Un instant ritardatario

G.B. Zorzoli

È piacevole leggere un giallo, conoscendo il nome dell’assassino, solo nel caso di un’opera dove la crime story è il pretesto per parlare, approfonditamente, d’altro (come nel Nome della rosa). Considerazioni analoghe valgono leggendo a fine 2017 la fresca traduzione in italiano di un libro edito in USA nel 2011 (Rachel Botsman e Roo Rogers, Il consumo collaborativo, Franco Angeli), che tratta un tema di attualità, come la condivisione di beni e servizi che, grazie alle opportunità offerte dalla rete, riesce oggi a diffondersi su scala globale.

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Alfadomenica # 4 – novembre 2017

Con le presentazioni che si sono tenute a Milano e poi a Roma nei giorni scorsi, l'Almanacco 2018 di Alfabeta ha fatto il suo debutto ufficiale ed è pronto a incontrare i lettori. Come già nelle edizioni precedenti, il volume (398 pagine, 25 euro) comprende una scelta molto ampia dei testi proposti su alfapiù nel corso dell'anno che sta finendo e si apre con una sezione monografica, dedicata questa volta alla "rivoluzione turistica". Ne parla oggi nella sua rubrica Antonella Sbrilli, che nell'ambito del Festival di DeriveApprodi in corso fino a stasera al Cinema Palazzo di Roma ha ideato un #alfagioco turistico/truistico.

Ed ecco il sommario completo di alfadomenica:

  • Maria Cristina Reggio, Le regole di Bruxelles nel teatro di Jan Fabre: Come a Bruxelles abbiano inventato la coltivazione verticale dei cavolini più piccoli del mondo non è dato sapere, ma per tutte le altre curiosità sul suo paese natio, Jan Fabre ha una risposta nel suo ultimo spettacolo Belgian Rules (visto a settembre al teatro Argentina per il RomaEuropa Festival, dopo l'esordio napoletano dello scorso giugno), che tuttavia già nel titolo implica una domanda: ma quali saranno mai le regole del Belgio? - Leggi: >
  • G.B. Zorzoli, Una società liquida, anzi frantumata: Nel ballottaggio per la presidenza del consiglio municipale di Ostia, sciolto due anni fa per infiltrazioni mafiose, che nel frattempo, lo confermano episodi recenti, non si sono minimamente ridotte, i voti alla candidata vincente sono stati pari al 18% degli aventi diritto. Per di più, nel terzo degli elettori che hanno ritenuto di dover partecipare a un’elezione per molti aspetti non di ordinaria amministrazione, hanno nettamente prevalso quelli eufemisticamente classificati di terza e quarta età. Eppure qualcuno ha subito parlato di vittoria. Non è una novità. Leggi:>
  • Antonella Sbrilli, Alfagiochi / Turismo-TruismoIl 24 novembre 2017 gli #alfagiochi si sono trasferiti per una sera al Cinema Palazzo di Roma in piazza dei Sanniti, dove - all’interno del Festival DeriveApprodi - è stato presentato l’Almanacco Alfabeta 2018. L’Almanacco raccoglie i pezzi usciti sul sito di Alfabeta2 fra il settembre 2016 e il luglio 2017, scanditi mese per mese (Cronaca di un anno) e introdotti da una serie di interventi sul tema scelto come filo conduttore di questa edizione: la rivoluzione turistica. Il turismo come condizione obbligata  e pervasiva, che si riverbera nell’economia e nei comportamenti, affacciandosi in lungo e in largo, in alto e in basso, nella smania di muoversi, nelle offerte a pacchetto, nella ripetizione di formule. - Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Cicoria: Dopo la lorette, continuiamo con le insalate, facendo un passo indietro. Riprendiamo Del cibo pitagorico ovvero erbaceo per uso de nobili, e de’ letterati stampato nel 1781 a Napoli, di Vincenzo Corrado. Un ricettario delizioso, di un personaggio singolare, nato a Oria in provincia di Brindisi nel 1738 da Domenico e Maddalena Carbone, istruito al seminario, paggio del principe di Francavilla e converso della congregazione dei Celestini. Pubblicò anonimo, a Napoli, Il cuoco galante nel 1773 che ebbe fama e ristampe. In esso era presente un capitolo consacrato a erbe fresche, radiche e fiori, al vitto detto Pitagorico “perché Pitagora, com’è tradizione, di questi prodotti soltanto fece uso”. - Leggi:>

Una società liquida, anzi frantumata

G.B. Zorzoli

Nel ballottaggio per la presidenza del consiglio municipale di Ostia, sciolto due anni fa per infiltrazioni mafiose, che nel frattempo, lo confermano episodi recenti, non si sono minimamente ridotte, i voti alla candidata vincente sono stati pari al 18% degli aventi diritto. Per di più, nel terzo degli elettori che hanno ritenuto di dover partecipare a un’elezione per molti aspetti non di ordinaria amministrazione, hanno nettamente prevalso quelli eufemisticamente classificati di terza e quarta età. Eppure qualcuno ha subito parlato di vittoria. Non è una novità. Dopo le elezioni siciliane, il leader di un diverso schieramento politico aveva enfaticamente dichiarato che l’80% dei siciliani si era pronunciato contro la politica nazionale sui migranti, quando in realtà, pur accettando di fare – come lui - d’ogni erba un fascio, ad esprimersi in tal senso era stato poco più di un terzo degli aventi diritto al voto.

Due giorni prima delle elezioni di Ostia ricevo la mail di una persona che avevo invitato a un piacevole evento, che si terrà a Milano il prossimo dodici dicembre. Ai ringraziamenti di rito aggiunge la seguente postilla: la data a Milano in realtà è ancora vissuta come un lutto dalla città intera, ma probabilmente non si poteva fare in un giorno diverso. Conosco a sufficienza questa persona: è fermamente convinta che tutti, a Milano, continuino a soffermarsi pensosi il 12 dicembre 1969, quando, nella sede della Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana, un attentato neofascista provocò 17 morti e 87 feriti.

Sempre pochi giorni fa, ho letto di un sondaggio sugli orientamenti dei giovani. La maggioranza degli intervistati ha dichiarato di avere scarso interesse per le elezioni o, più esplicitamente, di non votare. Alla domanda successiva, sulle motivazioni del disinteresse per i problemi della collettività, molti hanno contestato questa conclusione: delle questioni che contano, ne discutevano quotidianamente sui social media.

Sono tre frammenti di una società che non è più nemmeno liquida, ma, appunto, frammentata in spezzoni non comunicanti. Insomma, più Antonioni che Bauman, con l’incomunicabilità prevalentemente provocata non dall’assenza di una memoria condivisa, ma dall’assenza tout court di memoria in una fascia consistente e in crescita della popolazione, mentre una parte più esigua coltiva una memoria di fatto fossilizzata, perché non riesce a utilizzarla per comprendere le mutazioni sociali. In mezzo, chi conserva il ricordo di un passato, spesso intriso di speranze e di impegni collettivi, che alimenta il disincanto per il presente.

Questo spettro si aggira per l’Europa, fa sentire la sua presenza anche nella Germania e nell’Austria, entrambe non più felix. Un tempo avremmo l’avremmo classificata come manifestazione sovrastrutturale di una realtà economica, dove il conflitto non è più tra le classi, ma tra le generazioni, con gli anziani che se la passano meglio dei giovani, perché perfino una pensione di 800 euro al mese non è precaria come il reddito di molti trentenni, che oltre tutto spesso guadagnano di meno. Con le ricchezze autentiche oscurate dalla materialità quotidiana di questo conflitto e dalla loro crescente origine nel mondo della finanza, per molti poco più di un’astrazione.

La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione, cantava Giorgio Gaber. Cinquanta anni fa le sue parole ci sembravano riduttive rispetto al rifiuto della delega che, classica eterogenesi dei fini, oggi si sta affermando come rifiuto della delega attraverso il voto, mentre partecipare è sinonimo di intervento in rete.

A volte, quando leggo gli interventi su alfabeta, mi chiedo se siamo molto diversi dagli uomini che si erano nascosti in luoghi isolati, dove custodivano il patrimonio letterario dell'umanità, mandando a memoria i libri, senza conservarne copie, perché un regime autoritario imponeva di bruciarli, per cancellare ogni retaggio del passato. In Fahrenheit 451 il superamento dello status quo è reso possibile da un conflitto nucleare, che offre ai ribelli la possibilità di prestare soccorso ai sopravvissuti, aiutandoli a ricostruire una società democratica, perché dotata di memoria storica.

Avere scelto come soluzione l’olocausto nucleare, che avrebbe fatto vittime anche fra i custodi del patrimonio letterario, non trascurabile dettaglio ignorato da Ray Bradbury, parla anche a noi delle difficoltà di immaginare un percorso fattibile per ricomporre la frattura tra chi la memoria la tiene viva, continuando ad aggiornarla, e una maggioranza dispersa tra gli immersi in un eterno presente e i nostalgici di un passato messo in naftalina.

Disoccupati di tutto il mondo, unitevi

G.B. Zorzoli
unempÈ un atto di accusa, fondato sul compendio della storia della disoccupazione attraverso i secoli (e i millenni). Domenico De Masi scrive come parla. Affabulatore abile e informato, il virtuosismo della sua narrazione rende la lettura fluida, malgrado l’accavallarsi di dati, citazioni, stringate analisi del pensiero di autori monumentali, come Keynes, o dei socialisti utopistici (Fourier, Owen, Saint-Simon). La descrizione dettagliata dei meccanismi che attualmente provocano la distruzione progressiva di posti di lavoro è inframezzata da sintesi a volte illuminanti - «il profitto va perseguito e corteggiato, mai nominato; così pure non vanno mai nominate le classi (che non esistono più), la lotta di classe (estinta per sempre), la rivoluzione (sconfitta dalle riforme), lo sfruttamento (assorbito dalla crisi generale), i padroni (che sono la buona «parte viva» del Paese”)» -, altre volte inclini a forzature. È indiscutibile che «l’economia prende il sopravvento sulla politica, la finanza prende il sopravvento sull’economia», ma subito dopo affermare che «le agenzie di rating prendono il sopravvento sulla finanza» assomiglia a una triplo salto carpiato concluso da una rovinosa caduta.

Sono 190 pagine per introdurre la parte propositiva, intitolata appunto «Che fare», con un pizzico di civetteria senza punto interrogativo. In un excursus così dettagliato, la fine della golden age, avviata dal New Deal rooseveltiano e consolidatasi nei primi decenni del dopoguerra in tutto l’Occidente con il compromesso keynesiano tra capitalismo e lavoratori, è però spiegata in modo spiccio, ma soprattutto incredibilmente riduttivo. « Il mondo accademico europeo, che quel dogma [il liberismo] aveva formulato e imposto a mezzo mondo, reagì con una virulenza inaudita in difesa del capitalismo, gravemente compromesso nel suo prestigio [dal successo del welfare state]. Ben due scuole di economisti si mobilitarono: quella austriaca, capeggiata da Friedrich von Wieser e Ludwig von Mises, e quella di Friburgo, capeggiata da Wilhelm Röpke e Walter Eucken. Più tardi si svegliò anche la Scuola di Chicago con Frank Knight, Gary S. Becker e Milton Friedman … l’ordine liberale, facendo leva sull’alleanza tra mondo accademico e mondo finanziario, è riuscito a imporsi all’intero pianeta condizionandone, attraverso l’economia, la vita intera». Tutto qui.

Viceversa, non è fortuita coincidenza che la reazione neoliberista sia iniziata negli anni ’80, in coincidenza con l’avvio della crisi del blocco comunista (dall’affermarsi di Solidarność ai tentativi di riforma di Gorbaciov), e il suo consolidamento avvenga nel decennio successivo, con il dissolvimento dell’URSS e del suo sistema di potere. L’alternativa “socialdemocratica”, variamente coniugata (tale era anche l’economia sociale di mercato della CDU tedesca), da contrapporre alla propaganda del blocco comunista come soluzione ottimale per i lavoratori (welfare e libertà), non era più necessaria. Il crollo del blocco comunista era dimostrazione sufficiente della superiorità del capitalismo, oltre tutto facilitato nello smantellamento del compromesso keynesiano dall’apertura di nuove aree geografiche, dove decentrare le produzioni, e dalle opportunità offerte dalle tecnologie digitali.

Questa omissione esime De Masi dall’interrogarsi sui possibili fattori esogeni che possono consentire ai disoccupati di prendere in mano il futuro. Dimentico dell’affermazione di Lazarsfeld, da lui condivisa - da tre secoli atomizzati e dispersi i disoccupati restano «numericamente ma non socialmente una massa» - ipotizza che riescano a dotarsi di una piattaforma informatica, capace di far comunicare i 6 milioni di disoccupati italiani tra loro e con tutto gli altri sparsi per il mondo.

Dopo di che, secondo Masi, per realizzare l’obiettivo immediato – lavorare meno per lavorare tutti – ai disoccupati, che non hanno nulla da perdere tranne la disoccupazione, non resta altra scelta che scompaginare lo status quo, offrendo gratuitamente, attraverso la piattaforma informatica, le loro prestazioni a chiunque ne abbia bisogno, Così, in poco tempo la legge della domanda e dell’offerta andrebbe a gambe all’aria e, rimedio obbligato per uscire da questa situazione critica, il sistema sarebbe costretto a ripartire le ore di lavoro in modo equo tra tutti gli offerenti.

In una prospettiva di lungo periodo, grazie alla continua crescita della delega alle macchine di quasi tutto il lavoro fisico e di gran parte del lavoro intellettuale di tipo esecutivo, alla fine l’essere umano conserverà il monopolio della sola attività creativa, che per sua natura ammette assai meno di quella industriale sia la divisione dei compiti, sia la scissione tra tempo di lavoro e tempo libero. Inizierà allora l’era dell’ozio creativo, su cui De Masi ragiona da decenni, nella quale la capacità di acquisto sarà garantita dal reddito di cittadinanza. Come ci si arriverà, attraverso quali tappe intermedie, con gli inevitabili conflitti economici e sociali, il volume però tace.

Un silenzio che contrasta con l’attenzione dedicata a una prospettiva che assillava Keynes, qualora fosse stata applicata la sua proposta di riduzione generalizzata dell’orario di lavoro. Perché l’ozio nella società postindustriale sia creativo e non crei una maggioranza di cittadini incapaci di gestire positivamente tanto tempo libero, De Masi avanza alcune proposte pratiche, tra cui la più innovativa è l’innalzamento dell’obbligo scolastico fino alla laurea. Soprattutto suggerisce di attingere valori e costumi dalla società ateniese all’epoca di Pericle, di cui fornisce una descrizione più vicina al mito che alla realtà storica, in tal modo bypassando di nuovo l’onere di una riflessione approfondita sulle configurazioni che tale società potrebbe assumere.

In ultima analisi, un’opera ricca di stimoli e con qualche proposta innovativa, ma alla fine incompleta, certamente non per mancanza di spazio. D’altronde, che per una teoria compiuta non siano necessarie le 256 pagine di questo testo, lo dimostra un autore che, nel profluvio di citazioni, De Masi non menziona mai. A Piero Sraffa sono bastate le 112 pagine di Production of Commodities by Means of Commodities, per offrirci una pietra miliare nella storia del pensiero economico, al cui interno introduce il principio di indeterminazione: non è possibile individuare una legge che determini simultaneamente il salario e il saggio del profitto.

Domenico De Masi
Lavorare gratis, lavorare tutti. Perché il futuro è dei disoccupati
Rizzoli
pp. 256, euro 18

***

lampadUn luogo di confronto, una rete di intervento culturale per costruire il futuro. Discutiamo (fra le altre cose) del manager della felicità, della verifica dei saperi a scuola, dell'ambiguità delle fake news. E vi aspettiamo!

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Sharing economy, serpe in seno al capitalismo?

sharingG.B. Zorzoli

Secondo Luca Sforza (“L’inquinamento per il popolo”) dallo scandalo Volkswagen non può venire nulla di buono. Scrive infatti: “Qualcuno oggi favoleggia di fine del modello-auto che inquina, perché (finalmente) lo scandalo Vw potrebbe portare al trionfo dell’auto ibrida o meglio ancora elettrica, liberare i nostri cieli dal CO2 , ridurre l’effetto serra e produrre altre meraviglie davvero per il popolo, per l’ambiente e per le generazioni future. Ma sarà invece - sempre e ancora - un’auto; sia pure elettrica o a idrogeno o altro ancora. A vantaggio del profitto e del capitalismo (e dei capitalisti)”. E conclude che “risolveremo (forse) il problema dell’inquinamento, ma certo non quello del traffico, perché sarà ancora e sempre un muoverci individualmente ed egoisticamente (come nella nuova sharing economy)”.

Mi sembra una versione aggiornata del luddismo, criticato da Marx come forma di protesta che esprime una disperazione senza sbocco, alla quale contrapponeva un’analisi delle prospettive che aprivano proprio le macchine introdotte dal capitale. In più mi ha ricordato il passaggio della “Linea di condotta”, dove Brecht mette in scena un inviato del Comintern in Cina, che accusa un giovane comunista locale di eccessiva pietà, in quanto ha cercato di alleviare le fatiche dei coolies, riducendo così il loro potenziale di rivolta.

Qualcosa di analogo si verificherebbe con l’auto elettrica. Risolveremmo per lo meno il problema dell’inquinamento urbano da polveri sottili, essenzialmente prodotte delle automobili, che, secondo un’indagine relativa soltanto alle otto principali italiane, provocano ogni anno circa 3.500 decessi, 5.000 ricoveri ospedalieri, decine di migliaia di casi di disturbi bronchiali e asmatici. Per non parlare dell’inquinamento acustico, di cui il traffico stradale è la principale fonte. Secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente, per garantire condizioni accettabili di comfort negli ambienti interni, il livello massimo diurno di rumore ammissibile in ambiente esterno non dovrebbe superare 65 decibel, ma, per evitare conseguente dannose, sarebbe opportuno mantenerlo sotto 55 decibel. In Italia la soglia di 65 decibel è superata in quasi tutte le città e si stima che più il 72% della popolazione sia esposta a livelli di rumore superiori ai limiti massimi stabiliti dalla normativa vigente. Fra le principali conseguenze, disturbi del sonno, ipertensioni, malattie ischemiche cardiache, aggressività, effetti sulla salute mentale, disfunzioni uditive. Effetti che possono facilmente combinarsi nei gruppi più vulnerabili, come i bambini e le persone indebolite da altre patologie.

È meglio che le persone continuino a soffrire per le conseguenze del traffico urbano, così (forse) si incazzano di più?

Quanto alla sharing economy, è vero che oggi si sviluppa più facilmente quando offre opportunità di profitto. Il car sharing ne è la dimostrazione più lampante. Anni fa venne lanciato a Milano da un’associazione ambientalista, ma non ebbe successo. Adesso che, in Italia come altrove, è in mano a chi l’ha impostato come un business, funziona. A parte i vantaggi pratici – l’uso generalizzato del car sharing dimezzerebbe le vetture parcheggiate nelle strade – quando un numero crescente di persone, come sta avvenendo, trova più conveniente (non solo dal punto di vista economico) usare un’auto, invece di possederla, in loro incomincia a cambiare la scala dei valori che gli è stata inculcata fin dall’infanzia. Poiché forme di sharing economy, viste come opportunità di profitto, incominciano a diffondersi in altri ambiti, questa mutazione culturale è destinata ad allargarsi e a generalizzarsi.

Entro questi limiti, rimane una mutazione, non si trasforma automaticamente in nessun tipo di rivoluzione. Tuttavia, sarebbe bene ricordarsi che, sempre secondo Marx, il capitale nutre del proprio seno la propria serpe. E la sharing economy, che rende obsoleto il concetto di proprietà, non è un piccolo, innocuo serpente.

Da domenica 11 ottobre alle 22.30 su Rai5 va in onda Alfabeta, un programma settimanale in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa.

Migrazioni

G.B. Zorzoli

Qualche numero aiuta a meglio interpretare le reazioni europee di fronte a quella che viene comunemente definita un’ondata migratoria; immagine, questa, dilatabile a piacere, fino a configurare il rischio di uno tsunami in grado di distruggere tutto sul suo percorso (è lo scenario, con parole più rozze e volgari, evocato da Salvini).

La popolazione dell’Unione europea rasenta i 510 milioni: come numero di abitanti siamo terzi al mondo, dopo Cina e India. Supponiamo che in qualche anno gli immigrati accolti arrivino a 5 milioni: rappresenterebbero circa l’1% della popolazione già residente e, qualora ne accettassimo il doppio, si tratterebbe comunque di un numero agevolmente “digeribile” da un’area geografica ed economica come la nostra. In realtà, siamo in presenza di un’onda sulla quale un buon surfista riesce a praticare lo sport preferito senza mettere a repentaglio la propria vita.

Solo che in Europa non tutti sono buoni surfisti. Le reazioni del governo ungherese che, come ogni fascismo, non rifugge dalle peggiori turpitudini, e quelle, solo leggermente più soft, delle autorità ceche ci colpiscono come un pugno allo stomaco, anche perché si tratta di paesi che dalla loro storia recente avrebbero dovuto imparare la differenza fra una vera invasione e l’arrivo di umiliati ed offesi, armati soltanto dal desiderio di trovare un luogo dove sia possibile vivere. Tuttavia, l’atteggiamento degli altri stati orientali, membri dell’UE, non è sostanzialmente diverso. Non si parla di loro semplicemente perché finora il flusso migratorio li ha toccati solo marginalmente. Sulle posizioni assunte dai paesi dell’est pesano indubbiamente i numeri delle loro economie (basta una rapida occhiata ai dati di Eurostat per rendersene conto), ma ancor più la non ancora esaurita reazione di rigetto dei decenni di retorica “socialista” e vuoto di progressi reali, che si manifesta in forme di egoismo individuale e collettivo senza se e senza ma.

Altri numeri spiegano invece la posizione assunta dalla Merkel, dove di sorprendente c’è soltanto l’insolita rapidità con cui è stata presa.

La Germania è il paese al mondo con la più bassa natalità: per ogni donna vengono alla luce 1,55 bambini, mentre, per conservare l’equilibrio tenendo conto dei casi di sterilità, dovrebbero essere 2,2. Oggi nel paese vivono 46 milioni di individui in età lavorativa. Senza immigrazione, in trent’anni scenderebbero a 29 (37% in meno): una situazione palesemente insostenibile, pur senza mettere nel conto anche i posti di lavoro tendenzialmente rifiutati dai nativi tedeschi.

La Germania ha dunque bisogno di una quota sostenuta di immigrati, preferibilmente con professionalità e basi culturali che ne facilitino l’integrazione economica e civile. La Siria risponde a questi requisiti. Per decenni è stato un paese con una notevole stabilità politica ed economica, che ha consentito lo sviluppo di un ceto medio mediamente più istruito, più agiato, più colto e laico di quello presente negli altri paesi di provenienza dei migranti. Inoltre, la parte più povera della popolazione siriana ha potuto trovare rifugio in stati limitrofi a rischio relativamente contenuto, in primo luogo in Libano. Parliamo di 2 milioni di bambini, donne, uomini che, non avendo i soldi per pagare i servizi dei trafficanti di uomini e disponendo di alternative “sopportabili” vicino alla porta di casa, hanno per lo più evitato di percorrere le impervie vie per procurarseli.

La selezione economico-sociale ha quindi notevolmente ridotto la presenza fra i migranti siriani di persone non rispondenti ai requisiti richiesti e la Merkel ha colto la palla al volo, dichiarandosi pronta a concedere asilo politico a tutti i siriani che ne faranno richiesta; per di più incassando un notevole dividendo politico. È bastato l’annuncio perché partisse un’operazione mediatica che ha sostituito il volto di una Germania arcigna ed egoista con quello della nazione portabandiera della solidarietà internazionale nei confronti di un’umanità in fuga dalla guerra.

Gli altri paesi dell’UE sono stati presi in contropiede. Chiamata, come ormai accade da anni, a coprire il ruolo di finto partner, la Francia ha ringraziato, capovolgendo senza titubanze la posizione assunta fino a poche ore prima; l’Italia si è subito allineata. Anche il Regno Unito di Cameron si è visto costretto a modificare leggermente il proprio atteggiamento, con la promessa di ospitare alcune migliaia di migranti. Sul banco degli accusati sono finiti i paesi dell’est, minacciati di sanzioni se non si dimostreranno abbastanza “generosi”.

Un Taillerand redivivo giudicherebbe la decisione della Merkel molto meglio di un atto umanitario: una scelta politica azzeccata.

alfadomenica dicembre #4

FABBRI e ZORZOLI su RENZI - CORTELLESSA su FIORONI - OTTONIERI POESIA - FILIPPINI TEATRO *

AVATAR
Paolo Fabbri

Ora che l’Illuminismo ha lasciato il posto alle luci e paillettes dei set televisivi, questo showman, più preoccupato dai propri riflessi che dalle riflessioni, non dice nulla di sinistro né di sinistra. Per sostituire la ”la peggior classe dirigente”, ci intrattiene sulla “bellezza delle relazioni umane” e vuol commuoverci: “si può piangere in politica”. Per lui, partecipativo e immersivo, un bello spettacolo è sempre meglio di un buon programma.
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MATTEO RENZI È MATTEO RENZI
G.B. Zorzoli

Matteo Renzi è Matteo Renzi. Uno che non ha alle spalle un accettabile tirocinio politico e non può nemmeno vantare, come Berlusconi, indubbi successi imprenditoriali. Unica esperienza pregressa significativa, quella nei boy scout. Eppure sfonda.
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SPETTRI D'ARGENTO
THE DARK SIDE DI GIOSETTA

Andrea Cortellessa

L’altra ego, il titolo dell’ultima mostra di Giosetta Fioroni – prima delle ben tre ora in corso a Roma, delle quali il bellissimo libro d’artista My Story, realizzato col complice di sempre Corraini, fa da a-catalogo splendidamente dis-ordinato –, era fatto per mettere in guardia i suoi numerosi ammiratori.
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Giosetta Fioroni, Bambino solo, 1968, smalti su tela cm 200x (800x405) (640x324)
CAFFÈ VERBANO
Tommaso Ottonieri

: se il mondo è tutto ciò che accade,
chissà sotto quale stella
è il mescolìo dei liquidi,
a gradi, che è shakerìo di sillabe,
lo sfrigolare di alfabeti come
tra i fili dei tralicci,
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IL GIUOCO CON LA SCIMMIA
di Enrico Filippini
- ideazione e regia Franco Brambilla

https://vimeo.com/82413849

Un estratto dello spettacolo andato in scena all'Elfo Puccini il 26 Novembre a Milano all'interno della manifestazione 63x50 Cinquant'anni del Gruppo 63.
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*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.