5×5. Poesia italiana dal nuovo millennio / Alcune tendenze, alcune tensioni

Stefano Colangelo

Molti esempi della poesia uscita in Italia nelle ultime due decadi appaiono come progetti «ad aprire», testualità quasi sempre destinate a propagarsi su un’architettura definita, ma anche non far tornare i conti: organizzate capillarmente per disperdere qualcosa di sé, per prendere in carico il problema della propria origine - come direbbe un poeta nordamericano dei nostri giorni, Ben Lerner - e poi lasciarlo cadere. Sono movimenti di processo, chiamiamoli così, che chiamano a un’osservazione del loro camminare, del loro assorbire e interrompere la visuale, del loro occupare quei campi di senso e quelle attese che, più o meno consapevolmente, il lettore costruisce nell’osservarli. E il nostro compito è, appunto, guardarli in cammino, interrogarne la gestualità, più che sezionarli in parti o, peggio, «mapparli»: un’intenzione, quest’ultima, che significherebbe poi dover inventare per loro uno spazio bidimensionale e fermo, inabitabile e destinato comunque a non accogliere, nemmeno in prospettiva futura, la loro complessità.

Si tratta dunque di individuare in quei movimenti alcune tensioni – e forse più avanti, in prospettiva storico-letteraria, declinarle in tendenze, in gruppi, in nomi e titoli riconoscibili – che delineano la poesia nei suoi rapporti, spesso più conflittuali che conciliativi, con la ricezione e i linguaggi della comunicazione di oggi. Il primo di questi rapporti interessa proprio quell’habitat nel quale la maggior parte della poesia degli ultimi due decenni è stata letta ed elaborata, cioè la rete.

Non si tratta più, oggi, di fare ipotesi su che fine farà la scrittura nel tempo definitivo della colonizzazione digitale. Si tratta invece di cogliere, intorno a questi procedimenti, la coscienza che il mondo interconnesso è una casa in cui piove dentro da tutte le parti, poggiata su una struttura obsoleta, precaria, e su una gerarchia di conoscenze sotterraneamente malsicura. Può essere, anzi, che molte scelte costruttive dipendano dalla constatazione, più o meno diretta, di avere a che fare con un insieme di informazioni tutt’altro che trasparente, e solo illusoriamente ramificabile all’infinito. Dall’idea di trovarsi a operare, insomma, dentro un’architettura arrendevole e angosciosa, che nasconde sentori di vecchio, di precario e di vulnerabile in ogni trionfante aggiornamento del proprio sistema. Ed è chiaro che il motivo stesso di esistenza di un lettore critico, in queste due decadi, non sarà semplicemente constatare in che cosa la poesia risenta di questo habitat; bensì, piuttosto, con che forze vi si opponga: e vi si opponga non tanto in dichiarazioni esplicite (le poetiche e le loro situazioni), ma proprio - se è possibile estendere qui, ancora, l’immagine che abbiamo usato all’inizio – nel modo di progettarsi, di muoversi, di agire, di occupare lo spazio della testualità, e di trovare voce, alla fine.

Proprio come prima tensione oppositiva fondamentale della poesia di oggi vedrei, a questo proposito, un doppio processo, che tende a cercare un certo equilibrio tra la testualità e le relazioni che essa implica e accoglie: corporizzazione del testo, testificazione del corpo. Non è certamente una novità del nuovo millennio, come ricordava giustamente Giancarlo Alfano nelle sue riflessioni a margine di ex.it 2014, il workshop di Albinea promosso da Mariangela Guatteri e dedicato alle scritture di ricerca. Forse si può immaginare qualcosa di simile a ciò che Peter Brooks, all’inizio degli anni Novanta, aveva rintracciato come elemento distintivo nella narrativa moderna: il desiderio di un corpo che governa il dinamismo di un racconto, il costituirsi della sua significanza, l’economia dei suoi simboli. Questo movimento metaforico di andata e ritorno, testo-corpo-testo, può sfiorare l’organicismo, è vero; ma proprio perché interagisce con il tempo intellettuale di oggi, così ottusamente saturo di informazioni pilotate e finalizzate, sembra riuscire, finalmente, a non cedervi. Proprio perché appare, in molti casi, un processo opaco, quasi straniero a sé stesso, e non privo della facoltà di dissipare, di lasciare molti suoi punti irrisolti. E proprio perché restituisce, grazie a questa opacità continuamente rivendicata, una lingua reattiva, in certo modo rivitalizzata.

Poesia, insomma, come processo e come azione. Come direbbe Édouard Glissant, «è il pensiero sismico del mondo che trema dentro e fuori di noi»: al di là di qualsiasi riducibilità del ritmo a semplice tecnicismo, a repertorio normativo univoco e lineare; e anche al di là del discorso dell’informazione, così preso dalle proprie logiche di dominio. La poesia, intesa come ricerca e realizzazione progettuale di potenziali risorse ritmiche, diventa una sorta di teoria della conoscenza, riconoscibile in forma addirittura strategica: il suo modo di organizzare, di accumulare, di distribuire nello spazio, di vocalizzare la realtà intorno a sé, ha un potenziale di superamento e di rinascita che può mettere in crisi qualsiasi falsa coscienza fondata sul dominio dei dati, specie se i dati stessi restano custoditi e ricombinati in un involucro fragile come la rete di oggi. Probabilmente i poeti che hanno cominciato a pubblicare dopo il 2000, in Italia, hanno avuto a disposizione i modelli - diversissimi tra loro, ma forse in qualche modo partecipi di questa svolta antropologica, di una certa potenzialità tellurica del ritmo - di Pagliarani, dell’ultimo Zanzotto e di Emilio Villa, soprattutto quello di E ma dopo e delle Diciassette variazioni. Ed è rileggendo Pagliarani (ma anche richiamandosi giustamente a Glissant) che un recente libro di saggi di Vincenzo Frungillo, Il luogo delle forze, ha attribuito alla scrittura poetica un movimento di «trazione, di relazione» tra tensioni opposte, proprio tra ciò che si conserva e ciò che si disperde. Per Frungillo le soluzioni metriche, progettuali e più in generale costruttive di un lavoro poetico rappresentano e, insieme, amministrano una sorta di equilibrio tra queste tensioni. La scelta del poemetto, così, diventa centrale proprio in Frungillo, con i suoi vettori formali calibratissimi e, insieme, irrisolti o sottoposti a derive e deviazioni. Ma se ci si pone attenzione, l’idea di una struttura poematica aperta, anche se disciplinata, che accoglie in sé un certo grado di rielaborazione di istituti formali consolidati in altri generi, è un carattere distintivo di molta poesia uscita negli anni Duemila. Forse qui ha più gioco l’eredità di Giuliano Mesa, oltre che a quella, come si è detto, di Pagliarani (ma il caso qui antologizzato di Gabriele Belletti, e soprattutto del suo Krill, con la sua versificazione insieme rimata e precipitata, fa pensare a un modello solo apparentemente più lontano: quello dell’ultimo Caproni).

Parlando di procedimenti, e di come questi si presentano al lettore contemporaneo di poesia, si può notare poi il rilievo che è venuta prendendo, più di recente, l’interazione con l’immagine ( Anatomie della luce di Mariasole Ariot è, ad esempio, il desiderio di forare con l’occhio l’interno del dettaglio, e di un tentare di salvarsi, così, dall’annichilimento, disposto in forma di calendario lunare). Anche qui, forse per l’influsso di idee già efficaci nella videoarte degli anni Ottanta e Novanta, l’immagine lavora più che altro come mutazione, come transizione: in essa viene superato un valore analogico, di sintesi, condensativo rispetto a un ipotetico «girare intorno» della parola. E in questa funzione transitiva dell’immagine la poesia tenta un procedimento che definirei di en-phrasis: l’immagine dice prima di tutto qualcosa sull’occhio, sulla funzione e sull’attitudine che l’ha prodotta. L’occhio è il contemplato, il fotografato, così come il soggetto poetico è ciò che viene parlato, e non più il dispositivo che parla. A me sembra che molte scritture di oggi riescano a muovere da questo dato di situazione, e a costruire su di esso una teoria dell’immagine che non si risolve semplicemente in un uso accessorio degli elementi figurativi o intermediali.

Sarebbe opportuno capire se esistano analogie tra questo accadere transitorio dell’immagine e le possibili declinazioni attuali di due pratiche diametralmente opposte in questi anni. La prima è il genere lirico. Si può dire che in Italia la lirica è una pratica particolarmente «pesante», nel senso che la piena istituzionalità dei suoi strumenti riconduce a una tradizione lontanissima e formalmente, diciamo così, securitaria. Esiste peraltro una deriva neolirica ben alloggiata nella rete: quella degli instapoets e di altri facilitatori dell’atto poetico, con la loro pratica di scrittura editorialmente florida, facile, spontanea e conveniente. Ma il fenomeno non sembra, in fin dei conti, più di tanto incisivo. Se mai, è più lungimirante cogliere la necessità di riprogrammare le istituzioni della lirica, prima di tutto a partire dalle riflessioni teoriche di Jonathan Culler, come genere ritualistico, formulare (dove ogni scelta tecnica ha un preciso valore intersoggettivo), e poi come prassi compositiva che include elementi di racconto (senza però costruire un mondo finzionale necessariamente chiuso e autonomo). Alcuni poeti di questi anni (penso per esempio a Franca Mancinelli e a Carmen Gallo) sono in condizione di condurre il discorso lirico su questi nuovi piani, e di lavorare proficuamente su di essi.

La seconda pratica alla quale ci si riferiva nell’antitesi precedente è l’insieme di esperienze legate all’asemic writing, alla scrittura «non-assertiva» teorizzata e indagata in Italia soprattutto dall’opera di Marco Giovenale, e più in generale all’influenza del conceptual writing, oggi analizzato nel suo orizzonte angloamericano in un libro di Andrea Pitozzi, appena pubblicato delle Edizioni del verri. Qui l’idea del procedimento – ciò che fa «muovere» la testualità nel suo spazio - attraversa forme di lucida aggressività formale, di neutralizzazione del testo per sottrazioni, decontestualizzazioni e cancellature. Si tratta di una verifica-limite, a un passo dal silenzio: «piuttosto l’asemia che l’afasia», scriveva quasi profeticamente Amelia Rosselli nel Diario in tre lingue. Ma il richiamo è in particolare alla poesia concreta, e più in generale a tutti quei momenti di apertura teorica dell’avanguardia novecentesca, nei quali si è scommesso più forte sulla tenuta della metafora fondativa del «materiale verbale». Un aspetto rilevante di questa prassi di composizione (l’esempio è qui verificabile nella scrittura di Gherardo Bortolotti, ma anche in quella di Andrea Raos) è la tendenza, a distanziarsi dalla pratica aperta dell’asemia, e a spingersi verso una sorta, potremmo dire, di «microsemia»: il testo come relazione di passaggio, come microconduttore in grado di far agire personaggi e relazioni situabili contemporaneamente nel mondo dell’esperienza visibile, nel circuito mediale e virtuale, fino alle reti neurali e alla fisiologia dell’atomo (Bortolotti, in questo senso, è l’esempio più significativo: il suo spazio letterario, così sottilmente distopico, è dichiaratamente uno spazio mediale, e al tempo stesso uno spazio dell’attenzione).

Sia in Europa che in Italia, questa tensione alla microscopia, spinta a forme quasi di neutralizzazione della testualità, ha proposto una pratica di poesia fuori del dominio del verso, così come fuori dell’uso della metafora, dell’esercizio dei traslati e del discorso metapoetico. Lo ha scritto molto bene Paolo Zublena, nella sua postfazione a Quasi tutti di Marco Giovenale. E d’altro canto esiste, in questi anni, un notevole lavoro di ridefinizione della semiosi del verso, con tratti sempre più marcati di complessità e di progettualità: una prassi che si potrebbe definire «modale», per come associa il lavoro di ridefinizione e di ricombinazione del sapere metrico a una tensione etica, a una necessità di dare voce, di provocare, di invocare una permanenza di ritmo partendo dalla pagina (la scrittura di Federico Scaramuccia, qui riportata in antologia, è l’esempio di un’assunzione del dominio metrico a rendering pronunciato, sillabato ad alta voce, di un «tempo in lotta»). Nello studio sul verso torna ad attuarsi, così, il processo cui si accennava all’inizio di questi appunti: quella dialettica tra l’accumulare e il disperdere, tra il prendere in carico e il lasciar cadere, che è poi la posta fondamentale di coloro che oggi continuano a scommettere forte, con una voce ancora riconoscibile, sulla necessità della scrittura.

***

Mariasole Ariot (Vicenza, 1981) ha pubblicato le raccolte Simmetrie degli spazi vuoti (Arcipelago, Milano 2013) eAnatomie della luce (Aragno, Milano 2017). Inoltre, La Bella e la Bestia (Di là dal bosco, Le voci della luna, Milano 2012), Dove accade il mondo (Mountain Stories 2014-2015), Eppure restava un corpo («Yellow cab» Artecom, Trieste 2012), Nel bosco degli Apus Apus (I Muscoli del Capitano, Nove modi di gridare terra, Scuola del Libro 2016), Il fantasma dell’altro (Sorgenti che sanno, La Biblioteca dei libri perduti 2016), prose e poesie per «Nazione Indiana», «Il Primo Amore», «Poetarum Silva», «Alfabeta2», il brano Passato Presente nel numero 18 di «Ulisse».

RESOCONTI SENZA CORPO: UN PRINCIPIO DI FRATELLANZA

Rovistiamo da secoli nei secoli degli altri. So che anche anche tu lo fai, e chiami il mio nome, lo ripeti a voce alta per rendere visibile l’osceno. Ma l’oscenità non si scenifica, i nostri fili rossi che agganciamo alle porte ci portano alla notte, nei sottosuoli dove loro non sono, e troviamo tracce, e mentre io perdo in rossore, tu recuperi la minaccia che ti ha marchiato. Le mie braccia resteranno incise e ruvide, la tua pelle ancora salva, ma il tuo interno è più cieco del mio.

Quanti bambini hanno giocato nudi, e quante madri, e quanti padri.
Quante madri, e quanti padri.

RESOCONTI SENZA CORPO: RIDERE SULLE PAROLE

D’inverno ci sappiamo urtare. A distanza di tre metri la tua tana confinava con la mia: se poggiavo l’orecchio sulla parete potevo sentirti, e tu mi sentivi. I principi di fratellanza si perdono nell’architettura. Puoi sentirmi urlare, fratello? Posso sentirti piangere? Poi hai riempito il tuo corpo dei miei quadri, e questo parlare sottovoce che ci appartiene è un brusio di fondo che ci annoda. Ridiamo con la voce di altri, rubiamo i toni e i semitoni dei malati e li facciamo nostri: ciò che è deforme ci protegge.

La mia malattia, tu lo sai, è un’invenzione.

RESOCONTI SENZA CORPO: LETTERE CANCELLATE

I diari comportano segreti, i segreti non comportano silenzi. Sventro le pance molli di tutte le morti di famiglia – e non ci sono morti, e non c’è più famiglia. Lei aggiungeva parole dove noi lasciavamo buchi, Lui aggiungeva mani, dove noi non avevamo più buchi. Hai letto le nostre lettere d’agosto? Ricordi quel buio e quella stanza? Io cado e mi rimuovo e mi rinnovo e non c’è guscio che protegga, e non c’è sete e non c’è cielo, né giorni né preghiere né collassi né rumori. Le rondini che ho visto non erano di carta, i visi che vediamo non hanno che stagione. Pochi sordi ci stanno fermando, restano per pochi minuti, io mi arresto e tu non dici resta.

RESOCONTI SENZA CORPO: RIPETERE GLI INFINITI PER PUDORE

La vergogna che ci accomuna apre la strada in differita: partecipo ad eventi retroattivi, rimango a testa in giù sui tetti e sulle alture. Il vuoto angolare prepara le strade ai raccolti: accolgo le superstizioni, gli aneddoti e gli addetti al mio controllo, ci specchiamo e vagheggiamo come fossimo una danza.

Ma questa terra ferma è il mio pudore, lo scorrere contrario del nostro allucinare, la carrozza immobile, il vento che recupera il suo vento, crollano gli alberi come fossero frutti, io accendo tre scintille tra i frammenti.

RESOCONTI SENZA CORPO: PATRIE SENZA PATRIMONIO

A caldo stendiamo i corpi sulla sfera come paesi disposti ad incastro – investire sul mattone è la loro posizione. Incantati dalla superficie terrestre ci apriamo come giovani fessure, siamo ancora le nostre ferite, le ferite degli altri che non siamo.

Tu, dove sei, prendi il tuo tempo.
Io, dove sono, non c’è più tempo.

da Simmetrie degli spazi vuoti, 2012

Venticinquesimo giorno

Il visibile trasforma il lutto in percezione: ti parlo, riannodo la mia voce, così vedo: ti guardo: risento il tuo sentire, non senti.

Ancora entrano arti d’uomo nei gusci chiari, un fenicottero migrato sulla testa porta a corpo rosa l’inganno più nero. È notte, riassestiamo il letto, ci spingiamo oscurati nelle tane degli occhi.

Calpestare nell’immobile la notte, la folla, e la croce degli anni, avere al posto dell’occhio un gancio che muove dondolando e sottile riesce a divaricare l’ombra della nostra calma per andare a riva, derivare un nome dal suo verbo, mangiarsi dall’interno, ruminare. Parlare ha l’indocile del giorno, quando ci tuffiamo a riva dopo essere già annegati. Ma ancora ci anneghiamo, ci accaldiamo gridando, struggendo ogni forma di spazio. La pioggia cranica è questo ritornarci sapendoci già fine.

ditele che vedo, ditele che l’uomo ha creato bocche ovunque, ditele che sono
una buca, ditele che non ho un fondo

da Anatomie della luce, 2017

Gabriele Belletti (1980) è originario di Santarcangelo di Romagna. Dopo aver portato a termine gli studi in filosofia all’Università di Bologna e di Firenze, ha proseguito le sue ricerche dottorali e post-dottorali in Francia (Nantes, Nizza). Ha pubblicato articoli sulla poesia italiana del XX e XXI secolo («Chroniques italiennes», «Rivista di letteratura italiana») e due plaquette (Condominio, 2010 e Beaujoire, 2013). Nel 2015 è uscita per Marcos y Marcos la sua prima raccolta, Krill, incentrata sul disastro ambientale provocato dall’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon nel Golfo del Messico. Dopo aver trascorso diversi anni in Francia e in Belgio, ora vive negli Stati Uniti.

12:27

porta si apre, con le dita sfilacciate accidenti accarezzano i pa-vimenti, dille di venire domani, ombra noia non segue pare, om-bra noia ha la museruola degli oggetti decisi lenti, la libellula croce rossa fa gocciolare la cenere del sole sulla terra incattivita, arriva Fernanda, con la tosse inasprita grattugia, girati, la lana fuggita grigia dalla casa s’addormenta nella landa, non geme e non suda, la calza rossa isola aspetta, le onde bugia dell’elettrodomestico aspiratore non tornano, l’alluce gioca con la bacinella, elimina con un semplice gesto anche i peli più corti, telefono ambasciatore di presenze frettolose in sospeso traffica, con il risuonare infiltrato della lavatrice folle, cassa con sopra donna boccolosamente triste, poi conficcata sulla sedia girevole

da Condominio, 2010

[22 aprile 2010]

CORO

La piattaforma Deepwater Horizon

esplode dall’altra parte del mondo.

Nel Golfo del Messico

una colonna di fiamme

informe sostiene “la paura

che il petrolio possa provocare

un disastro ambientale”

dice e ridice il telegiornale.

Il liquido nero fugge

dal tubo che se ne cibava,

veloce si espande

nello spazio che gli si negava.

[2 maggio 2010]

Si scorge un panorama
sotto il corpo mongolfiera,
piccole persone, ombre
colorate:

gridano senza oltrepassare

i silenzi densi

del mare.

Gli alberi anemoni allungano
i tentacoli per richiamarla
nel paesaggio infantile.

Non si sa dove,
cancellati sono il nome
del paese e i volti
nel cortile.

[2 giugno 2010]

CORO

Il greggio è già arrivato

sulle isole-barriera.

Di quasi duecento chilometri

della Louisiana

ha già imbrattato

la costiera.

*

La notte raccoglie grovigli
di sogni per renderli uguali,
il nero non ha sfumature,
non distingue
e non si distingue.

Ha facile corsa la nera marea
in questo momento del giorno,
dove le acque non lascian nel fondo
la luce passare
e non esiste più nessun contorno,
solo il sapore del sangue e del sale.

da Krill, 2015

Gherardo Bortolotti (Brescia, 1972) ha pubblicato nel 2009 Tecniche di basso livello (Lavieri) e ha partecipato all’antologia Prosa in prosa («fuoriformato» Le Lettere). Nel 2011 è stato incluso da Vincenzo Ostuni nell’antologia Poeti degli anni Zero (Ponte Sisto). Con Michele Zaffarano cura la collana Chapbooks per Arcipelago Edizioni, che pubblica letteratura sperimentale dalla Francia, dall’Italia e dagli USA. Ha pubblicato testi e traduzioni in rete e su rivista. È stato tra i fondatori e curatori del blog di traduzioni e letteratura sperimentale GAMMM e redattore del blog letterario Nazione Indiana.

[5]

01. diverso dai giorni della settimana, dalla loro successione che cancella il futuro, la profondità degli oggetti, gli interstizi temporali in cui riesci a salvare piccoli patrimoni in percezioni, ricordi di gite in bicicletta, frammenti di intenzioni riguardanti la vita, l’impiego delle ore serali, lungo le quali ti trovi, spesso, a sondare il silenzio, le prime propaggini del sonno, le cui regioni vorresti esplorare più a fondo, e visitarne i centri lontani, i monumenti, le steppe brulle e minerali con cui confina, oltre

02. diverso dal putiferio del traffico, dall’ipocrisia dei comportamenti, dalla coscienza della dissipazione, dalle morti che punteggiano, come pozzi gravitazionali, i paraggi immediati dello spazio-tempo in cui ti trovi a passare, mentre segui con lo sguardo la deformazione del reale, la curva ripida in cui il decesso sprofonda, come un grave, nel fluido delle cose che sono, che mantengono strutture d’ordine nelle correnti sfibranti del tempo che passa, dell’entropia, della costante insensatezza delle prove continue, del successi, dei piani ben riusciti

03. diverso dai rumori degli appartamenti vicini, dai silenzi che li seguono, dalle frane microscopiche di polvere che trovi ai piedi del comodino

04. come gli indizi in cui ti imbatti al mattino, di una vita precedente, di sere lontane alcune ore, dalle quali ti separa la notte, il sonno ed un processo di dissipazione della materia in calore, del senso delle cose in nulla, che ti permette di ricavare, comunque, il presupposto di essere in vita, di aver visto qualcosa, di avere avuto ragione, a volte

da Senza paragone, 2013

234 Quando arrivarono gli alieni, ci trovarono privi di un progetto, pronti ad accedere a un ulteriore salto di coscienza, verso lo stadio più avanzato della nostra ignavia. Mentre le rivolte attraversavano l’Europa, uscivamo in massa il sabato sera. Il nostro abbigliamento era ciò che restava di un’epoca più grande, in quieta sintonia con l’arredamento dei locali, con i sottintesi commerciali di chi ci rivolgeva la parola.

235 Di tutto quello che potevamo fare, il futuro non era nemmeno una smentita, ma qualcosa di cui ci accorgevamo all’angolo di una strada, sotto l’insegna di un franchising fallito, che avevamo per un attimo scordato, persi nelle storie confuse delle nuove tecnologie, della palingenesi, dell’estinzione. Di tutti i sogni che avremmo potuto sognare, a noi era toccato un sogno meschino, da campagna promozionale, da televisore acceso. L’educazione di massa, l’accesso al benessere, la diffusione dei contenuti ci avevano spinto in un angolo, in fantasmagorie di concerti estivi, quartieri suburbani notturni, ricordi diafani di ricordi altrui, di sommosse, autonomia, liberazione sessuale.

236 In rete, i gruppi di discussione ritornavano sugli stessi due, tre punti, nonostante alcuni citassero rapporti del Ministero dell’economia di Singapore, il prezzo dell’olio di colza, la crisi congolese. Dopo parecchi mesi, al momento delle campagne di intervento lungo le coste brasiliane, si iniziò a credere che la questione fosse in qualche modo superata. Ci trovammo a guardare per aria, in attesa di una possibile via d’uscita, mentre lungo le strade, tra le prime rovine, rimanevano incerti i segni del nostro malcontento.

244 Nel corso della giornata, quando l’attenzione aveva quasi raggiunto la perfetta ottusità che solo la fruizione massiva dei contenuti on line poteva assicurare, il flusso dei feed aveva dei cali improvvisi, quasi rivelatori, e bgmole alzava lo sguardo dal monitor, per fissare qualcosa negli angoli meno frequentati delle sue stanze, mentre la luce filtrata dalla finestra modificava lentamente la sua brillantezza, la corposità, la tessitura del suo chiarore, e la polvere, seguendo inclinazioni calcolabili ma invisibili, si stratificava sulle superfici dei mobili, sul pavimento.

245 Degli alieni il silenzio era profondissimo e lo sguardo non ci abbandonava per lunghissimi minuti, come se fossimo noi l’evento inaspettato, il dato incongruente in un quadro, fino a quel momento, sinistramente normale.

da Quando arrivarono gli alieni, 2016.

Vincenzo Frungillo (Napoli, 1973). In versi ha pubblicato Fanciulli sulla via maestra (Palomar, 2002), Ogni cinque bracciate. Poema in cinque canti (Le Lettere, 2009), Il cane di Pavlov. Resoconto di una perizia (edizioni d’If 2013), Le pause della serie evolutiva (Oedipus, 2016).

Per il teatro ha scritto Il cane di Pavlov. Un monologo (Editoria & Spettacolo, 2013) e Spinalonga. Una drammaturgia sulla corruzione (con tavole di Davide Racca, Zona editore, 2016). Ha pubblicato inoltre il saggio Il luogo delle forze. Lo spazio della poesia nel tempo della dispersione (con disegni di Francesco Balsamo, Carteggi Letterari le edizioni, 2017).

[Canto IV – Sequenza II – Un organismo mondiale]

“ho lasciato la pretesa d’immortalità
ad una Germania faustiana e decadente,
ho legato la mia aspirazione alla flessibilità
d’un muscolo, al centimetro più giusto, stringente;
come in una frazione algebrica, la priorità
dei liquidi assorbiti dai tessuti è stata la mente
che ha guidato la mia mano sul loro busto:
così ho operato la distinzione di ciò che è giusto.

Il secolo l’ho costretto in una provetta di vetro.
Chi può biasimarmi, se il mio gesto
è stato lo slancio di chi resta al centro,
immobile a fissare il corpo trasformato dall’epo.
So del tempo, del suo infallibile metro,
e, in fondo, mi vanto di questo;
di un’effimera vittoria sulla Storia,
della soluzione chimica della memoria.

Perché il bacino tirato fino all’osso
è l’unico calco che resta della tradizione,
questa è l’unica certezza che posso
offrire come nuovo mito di fondazione,
Oral Turinabol, nandrolone, così ingrosso
il progresso con la loro azione,
seleziono la razza con il testosterone,
sostituisco la purezza del sangue con la sua pressione.

Non ho ragione e non voglio averne,
voglio solo sentire il futuro che preme,
insiste più del passato e non voglio saperne
del loro parto, dove finisce il loro seme,
se avranno una stirpe, una progenie,
io lo rende unico, più che unico, a-gene,
proiezione d’un idea materiale,
pura potenza senz’atto, perché agisce ciò che vale.

Basta con la voglia di restare,
basta con la nostra tradizione,
basta con la letteratura nazionale,
con Goethe e l’immaginazione!
Costruiamo in laboratorio il nuovo corpo morale.
Che al resto ci pensino i politici, diano la loro adesione,
si confrontino con l’occidente che langue
tanto avremo tutti lo stesso sangue.
da Ogni cinque bracciate, 2013

3.

Bisognerebbe scrivere un galateo dei silenzi,
sottolineare che ce ne sono di diversi,
dai più bassi e volgari ai più alti e religiosi,
che i due estremi si toccano, si tengono insieme,
che in questa tangenza rientra ogni nostra forma.
Eppure la nostra natura è fatta di parole,
la nostra natura è tradire, spostare l'ombra,
risanare ogni volta l'assenza che ci forma.

In questo meccanismo, se una parte eccede sull'altra,
ci sarà un rumore di fondo come di cinghia
che esce dalla sua puleggia, ci sarà un'eco
per tutta la specie. Capisco allora la sfida
di chi accetta la distonia, perché nel corpo,
ma anche in cielo, nello spazio universo,
all'azione risponde sempre una reazione
contraria e inversa, e si può far finta di non sentire,

dissimulare, che non è tradire,
ma il cordone ombelicale della regola prima
non si stacca mai del tutto,
riprende la frustrazione, la malattia,
il fruscio di fondo della macchina,
il suo motore che continua ad andare,
ci unisce gli uni agli altri, anche se con gli anni
ci sentiamo sempre più soli e distanti.

Ma tentare, bisogna tentare,
perché il vuoto valga per ciò che vale,
resti una variante, sia lo sguardo pulsante,
ci distragga per un solo istante, ci porti a fondo,
ci porti a trasformare il tempo in spazio,
in camere e strofe, ci ricordi le parole,
la nostra scommessa finale. Una volta Celan
chiese al maestro l'ultima parola.

Heidegger rimase scosso da tanta innocenza.
Ripeto la formula, una semplice equazione:
non si afferra ciò che ci precede.
E allora si pone sulla bilancia la propria vita,
e la propria morte, chi tenga in equilibrio il tutto
non si conosce. La chiamo meccanica pesante
questo stare fermi a guardare il sistema di leve
in cui siamo entrati senza far rumore.

da Le pause della serie evolutiva, 2016

Federico Scaramuccia (La Spezia, 1973) ha vissuto per lo più a Chiavari. Si è laureato in Lettere all’Università di Genova con una tesi sulla sestina novecentesca italiana e ha conseguito il dottorato di ricerca internazionale in Italianistica presso l’Università di Firenze, presentando e discutendo l’edizione critica delle Rime di Gaspara Stampa. Dopo essersi formato professionalmente nelle scuole medie dell’hinterland milanese si è infine trasferito a Roma, dove attualmente vive e ancora lavora come insegnante. Oltre ad aver sperimentato più volte il “plurale” (ad esempio, con Trilorgìa, Zona, 2006 e Sconcerto triplo , Polìmata, 2009), in versi ha pubblicato Ninfuga (Ogopogo, 2008),Incanto (Onyx, 2010), Come una lacrima (d’If, 2011) e Canto del rivolgimento (Oèdipus, 2016).

Guarda posa il volo eccolo ecco atterra

posa il volo ma non abbassa le ali
si posa prima di toccare terra

ancora in volo prima che si incagli
si posa solo quando il cielo splende
quando con rabbia ne brilla la carica

Coro

abbraccia la morte piegando le ali
si avvinghia alla vita mentre si arrende
con rabbia che avvolge ma non si scarica

(Un’eco che deforma in sottofondo)

(le braccia storpie piegano sui tagli)
(blindano la vita che si distende)
(una gabbia che contorce che invalida)

Congedo

come una lacrima rimane un velo

un tonfo le fiamme un incenso

immondo rimane un silenzio
e in grembo giù in fondo una fame
le fiamme che dentro confondono

da Come una lacrima (duemila uno), 2011

[Il fiore inverso]

d’autunno le foglie per terra ridono

a cumuli soccombono in delitti di serra e tumuli remote stragi

di numeri più o meno che nascondono in roghi e tundre le vittime e il crimine

ombre a commando mute al peso anonime in marcia funebre verso la fine

un esodo che toglie lordo il freno quando a stento come fiaccole fragili

al vento cadono profughi a grappoli in trappola del proprio ingordo grido

a forbice

v. 4 mute al peso: non rispondono alla gravità.

[Mire]

in combutta col popolo il monarca

ricalca il solco tra le cime e gli ossi

così lunga la schiera degli appesi

delirano infissi

tra la ruggine e l’ossido

sotto al dirupo la calca

[Treppiedi]

se sento che il tempo non passa

per quanto ormai scorre veloce

vuol dire che come uno schermo

non penso non sono confermo

la resa alla piena che ammassa

che a spire mi avvolge la voce

se contro corrente alla foce

ci penso dissento ma il fermo

volere che oppongo collassa

vv. 7-9 «a nulla valse l’impeto / gli empi risorgeranno».

nel fosso che pare di merda

si attuffano come in un’orgia

puttane e papponi a merenda

si leccano il culo a vicenda

mettendosi a turno in offerta

che l’uno nell’altro si scorcia

con lingua che ruvida forgia

ne marca la parte che ostenta

curandosi che non si perda

il boia un po’ troppo agitato

lamenta che è già da parecchio

che aspetta dall’alto il comando

un altro qualunque allo sbando

che spreca anche l’ultimo fiato

gridandogli dentro l’orecchio

di colpo poi piega sul secchio

perdendo la testa allorquando

capisce che è lui il condannato

vv. 1-9 Il rompicapo del boia.

v. 1 agitato] animato

v. 3 che attende dal capo il comando

v. 8 «perde la testa chi non cambia il capo / non cambia il capo chi perde la testa» (Adespoto).

[Il tempo in lotta]

mantengono lo sguardo in alto fisso

stringono i denti rimangono muti

e nel silenzio degli occhi i minuti

scavano dentro scoprendo l’abisso

da Canto del rivolgimento, 2016

Una poesia / 7 Gabriele Belletti

Gabriele Belletti (1980) è originario di Santarcangelo di Romagna. E’ dottore di ricerca in Lingua e Letteratura italiana. Ha pubblicato articoli su rivista concernenti la poesia italiana del Novecento (Caproni, Porta, Pusterla) e due plaquette, Condominio (2010) e Beaujoire (2013). La sua prima raccolta di poesie, “Krill”, è uscita a settembre 2015 presso Marcos Y Marcos. Vive e lavora in Belgio.

 

C’è la forma di una casa sul fondale.

Le pareti corrotte,
le mobilie disperse,
i ricordi evasi,
le finestre spalancate.

La casa irriconosciuta e inclinata
nella fanghiglia
sprofonda.

Fuggono gli ultimi rumori:

degli elettrodomestici,
della televisione,
del bambino che ripete
«mamma ho fame»,
del cane che abbaia
al padrone, mentre
raccoglie dell’autunno
il fogliame.

La balena si allontana
seguendo la sagoma
della barchetta fedele

per sempre abbandona
la sua casa
e le sue mondane ragnatele.

Antologia della poesia italiana ultima

La Russia di Charms al metro Barrikadnaja
Elisa Alicudi

Nessuno riconosce più la vecchia Elisaveta Bam, è un’attrice caduta nelle acque del disgelo,
è il giornale impilato a ogni angolo con le foto della Reuters,
lei lo monta, si accovaccia, poi riparte.
La vita al metro Barrikadnaja è la stessa. La vecchia Elizaveta Bam la attraversa,
sfiora il marmo rosso, scorrono i suoi passi a manovella, il mantello storto, le rughe di gesso.
E inferma, dentro un’ombra identica ogni ora in ogni punto,
sente odore di altre scarpe calpestare la sua testa e la saliva pulsare sul cemento della capitale.
Aveva aspirazioni Elisaveta Bam, aveva forse talento?
Annuiscono le amiche, ma è mancato l’impresario a strapparla dal vagone sempre uguale.
Avesse un giorno provato a vivere su altre scale. Ma la vita, Elizaveta, è la stessa.
Lo sguardo punta al tacco, alla scala che trascina lì dove la bava è ingiallita, s’è seccata.
E le suole consumano i colori, ripassano i binari, niente più di questo.
Era lì, non è successo. La vecchia Elisaveta sa che vivere non è una parola transitiva.
Lo sa che sarà liquidata a proprie spese, su due piedi, coi viveri in dispensa.

Elisa Alicudi vive a Torino, dove collabora alle attività di sparajurij e alle sue propaggini editoriali, tra le quali la rivista Atti Impuri. Suoi testi sono usciti su Absolutepoetry, Alfafabeta2, Poetarum Silva e nell’antologia Paesaggio 013 a cura di Tommaso Ottonieri (Caratteri mobili, Bari, 2012).

Nel bosco degli Apus Apus
Mariasole Ariot

Apus Apus: "una sua peculiarità è quella di avere il femore direttamente collegato alla zampa tanto che il nome scientifico deriva dalla locuzione greca "senza piedi". Questa sua caratteristica fa sì che non tocchi mai il suolo in tutta la sua vita; infatti se disgraziatamente si posasse a terra, la ridotta funzionalità delle zampe non gli consentirebbe di riprendere il volo." Quindi dorme in piedi.

Il corpo urta sugli spigoli non per eccesso di ossa ma per un compendio di niente. Mi accorgo della grande solitudine del cielo, di questo filo tirato tra un muro e l’altro per appendere gli impiccati.

Ce ne stiamo lì a guardare, ogni mattina, come fossimo un pubblico in fila al concerto o alle poste, ci spintoniamo per guardare il massacro.

Io vivo, lui non vive, io non vivo. Lui si ritrae nella cantina. Io mi affaccio. Lui vede il bulbo, io vedo il fiore. Lui mi pettina i capelli con il rastrello, io preparo la camomilla.

Quanto manca al primordiale? Amare ha un nome proprio. Io ho perduto il mio.

***

All’ora dei sei pasti ci scambiavamo di posto. Ero nella cricca delle ribelli, mi piaceva fare la parte contraria delle sante: assistevo ai baci delle donne, le loro lingue nei bagni, i giochini all’uncinetto, le mani tra le gambe sotto i tavoli imbanditi e i carrelli del pane e delle flebo, poi scendevo al piano inferiore dell’inferno, ché lì c’era posto per gli invisibili - e io mi sedevo sulle gambe degli internati, avevano tutti le facce incarnite.

Quello spavento non era rassicurante, ma tra i tre mondi a disposizione, quello era l’unico più vicino al sonno. I sensi si scambiavano riconoscenza, Claire mi chiedeva: posso mostrarti un suono? Posso cantarti tutta? Sono il tuo mare?

No, Claire, tu non sei il mio mare.

Eravamo tutti condannati alla verità.

***

Sono le otto del mattino e un pianeta come un sole sopra un sole è comparso alla finestra. L’occhio che si estende mi incolla al vetro, lecco la cornea per vederci meglio, mi avvicino per capire se è la storia della terra che ci siamo raccontati per millenni.

La voce dice: hai sbagliato: ripeti: hai sbagliato. Puoi fare le magie con gli occhi, spostare gli oggetti, farti mangiare dai morti, catturare l’immagine del cielo. Ma c’è un punto intoccabile che continua ad urlare, che cade come resina sugli occhi. La mia nudità è su quel sole che posso vedere solo io e solo sono io, un riflesso di un pianeta che non può cadere e continua a cadere ogni giorno, ad ogni ora, ad ogni piccolo frammento di tempo.

Madre, la mia pancia è vuota. I miei pianeti sono vuoti. La lampada che mi hai regalato non ha mai emesso luce.

Mariasole Ariot (Vicenza, 1981) Ha pubblicato La Bella e la Bestia in AAVV, Di là dal bosco (Milano, Le voci della luna 2012), Simmetrie degli spazi vuoti (Milano, Arcipelago 2013). Sue poesie e prose sono apparse su Nazione Indiana, Il Primo Amore, Poetarum Silva, Gammm, Metromorfosi Infocritica. Finalista alla XVI edizione del premio Poesia di Strada (Macerata, 2013), ha composto musica e testo del brano “Inversione” per il disco A rotta libera del gruppo Forasteri e collabora alla rivista scientifica lo Squaderno - Explorations in space and society. A settembre 2014 entra a far parte della redazione di Nazione indiana. Suona il pianoforte, fotografa e dipinge.

12:27
Gabriele Belletti

porta si apre, con le dita sfilacciate accidenti accarezzano i pavimenti, dille di venire domani, ombra noia non segue pare, ombra noia ha la museruola degli oggetti decisi lenti, la libellula croce rossa fa gocciolare la cenere del sole sulla terra incattivita, arriva Fernanda, con la tosse inasprita grattugia, girati, la lana fuggita grigia dalla casa s’addormenta nella landa, non geme e non suda, la calza rossa isola aspetta, le onde bugia dell’elettrodomestico aspiratore non tornano, l’alluce gioca con la bacinella, elimina con un semplice gesto anche i peli più corti, telefono ambasciatore di presenze frettolose in sospeso traffica, con il risuonare infiltrato della lavatrice folle, cassa con sopra donna boccolosamente triste, poi conficcata sulla sedia girevole

da Condominio, Verona, Cierre Grafica, 2010

Gabriele Belletti è originario di Santarcangelo di Romagna, dal 2011 vive a Nantes. Dopo la laurea in Filosofia (Estetica) presso l’Università di Bologna, ha studiato Epistemologia a Firenze e, conseguita l’abilitazione all’insegnamento della Filosofia e della Storia, ha esercitato la professione nei licei italiani. Ha pubblicato articoli su rivista (Chroniques italiennes, Il lettore di provincia, Poetiche, Rivista di studi italiani) concernenti la poesia italiana del Novecento e l’estetica anceschiana. Dopo aver partecipato all’edizione del 2008 di RicercaBo, ha pubblicato due plaquettes di poesia: Condominio (Collana Opera Prima, Verona, Cierre Grafica, 2010) e Beaujoire (in AA.VV., Paesaggio_013, Bari, Caratteri Mobili, 2013). È attualmente iscritto al Dottorato di ricerca in Lingua e Letteratura italiana presso l’Université de Nantes (in cotutela con l’Università di Firenze).

divided by zero, ultima
Daniele Bellomi

dappertutto andato a fondo, fuori, finito e per sempre,
esatto, e sì, nei molti metri che ha portato via da sé, reso
inaccessibile a chi sa e lo sceglie e non lo seleziona più:
se il limite esiste e lo organizza per trascendere, istruirsi
ugualmente a chi sconforta e a chi dispera, alle pareti
giunte sole al proprio doppio; accumulate, quelle, per
accessi casuali di memoria. lorem ipsum dolor sit amet,
quindi: se ne aggiunga lo stile o meno, prova un dolore
riempitivo, omesso, alloggiato al posto del vuoto. chiesta
casa, o come (e cosa) invece non più dire, sapere quanto
è assente alla sintassi e quanto invece giunga dalla pena
in ore d’aria chieste e residuali ai giorni: è perché crede
ancora che verrai a salvarlo. ne è agito, sempre, come
figlio e come padre, per riceverne la stessa luce. separa,
esatto, e simula una resistenza andata via nel mondo:
libera dal male, procede nel suo estremo, finisce per
allontanare tutti, sempre, dividere il possibile per zero.

(2014)

Daniele Bellomi è nato il 31 dicembre 1988 a Monza e lavora a Milano. Nell’A.A. 2012-2013 si è laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano. È co-fondatore (insieme a Manuel Micaletto) del blog e progetto plan de clivage, incentrato su poesia, scritture non-narrative in prosa e asemic writing: è inoltre autore di asemic-net e fa parte del blog di ricerca eexxiitt. Nel 2011 pubblica gli e-book Per forza di cose (prose non narrative su «GAMMM») e La testa (poesie, autoprodotto) per plan de clivage. Ha anche curato la riduzione a testo del DVD Reading-Lezione all’Accademia di Brera di Biagio Cepollaro. Suoi testi sono apparsi online su Poesia da fare, Niederngasse, GAMMM, Nazione Indiana, lettere grosse, Poetarum Silva, Rebstein, Critica Impura e Carte nel vento; in rivista su il verri (n°50, 2012), Trivio (n°1, 2013) e, prossimamente, su L’Ulisse. Ha partecipato alle edizioni 2013 e 2014 del convegno EX.IT. _ materiali fuori contesto, dedicato alla scrittura di ricerca e tenutosi presso la biblioteca di Albinea: suoi testi sono inclusi nel volume antologico della manifestazione, edito dalla tipografia La Colornese. Finalista per la sezione Raccolta Inedita al Premio Lorenzo Montano 2012 e vincitore del Premio Opera Prima 2013, grazie al quale pubblica la sua prima raccolta di poesie, Ripartizione della volta (2009-2012), co-edita da Anterem Edizioni e Cierre Grafica. Il suo prossimo libro dove mente il fiume (poesie 2012-2014) è in uscita a gennaio 2015 per le Edizioni Prufrock Spa.

Discendenza
Carlo Carabba

Quel che rimane della vita sono
i fatti, eventi registrati
se importanti.
Quello che non rimane sono i sensi
esterni e interni
nascosti dai sepolcri e dall'oblio
di quanti non conosco,
perché lontani morti o nascituri.
E anche dei miei cari non immagino
l'infanzia quando non l'ho conosciuta,
non penserà a mio nonno mio nipote,
se mai ne avrò, che io
non ho pensato al nonno di mio nonno.
Se vivo è per amori
dimenticati e amplessi ripetuti -
risplensero davvero bianchi i soli
sopra i miei cari estinti.
Da un letto di ospedale
mia nonna ha chiamato sua madre
nel sonno e mi ha svegliato.
(Le sono andato accanto
non ce l'ho fatta a dirle
"tutto va bene, nonna, guarirai".)
Di me resterà traccia
a lungo nei registri
delle burocrazie statali,
lascerò un segno quasi eterno
nel ciclo dell'azoto. Ma quanto avrò provato
andrà perduto quando
non ci saranno quelli
che su di me hanno pianto - e io su loro.
Succederà lo stesso
ai frutti smemorati del mio seme
ai loro frutti e ancor
la notte il buio e il freddo
e il sole
di giorno ancora il sole.
Un giorno sarò morto e intanto vivo.

Carlo Carabba è nato a Roma nel 1980. Laureato in storia della filosofia, ha pubblicato i suoi versi su numerose riviste, in alcune antologie (tra cui La generazione entrante, Ladolfi 2011) e nelle raccolte Gli anni della pioggia (peQuod 2008, premio Mondello per l'opera prima) e Canti dell'abbandono (Mondadori 2011, premio Carducci e premio Palmi). Caporedattore di Nuovi Argomenti dal 2009 all'inizio del 2014, ha collaborato con varie testate giornalistiche tra cui Il Riformista e Il Venerdì di Repubblica. Attualmente lavora nell'editoria.

Alessandra Cava

se uno prende a un certo punto la luce che c’è
e poi la fa come quella che sta di là nell’altra
città se il marciapiede del grande viale è come
la bassa marea e il ritaglio dei tetti fa uguale
rilievo a passarci lo sguardo allora svolta nel
vicolo e sta adesso dove prima ha figurato
il fondalino è azzurro molto brillante
il sale qualche varietà di vento tutto si sposta
a seconda del tempo ad esempio i villeggianti
con le stagioni le sedie a sdraio se è notte
il treno quando è l’ora ma adesso si sta fermi
si rilasciano le corde si prende il sole è uno
il momento nella punta delle V affilate
le cabine di legno in fila sul mare
il ripiano dove si mettono gli oggettini le
bomboniere gli angeli trasparenti tutto è
soprammobile (dovrebbe muoversi e invece proprio
non fa neanche un suono) tutto è così evidente è
rilevato col giallo fluorescente
quello è come questo dicono e anche esattamente

Alessandra Cava (1984) ha vissuto a Grottammare, Siena, Bologna, Parigi. È dottoranda in Studi Teatrali alla Sorbonne Nouvelle. La sua prima raccolta, rsvp (2011) è pubblicata nella collana ex[t]ratione di Polìmata. Ha partecipato alla scrittura e alla traduzione collettiva di Le Moulin 14 – 19 luglio 2014 (Benway Series 2014).

Sara Davidovics

C’è un’ombra. È una lingua lunghissima, un twister, un apriscatole. Uno svuota tasche. Una coperta d’angora.
Sotto le dita dei piedi una scala a chiocciola. Una gocciolina, una gaffe. Parentesi graffa.
Le nostre teste arrivano fin qui.
Una giraffa, un’antenna, una farfalla, un’ape regina, una fiaccola. Portami in cima. Alla costola. Toccami.
Ora la mappa indica il Nord, sillabami, appendimi per le caviglie. Il tallone entra tutto in un tondo.
Attardati.
Non è nostro, non è di pietra questo gradino, un magnete nella mia mano, un pigiama a righe.
Attardati.
Sarai l’ultimo a salire.

C’è un cane con il pelo giallo e un buco al centro, c’è del vetro e uno zoo di latta. Tric-trac tracollo.
C’è un granchio sul letto, due dita di latte, una fetta di torta un confetto blu ti metto un adesivo sulla bocca diventi una Z
e il corpo non si compie mai del tutto. L’acqua è fredda e tu sei il Nord.
Hai costruito un recinto, uno scalpello. Ora tocchi le mie fratture. Avrai due istrici nel cappello e tre civette sul comò.

Tu sei la Z con lo 0 dentro. Tu sei il Nord.
Mi guardi.

Non v’è del tempo che la sua ora che la sua miriade d’altri luoghi quando si scompose nella miriade di tempi. Immobile. Toccami con quelle tue dita asciutte, attendimi sulla soglia, io che continuo a crescere

(Quando giungerà per questo nostro corpo il moto e il corpo tornerà nella sua forma

Il lupo ha la bocca grande e due occhi gialli. Io dormo nella sua pancia come una mollica. Sono l’osso di pane sepolto sotto la zolla. Un astro che cammina, cammina quando larga è la strada e stretta è la via.
Io mangio una mela ogni giorno e il giorno a Nord non dura che un morso, io che mastico, io che ho la bocca piena.

Tu che tocchi le unghie, te le peli, io tutte le vertebre stese in una mano, io in fila, io ritta sulle due zampe.
Tu che guardi la notte, io che la notte non posso guardarti. Tu che tocchi le mie fratture, io ritta sulle tue zampe.

Io che la notte non cresco, io che sparisco

* * * * * * * * * * * *
* * * * * * * * * * * * *
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da OZ - Viaggio astratto su quattro punti cardinali e una Coda

Sara Davidovics (Roma, 1981) è poeta, performer e artista intermediale. La sua ricerca ruota attorno al concetto di scrittura come sovrapposizione cognitiva tra immaginazione, memoria e dati di realtà. Il luogo indagato è sempre quello della soglia, dell’interstizio e della relazione tra i segni. La sua pratica artistica è legata al concetto della disseminazione. Utilizza materiali poveri, spesso “recuperati” (sassi, frammenti di ceramica, biglie, indumenti) o intervenendo direttamente nell’ambiente con installazioni ed happening. È autrice di scritture lineari e visuali, video-poesie, partiture per voce, libri-oggetto. Tra le sue principali pubblicazioni: Corrente (Zona, 2006); D’Acque (Galleria E. Mazzoli, 2007); Corticale (Onyx, 2010).

Tommaso Di Dio

Di mattina, raddrizzano i tavoli
al bar del parco. Poi, i piccioni a terra
vanno per le briciole e gli scarsi resti
delle colazioni fra le panche e le bianche
pietre della ghiaia. L'oscuro
tra loro e noi, l'ombra
che divide i gesti e fraziona
le sagome e le specie, nel fogliame
sbregato da primavera. E ora dopo marzo
aprile giugno; e ora nell'estate
che ci smagrisce col suo calore e cancella
ogni segno, ogni differenza. Cosa schianta
questa gioia di tetti e moltitudini, albero
paracarro cane volto città; cosa sono
le lacrime
di queste bestie che non piangono.

da Tua e di tutti, Lietocolle-Pordenonelegge, 2014

Tommaso Di Dio (1982), vive e lavora a Milano. È autore del libro di poesie Favole, Transeuropa, 2009, con la prefazione di Mario Benedetti. Nel 2012 alcune sue poesie sono state pubblicate in La generazione entrante, Ladolfi Editore. Nel 2014, esce il suo secondo libro di poesie, Tua e di tutti, Lietocolle, in collaborazione con Pordenonelegge.

11
Roberta Durante

ero ferma immobile
quasi crocifissa
l'unico movimento dentro
il mondo che scorreva dal collo al piede
senza forza di gravità

28

quel posto predisponeva tutti all'attesa:
il gatto si leccava
io giocherellavo coi capelli
le margherite a centrotavola si strappavano i petali
da Club dei visionari

Roberta Durante nasce a Treviso nel 1989. Pubblica la raccolta Girini (Edifizioni d’If) in seguito alla vittoria del premio Mazzacurati-Russo, Club dei visionari (DiFelice Edizioni) segnalato al premio Anna Osti, Balena (Prufrock SPA). Sue poesie sono udibili sul sito del poeta Gabriele Frasca .

Avvento
Gabriele Gabbia

Defraudato nel corpo
dal corso di ogni possibile
avvento e nella mente dal
presente nell’assenza di ogni
essente: la tragicità del vero –
il divenire-incarnato di un calco.

Gabriele Gabbia è nato il 14 luglio 1981 a Brescia, e ivi vive e lavora. È diplomato in discipline artistiche ed è iscritto alla facoltà di Filosofia dell’Università degli Studi di Verona. Sue poesie e/o interventi sono apparsi su quotidiani, riviste cartacee, antologie di premi, blogs, websites. Nel 2011 ha editata – nella collana «I germogli» diretta da Stelvio Di Spigno per le edizioni L’arcolaio di Gian Franco Fabbri – la silloge poetica La terra franata dei nomi, con prefazione di Mauro Germani, premiata con «Segnalazione» alla XXVI edizione del Premio Nazionale di Poesia Lorenzo Montano; premio, quest’ultimo, che si è aggiudicato nel 2013 vincendo la XXVII edizione nella sezione «Una poesia inedita». Nel 2014 si è inoltre classificato secondo al concorso Poeti e Scrittori in Lombardia – 50&Più per la cultura (sempre all’interno della sezione «Una poesia inedita»).

Sergio Garau

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Sergio Garau (Sardegna, 1982) dal 2001 prende parte a poetry slam, festival di poesia e videopoesia in una ventina di paesi tra Europa e America. Dal 2010 scrive ed esegue lo spettacolo collettivo IO game over con musicisti, videoartisti e programmatori. Anima laboratori di poesia e performance. Lavora per la LIPS (Lega Italiana Poetry Slam) e per la rivista Atti Impuri (www.attimpuri.it). È uno sparajurij.

Franca Mancinelli

Le tasche finte non le sopporti. Il loro assomigliare così tanto a quelle vere. Lì, sul petto, o nei calzoni, all’apparenza, a forma di. Ingannano fino all’ultimo, quando ti accorgi che non possono, non sono fatte per lasciare entrare nulla. Non ci credi, ritenti, pensi siano molto piccole, poco capienti, ma senti bene la cucitura, come respinge: non puoi, proprio non puoi. Devi portarti addosso questa disonestà, questa nascosta mancanza che irretisce anche i tuoi gesti, i tuoi modi di fare. Anche tu come loro, anche tu.

inedito

Franca Mancinelli (Fano, 1981), ha pubblicato due libri di poesie, Mala kruna (Manni, 2007) e Pasta madre (Nino Aragno editore, 2013). Un’anticipazione del suo secondo libro di versi è apparsa in Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini (Einaudi, 2012). Collabora come critica con Poesia e con altre riviste e periodici letterari.

Simona Menicocci

in questa porzione di mare
tutte le parti del corpo
fanno parte dell’acqua
fanno acqua
da tutte le parti del corpo
ora l’acqua è un materiale pesante
non ci sono corpi che sanno
non ci sono corpi che sono
nuotare sani
come un pesce
(in fondo)
la differenza
è che ci sono delle somiglianze
i corpi non vengono / restano
a galla
la lingua non dice / si contiene
in bocca / nella gola
(in fondo)
ogni parola nella sua ritenzione
se non c’è possibilità di uscire
non bisogna parlare
della possibilità di uscire
la lingua è un pezzo di corpo
ogni corpo è un pezzo di un altro corpo
nessun corpo può essere isolato
nel mare non esistono isole
ora parlano
perché si sono sciolti
(in fondo)
non tutti pensano
i pesci non hanno mai paura
che la terra manchi
sotto i piedi
il corpo pensa / parla
i pesci non parlano
questo comporta un aumento
del peso corporeo e una distanza
a seconda della quantità
ogni suono corrisponde ha
un fenomeno corrispondente
per esempio nel mare non si sente nulla
ma il silenzio non esiste l’assenza
di suono è un’incapacità
o una mancanza
di esercizio
ora il mare è pieno di pe
restano non perché sono
ma perché fanno
in fondo
quando un corpo
liquido in un corpo liquido
come dargli torto

Simona Menicocci (1985) ha pubblicato per La Camera Verde Incidenti e provvisori (2012) e Posture Delay (2013). Collabora al collettivo eexxiitt.blogspot.com. Suoi testi sono apparsi in riviste, lit-blogs e web-zines tra cui L’Ulisse, Nazione Indiana, alfabeta2. Ha partecipato a Poesia totale - In voce (Roma, dicembre 2010), alla quinta edizione di RicercaBo - laboratorio di nuove scritture (Bologna, novembre 2012), alla prima edizione di Ex.it - Materiali fuori Contesto (Albinea, aprile 2013), nel cui volume antologico sono presenti alcuni testi dal progetto Saturazioni. È tra i curatori della seconda edizione di Ex-it – Materiali fuori Contesto (Albinea, ottobre 2014). Per la serie i Fogli Benway è appena uscito il suo testo: Il mare è pieno di pesci (2014).

MAS MACHT FREI
Manuel Micaletto

natale che vigi in me come una legge morale
festività vs festa
divano vs divertimento
nonna vs mondo
io mi comunico di te come della tristezza
va osservato che sei un campione
in una disciplina che è proprio la disciplina
sei il mio eroe quando spazzi via
gli aperitivi dalla faccia del pianeta
e mi prende una gratitudine
che non ha a che fare col desiderio
ma con la giustizia
ok sbrigàti i convenevoli veniamo a noi
natale oltre alla mia più viva commozione
voglio ripagarti in un altro modo
cioè come saprai sul tuo conto ancora permangono
certe difficoltà teoriche che se permetti
mi perito di sciogliere: c'è subbuglio nella comunità scientifica
quando si tratta di collocare le tue prime avvisaglie
in quella dimensione che tu abiti, vale a dire non lo spazio
ma l'arredamento: io penso che tu succedi, ragionevolmente, più o meno
all'altezza del videoregistratore, infatti hai questa simpatia
innata per la tecnologia ma senza esagerare:
tuo luogo d'elezione è, se bene ho inteso, l'orario
con le stanghette a comporre i numeri, che galleggia
in quel liquore cieco dei cristalli liquidi:
lì comincia la tua vita misteriosa, e pian piano ti imponi come un decreto superiore
nel buio di per sempre, nel comunque salone:
ti leghi allora a queste molecole oscure che reagiscono
devo dire molto bene, con educazione, e sposano volentieri
la tua causa di natale (certo risulti facilitato sia dall'ottima reputazione
sia dalla buona causa sia per quella nota professionalità):
quando stringi alleanza col televisore diventa poi un gioco
consolidare il dominio, edificare la tua civiltà
natale che dilaghi come un team juventus
quando il mondo si mostra per quel complesso sistema
di edifici e attraversamenti pedonali
incaricato delle luminarie
natale sei forte con i fari rossi di posizione
che non rivelano il traffico ma la tradizione
di una fiat punto che rifiuta l'estetica
optando invece per la grammatica nuova
delle luci che impazzano
finalmente sottratte al segnale:
la cinque porte di tutti noi, natale
natale sei grande perché in te tutto si fa più consueto
perché sei l'opposto della sorpresa, perché nonostante quei pregiudizi
sui regali l'importante è veramente il pensiero
e tu sei l'unica stagione dell'intelligenza, l'unico tempo del capire
quando le merci scompaiono dagli scaffali e ancora appaiono
in un respawn forsennato da last stage
è in un sentimento di single player, in un'ansia di boss finale
che mi parli, e la tua parola è la tua difficoltà.
soprattutto sei quel match cruciale
vigilia vs attesa
dove l'attesa sta nell'apparire progressivo dell'oggetto
mentre la vigilia è la sua scomparsa a ritroso, lenta e inesorabile
come tu solo sai (cioè vince la vigilia a mani rasoterra)
natale come una distanza immedicata, una galassia impossibile
dai led invii notizie del fade-out che in me
ribadisce il suo pattern: così è un dialogo che mi nega
nella vigilia di tutte le cose

Manuel Micaletto è una vera forza. Eccelle nelle discipline: mario kart, pokémon, advance wars. Ritiene che la FIAT MULTIPLA sia l'unica astronave mai prodotta (ed immessa negli umani commerci, peraltro). Cofondatore del blog/progetto plan de clivage (poesia, prosa non-narrativa, asemic writing), fa parte dell'ensemble di eexxiitt. Nel 2012, Il piombo a specchio. Nello stesso anno: Lorenzo Montano per la prosa. E: ha partecipato a RicercaBo. Sue cose sono comparse su il verri, Nuovi Argomenti, nell'antologia di scritture sperimentali EX.IT 2013 e in rete su Gammm, Nazione Indiana, letteregrosse, Blanc de ta nuque. Moltissime altre sono scomparse.

Fabio Orecchini

a svellere trame di rami con crani
frane tènere come cancrene d'uomo
muti incauti s’addentrano i cani
scavando in dentro, il cedimento
mani su mani, rimami, rimani
questo infinito tenère

testo inedito tratto da TerraeMotus

Fabio Orecchini Suoi testi, opere visive e note critiche alle sue opere sono pubblicate su quotidiani, riviste, antologie e siti letterari. Ha presentato le sue opere in tutti i migliori Festival italiani di poesia e in teatri come il Teatro Valle Occupato e il Teatro India di Roma e il Teatro Basaglia di Trieste. Nel 2010 ha pubblicato Dismissione (Polimata, collana diretta da I.Schiavone, post-fazione di A.Inglese), recentemente ripubblicato da Luca Sossella editore (libro+cd), con una post-fazione di G. Frasca e un concept album omonimo realizzato dal quintetto di teatro-canzone d'avanguardia Pane. Èstato promotore del movimento culturale Calpestare l'oblio, curando inoltre l’antologia omonima edita da Cattedrale. Come regista ha realizzato [A]livePoetry, un progetto di videoarte e documentazione dedicato ai poeti contemporanei (E.Pagliarani e G.Mesa tra gli altri). Nel recente passato ha fondato una web-tv, ha ideato e organizzato Estemporanea, festival di poesia e musica contemporanea, ed è stato curatore e conduttore di un programma radiofonico di scritture antagoniste.

Angelo Petrelli

un fiore che quindi è un dilemma: che chiaro è l’oggetto
[ l’affezione il tormento:
nei cunicoli d’erbaccia del cimitero archetipico λ dimesso
[ l’arcipelago neonato
e che dunque partorisce nel suo ghetto monosillabi [ mo-lo-kh ]
che realmente spiacevoli vagamente vocaboli ipsissima verba
sono il sogno di Ipso, sono le trombe che vogliono salire
piangere la pietra e i mille anni di pioggia propedeutica
categorischer imperator divus che sciogli la fune nel taglio
del presente tu predicato onnisciente verdetto et acumine;
oh sociale placenta pitico gioco indovino – insomma –
colpita al cuore alla testa al sudore; pulsus imaginum profetica!
O. dunque O. per ciò che non volendo è stato fatto – dico –
come vollero in effetti salendo al tuo ingegno
le trombe (λ) bastonando la coda e il sale allo schiaffo del mare
sub specie mortis et corporis bianca lebbra del Gebel
[ in tenui cipressi romani
di vermi accilindrati oh serpi sodali lavoratevi il busto
il collo la mela macerata la meta invernale distrazione
coito cogitoso neve ingiallita che sai di ammonimento:
O. che sei morte a maggior ragione per te ho inventato
quest’atlante senza coscienza – voglio dire – ritrova
la Tua tristezza dettane il passo così come sembra:
questa sarà la presenza: quel gesto chiaro, dissoluto
da mostrare, da montare, almeno nel vuoto un movimento:
su questo intendo soffermarmi, sul tempo
con non esiste, che è molteplice se non lo guardi,
e che di certo non regge tutte le masse gettate
nel suo campo, le apparenze scese per spazi: percependone
il fuoco / il volgere della febbre: le lancette, il percepire e il darsi:

da Molokh, peQuod, 2008

Angelo A. Petrelli è nato a Roma nel 1984. Vive e lavora a Lecce. Il suo esordio letterario risale al 2004 con la silloge poetica Elegia (Besa editrice). Nel settembre dello stesso anno ha fondato L’Alter Ego, periodico indipendente d’estetica e cultura letteraria, promosso in totale autonomia sul territorio salentino sino all’ottobre del 2007. Ha pubblicato, nel marzo 2008, il poema Molokh (PeQuod). È autore di una monografia, al momento inedita, su Emil M. Cioran e di uno scritto polemico sulla figura di Antonio Leonardo Verri pubblicato in Krill (quadrimestrale - maggio 2010). Ha collaborato altresì con la pagina cultura del Nuovo Quotidiano di Puglia; altri interventi critici sono apparsi su riviste come Allegoria (Palumbo editore), Atelier (Edizioni Atelier), L’immaginazione (Manni editore) e il lit-blog nazioneindiana.com.

Rive strane
Jonida Prifti

Sono una falena schiacciata al muro
dietro un salto, senza tono.
Il trillo indaga il sole,
la roccia come un colpo sordo
cade,
salvo il mare.
...e si fschiano in onde prolungate
destinate al risucchio
come una bianca rosa.
Partono due pensieri in fla
l'altro aspetta di lato, con fretta sculaccia l'asino.
Avanti urbano schianto,
giù le rampe, arriviamo.
Logorroico canto
lascia gli sterpi dove c'è palo,
le travi son foglie di marzo quanto il cazzo di maggio.
Miraggi di lune capovolte, o di miopie visioni?
… ma dormi, nessuno d'amore viola,
le nubi o il vento, forse fermano le voci, il mare no.
Spaccato il cielo colpisce la schiena:
parei al vento
prati di lamiera
senza il flo non conduce.
Aspettami sui letti di sabbia,
offuscherò gli occhi.
Le diane alle dita trascinano colori verso deserti.

Binari in velocità. Transiti di paesaggi.
Far fnta di andare per tornare nello stesso numero diviso.
Quarantacinque minuti senza batter fato. Per chi?
In arrivo il culo scattante. Lecco il lucido labbra al ciliegio.
Di fronte il culo attende a me.
Rimango dove sono, con la valigia compatta al marmo.
Il vento attraversa i capelli assolati, di sabbie la pelle. Dove vai?
Trentaminuti ancora. Son stufa di restare qui ma non voglio alzarmi.

Prospettive di futuri nobili, spartizioni,erosioni.
Corrodi la mia carne,
onda funesta,
sbatti contro quei corpi neri al sole,
impavidi di notte in abbracci spettrali.

Di buche le rocce sotto il mondo colpi affranti.
Lui senza verbo, muto nella sedia sfuma in cerchi maschi, cavalieri, righelli di spade
saltano sulle pupille. Lontananze in transito sulle rive strane.

Jonida Prifti, poetessa, performer e studiosa di letteratura contemporanea, classe 1982 (Berat Albania). Fra le pubblicazioni ricordiamo: Çengel (Ogopogo 2008), l’audiolibro Ajenk (Transeuropa edizioni, 2011), Paesaggio 013 (Caratteri Mobili 2013), il saggio Patrizia Vicinelli. La poesia e l'azione (Onyx 2014). Nel 2012 è stata selezionata per il premio Franco Cavallo, ai fini di una pubblicazione collettiva dei partecipanti al premio dal titolo La Poesia: luogo delle differenze. Ha partecipato a vari festival di poesia tra cui Romapoesia, Bolzano Poesia, Poesiatotale, Ammaro amore, PoEtiche etc. Nel 2012 ha presentato il suo video-poema Ajenk alla rassegna Independent Film Show (Napoli). Ha fatto parte del comitato organizzativo della mostra Patrizia Vicinelli. Una parola incorreggibile tenutasi al MLAC della Sapienza dal 10 aprile al 6 maggio 2014. Con il musicista Stefano di Trapani ha formato il duo di poetronica Acchiappashpirt esibendosi in tutta Italia e in Europa. Nel 2012 hanno pubblicato un cd con l'etichetta Ozky e – Sound. Sono stati ospiti all’ultima edizione dei festival Colour Out Of Space e Secret Anarchy Garden negli UK. Con la stessa etichetta ha pubblicato il cd Res, un progetto di poesia sonora insieme al musicista albanese Ilir Lluka. Si è esibita con il regista Khavn De La Cruz e il musicista Mike Cooper, sulle immagini del film "Kalakala" di De la Cruz, in occasione di Across Asia Film Festival negli spazi del MAXXI Museo di Roma (Giugno 2014 ). Dal 2012 è cantante nella band musicale Shesh.

Atlante minore
Ivan Schiavone

randagio sotto il sole della mutazione va l’uomo
intermittenza d’esserci tra continuità di non essere
coscienza perturbante la linearità dell’ottuso
particola divisa vaga d’appartenere all’uno
(osserva il nutrimento, osserva la deiezione
pensa al processo di composizione dell’assimilato,
alla decomposizione dell’espulso in combinazioni nuove) (oppure pensa
alla modificazione universale insita in ogni gesto,
al regesto incalcolabile della causa e dell’effetto,
all’uragano e alla farfalla, all’implicita responsabilità insita nell’atto)
- Williams scrive in Paterson: “il divorzio è
il segno della conoscenza in questo nostro tempo” –
era già inscritta, nell’incisione rupestre,
la tavoletta Dispilio, l’abjad, il cuneiforme e l’alfabeto punico,
la mappa arcaica di Çatal Hüyük e la roccia dei campi a Bedolina,
Varanasi, Alessandria, Atene, Roma, i non luoghi, gli slums, le megalopoli,
il recinto, la cella, l’individuo, lo schermo, il tablet, la schizofrenia? etc. etc. – era già inscritta
la divisione e il divorzio?
se il loro motto è divide et impera
che il nostro dunque sia solve et coagula - quando morì il pappagallo
non facevano che piangere
la figlia piccola allora li apostrofò dicendogli: “se uno è morto
è morto e non si può fare niente e se continuate a piangere
andrò a caccia di un nuovo pappagallo e se avrà un altro colore
lo dipingerò del colore del pappagallo morto e se avrà un altro nome
glielo cambierò con quello del primo – se ogni verità
(ma potremmo anche dire ogni esperienza reale)
è tale unicamente all’interno dell’orizzonte linguistico che l’ha formulata
(il resto è imperialismo culturale) l’asserzione appena enunciata non suonerà
come una contraddizione in termini? – Roma 21/12/2013
al C.I.E di Ponte Galeria otto migranti si cuciono le labbra
con un ago forgiato con la testa metallica di un accendino e il filo di un materasso

Ivan Schiavone (Roma 1983). Ha pubblicato le raccolte poetiche: Enuegz (Onyx, Roma 2010), Strutture (Oèdipus, Salerno/Milano 2011), Cassandra, un paesaggio (Oèdipus, Salerno/Milano 2014). Ha fondato e diretto la collana di poesia ex[t]ratione per le edizioni Polìmata. Cura la rassegna di poesia contemporanea Giardini d’Inverno.

Fabio Teti

immagini anche quelle come con le
ali i piraña, ridanno ora sfondati, dei vetri,
un getto di soldi per questo per molto
nascondere la stanza quella lorda nell’ascolto
dato agli indici o una permuta, invece, dei dati
qui se il dubbio nello spazio è dello spazio, seguìto
è un ragno oltre lo schermo vede i cavi
poi la polvere, l’incàvo
lì sarebbero le lampade
infilate, le chimiche, nell’ano,
le spaccate sulla pelle:
il fosforo che
brucia

Fabio Teti è nato a Castel di Sangro (AQ) il 17/12/1985. Attualmente, vive e lavora a Roma. È stato redattore di gammm.org e puntocritico.eu. Di eexxiitt.blogspot.com lo è ancora. Suoi testi sono comparsi in diverse riviste, lit-blogs e web-zines tra cui Semicerchio, Nazione indiana, L’Ulisse, lettere grosse, Allegoria, Sud, alfabeta2, l’immaginazione e, in traduzione inglese, sul Journal of Italian Translation e nell’antologia on line FreeVerse – Contemporary Italian Poetry. Nel 2013 ha pubblicato, nelle pagine di Ex.It 2013. Materiali fuori contesto (Tielleci, Colorno), le prose di Sotto peggiori paragrafi e, per La Camera Verde di Roma, b t w b h (frasi per la redistribuzione del sensibile), da cui è tratto il testo qui presentato. Lo stesso è stato esposto, nel maggio di quest’anno, al MACRO di Roma, nell’ambito della mostra collettiva se il dubbio nello spazio è dello spazio, a cura di Nemanja Cvijanović e Maria Adele Del Vecchio.

Tutto fa brodo nel mondo del porno
Julian Zhara

Maturato minuscolo, maiuscolo matto,
misura la criniera di un vacuo sospetto
addormento nell’uscio, dominio astratto
dell’ammontare contagioso di un letto
disfatto, l’apparato collettivo,
il sistema abrogato, giusto, anomalo,
assuefatto di aiuti,
mi hai reso l’indulto, occulto
per niente all’ideologia del detto
già prima, prima di entrare.
Aiuto!
Non aiutatelo ma fatelo ammanettare
dai vostri figli patrioti,
idioti ma forzuti.
L’indignazione a te, a me la rabbia,
auriga del modo.
Ma dov’è modo, l’oltremodo è straniero,
accettato se comunque vi gira intorno,
a me conviene non analizzarlo,
tutto fa brodo nel mondo del porno.
Arguti astemi, vecchiume incallito,
maturati in orrenda unifonia,
da medio borghese il medio dito,
più estremo l’atto, più impura la via.

Julian Zhara nato a Durazzo (Albania) il 21 Maggio 1986. Trasferitosi in Italia all’età di 13 anni. Ha all’attivo una plaquette In apnea (Granviale, 2009). Ha organizzato varie manifestazioni poetiche tra le quali il festival di poesia orale e musica digitale Andata e Ritorno a Venezia con la rivista Blare Out dove cura una rubrica di poesia. Dal marzo 2012 ha iniziato una collaborazione col compositore Ilich Molin e il video artist Enrico Sambenini per il progetto Dune con cui è arrivato tra i finalisti del Premio Dubito. Le poesie sono state pubblicate nell’antologia L’epoca che scrivo, la rivolta che mordo (Agenzia X, 2014). Attualmente vive, lavora e scrive a Venezia.