Speriamo di arrivare presto

Andrea Cortellessa

«Un mondo nuovo ad ogni battito di ciglia»: questo il motto della VVV, Vivi Viaggi Veloci, che tanti uomini inquieti convince a improvvisarsi viaggiatori interstellari. I quali, per evadere dalla consuetudine della propria esistenza, non trovano di meglio che seppellirsi in vita in un sarcofago translucido. «Si parte», si dice il signor Chemi (uno dei sessanta selezionati per il viaggio verso il sistema LR4), mentre dal beccuccio della sua teca soffia lieve «il gas anestetico che precedeva il gelo»: l’artificio criogenico che lo dovrà tenere in animazione sospesa per i dieci anni che il suo viaggio è destinato a durare.

È in quel momento, quando ormai è troppo tardi per tornare indietro, che gli formicola in testa una paura antica: quella di restare lì per sempre, sepolto vivo (la tafofobia che tanto spaventava Edgar Allan Poe). Finisce che qualcosa del genere, guarda un po’, succede davvero: «qualcosa non era andata per il verso giusto. Non ero scivolato nelle tenebre, ma fluttuavo su un vasto fondo fosco di infinite varietà di grigio, all’interno del quale con brevi bagliori improvvisi sciamavano, rapide a dissolversi, striature di un colore scialbo». Una polvere opaca, «trascorsa da vampe», pare essersi depositata su tutto: «miriadi di granelli di polvere». Da quella nebbia pesante emerge una voce lenta, avvolgente, dal calore affettato e mellifluo. La voce lo informa del guasto che, a differenza dei suoi compagni, lo costringerà a proseguire il viaggio in stato di veglia: dieci anni immobilizzato – e sempre cosciente. «Dio, Dio mio»... «No, signor Chemi», risponde con lieve ironia la voce, «è solo il computer di bordo».

Quella voce che gli suona nella testa ricorda da vicino quella d’un altro computer, l’HAL 9000 del 2001 kubrickiano; ma il rapporto col suo interlocutore umano fa pensare piuttosto al Dottor Smile, lo psicanalista portatile che fa la sua comparsa nel più incubico, forse, dei romanzi di Philip K. Dick, Le tre stimmate di Palmer Eldritch. Le luci che a tratti balenano nella nebbia sono «le attività latenti dell’area di Broca», appartengono cioè al cervello del signor Chemi; i suoni che ascolta li produce il computer, che però per fabbricarli impiega i suoi stessi ricordi («riavvolgono i nastri della vita»). Il cinema che s’illumina nella sua testa non è che «la sostanza tenue dei depositi: quella che gli eventi della sua vita hanno lasciato in sospensione».

Gabriele Frasca e Guido Acampa_foto di Monica Biancardi (600x399)

Proprio da un racconto di Dick (uno degli ultimi, Spero di arrivare presto, pubblicato alla fine del 1980 su Playboy) è tratta questa situazione allucinante: dalla quale (intercalandovi ampie citazioni da altri testi del Dick tardo, il più angoscioso e «teologico», quali Valis e Un oscuro scrutare: da lui stesso tradotto, all’inizio degli anni Novanta, per Cronopio e poi Fanucci) Gabriele Frasca ha tratto il suo lavoro più recente. Nato nel 2008 come conferenza-spettacolo (o, per dirla colle sue parole, «una prosa da vocalizzare, un oratorio») sull’autore al quale, allora, aveva appena dedicato una monografia (L’oscuro scrutare di Philip K. Dick, Meltemi 2007), da allora il canovaccio – con l’ossessività insieme nevroticamente rigida e metamorficamente «fluida» che è divisa araldica del suo autore – s’è incarnato in diverse forme: rivestendosi a un certo punto della musica, insieme lisergica e dalla malinconia lancinante, di quelli che da sempre sono i compari sonori di Frasca, i «Residante» (cioè Nino Bruno e Massimiliano Sacchi); e così dando vita a un «radiomelodramma dalle tinte stranamente vintage». Per poi incontrare anche le immagini: un flusso di barlumi (particolarmente efficaci, quando semi-informi emergono dal grigio di fondo; altrove, quanto acquistano in definizione «realistica», perdono invece in forza d’evocazione) realizzati dal videomaker Guido Acampa. Questo è Nei molti mondi. Un omaggio a Philip Dick in forma di «videodramma a spettatore unico».

Non pensava di fare un «film», Frasca; quella che voleva fare, con l’impiego di suoni e immagini, era – come sempre – «letteratura». Seppure (cito dal booklet del dvd pubblicato da Luca Sossella) «risonante e figurativa: quella che ci aspetta». In quanto «letteratura», cioè, destinata a una fruizione individuale o, per usare sempre le sue parole, «claustrofilmica». Questa l’ultima (o, come vedremo, penultima piuttosto) reincarnazione del progetto: un’installazione video immersa nell’oscurità, che lo spettatore è chiamato a contemplare installato (e anzi imbragato) su una poltrona attrezzata, con le cuffie ermeticamente, immersivamente applicate sulle orecchie. (La prima installazione è stata realizzata alla Galleria Civica di Modena il 25 aprile 2014; in questi giorni, e fino al 12 maggio, vi si può assistere al Museo di Antropologia di Firenze.)

Diventiamo così prigionieri di quel flusso di suoni e di immagini: esattamente come il signor Chemi. Come lui – o come il giovane gesuita protagonista dell’ultimo romanzo di Frasca, Dai cancelli d’acciaio, pubblicato dallo stesso Sossella nel 2011, o come naturalmente l’Alex d’un altro film di Kubrick, Arancia meccanica… – lo spettatore, in questo modo, viene chiamato a espiare le proprie colpe. Il tema del Tradimento (inteso, in modo ambivalente, altresì come unico modo di trasmettere – tradere – a chi ci segue l’esperienza, la memoria di coloro che ci precedono) è sempre stato presente nell’immaginario di Frasca; negli ultimi anni, però, vi si è fatto addirittura ossessivo. Ma qual è la Colpa che dobbiamo scontare – quella che mai finiremo di incarnare?

Strane memorie di morte, s’intitola un altro racconto scritto da Dick in quello stesso ’80 (anche se uscirà solo nell’84, due anni dopo la sua morte appunto…); e lo dice, alla fine, il signor Chemi: «sono morto, in verità; è questa la mia colpa, sono morto e credo di essere vivo». Quelle immagini della memoria – che Chemi non capiva perché gli apparissero tutte ostili, ancorché raffigurassero persone che gli erano state care – sono quelle dei morti cui è sopravvissuto o, reversibilmente, quelle di chi in vita lo vede morto (Io sono vivo e voi siete morti, è la frase-tormentone dell’altro capolavoro dickiano, Ubik): «sono i vivi, i fantasmi dei morti». E se possiamo apparire morti in vita è perché, appunto, abbiamo Tradito. Secondo David Lewis, uno degli scienziati che hanno concepito un universo fatto di tanti diversi mondi possibili e compresenti (che Frasca, come Dick a suo tempo, legge con un brivido metafisico di stampo gnostico…), nessuno di noi è destinato davvero alla morte, quanto piuttosto a «un deteriorarsi senza fine, da una morte all’altra, da un ramo di mondo all’altro». Saremo tutti «eternamente morenti», e «tutto si riavvolgerà come in una bobina, per non finire più». Tradisce, infatti, colui che è morto in vita: «Coloro che dicono: “prima si muore e poi si risorge” si sbagliano. Se già durante la vita non si riceve la resurrezione, anche alla morte nulla si riceverà» (così il Vangelo apocrifo di Filippo, una delle più inquietanti testimonianze della Gnosi).

Nei molti mondi 5 (600x338)

Evidenti, qui come sempre, le ossessioni più idiomatiche e persistenti di Frasca, quelle beckettiane (il Chemi che si ricanta in testa i ricordi più persecutori non è che un Krapp ricondotto all’immobilità del Belacqua dantesco, che tanto ossessionava l’Irlandese: come torna a sottolineare, qui recensita da Federico Francucci, l’ultima fatica saggistica di Frasca). Ma non può mancare di colpire l’intensità con cui – proprio com’era successo a Dick, nei suoi anni ultimi e controversi – tali ossessioni si siano da ultimo rivestite di accenti trascendenti (quelli per esempio del Quinto evangelio di Mario Pomilio: romanzo a sua volta imbevuto di echi gnostici e che nella nuova edizione della Lettera che muore, il più ambizioso dei suoi saggi, la fa ormai da protagonista). Forse non è solo teologia secolarizzata, insomma, quella che alla fine di Nei molti mondi fa invocare Frasca (rivolgendosi a un’Entità già a più riprese nominata): «dammi la fine che non ti è concessa». Inquietudine questa, a dir tutto, non solo sua.

E allora c’è davvero da chiedersi che effetto potrà fare la nuova incarnazione di Nei molti mondi che verrà proposta – per la prima volta al Teatro Palladium di Roma, il prossimo 28 aprile, in occasione del terzo appuntamento di Poetitaly – in forma collettiva ed eseguita dal vivo. Un’esperienza cui ci si avvicina, insomma, non senza timore. Nelle pieghe dello Spopolatoio, in una delle sue interminabili note, si legge infatti (commentando Company, il testo di Beckett da Frasca tradotto nel volume In nessun modo ancora, Einaudi 2008; e appunto Le dépeupler): «Convocare i lettori (come soggetto collettivo) in prima scena, significava invitarli ad accomodarsi in platea, e non nelle pieghe del testo […]. Così funziona uno spopolatoio: ne prende di mira uno per volta, e l’accompagna alla sua porzione di verità. Benvenuto nel deserto del reale».

ResiDante
Nei molti mondi. Un omaggio a Philip K. Dick
parole di Gabriele Frasca, musiche di Nino Bruno e Massimiliano Sacchi, immagini di Guido Acampa
dvd Luca Sossella, 2015 (video di 80’, audio di 90’, € 12), disponibile su Amazon e qui: http://mediaevo.com/nei-molti-mondi-%C2%B7-residante/

Nei molti mondi. Videodramma a spettatore unico
Firenze, Museo di Antropologia (Via del Proconsolo 12), 11 marzo-12 maggio 2015
(prenotazione obbligatoria 055.2756444: lunedì, martedì, giovedì e venerdì 9.00-17.00; sabato, domenica e festivi 10.00-17.00)

Nei molti mondi live. Un videodramma in forma di concerto
Roma, Teatro Palladium (Piazza Bartolomeo Romano 8), 28 aprile 2015, h 20.30

La spettralizzazione secondo i Laibach

Gabriele Frasca

I Laibach non si smentiscono, e continuano a confondere il vecchio pubblico, per aggregarne ogni volta uno nuovo, all’altezza della chiamata in causa. E non potrebbe essere altrimenti, a conoscerne l’estetica, militante nel senso più responsabile. Non c’è procedimento estetico, per i Laibach, sin dagli '80 del punk sloveno, che non sia ideologico, e non c’è ideologia, a partire ovviamente dalla peggiore di tutte, quella che dichiara morta ogni ideologia, che non sia il discorso di copertura di uno stato dispotico e barbarico, a corto di risorse e aggressivo innanzi tutto al suo interno.

Dallo spalto privilegiato dell’unico lembo del continente privo di truppe di occupazione (la vecchia Yugoslavia), e poi dal balcone aperto sul futuro dalla crisi balcanica, il gruppo sloveno ha guardato per 34 anni al cuore dell’Europa e, sotto la patina di civiltà imposta dalla logica dei blocchi, vi ha scorto le vecchie correnti sanguinarie che non hanno poi tardato a manifestarsi, quando il continente ha smesso di ospitare la linea di confine, e di desiderio, del mondo. E così, ad esempio, nel 1990, mentre in tanti salutavano la fine del comunismo, i Laibach lanciavano beffardamente il loro hit Wirtschaft ist tot, l’economia è morta. E tutto si può dire tranne che il tempo non abbia dato loro rapidamente ragione.

Capacità profetiche, forgiate se mai su vetuste letture francofortesi? Forse, ma soprattutto un sorprendente grado di consapevolezza nell’uso della cultura di massa che sono chiamati come band a frequentare. Da questo punto di vista i Laibach, più di tanti intellettuali à la page, sono per davvero la coscienza d’Europa (da cui l’irresistibile successo negli USA), proprio come i Residents lo sono dell’America che tanto ancora ci fa sognare. E non è un caso che i due gruppi in questione siano gli unici a essersi esplicitamente votati a una paradossale perennità. Dietro le maschere dei Residents non sappiamo quanti musicisti si siano alternati dal lontano 1976, e c’è da giurarci che la loro storia potrebbe non finire mai.

Coi Laibach, che ci hanno invece messo la faccia, se mai per stagliarla ispirata sulle loro divise, le cose vanno diversamente, ma l’idea di sopravvivere ai loro stessi ascoltatori li avrà accarezzati all’altezza di WAT (2003), e proprio nel momento in cui annunciavano, malinconici invecchiati e rabbiosi, di essere il tempo, e destinati col tempo a sparire. In Volk (2006), esaltazione di ogni nazionalismo nella presunta globalizzazione (sgonfiatasi presto con l’ennesima crisi economica), non ne erano rimasti che due della formazione (quasi) originaria. Ora, con Spectre, non ci resta che la voce gutturale di Milan Fras, che quasi ci divora in Resistence Is Futile, esattamente mentre le voci dei più giovani componenti del gruppo ripetono per l’appunto «We are Laibach!»

Sì, sono i Laibach, 2.0 se volete, ma sono i Laibach. E se Milan Fras ancora v’intona i suoi ritornelli gutturali, talvolta persino con inaspettata grazia (Americana), lo fa quasi per introdurre quella che sarà senz’alcun dubbio la nuova voce della band, l’ispirata Mina Špiler, che è come se si fosse già piegata a raccogliere il testimone (ascoltare No History per crederci), e nel frattempo impazza in Bossanova, si concede persino di vestire i panni del miglior Gerry Casale in Liver, incalza con rabbia il suo stentoreo collega in Walk With Me, e gli ruba persino l’ansimo lussurioso nella rapace cover da Serge Gainsbourg (Love On The Beat), perla dell’edizione limitata. Pop, hanno ripetuto in tanti in sede di recensione, persino storcendo il naso.

Pop, dichiarano gli stessi Laibach, quello che gli necessitava per il loro album più politico (come la dance con i suoi ritmi concentrazionari serviva allo scopo di Nato, e l’heavy metal al fondamentalismo cristiano di Jesus Christ Superstars). Spectre, fra Marx e Bond, con i suoi costanti inviti all’insurrezione, è la colonna sonora, pop, della spettralizzazione che ci spetta, senza volto (alla faccia di Facebook) e tutti in rete come siamo. I Laibach, che di pun totalitari non se ne perdono uno, definiscono il fenomeno Cominternet... Cioè: anonimi, connessi e felici di essere insieme a fischiettare lo stesso motivetto (The Whistleblowers), che poi è il ritornello dei nostri anni: «We sleep, we dream / With no time in between».