere l’ambiente più ostile. Per sopravvivere, le api hanno bisogno di fiori e spazi dove procurarsi il cibo, ma l'industrializzazione del sistema agricolo ha trasformato la campagna in un susseguirsi di monocolture: campi di mais o di soia che, per le api affamate di polline e di nettare, rappresentano l’equivalente di un deserto.

Analogo effetto ha la deforestazione per i bombi. Con una differenza, a loro sfavore. Gli apicoltori cercano di adeguarsi alle nuove criticità, ad esempio sostituendo nell’alimentazione delle api il miele con lo zucchero o lo sciroppo di mais (scelta che può compromettere la capacità delle api di combattere le infezioni). A differenza dell'ape domestica, il bombo non può contare sull'aiuto e sulle cure di una comunità umana tuttora molto in sintonia col proprio lavoro, dove, come descrive con efficacia Barbara Bonomi Romagnoli in Bee Happy (edizione Derive Approdi), con i prodotti dell’alveare si intrecciano i saperi e le conoscenze di una nuova generazione di apicoltori, spesso nata e cresciuta in ambienti urbani, che ha scelto di tornare in campagna, capace di guardare alla tradizione e, contemporaneamente, di tradirla con nuove culture e nuove pratiche.

A togliere di mezzo il problema hanno pensato per primi alcuni ricercatori all'università di Harvard, mettendo a punto minuscole api robotiche, con l’obiettivo di istruirle a impollinare al posto delle api.

beesalgoAnche la Intellectual Ventures, una start-up guidata da Nathan Myhrvold, ex di Microsoft, ha presentato nel 2015 un brevetto per degli impollinatori volanti, il cui percorso all’interno di una fattoria verrebbe guidato da un itinerario di volo computerizzato. L’anno scorso, un team di scienziati polacchi ha prodotto alcuni video di un drone, in grado di solleticare dei fiori di plastica con una spazzola.

A riprova che la moneta cattiva scaccia la buona, come ci informa la Technology Review del MIT, l’ultimo di questi sforzi è stato sviluppato in Giappone, dove alcuni ricercatori del National Institute of Advanced Industrial Science, a Tsukuba, hanno utilizzato un minuscolo drone radiocomandato, la cui superficie era stata tratta in modo da rilasciare su comando il polline, per colpire le parti maschili e femminili di alcuni gigli bianchi e rosa. È la prima volta che un drone impollina un fiore, ha commentato con orgoglio il capo del progetto, Eijiro Miyako, senza peraltro nascondere le difficoltà incontrate nel tentativo di colpire il bersaglio, malgrado quello del giglio sia il più semplice da centrare in tutto il regno delle piante. Inoltre, malgrado l’ottimismo di Eijiro Miyako - «l’impollinazione di piante in spazi aperti con dei droni “sarà assolutamente fattibile”, con l’aggiunta di videocamere ad alta risoluzione e, probabilmente, di intelligenza artificiale» - secondo gli esperti di apicoltura, si tratta di un esperimento che non potrà sostituire api e bombi.

Per rendersene conto, basta un dato: in California, per l’impollinazione dei tre trilioni di fiori presenti nei 900.000 acri di alberi di mandorle (quanti ne richiede la sola industria di trasformazione del frutto), occorrono circa 1,8 milioni di alveari –cioè grosso modo 35 miliardi di api.

Ciò nonostante, pur di non rimettere in discussione il modello produttivo dominante in agricoltura, si continua a finanziare ricerche che hanno l’unico scopo di creare specchietti per le allodole.

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I primi dieci giorni di Donald Trump

GB Zorzoli

donald-trumps-hairDurante le primarie repubblicane ci rassicuravano così: i discorsi sopra le righe gli servono per battere i competitors; ottenuto il risultato, modererà i toni.

Analogo ritornello nel corso delle elezioni presidenziali: dopo, dovrà fare i conti con la Realpolitik.

Adesso è la Realpolitik a dover fare i conti col presidente Donald Trump. E non solo lei. Per riuscirci, occorre però cambiare registro, lezione che i media tradizionali non hanno ancora imparato.

Giornali, radio, televisioni hanno addolcito la notizia sull’ executive order anti-migranti, accompagnandola con i servizi sulle manifestazioni di protesta. OK sul piano dell’informazione, ma – forse sono stato disattento - non è stato fatto notare che nessuna di queste iniziative si è svolta in Alabama o nell’Arkansas, cioè negli stati che hanno fatto vincere Trump. È un bene che l’America sconfitta reagisca; per fortuna c’è ancora una giudice federale a New York; fa piacere che i vertici di Google, Facebook, Netflix, Airbnb e di altre aziende digitali si siano espressi contro il blocco all’immigrazione. Tuttavia, agli occhi di chi ha votato Trump tutti costoro, come pure i media tradizionali, fanno parte dell’élite, che strilla perché alla Casa Bianca è arrivato qualcuno deciso a mantenere la promessa «America first», chiudendo le frontiere e riportando all’interno del paese la vecchia, buona industria.

Considerazioni analoghe valgono per il muro al confine col Messico o per la “Velocizzazione della valutazione ambientale e della successiva approvazione dei progetti infrastrutturali con alta priorità”, affiancata dalla revoca del blocco per i due controversi oleodotti Keystone XL e Dakota Access. Obiettivo che, tradotto dal latino in lingua volgare, significa realizzarli – con effetti positivi, seppur temporanei su economia e occupazione - fregandosene dell’ambiente e del rischio per i circa 8.000 membri della tribù Sioux di Standing Rock, derivante dal possibile inquinamento delle acque del lago Oahe, da cui dipendono anche le forniture idriche di molti altri cittadini americani.

È infatti illusorio puntare su una catena di fallimenti clamorosi a breve termine. Il punto centrale del programma di Trump prevede un considerevole abbassamento delle tasse e misure protezionistiche per le industrie americane, che dovrebbero rilanciare gli investimenti. La deregolamentazione del settore finanziario e di quello energetico (a danno dell’ambiente), insieme a un gigantesco programma di investimenti nelle infrastrutture (facilitato dall’abolizione delle normative territoriali e ambientali più restrittive), potrebbero a loro volta stimolare l’economia e creare occupazione. È probabile che almeno una parte di questo programma venga realizzata. Wall Street ci crede: gli indici azionari si impennano, mentre in USA i tradizionali beni rifugio, come l’oro, fino alla primavera scorsa molto ricercati, stanno battendo in ritirata.

Prepariamoci dunque a reggere l’offensiva di quanti utilizzeranno questo tutt’altro che improbabile risultato per indicare come responsabili della mancata crescita economica e occupazionale la globalizzazione e i vincoli posti a tutela dell’ambiente e del territorio. Non ci vuole una particolare perspicacia per prevedere che alla lunga i costi degli obiettivi perseguiti da Trump produrranno un effetto valanga, che travolgerà la sua politica, non solo per gli effetti negativi interni di una linea economica basata sull’autarchia. La guerra commerciale che scelte protezionistiche sono inevitabilmente destinate a produrre, ridurranno non solo l’export americano, ma anche il peso degli USA a livello planetario. Questa sarà ad esempio la conseguenza della decisione, una delle prime prese da Trump, di togliere l’adesione al TPP - l’accordo commerciale tra paesi che si affacciano sul Pacifico – non per proporne una versione più rispettosa della qualità commerciale ed ecologica dei beni scambiati, ma per sostituirla con intese bilaterali che privilegino gli interessi americani.

Occorre però attrezzarsi in modo da evitare che nel breve termine il ciclone Trump produca ricadute negative anche al di fuori degli Stati Uniti; e non crogiolarsi nella convinzione che siano subito disponibili antidoti alla sua politica. Anche perché la vittoria di Trump, che segue a ruota la Brexit, potrebbe non rimanere isolata.

15 marzo 2017: elezioni per il rinnovo del parlamento olandese. Stabilmente in testa nei sondaggi è il Partito della Libertà, che propugna un referendum per l’uscita dalla UE, l’espulsione dei clandestini, la chiusura delle moschee e delle associazioni islamiche. Il suo leader, Geet Wilders, euroscettico e xenofobo, potrebbe quindi aspirare alla guida di un paese europeo di ridotte dimensioni, ma per altri aspetti estremamente rilevante. A partire dalla sua indipendenza, nel 1566, l’Olanda si è sempre caratterizzata come spazio di tolleranza e di libertà, dove fino a poco tempo fa all’ondata migratoria, si è risposto col multiculturalismo. Inoltre l’Olanda è una delle sei nazioni che, 60 anni fa col trattato di Roma, hanno dato il via all’integrazione europea. Sarebbe un vero terremoto politico, ben più della vittoria di Orban in Ungheria e del partito di estrema destra Diritto e Giustizia (Pis) in Polonia.

23 aprile/7 maggio 2017: primo e secondo turno delle elezioni presidenziali in Francia. Dopo quanto è accaduto nel Regno Unito e negli Stati Uniti, non si può escludere che l'onda lunga della rivolta anti-establishment porti alla vittoria della Le Pen. Anche se, grazie al meccanismo elettorale francese, non ci riuscisse, resterebbe comunque la forza politica più votata; un risultato destinato a incidere le scelte politiche del paese.

24 settembre 2017: elezioni parlamentari in Germania, dove la Grosse Koalition potrebbe non avere una solida maggioranza per l’avanzata dell’estrema destra di Alternative fűr Deutschland.

2017: possibili anche le elezioni in Italia; da noi la previsione prevalente tra i politologi vede la somma dei partiti euroscettici come minimo vicina al 50% dei voti.

Il rischio di trumpismo in salsa europea, cioè il tramonto di quell’Europa in cui nel bene e nel male abbiamo vissuto per decenni, è alle porte.

Paperone all’assalto del mondo

mediumG.B. Zorzoli

Attenzione a non farsi ingannare. Sembra arruffone e ondivago, ma in realtà Donald Trump ha idee e obiettivi molto precisi. E lo dimostra costruendo un governo a sua immagine e somiglianza.

Il primo miliardario a essere eletto presidente ha finora chiamato a far parte del suo esecutivo due miliardari e almeno nove milionari, con un reddito netto complessivo di circa 5,6 miliardi di dollari. Due nomine sono andate ad altrettanti ex-generali. Nell’insieme Trump sta formando un esecutivo che, come mette in evidenza la tabella seguente, è distante anni luce dal primo governo di Obama e perfino peggiore di quello di George W. Bush.

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Elevatissima la percentuale di “bianchi” (che esclude tutte le minoranze, nel loro insieme quasi la metà della popolazione americana), ancora più alta quella maschile, un peso dei militari quasi tre volte le due precedenti amministrazioni, entrambe prive di ministri miliardari. Un po’ meno della metà dei prescelti non ha precedenti esperienze di governo; in compenso molti hanno legami stretti con la corporate America.

La nomina al Tesoro di Steven Terner Mnuchin, il quale ha fatto parte del comitato esecutivo di Goldman Sachs e ha gestito hedge funds, nonché gli incarichi affidati a diversi personaggi di Wall Street e dintorni (fra cui tre altri ex-Goldman Sachs), stanno riempiendo l’esecutivo di rappresentanti di quell’élite considerata il principale nemico dagli elettori di Trump.

Trump non se ne preoccupa: le critiche alle sue scelte vengono finora da rappresentanti di quell’élite o dagli altrettanto abborriti media, quindi non riescono a intaccare la fiducia di chi lo ha eletto presidente. Anche le scandalose nomine nei settori che dovrebbero tutelare l’ambiente e il territorio, rafforzano la posizione di Trump.

A capo dell’Environmental Protection Agency è stato infatti messo Scott Pruitt che, come procuratore generale dell’Oklahoma, ha citato in giudizio la stessa EPA nell’intento di bloccare le norme applicative del Clean Power Plan, emanate dall’Agenzia, e di contestare i nuovi vincoli alle emissioni delle centrali a carbone, e solo pochi mesi fa (il 17 maggio) è stato coautore di un articolo su “National Review”, che già nel titolo dice tutto: «La gang del cambiamento climatico».

Il ministero dell’interno è stato affidato alla deputata Cathy McMorris Rodgers, decisione che ha preoccupato perfino un quotidiano di orientamento conservatore e vicino ai repubblicani, come il “Wall Street Journal”: Cathy McMorris Rodgers , «se il Senato ne confermerà la nomina, è intenzionata a realizzare l’apertura delle aree e delle acque federali alla ricerca e produzione di combustibili fossili e a capovolgere la politica ambientale perseguita da Obama negli ultimi otto anni».

A chiudere il cerchio in tema di politica energetico-ambientale, è la decisione di mettere a capo del Department of Energy l’ex-governatore del Texas, Rick Perry, un sostenitore così accanito della deregulation nell’estrazione degli idrocarburi, da avere provocatoriamente proposto nel 2011, durante un dibattito televisivo, l’abolizione dello stesso DOE, e durante la sua campagna elettorale del 2011 è arrivato ad accusare gli scienziati di manipolare i dati sul mutamento climatico per avere finanziamenti.

Queste scelte piaceranno a chi ha votato Trump, in quanto coerenti con l’“America-First Energy Plan”, cavallo di battaglia della sua campagna elettorale, il cui obiettivo primario è l’indipendenza energetica degli USA, da conseguire con l’aumento della produzione di carbone, petrolio e gas, reso possibile dalla cancellazione immediata di tutte le restrizioni all’uso del fracking nell’estrazione di shale gas, alle perforazioni off-shore, alla produzione di idrocarburi nelle aree di proprietà federale; proposta che Trump ha accompagnato con la promessa di un conseguente aumento dei posti di lavoro diretti e indotti.

Anche in politica internazionale gli orientamenti del presidente eletto non lasciano adito a molti dubbi. L’aver messo alla testa del Dipartimento di Stato Rex Tillerson, attuale numero uno di Exxon (la più grande compagnia petrolifera mondiale), in ottimi rapporti con Putin, con il quale ha direttamente negoziato una joint-venture tra Exxon e Rosneft per l’esplorazione petrolifera, è una conferma di orientamenti geopolitici, oltre che energetici, tali da suscitare reazioni negative da parte di senatori repubblicani di primo piano, come Marco Rubio, membro della commissione esteri del Senato e candidato alle recenti primarie del partito, e John McCain, candidato alla presidenza degli Stati Uniti nel 2008.

Poiché le nomine di Trump dovranno essere ratificate dal Senato, dove i repubblicani hanno una maggioranza risicata (quattro voti), per bocciarle basterebbe il voto contrario di quanti tra loro hanno già manifestato il loro dissenso sulle candidature più controverse. Se questa opportunità non fosse sfruttata, si darebbe via libera a un presidente che, chiedendo al Department of Energy la lista dei dipendenti e dei consulenti che hanno lavorato a favore degli accordi internazionali sul clima e delle norme per limitare le emissioni climalteranti, ha già scelto la proscrizione per chi non condivide i suoi indirizzi politici.

Allarmato, il New York Times titola «Is Donald Trump a Threat to Democracy?» un articolo nel quale due professori di Harvard, Levitsky e Ziblatt lo definiscono “un violatore seriale delle norme”, lo paragonano a leader populisti, come Berlusconi, Chavez e Erdogan, e concludono che, a seguito dell’imbarbarimento della lotta politica (e, aggiungo io, del distacco fra istituzioni e cittadini), «il rischio non è solo un presidente con propensioni illiberali, è la sua elezione quando i guardrail a protezione della democrazia americana non sono più così sicuri. Se si verificassero una guerra, un grave attacco terroristico oppure tumulti o proteste su larga scala – eventi tutti possibili – un presidente con tendenze autoritarie e con istituzioni diventate poco solide potrebbe rappresentare una seria minaccia per la democrazia americana».

Insomma, la resistibile ascesa di Donald Trump potrebbe continuare.