Soggettività post-socialista

Elvira Vannini

“La vera immagine della storia scivola via…” mai parole più appropriate, come quelle di Walter Benjamin, potrebbero suggerire alcuni presagi del passato sovietico e raccontare il percorso concettuale della prima grande retrospettiva italiana dedicata a uno tra gli artisti più interessanti della scena estone contemporanea, in corso alla Galleria Artra di Milano. Di storia ce n’è molta nel lavoro di Jaan Toomik: non la storia politica della grande costellazione socialista, ma una cronaca individuale, intessuta con trame personali entro una narrativa biografica che viene riletta, dal curatore Marco Scotini, come riflessione sulla perdita di un modello sociale, attraverso un’indagine sullo stato dell’arte nell’Est Europa e le moltitudini postsovietiche. Al centro di quest’analisi ci sono gli effetti trasformativi dopo l’89 con la dissoluzione dei paesi del blocco sovietico, cui seguirono in un processo vertiginoso, il collasso delle infrastrutture politico-economiche, il fallimento delle ideologie, lo smarrimento.

Lo straordinario film Oleg (2010), con cui si apre la mostra, è indicativo di questa disposizione verso la storia e sovrappone così un doppio registro, autobiografico e di fiction: dopo 25 anni il protagonista ritorna alla tomba dell’amico suicidatosi durante la leva militare. Frammenti dolorosi scorrono ineluttabili nell’intensità del ricordo, tra flashback, azioni crude e reali, alla ricerca delle tracce di quell’avvenimento luttuoso, non come dramma privato ma nell’accezione foucaultiana che individua nel diritto alla morte uno dei caratteri con cui si esercita il potere sovrano. Già una forma di biopotere che diventa istanza di prelievo, legittimazione a espropriare tutto: le cose, il tempo, i desideri e anche la vita.

Jaan Toomik, OLEG, still da video, 2010

Girato nello stesso luogo, un ex-campo di addestramento sovietico per aerei da combattimento ora dismesso, il video Run (2011) che dà il titolo alla mostra, allude alla breve temporalità della vita in una propensione discontinua e ontologica: un aerodromo abbandonato con tre hangar vuoti, verso i quali l’artista accorre, sparendo per sempre. Un preludio della fine, che trascende il carattere autobiografico e che ritorna in modo quasi ossessivo in altri lavori video, esposti insieme alla coeva produzione pittorica (soprattutto autoritratti), oscillando tra memorie personali e vicende private, in una storia sociale mai raccontata esplicitamente: in Dancing Home (1995) balla su una nave che rimanda alla catastrofe della crociera “Estonia”, in Dancing with Dad (2003) inscena una danza sopra la tomba del padre, fino al già citato Oleg dove si corica a fianco della lapide in cui è sepolto l’amico.

Una dimensione performativa, fatta di azioni minimali, semplici, assolte da qualsiasi funzione comunicativa attraverso cui l’artista esibisce se stesso, amplifica un vocabolario gestuale a cui corrisponde un’apparente afasia di contenuto: correre, pattinare nudo sul mar Baltico ghiacciato, ballare, urlare anche se con un grido muto, saltare. Una corporeità che si libera da qualsiasi codice di comportamento e ritorna a una condizione primitiva, pre-individuale: ancora il Foucault dell’analisi della sessualità come dispositivo politico che implica il corpo, il biologico, il funzionale.

Jaan Toomik, Run, veduta della mostra Galleria Artra, 2012 (foto Chiara Balsamo)

Con questa mostra Scotini supera l’interpretazione esistenziale e dominante nella lettura dell’artista in direzione della “costruzione di una soggettività post-socialista”. Ma perché non ripercorrere attraverso l’aspetto più oscuro della perdita e della morte in Toomik, la parabola della prospettiva marxista sulla questione della fine, negli ultimi scritti sull’etica e la rivoluzione, fino alla formula storiografica di Hobsbawm, che non a caso fa coincidere l’intera vicenda del XX secolo con le vicissitudini e la scomparsa del comunismo sovietico?

L’idea della perdita di qualcosa è potentemente presente in tutti i lavori di Toomik in una visione tanto soggettiva da apparire viscerale, umorale, fisica, che non può non fare i conti con il disorientamento e le frustrazioni di un universo divenuto ormai distopico. Il crollo del muro di Berlino fu un evento imprevisto e grandioso. Ne seguì una grande libertà. Non un sentimento di euforia ma di sbandamento, confusione, che come un’eco, la posizione di Toomik sembra riflettere in un rapporto ambivalente, problematico e conflittuale, mai affrontato direttamente, senza alcuna nostalgia o abiura traumatica. Non c‘è spettacolarizzazione, ma l’azione gestuale irrompe incontrollata, come il desiderio: quasi per cercare un assestamento rispetto alla dispersione di ogni riferimento politico, sociale e culturale, al disfacimento di una soggettività sovietica perduta, non da costruire ma da riconquistare. Una soggettività che non avrebbe mai trovato posto nella logica normativa della storia.

Jaan Toomik
Run
a cura di Marco Scotini
Galleria Artra, Via Burlamacchi 1 - Milano
fino al 13 gennaio 2013

Oliver Ressler: L’Opera da tre soldi del 21° secolo

Andris Brinkmanis

Quale potrebbe essere la più appropriata rappresentazione dell’attuale crisi finanziaria? Come renderla «trasparente», visibile, quasi tattile, profanando il mito della sua presunta complessità e astrazione? Come evitare l’opacità dei luoghi comuni e la spettacolarizzazione apocalittica che essa sta assumendo grazie al linguaggio mediatico, televisivo, tecnico-burocratico? Se i movimenti contemporanei hanno cercato di fornire certi mezzi linguistici e semiotici utili, anche l'artista austriaco Oliver Ressler, che ha recentemente inaugurato la sua mostra a cura di Marco Scotini alla galleria Artra di Milano, punta a individuare risposte e proposte possibili a tali domande.

Il progetto col titolo profeticamente misterioso - After the Crisis is before the Crisis - attraverso questo gioco linguistico, ci rende partecipi e ci prepara simbolicamente a qualcosa che, nel momento dell’agonia del capitalismo finanziario, sta anticipando il suo vero avvenire. Non a caso in questa mostra, Ressler, sempre attento ai temi sociali più urgenti su scala globale (da un punto di vista documentarista/attivista) per la prima volta sceglie di usare linguaggio e approcci meno editi.

Con il suo ultimo video (creato in collaborazione con Z. Begg) Bull laid the bear, la nuova strategia estetica di Ressler ci rivela subito le sue fonti e il proprio metodo, sotto il soundtrack del classico God Bless the Child, reso celebre da Billy Holiday (qui re-interpretata dalla neozelandese Singing Sadie). Nel 1928 Brecht mette in scena l’Opera da tre soldi, nella quale attraverso un lucido collage demoniaco, attacca la borghesia dell’epoca creando lo strumento del teatro epico anticipando così la futura crisi politica, il fascismo.

Oliver Ressler, After the Crisis is Before the Crisis (installation view, Artra Milano 2012)

Nel video, che ha come conclusione la famosa frase di Brecht: «Che cos’è l’effrazione (rapina) di una banca di fronte alla fondazione di una banca?», Begg e Ressler scelgono come propria estetica non l’approccio moralizzante del documentario politico classico, ma il linguaggio dei cartoon, inserendo alcuni personaggi reali in un ambiente disegnato e ritraendo i rappresentanti della finanza in perfetto stile delle più famose riviste di satira del secolo scorso.

Quando mai, se non oggi, l’opera di Brecht ha nuovamente raggiunto la sua massima attualità? In quale società, se non quella contemporanea, i criminali, come il personaggio di Mackie Messer, non solo non vengono impiccati, ma vengono graziati, con un premio fornitogli dalle massime rappresentanze regali o statali? E dove, se non nelle riviste di satira sotto i regimi totalitari dell’epoca della guerra fredda, si poteva decodificare un discorso serio sul proprio tempo e sulla propria storia?

In linea, dunque, sono anche gli altri lavori. Una serie di fotografie in stile Brechtiano dichiarano invalidi i dispositivi di un potere statale classico, mostrando i suoi massimi rappresentanti - poliziotti, manager e militari - ammucchiati a terra come il residuo di una democrazia statale che ormai ha perso ogni rilevanza e controllo sulla situazione attuale. Alcuni frammenti di una recinzione - dispositivo disicurezza per eccellenza - qui vengono detournati etrasformati in un’eventuale grande griglia a disposizione di tutti. Il video Robberies riflette invece sul fenomeno recente di saccheggio dei negozi da parte dei «nuovi poveri», contrapponendo le foto di questi eventi alle immagini di Merkel e Sarkozy che prendono decisioni sul saccheggio dei propri cittadini.

Oliver Ressler, We Have a Situation Here (2011)

Un’altra doppia videoproiezione si focalizza sul mercato comunale di Yerevan come il luogo simbolico della nuova miseria e fornisce documentazione che ritrae l’eredità industriale in disuso in Armenia. Per concludere, troviamo infine, la stampa digitale di una macchina di lusso sul pavimento della galleria, come la carrozza reale chenell’Opera da tre soldi giunge ad annunciare la grazia del criminale principale.

Torna tutto! Anche in quest’ «Opera» ci sono i mendicanti, i poveri lamentosi, gli ufficiali statali corrotti, le didascalie gigantesche (il metodo usato nel teatro epico). Una di queste - Too Big to fail - è una scritta che riproduce nelle lettere le foto di una manifestazione viennese contro le banche, cambiando completamente il significato della frase normalmente usata parlando del sistema bancario. La perversione del contesto invece emerge dall’insieme di lavori messi in mostra. Così il gioco qui diventa un atto di resistenza per profanare quello che sembra l’improfanabile.

Walter Benjamin parlando dello stato d’eccezione in cui viviamo, che è diventata la regola, propone di contrapporgli uno stato di eccezione «effettivo», che è nostro compito realizzare, a partire dalla tradizione degli oppressi. «Dobbiamo giungere - afferma - a un concetto di storia che corrisponda a questo fatto. Avremo allora di fronte, come compito, la produzione dello stato di eccezione effettivo». Ressler non fa altro che invitarci a compiere questa urgenza!

LA MOSTRA
Galleria Artra, Milano
After the Crisis is Before the Crisis
a cura di Marco Scotini
artista: Oliver Ressler
Sino al 28 aprile 2012