Cambiamenti di scenario su scala mondiale

G.B. Zorzoli

Il nuovo governo Lega-M5S nasce lo stesso giorno in cui Trump annuncia i dazi sull’import di acciaio e alluminio. Una coincidenza che conferma come non esista un’anomalia italiana, bensì un cambiamento di scenario su scala mondiale.

In assenza di una risposta alternativa alla crisi della globalizzazione governata dalla grande finanza internazionale, di cui hanno pagato lo scotto tutti i tradizionali partiti di sinistra, sta prevalendo l’unica che, con declinazioni diverse, è stata avanzata: il ritorno alla difesa degli interessi nazionali.

Il continuo richiamo all’importanza di non mettere in discussione il legame con l’Unione europea, che ha percorso il dibattito sulla soluzione da dare alla crisi post-elettorale, sarebbe stato infatti più convincente, se accompagnato da una approfondita riflessione sullo stato dell’Unione, non meno critico, e per cause analoghe a quelle che hanno terremotato gli equilibri politici italiani.

A presiedere l’UE abbiamo l’ex-capo di governo del Lussemburgo. Come se un’ipotetica Unione Italiana fosse guidata da un esponente politico di San Marino, staterello analogo per dimensioni e disinvoltura finanziaria. Öttinger ci delizia con le sue gaffe a Bruxelles, perché il governo tedesche l’ha spedito lì per porre fine agli imbarazzi che le esternazioni del nostro gli procuravano all’interno del paese. Bruxelles utilizzata come discarica, non diversamente di quanto avviene con paesi sottosviluppati per liberarsi di rifiuti tossici.

Se da Bruxelles allarghiamo lo sguardo agli Stati membri, la situazione non è più incoraggiante. L’Austria ha oggi un governo di orientamento affine a quello dei paesi appartenenti al gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia): estremismo nazionalistico, repressione verso gli immigrati e il dissenso interno. A inizio marzo un gruppo di paesi dell’Europa settentrionale — Olanda, Danimarca, Finlandia, Svezia, Irlanda, insieme a Estonia, Lettonia e Lituania – ha scritto una lettera in cui, oltre a una ferma opposizione al rafforzamento di politiche di bilancio comunitarie, si sottolinea apertamente come i processi decisionali debbano rimanere fermamente nelle mani degli Stati e nel pieno rispetto delle opinioni pubbliche nazionali. In altre parole, viene reclamata senza giri di parole una governance esclusivamente intergovernativa dell’UE.

In tre anni la Spagna torna per la terza volta alle elezioni. La Francia è scossa da scioperi e manifestazioni studentesche che, per dimensioni e durata, non si erano più viste dopo il maggio ’68. Con Macron alla disperata ricerca all’estero di riconoscimenti e successi che compensino le difficoltà interne, senza però trovare interlocutori disponibili, nemmeno nel tradizionale partner tedesco. Un rifiuto a svolgere il ruolo che gli spetta come principale stato dell’Unione, che dovrebbe preoccupare anche noi. A colpirmi maggiormente non è stato infatti il florilegio di commenti sulla situazione italiana da parte di esponenti politici di altri paesi, bensì, fino alla costituzione del nuovo governo, l’ostinato silenzio di Angela Merkel, la cui principale preoccupazione sembra essere quella di evitare qualsiasi mossa che possa mettere a repentaglio il suo quarto e ultimo cancellierato. D’altronde, la situazione economico-finanziaria, quindi anche politica, della Germania è meno brillante di quanto possa sembrare. Anche lì, mettendo insieme Alternative für Deutschland, la CSU bavarese e una parte non piccola della CDU, l’orientamento di chi ha votato l’anno scorso in Germania non è molto diverso da quello di chi si è espresso il 4 marzo in Italia.

Era quindi nell’ordine naturale delle cose che le due forze politiche premiate dall’esito elettorale trovassero un’intesa per governare il nostro paese. Costrette a farlo insieme da una legge elettorale che aveva un solo obiettivo, impedire a una di loro (M5S) di avere in Parlamento un numero di seggi che le assicurasse la leadership.

Non sarà facile rispondere alle aspettative di chi le ha votate, che in comune ha solo l’incazzatura contro le politiche dei precedenti governi e dell’Unione europea, ma esprime esigenze derivanti da situazioni individuali e sociali non omogenee. Per di più, in una situazione disastrosa delle finanze pubbliche, con troppi partner europei poco propensi a darci una mano e senza il tradizionale ombrello protettivo degli Stati Uniti.

La composizione del governo riflette questo stato di cose. La presenza, a partire da Conte, di sette persone non elette, di cui due a capo di dicasteri particolarmente importanti (Economia e Affari Esteri), e l’assegnazione ai leader di Lega e M5S rispettivamente degli Interni e del super ministero dello Sviluppo economico, Lavoro e Politiche sociali, cioè delle leve di comando per l’attuazione di un obiettivo nel primo caso – immigrazione – qualificante per la Lega, nell’altro – reddito di cittadinanza – per il M5S, mette in evidenza una ripartizione di compiti inedita. Da un lato, si tende a rassicurare l’Europa e i mercati, dall’altro non si rinuncia all’attuazione di alcuni obiettivi programmatici.

Funzionerà? A complicare qualsiasi previsione si aggiunge l’evidente diversità geografica e sociale di chi ha votato per Lega e M5S. Per rappresentarla, seppur in modo rozzo, non si può non fare riferimento a due parole che sembrano, ma non sono desuete: destra e sinistra.

Individualisti di tutto il mondo, unitevi

G.B. Zorzoli

Dal 1948 al 1979, cioè per 31 anni, i votanti alle elezioni politiche hanno sempre superato il 90% degli aventi diritto. Dal 1983 al 2008 – 25 anni - sono rimasti sopra l’80%. Nel 2013 per la prima volta si è scesi nella decade inferiore (75,2%) e i commentatori hanno salutato con soddisfazione che una settimana fa il calo sia stato contenuto (73,1%), senza riflettere sul dato più eclatante: in 10 anni (2008-2018) l’affluenza alle urne è diminuita di più di dieci punti, circa il doppio dei maggiori cali precedenti in un analogo lasso di tempo.

Chi è andato al seggio, il 4 marzo ha prevalentemente votato contro. Un no che ha portato al ridimensionamento dei due protagonisti della scena politica durante l’ormai defunta seconda repubblica (Forza Italia e PD) e riproduce esiti analoghi nelle ultime elezioni in Spagna, in Francia, in Germania.

La sinistra paga un duplice errore. Di fronte alla rivoluzione capitalistica avviata a cavallo tra fine anni ’70 e inizio anni ’80, ha perso la sua storica capacità di fornire un’alternativa credibile, perché dotata di una visione di lungo termine, nel contempo coerente con i bisogni e con le aspirazioni delle classi subalterne. Una capacità presente sia in chi declinava la visione in chiave riformista, sia in chi la collocava in una prospettiva rivoluzionaria.

La sinistra è stata quindi presa in contropiede dai partiti conservatori, che della trasformazione in atto hanno viceversa saputo fornire una visione che individuava nella sinergia tra gestione neoliberistica dell’economia e sua globalizzazione la garanzia di una crescita non più minacciata da crisi, anche grazie all’apporto delle nuove tecnologie di comunicazione e informatiche. E della conseguente crescita della ricchezza avrebbero beneficiato tutti, grazie al cosiddetto trickle down.

Questo capovolgimento dei ruoli, con la destra che appariva progressista e la sinistra conservatrice, si è tradotto nei successi elettorali della prima, a partire da quelli della Thatcher e di Reagan. Carente di visioni alternative, gran parte della sinistra ha reagito facendo propria la sostanza della politica neoliberista, mascherata con un po’ di maquillage. Prototipo di questo adeguamento, la terza via di Blair per un certo numero di anni è diventata la parola d’ordine della sinistra europea.

Mentre altrove la terza via per un po’ ha retto, in un’Italia anello debole del capitalismo europeo ha mostrato subito la corda. Il centro-sinistra ha vinto le elezioni del 1996 solo perché Forza Italia e Lega si erano presentate con liste contrapposte. Nemmeno i fallimenti dei governi Berlusconi tra il 2001 e il 2006 sono riusciti a fare uscire dalle elezioni successive una maggioranza di centro-sinistra autosufficiente. Due anni dopo il centro-destra tornò trionfalmente al potere, trovandosi però a gestire una recessione figlia legittima delle politiche neoliberiste. Malgrado la maggioranza parlamentare di cui disponeva, non solo nel 2011 dovette cedere le redini del governo, ma, come la sinistra trent’anni prima, rimase ferma nella difesa di una linea politica che stava scaricando il suo fallimento sulle spalle di larghi strati sociali.

Così l’euroscetticismo, il sovranismo, la criminalizzazione del fenomeno migratorio hanno acquisito consensi crescenti non solo per l’assenza, nei tradizionali partiti di destra e di sinistra, di adeguate risposte politiche alla crisi, ma anche perché aderirvi non richiede impegnative revisioni della cultura individualistica diffusa dal neoliberismo. Si tratta infatti di individualismo in salsa diversa, operazione facilitata dal ruolo privilegiato nella vita quotidiana assunto dai social media, dove l’individualizzazione dei fruitori è portata all’estremo.

L’unico a trarre, in negativo, insegnamento dal risultato del M5S alle elezioni del 2013, primo segno della crisi che stava colpendo a sinistra come a destra, è stato Salvini, che ha cambiato parzialmente pelle alla Lega, accentuandone le connotazioni eversive, proprio mentre il M5S stava istituzionalizzando il proprio modus operandi. A giudicare dagli esiti elettorali, entrambe le strategie hanno avuto successo.

Alcuni rischi, insiti sia nella mancanza di una maggioranza parlamentare, sia negli interrogativi su come Lega e M5S utilizzeranno il peso politico acquisito, sono però evidenti. In quanto forza politica più forte, il M5S è maggiormente esposto al possibile disincanto, o per non essere riuscito a dare vita a un governo o, in caso contrario, per i vincoli che l’appoggio di altri necessariamente porrà all’attuazione del suo programma, a partire dal reddito di cittadinanza, proposta che più di altre ha trovato riscontro nel voto. Il PD, sollecitato a favorire la formazione di un governo, non avendo un programma politico credibile rischia di perdere ulteriori consensi sia che dica di sì (accusa di inciucio), sia che dica di no (criticato perché politicamente irresponsabile). Con Forza Italia allo sbando, l’unico a trarne vantaggio sarebbe Salvini, in questo facilitato da una linea politica in sintonia con lo spostamento verso un autoritarismo di destra, in chiave sovranista, che sta diffondendosi in Europa.

Un instant ritardatario

G.B. Zorzoli

È piacevole leggere un giallo, conoscendo il nome dell’assassino, solo nel caso di un’opera dove la crime story è il pretesto per parlare, approfonditamente, d’altro (come nel Nome della rosa). Considerazioni analoghe valgono leggendo a fine 2017 la fresca traduzione in italiano di un libro edito in USA nel 2011 (Rachel Botsman e Roo Rogers, Il consumo collaborativo, Franco Angeli), che tratta un tema di attualità, come la condivisione di beni e servizi che, grazie alle opportunità offerte dalla rete, riesce oggi a diffondersi su scala globale.

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Alfadomenica # 4 – novembre 2017

Con le presentazioni che si sono tenute a Milano e poi a Roma nei giorni scorsi, l'Almanacco 2018 di Alfabeta ha fatto il suo debutto ufficiale ed è pronto a incontrare i lettori. Come già nelle edizioni precedenti, il volume (398 pagine, 25 euro) comprende una scelta molto ampia dei testi proposti su alfapiù nel corso dell'anno che sta finendo e si apre con una sezione monografica, dedicata questa volta alla "rivoluzione turistica". Ne parla oggi nella sua rubrica Antonella Sbrilli, che nell'ambito del Festival di DeriveApprodi in corso fino a stasera al Cinema Palazzo di Roma ha ideato un #alfagioco turistico/truistico.

Ed ecco il sommario completo di alfadomenica:

  • Maria Cristina Reggio, Le regole di Bruxelles nel teatro di Jan Fabre: Come a Bruxelles abbiano inventato la coltivazione verticale dei cavolini più piccoli del mondo non è dato sapere, ma per tutte le altre curiosità sul suo paese natio, Jan Fabre ha una risposta nel suo ultimo spettacolo Belgian Rules (visto a settembre al teatro Argentina per il RomaEuropa Festival, dopo l'esordio napoletano dello scorso giugno), che tuttavia già nel titolo implica una domanda: ma quali saranno mai le regole del Belgio? - Leggi: >
  • G.B. Zorzoli, Una società liquida, anzi frantumata: Nel ballottaggio per la presidenza del consiglio municipale di Ostia, sciolto due anni fa per infiltrazioni mafiose, che nel frattempo, lo confermano episodi recenti, non si sono minimamente ridotte, i voti alla candidata vincente sono stati pari al 18% degli aventi diritto. Per di più, nel terzo degli elettori che hanno ritenuto di dover partecipare a un’elezione per molti aspetti non di ordinaria amministrazione, hanno nettamente prevalso quelli eufemisticamente classificati di terza e quarta età. Eppure qualcuno ha subito parlato di vittoria. Non è una novità. Leggi:>
  • Antonella Sbrilli, Alfagiochi / Turismo-TruismoIl 24 novembre 2017 gli #alfagiochi si sono trasferiti per una sera al Cinema Palazzo di Roma in piazza dei Sanniti, dove - all’interno del Festival DeriveApprodi - è stato presentato l’Almanacco Alfabeta 2018. L’Almanacco raccoglie i pezzi usciti sul sito di Alfabeta2 fra il settembre 2016 e il luglio 2017, scanditi mese per mese (Cronaca di un anno) e introdotti da una serie di interventi sul tema scelto come filo conduttore di questa edizione: la rivoluzione turistica. Il turismo come condizione obbligata  e pervasiva, che si riverbera nell’economia e nei comportamenti, affacciandosi in lungo e in largo, in alto e in basso, nella smania di muoversi, nelle offerte a pacchetto, nella ripetizione di formule. - Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Cicoria: Dopo la lorette, continuiamo con le insalate, facendo un passo indietro. Riprendiamo Del cibo pitagorico ovvero erbaceo per uso de nobili, e de’ letterati stampato nel 1781 a Napoli, di Vincenzo Corrado. Un ricettario delizioso, di un personaggio singolare, nato a Oria in provincia di Brindisi nel 1738 da Domenico e Maddalena Carbone, istruito al seminario, paggio del principe di Francavilla e converso della congregazione dei Celestini. Pubblicò anonimo, a Napoli, Il cuoco galante nel 1773 che ebbe fama e ristampe. In esso era presente un capitolo consacrato a erbe fresche, radiche e fiori, al vitto detto Pitagorico “perché Pitagora, com’è tradizione, di questi prodotti soltanto fece uso”. - Leggi:>

Una società liquida, anzi frantumata

G.B. Zorzoli

Nel ballottaggio per la presidenza del consiglio municipale di Ostia, sciolto due anni fa per infiltrazioni mafiose, che nel frattempo, lo confermano episodi recenti, non si sono minimamente ridotte, i voti alla candidata vincente sono stati pari al 18% degli aventi diritto. Per di più, nel terzo degli elettori che hanno ritenuto di dover partecipare a un’elezione per molti aspetti non di ordinaria amministrazione, hanno nettamente prevalso quelli eufemisticamente classificati di terza e quarta età. Eppure qualcuno ha subito parlato di vittoria. Non è una novità. Dopo le elezioni siciliane, il leader di un diverso schieramento politico aveva enfaticamente dichiarato che l’80% dei siciliani si era pronunciato contro la politica nazionale sui migranti, quando in realtà, pur accettando di fare – come lui - d’ogni erba un fascio, ad esprimersi in tal senso era stato poco più di un terzo degli aventi diritto al voto.

Due giorni prima delle elezioni di Ostia ricevo la mail di una persona che avevo invitato a un piacevole evento, che si terrà a Milano il prossimo dodici dicembre. Ai ringraziamenti di rito aggiunge la seguente postilla: la data a Milano in realtà è ancora vissuta come un lutto dalla città intera, ma probabilmente non si poteva fare in un giorno diverso. Conosco a sufficienza questa persona: è fermamente convinta che tutti, a Milano, continuino a soffermarsi pensosi il 12 dicembre 1969, quando, nella sede della Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana, un attentato neofascista provocò 17 morti e 87 feriti.

Sempre pochi giorni fa, ho letto di un sondaggio sugli orientamenti dei giovani. La maggioranza degli intervistati ha dichiarato di avere scarso interesse per le elezioni o, più esplicitamente, di non votare. Alla domanda successiva, sulle motivazioni del disinteresse per i problemi della collettività, molti hanno contestato questa conclusione: delle questioni che contano, ne discutevano quotidianamente sui social media.

Sono tre frammenti di una società che non è più nemmeno liquida, ma, appunto, frammentata in spezzoni non comunicanti. Insomma, più Antonioni che Bauman, con l’incomunicabilità prevalentemente provocata non dall’assenza di una memoria condivisa, ma dall’assenza tout court di memoria in una fascia consistente e in crescita della popolazione, mentre una parte più esigua coltiva una memoria di fatto fossilizzata, perché non riesce a utilizzarla per comprendere le mutazioni sociali. In mezzo, chi conserva il ricordo di un passato, spesso intriso di speranze e di impegni collettivi, che alimenta il disincanto per il presente.

Questo spettro si aggira per l’Europa, fa sentire la sua presenza anche nella Germania e nell’Austria, entrambe non più felix. Un tempo avremmo l’avremmo classificata come manifestazione sovrastrutturale di una realtà economica, dove il conflitto non è più tra le classi, ma tra le generazioni, con gli anziani che se la passano meglio dei giovani, perché perfino una pensione di 800 euro al mese non è precaria come il reddito di molti trentenni, che oltre tutto spesso guadagnano di meno. Con le ricchezze autentiche oscurate dalla materialità quotidiana di questo conflitto e dalla loro crescente origine nel mondo della finanza, per molti poco più di un’astrazione.

La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione, cantava Giorgio Gaber. Cinquanta anni fa le sue parole ci sembravano riduttive rispetto al rifiuto della delega che, classica eterogenesi dei fini, oggi si sta affermando come rifiuto della delega attraverso il voto, mentre partecipare è sinonimo di intervento in rete.

A volte, quando leggo gli interventi su alfabeta, mi chiedo se siamo molto diversi dagli uomini che si erano nascosti in luoghi isolati, dove custodivano il patrimonio letterario dell'umanità, mandando a memoria i libri, senza conservarne copie, perché un regime autoritario imponeva di bruciarli, per cancellare ogni retaggio del passato. In Fahrenheit 451 il superamento dello status quo è reso possibile da un conflitto nucleare, che offre ai ribelli la possibilità di prestare soccorso ai sopravvissuti, aiutandoli a ricostruire una società democratica, perché dotata di memoria storica.

Avere scelto come soluzione l’olocausto nucleare, che avrebbe fatto vittime anche fra i custodi del patrimonio letterario, non trascurabile dettaglio ignorato da Ray Bradbury, parla anche a noi delle difficoltà di immaginare un percorso fattibile per ricomporre la frattura tra chi la memoria la tiene viva, continuando ad aggiornarla, e una maggioranza dispersa tra gli immersi in un eterno presente e i nostalgici di un passato messo in naftalina.

Disoccupati di tutto il mondo, unitevi

G.B. Zorzoli
unempÈ un atto di accusa, fondato sul compendio della storia della disoccupazione attraverso i secoli (e i millenni). Domenico De Masi scrive come parla. Affabulatore abile e informato, il virtuosismo della sua narrazione rende la lettura fluida, malgrado l’accavallarsi di dati, citazioni, stringate analisi del pensiero di autori monumentali, come Keynes, o dei socialisti utopistici (Fourier, Owen, Saint-Simon). La descrizione dettagliata dei meccanismi che attualmente provocano la distruzione progressiva di posti di lavoro è inframezzata da sintesi a volte illuminanti - «il profitto va perseguito e corteggiato, mai nominato; così pure non vanno mai nominate le classi (che non esistono più), la lotta di classe (estinta per sempre), la rivoluzione (sconfitta dalle riforme), lo sfruttamento (assorbito dalla crisi generale), i padroni (che sono la buona «parte viva» del Paese”)» -, altre volte inclini a forzature. È indiscutibile che «l’economia prende il sopravvento sulla politica, la finanza prende il sopravvento sull’economia», ma subito dopo affermare che «le agenzie di rating prendono il sopravvento sulla finanza» assomiglia a una triplo salto carpiato concluso da una rovinosa caduta.

Sono 190 pagine per introdurre la parte propositiva, intitolata appunto «Che fare», con un pizzico di civetteria senza punto interrogativo. In un excursus così dettagliato, la fine della golden age, avviata dal New Deal rooseveltiano e consolidatasi nei primi decenni del dopoguerra in tutto l’Occidente con il compromesso keynesiano tra capitalismo e lavoratori, è però spiegata in modo spiccio, ma soprattutto incredibilmente riduttivo. « Il mondo accademico europeo, che quel dogma [il liberismo] aveva formulato e imposto a mezzo mondo, reagì con una virulenza inaudita in difesa del capitalismo, gravemente compromesso nel suo prestigio [dal successo del welfare state]. Ben due scuole di economisti si mobilitarono: quella austriaca, capeggiata da Friedrich von Wieser e Ludwig von Mises, e quella di Friburgo, capeggiata da Wilhelm Röpke e Walter Eucken. Più tardi si svegliò anche la Scuola di Chicago con Frank Knight, Gary S. Becker e Milton Friedman … l’ordine liberale, facendo leva sull’alleanza tra mondo accademico e mondo finanziario, è riuscito a imporsi all’intero pianeta condizionandone, attraverso l’economia, la vita intera». Tutto qui.

Viceversa, non è fortuita coincidenza che la reazione neoliberista sia iniziata negli anni ’80, in coincidenza con l’avvio della crisi del blocco comunista (dall’affermarsi di Solidarność ai tentativi di riforma di Gorbaciov), e il suo consolidamento avvenga nel decennio successivo, con il dissolvimento dell’URSS e del suo sistema di potere. L’alternativa “socialdemocratica”, variamente coniugata (tale era anche l’economia sociale di mercato della CDU tedesca), da contrapporre alla propaganda del blocco comunista come soluzione ottimale per i lavoratori (welfare e libertà), non era più necessaria. Il crollo del blocco comunista era dimostrazione sufficiente della superiorità del capitalismo, oltre tutto facilitato nello smantellamento del compromesso keynesiano dall’apertura di nuove aree geografiche, dove decentrare le produzioni, e dalle opportunità offerte dalle tecnologie digitali.

Questa omissione esime De Masi dall’interrogarsi sui possibili fattori esogeni che possono consentire ai disoccupati di prendere in mano il futuro. Dimentico dell’affermazione di Lazarsfeld, da lui condivisa - da tre secoli atomizzati e dispersi i disoccupati restano «numericamente ma non socialmente una massa» - ipotizza che riescano a dotarsi di una piattaforma informatica, capace di far comunicare i 6 milioni di disoccupati italiani tra loro e con tutto gli altri sparsi per il mondo.

Dopo di che, secondo Masi, per realizzare l’obiettivo immediato – lavorare meno per lavorare tutti – ai disoccupati, che non hanno nulla da perdere tranne la disoccupazione, non resta altra scelta che scompaginare lo status quo, offrendo gratuitamente, attraverso la piattaforma informatica, le loro prestazioni a chiunque ne abbia bisogno, Così, in poco tempo la legge della domanda e dell’offerta andrebbe a gambe all’aria e, rimedio obbligato per uscire da questa situazione critica, il sistema sarebbe costretto a ripartire le ore di lavoro in modo equo tra tutti gli offerenti.

In una prospettiva di lungo periodo, grazie alla continua crescita della delega alle macchine di quasi tutto il lavoro fisico e di gran parte del lavoro intellettuale di tipo esecutivo, alla fine l’essere umano conserverà il monopolio della sola attività creativa, che per sua natura ammette assai meno di quella industriale sia la divisione dei compiti, sia la scissione tra tempo di lavoro e tempo libero. Inizierà allora l’era dell’ozio creativo, su cui De Masi ragiona da decenni, nella quale la capacità di acquisto sarà garantita dal reddito di cittadinanza. Come ci si arriverà, attraverso quali tappe intermedie, con gli inevitabili conflitti economici e sociali, il volume però tace.

Un silenzio che contrasta con l’attenzione dedicata a una prospettiva che assillava Keynes, qualora fosse stata applicata la sua proposta di riduzione generalizzata dell’orario di lavoro. Perché l’ozio nella società postindustriale sia creativo e non crei una maggioranza di cittadini incapaci di gestire positivamente tanto tempo libero, De Masi avanza alcune proposte pratiche, tra cui la più innovativa è l’innalzamento dell’obbligo scolastico fino alla laurea. Soprattutto suggerisce di attingere valori e costumi dalla società ateniese all’epoca di Pericle, di cui fornisce una descrizione più vicina al mito che alla realtà storica, in tal modo bypassando di nuovo l’onere di una riflessione approfondita sulle configurazioni che tale società potrebbe assumere.

In ultima analisi, un’opera ricca di stimoli e con qualche proposta innovativa, ma alla fine incompleta, certamente non per mancanza di spazio. D’altronde, che per una teoria compiuta non siano necessarie le 256 pagine di questo testo, lo dimostra un autore che, nel profluvio di citazioni, De Masi non menziona mai. A Piero Sraffa sono bastate le 112 pagine di Production of Commodities by Means of Commodities, per offrirci una pietra miliare nella storia del pensiero economico, al cui interno introduce il principio di indeterminazione: non è possibile individuare una legge che determini simultaneamente il salario e il saggio del profitto.

Domenico De Masi
Lavorare gratis, lavorare tutti. Perché il futuro è dei disoccupati
Rizzoli
pp. 256, euro 18

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lampadUn luogo di confronto, una rete di intervento culturale per costruire il futuro. Discutiamo (fra le altre cose) del manager della felicità, della verifica dei saperi a scuola, dell'ambiguità delle fake news. E vi aspettiamo!

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Sharing economy, serpe in seno al capitalismo?

sharingG.B. Zorzoli

Secondo Luca Sforza (“L’inquinamento per il popolo”) dallo scandalo Volkswagen non può venire nulla di buono. Scrive infatti: “Qualcuno oggi favoleggia di fine del modello-auto che inquina, perché (finalmente) lo scandalo Vw potrebbe portare al trionfo dell’auto ibrida o meglio ancora elettrica, liberare i nostri cieli dal CO2 , ridurre l’effetto serra e produrre altre meraviglie davvero per il popolo, per l’ambiente e per le generazioni future. Ma sarà invece - sempre e ancora - un’auto; sia pure elettrica o a idrogeno o altro ancora. A vantaggio del profitto e del capitalismo (e dei capitalisti)”. E conclude che “risolveremo (forse) il problema dell’inquinamento, ma certo non quello del traffico, perché sarà ancora e sempre un muoverci individualmente ed egoisticamente (come nella nuova sharing economy)”.

Mi sembra una versione aggiornata del luddismo, criticato da Marx come forma di protesta che esprime una disperazione senza sbocco, alla quale contrapponeva un’analisi delle prospettive che aprivano proprio le macchine introdotte dal capitale. In più mi ha ricordato il passaggio della “Linea di condotta”, dove Brecht mette in scena un inviato del Comintern in Cina, che accusa un giovane comunista locale di eccessiva pietà, in quanto ha cercato di alleviare le fatiche dei coolies, riducendo così il loro potenziale di rivolta.

Qualcosa di analogo si verificherebbe con l’auto elettrica. Risolveremmo per lo meno il problema dell’inquinamento urbano da polveri sottili, essenzialmente prodotte delle automobili, che, secondo un’indagine relativa soltanto alle otto principali italiane, provocano ogni anno circa 3.500 decessi, 5.000 ricoveri ospedalieri, decine di migliaia di casi di disturbi bronchiali e asmatici. Per non parlare dell’inquinamento acustico, di cui il traffico stradale è la principale fonte. Secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente, per garantire condizioni accettabili di comfort negli ambienti interni, il livello massimo diurno di rumore ammissibile in ambiente esterno non dovrebbe superare 65 decibel, ma, per evitare conseguente dannose, sarebbe opportuno mantenerlo sotto 55 decibel. In Italia la soglia di 65 decibel è superata in quasi tutte le città e si stima che più il 72% della popolazione sia esposta a livelli di rumore superiori ai limiti massimi stabiliti dalla normativa vigente. Fra le principali conseguenze, disturbi del sonno, ipertensioni, malattie ischemiche cardiache, aggressività, effetti sulla salute mentale, disfunzioni uditive. Effetti che possono facilmente combinarsi nei gruppi più vulnerabili, come i bambini e le persone indebolite da altre patologie.

È meglio che le persone continuino a soffrire per le conseguenze del traffico urbano, così (forse) si incazzano di più?

Quanto alla sharing economy, è vero che oggi si sviluppa più facilmente quando offre opportunità di profitto. Il car sharing ne è la dimostrazione più lampante. Anni fa venne lanciato a Milano da un’associazione ambientalista, ma non ebbe successo. Adesso che, in Italia come altrove, è in mano a chi l’ha impostato come un business, funziona. A parte i vantaggi pratici – l’uso generalizzato del car sharing dimezzerebbe le vetture parcheggiate nelle strade – quando un numero crescente di persone, come sta avvenendo, trova più conveniente (non solo dal punto di vista economico) usare un’auto, invece di possederla, in loro incomincia a cambiare la scala dei valori che gli è stata inculcata fin dall’infanzia. Poiché forme di sharing economy, viste come opportunità di profitto, incominciano a diffondersi in altri ambiti, questa mutazione culturale è destinata ad allargarsi e a generalizzarsi.

Entro questi limiti, rimane una mutazione, non si trasforma automaticamente in nessun tipo di rivoluzione. Tuttavia, sarebbe bene ricordarsi che, sempre secondo Marx, il capitale nutre del proprio seno la propria serpe. E la sharing economy, che rende obsoleto il concetto di proprietà, non è un piccolo, innocuo serpente.

Da domenica 11 ottobre alle 22.30 su Rai5 va in onda Alfabeta, un programma settimanale in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa.