Dentro l’inferno della Diaz

Intervista a Daniele Vicari a cura di Edoardo Becattini

Il G8 di Genova, anticipando in qualche modo quel che diviene evidente su scala globale con l'11 settembre, è il primo evento in cui diviene veramente massiccio e preponderante l'utilizzo delle immagini amatoriali come documentazione video. E anche il processo Diaz è in fondo uno dei primi processi in cui diviene fondamentale la prova documentale delle registrazioni dei vari testimoni. Come hai fatto interagire il tuo racconto con il racconto narrato da questo archivio?

Prima di arrivare a Diaz, mi sono domandato a lungo come poter raccontare qualcosa come i fatti di Genova. Fra i vari progetti che avevo sviluppato, uno di questi riguardava la storia di Edoardo Parodi, un caro amico di Carlo Giuliani morto sei mesi dopo di lui. L'idea era di realizzare un film cross-mediale, che mettesse in immagini la pluralità dei punti di vista sugli scontri di Via Tolemaide e di Piazza Alimonda. Questo ragionamento, nel momento in cui si è presentata l'opportunità di fare Diaz, ho cercato di riutilizzarlo e di metterlo a frutto in merito a quel che era successo dentro la scuola. Una volta presa coscienza del fatto che non potevo fare un film multimediale ma potevo comunque fare un film importante, mi sono domandato come supplire quest'idea di narrazione multimediale da cui ormai non riuscivo più a liberare il mio cervello. Così ho semplicemente saccheggiato la mia conoscenza del cinema e sono arrivato a The Killing (Rapina a mano armata) di Stanley Kubrick. In quel film, la rapina viene raccontata da Kubrick attraverso vari personaggi, ripartendo sempre dallo stesso punto d'origine. Qualcosa di molto simile a ciò che hanno dovuto fare i pm per ricostruire le vicende della Diaz e di Bolzaneto, andando avanti e indietro nel tempo e incrociando le varie deposizioni. Più volte, nelle carte del processo, ritorna il momento del «Pattuglione», quando quattro automobili della polizia passano davanti alla scuola e vengono aggredite dai manifestanti. Questo passaggio è l'elemento chiave che determina le motivazioni (quantomeno legali) che ha utilizzato la polizia per fare l'irruzione. Nello scrivere il film, ho deciso di utilizzare questo stesso passaggio come centro propulsore della narrazione, facendolo ritornare per ben quattro volte.

Anche i tuoi film precedenti sono storie di violenza, ma ho sempre avuto idea che tu cercassi in qualche modo di contenerla, di arginarla, tanto nel ritmo quanto nella composizione del quadro. Come mai questo cambio radicale con Diaz?

Perché la violenza è il cuore del film. La sospensione dei diritti civili passa attraverso l'esercizio della violenza, dentro la Diaz così come dentro Bolzaneto. È lì che si trova la chiave figurativa e stilistica del film. Per questo ho dovuto raccontarla senza mezzi termini: l'ho raccontata e basta. Non raccontarla avrebbe significato sottrarre senso all'accadimento. Ripetere quelle violenze, rimetterle in scena mi ha messo molto in difficoltà, ma mi ha anche in qualche modo aiutato a comprendere l'inferno che si era sviluppato là dentro. A realizzare non solo visivamente ma anche psicologicamente quello che tutti i ragazzi raccontano nel processo: il ricordo dei rumori, dei vetri che si rompono, le urla dei poliziotti e delle persone che vengono massacrate di botte, i colpi dei calci e delle manganellate. Tutti questi elementi hanno reso determinante lavorare attentamente sulla costruzione del sonoro e sulle scene di violenza.

Nel 2011, a dieci anni di distanza, sono usciti molti libri e film che parlano di Genova, così come della Diaz e di Bolzaneto. È più facile a dieci anni di distanza prendere posizione sulla questione e fare un lavoro militante?

Per me il cuore della questione non era fare un film militante, ma raccontare la sospensione della democrazia attraverso la violenza di Stato. Sul prendere posizione, credo sinceramente che sul piano politico non ci sia storia: dentro al movimento c'erano dei grandi economisti, forse la più importante intelligenza economica contemporanea e trovo tragicamente ridicolo il fatto che dieci anni dopo il Social Forum di Genova i governi di destra europei rappresentati da Merkel e Sarkozy facciano propria una delle parole d'ordine del movimento che era la Tobin Tax. Quindi, non ho alcun problema, oggi come allora, a prendere una posizione e a dire: il movimento aveva ragione, punto. Detto questo, dieci anni dopo i fatti di Genova la cosa che trovo più insopportabile è la rimozione della tragicità di questi eventi che cerco di raccontare in Diaz. E la rimozione del tragico, in termini sia storici che psicanalitici, è un meccanismo classico per scaricare governi e popoli delle responsabilità gigantesche che hanno. Le vicende di Genova riguardano una responsabilità anche collettiva, perché noi abbiamo accettato una «verità» ufficiale senza opposizioni: non ci sono stati grossi problemi ad accettare il fatto che la polizia abbia raccontato menzogne fuori da ogni tempo. Da quel momento, abbiamo accettato tutto e abbiamo cominciato a vivere in una specie di reality in cui chiunque poteva raccontarci qualunque cosa e noi la digerivamo comunque. Abbiamo vissuto in un incubo di cui Genova rappresenta simbolicamente l'inizio e da cui stiamo uscendo solo ora in conseguenza di una crisi economica che ci riguarda tutti.

«Diaz - Don't Clean Up This Blood» di Daniele Vicari, da oggi 13 aprile al cinema

alfadomenica aprile #2

PALIDDA sul G8 e la tortura - MELANDRI su LECLERC - SCOTINI e VANNINI sul Padiglione albanese a Venezia - RUBRICHE **

G8 GENOVA 2015: FRA IGNORANZA E FALSIFICAZIONI
Salvatore Palidda

Chiunque abbia una decente conoscenza, diretta o indiretta, di quanto successo al G8 di Genova non potrà che essere sconcertato dai diversi commenti dopo la condanna dell'Italia della Corte europea per le torture in occasione di quel nefasto summit. Ancor peggio è ciò che si dice sul prefetto De Gennaro, comunque difeso da Renzi, ma anche dall’on. Mucchetti e dal dott. Cantone (che farebbe bene a imparare a parlare di quello che sa, e non a difendere a spada tratta le "forze dell'ordine" dicendo anche una cosa molto grave: “sono popolari!”. Anche Mussolini e Hitler erano popolari, e poi dove ha misurato questa popolarità?).
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UN MALE SENZA NOME
Lea Melandri

Anticipiamo qui la prefazione al libro di Annie Leclerc Della Paedophilia e altri sentimenti, in libreria in questi giorni per la Malcor D' edizioni (2015), pp. 109, 14,00.

Le cose a cui non riusciamo a dare un nome è come se non esistessero. Lo stesso si può dire per passioni, esperienze essenziali dell’umano che per la loro ambiguità sembrano destinate a rimanere impensabili, e di conseguenza private della condizione necessaria per essere dette. Nella maggior parte dei casi, il silenzio che fa sprofondare l’io in se stesso è, paradossalmente, coperto da un grande clamore e da manifestazioni evidenti di ciò che non può essere mostrato.
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MONUMENTO, BIOGRAFIA e POTERE. IL PADIGLIONE ALBANESE A VENEZIA
Intervista di Elvira Vannini a Marco Scotini curatore del Padiglione albanese

Direi che dietro il progetto Albanian Trilogy c’è piuttosto Foucault, quello genealogico. La storia non garantisce il ritrovamento di qualcosa. Anzi mostra terreni friabili lì dove avremmo pensato croste non scalfibili, moltiplica i rischi, distrugge le protezioni illusorie, non recupera le radici della nostra identità ma, al contrario, le disperde, le disgrega. La venerazione del monumento diventa parodia, il documento rivela la propria sostanziale ambiguità. I tre scavi filmici di Lulaj nel socialismo di Hoxha sono presentati a Venezia in forma espansa: mettono in discussione il dispostivo museale, i depositi della storia, le narrative legittimanti del presente, il ruolo di testimone degli spettatori.
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GIOCO (E) RADAR - CAMBIO DI PARADIGMA, ALCUNE ANNOTAZIONI di Marco Giovenale

Qualcosa di molto vicino a un cambio di paradigma ha iniziato a prodursi nella scrittura oltre mezzo secolo fa. Molte certezze che si avevano o si pensava di avere su elementi di stabilità e coesione (struttura) del testo inteso come tessuto sono state a dir poco intaccate, e in certi casi si sono rivelate estranee sia alla formazione intellettuale dei contemporanei sia ai modi possibili di costituzione della pagina.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

DEFAULT - FOTOGENIA - LETTERATURA
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COORDINATE - AMERICA LATINA di Francesca Lazzarato

Pioniera assoluta della cucina mediatica (esordì in televisione nel 1952, undici anni prima di Julia Child), Doña Petrona è stata un personaggio di grande importanza nella cultura popolare del suo paese, come ci conferma un brillante saggio appena pubblicato da Capital Intelectual: Delicias y sabores. Desde Doña Petrona hasta nuestros días
, della sociologa Andrea Matallana, che attraverso la figura della famosa cuoca analizza il peronismo degli anni '50, le trasformazioni della famiglia e del ruolo femminile, l'avvento e l'influenza della televisione.
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G8 Genova 2015: fra ignoranza e falsificazioni

Salvatore Palidda

Chiunque abbia una decente conoscenza, diretta o indiretta, di quanto successo al G8 di Genova non potrà che essere sconcertato dai diversi commenti dopo la condanna dell'Italia della Corte europea per le torture in occasione di quel nefasto summit. Ancor peggio è ciò che si dice sul prefetto De Gennaro, comunque difeso da Renzi, ma anche dall’on. Mucchetti e dal dott. Cantone (che farebbe bene a imparare a parlare di quello che sa, e non a difendere a spada tratta le "forze dell'ordine" dicendo anche una cosa molto grave: “sono popolari!”. Anche Mussolini e Hitler erano popolari, e poi dove ha misurato questa popolarità?). Mi limito qui a ricordare alcuni aspetti rinviando per il resto ad alcune ricerche già pubblicate (vedi la bibliografia qui in fondo).

Per il G8 di Genova fu prevista una sospensione dello stato di diritto democratico che non ha alcun fondamento giuridico. Non si può certo assimilare questo evento a una sorta di stato di guerra, cosa che, di fatto, le autorità americane hanno imposto a quelle italiane come sempre supine. L’allora segretaria di stato Condoleeza Rice, infatti, nella sua relazione al Congresso a proposito dell’attentato dell’11 settembre ebbe a dire che già al G8 di Genova temevano attacchi terroristici. Da qui tutta una campagna mediatica mostruosa che forgiò un clima di terrore. La popolazione genovese fu sollecitata, se non costretta, ad andare via, almeno i giorni previsti “caldi”. Le forze di polizia furono tartassate con le più angoscianti bufale (cfr. infra) e incitate a dare una lezione definitiva ai “pidocchi rossi”. La selezione di personale con inclinazioni e persino tenute e armi illecite non mancò (si ricordi quelli che torturando i ragazzi alla Diaz e a Bolzaneto o anche per strada gridavano slogan fascisti – si vedano i reportage anche di media stranieri fra i quali questo del Guardian). Il dispositivo delle forze di polizia, e ancora di più dei servizi segreti, non solo italiani, assunse le caratteristiche del teatro di guerra. Come racconta ancora oggi il dott. Sabella, allora capo dell'Ufficio Ispettorato del Dap e inviato a Genova:

Prima dell'inizio del G8 mi illustrano il piano degli arresti preventivi. Gli obiettivi - mi spiegarono - erano due: respingere alla frontiera quanti più malintenzionati possibile; cominciare ad arrestare, già da lunedì 15 luglio, tutti i manifestanti che avessero con sé cappucci neri, mazze da baseball e ogni tipo di arma, propria e impropria. E trattenerli in stato di fermo … sino alla fine del summit. Vietando per di più i colloqui con i difensori ". Un piano folle “intanto perché non si può portare la gente in carcere senza prove… avevano deciso di chiudere i due penitenziari della città e di creare due prigioni provvisorie a Forte San Giuliano e a Bolzaneto… Mi sono fatto l'idea che dietro ci fosse una regia politica" ... non lo so. È possibile che qualcuno a Genova volesse il morto, ma doveva essere un poliziotto, non un manifestante, per criminalizzare la piazza e metterla a tacere una volta per sempre". Infine alla domanda: All'indomani dei massacri lei ha difeso i suoi uomini, risponde: "Pensavo fossero stati corretti. Quando ho scoperto cosa avevano fatto, mi sono sentito uno schifo 1.

La sospensione dello stato di diritto democratico (notoriamente denunciata da Amnesty International e da alcuni eminenti giuristi) riguardò quindi anche le autorità giudiziarie, l’Ateneo e le amministrazioni locali, ma tutti accettarono supinamente. Da quanto è stato detto da alcuni dei più alti dirigenti di polizia, l’operazione Diaz non fu affatto un’azione improvvisata, decisa da qualche dirigente in loco. Fu agita su input del vertice supremo della Polizia, cioè da De Gennaro tant’è che il dott. Sgalla, porta voce del capo della polizia e suo primo fedele collaboratore, uscì dalla Diaz quando ancora il blitz era in corso per leggere subito a Rai News 24 (a mezzanotte) il comunicato stampa già prestampato in cui asseriva che si era scoperto che in quella scuola c’erano black bloc con armi e che c’erano feriti pregressi con sangue raggrumato dagli scontri del mattino ecc. (vedi documentario Genova per noi).

L’obiettivo dell’operazione era quello di riscattare l’immagine della polizia, particolarmente degradata da tanti reportage italiani e stranieri e da dichiarazioni di diverse personalità. Fini, allora vice-capo del governo, per promuovere i Carabinieri arrivò a dire che De Gennaro doveva dimettersi. Prima della Diaz erano stati effettuati pochi arresti e di fatto la polizia aveva in mano quasi nulla quanto a prove che potessero giustificare le violenze sui manifestanti inermi viste sulle tv di tutti il mondo. Allora l’idea “geniale” di qualche “consigliore del principe” fu di rimediare con un bel blitz per arrestare un bel po’ di “black bloc” che una ancor più “geniale” segnalazione dice che stanno alla Diaz. Invece, si sapeva bene che forse due o tre blackbloc s’erano fatti vedere da quelle parti, ma anche che tutti i cosiddetti black bloc erano andati via da Genova alla chetichella così come erano arrivati. Ma nessuno ha mai spiegato come i due o trecento black bloc possano essere arrivati a Genova senza alcun problema nonostante l’enorme dispiegamento di forze di polizie e ancora di più di agenti di servizi segreti di tutti gli otto paesi del summit. Chi ha lavorato al classico “gioco del disordine”? Ecco cosa scrive un militare che ha partecipato al G8 (si firma Grale) sul sito Militariforum.

Nel Luglio del 2001 ho svolto il mio servizio di leva nell'Arma dei Carbinieri nel 2° Battaglione Carabinieri Liguria di stanza a Genova. Sono profondamente attaccato all'Arma e alle FFOO in generale …, eravamo attaccati alle radio e alle TV per seguire l'evoluzione della situazione. E naturalmente il tifo era da stadio. Cariche, idranti, blindati, retate e perquisizioni. Tutto sembrava legittimo e anzi, ci sembrava poco. Di più ne dovevano prendere dicevamo. E alla notizia della morte di Carlo Giuliani nessun segno di pietà, solamente risate. Non ci rendevamo conto della immensa tragedia. Eravamo stati caricati in una maniera incredibile. Ci era stato detto che i manifestanti ci avrebbero tirato boccette e siringhe di sangue infetto, che avrebbero tentato di rapirci, che avrebbero usato armi da fuoco! Vi lascio immaginare con quale stato d'animo eravamo. E non parlo solamente di me, di noi del Battaglione. Tutti i CC avevano subito lo stesso trattamento comprese le famigerate CIRR. [Compagnie di Intervento Rapido e Risolutivo, create dai CC per il G8 e guidate quasi tutte da ufficiali del Tuscania fra cui il famoso maggiore Cappello, responsabile dell'addestramento della polizia irachena, già comandante della Cirr «Echo» presente a Genova e a p.za Alimonda insieme a “Betulla”/Farina.]
Poi passata la festa e finito il clamore si iniziò a capire … E sinceramente quello che è successo alla Diaz, anche senza aver visto il film, non si può certo definire un'operazione da manuale. L'allora Vice Questore Fournier là defini una Macelleria Messicana e in uno sfogo col suo comandante Dr. Canterini disse "con questi macellai non ci voglio più lavorare". Questa era l'operazione che doveva ristabilire gli equilibri, come disse l'allora Vice Capo Vicario della PS Prefetto Andreassi: "che fosse sentita la necessità di effettuare il maggior numero di arresti possibile per poter recuperare l'immagine delle forze dell'ordine che non erano riuscite a fermare gli atti vandalici e gli scontri di quei giorni. Si fa sempre così, in questi casi. È un modo per rifarsi dei danni e alleggerire la posizione di chi non ha tenuto in pugno la situazione. La città è stata devastata? E allora si risponde con una montagna di arresti."

Ricordiamo che nessun manifestante, e neanche i cosiddetti black bloc, avevano armi da fuoco. Il dott. Sgalla, oggi capo delle scuole di polizia, primo a uscire dalla Diaz non è mai stato incriminato. Perché? L'ho chiesto già il primo un giorno dopo la Diaz, sul manifesto, e anche dopo, ma nessuna risposta neanche da amici avvocati. Ma alcuni avvocati e anche giornalisti sanno qualche particolare inquietante: il magistrato di turno quella sera si rifiutò di andare alla Diaz nonostante reiterate telefonate anche da avvocati che avevano vittime sanguinanti pronti a deporre! Perché? Alcuni di noi sanno che ci fu una telefonata notturna di un eminente personaggio che ha sempre difeso il prefetto De Gennaro, per dire appunto di non toccare questi e quindi neanche il dr. Sgalla che dal Viminale si era precipitato a Genova inviato dal capo per seguire l’operazione “magistrale” che avrebbe dovuto salvare la faccia della Polizia di Stato. Dire che l’insigne Prefetto non abbia alcuna responsabilità di quei fatti non è quasi come dire che i capi fascisti non furono responsabili delle deportazioni nei lager tedeschi? E perché si premurò di premiare i responsabili diretti delle torture promuovendoli alle più alte cariche della polizia e dei servizi segreti?

Perché ancora oggi questo eminente Prefetto è tanto intoccabile e tanto potente? Come dicono alcuni vecchi dirigenti di polizia, la risposta sta nella sua abilità ad accumulare scheletri d'armadio di tutte le grandi autorità dello Stato, del privato e della chiesa, così come hanno sempre fatto alcuni capi della polizia e dei servizi segreti. E non è quindi un caso se, da Napolitano a Renzi, oltre che delle personalità della destra, tutti lo rispettano. De Gennaro vale quanto i suoi protettori perché fa parte della lobby militare di polizia che ha sostenitori in tutti i partiti e oggi soprattutto nel Pd (D'Alema, Violante, Minniti, Napolitano e, fuori dal PD, Amato che lo nominò capo della polizia nonostante non avesse i requisiti perché ne protesse l’onorabilità durante le inchieste su Craxi e perché della cerchia filo-CIA (non tanto per grandi meriti di indagini ma per le informazioni passate). Dulcis in fundo: l’Italia è stata condannata perché non ha una legge sulla tortura e se quella che in Parlamento si sta arraffazzonando passa alla Diaz non ci fu tortura! La continuità italiana della garanzia di impunità si conferma.

Biblio:
- Black block. La costruzione del nemico, a cura di C. Bachschmidt, Fandango Libri, 2011.
- Salvatore Palidda, Appunti di ricerca sulle violenze delle polizie al G8 di Genova in “Dei delitti e delle pene”, Vol. 3, Nº.1, 2008 , pp. 33-50.
Lorenzo Guadagnucci su: http://www.cornicerossa.com/la-legge-beffa-sulla-tortura-e-le-riforme-impossibili/#more-4438
Archivi documenti e video: http://www.processig8.org e http://www.piazzacarlogiuliani.org/
Yasha Maccanico/Statewatch: http://www.statewatch.org/analyses/no-77-genoa-aftermath.pdf

  1. http://roma.repubblica.it/cronaca/2015/04/10/news/g8_sabella_nella_bufera_io_vittima_di_una_regia_-111565317/?ref=HREC1-4 []