Storie di veleni italiani e di occhi troppo a lungo chiusi

G.B. Zorzoli

Un libro d’inchiesta da prendere a modello, Malaterra. Come hanno avvelenato l’Italia di Marina Forti. Dove il supporto di un’accurata ricerca bibliografica è integrata da indagini sul campo che, grazie anche alle testimonianze di protagonisti, rendono le descrizioni del dissesto ambientale “visibili”, come se fossero accompagnate da documentazione fotografica.

Inoltre, la scelta delle nove aree dove un’industrializzazione selvaggia non si è limitata a devastare il territorio, ma ha avuto un impatto sulla salute delle popolazioni, destinato a prolungarsi anche dopo la chiusura delle fabbriche, smentisce una diffusa vulgata, secondo cui la causa di questa aggressione sarebbe principalmente l’arretratezza del Sud.

Ci sono Taranto con l’Ilva, il polo petrolifero e petrolchimico di Priolo e Melilli nella Sicilia sud-occidentale, alla periferia di Napoli Bagnoli con il suo complesso siderurgico dismesso e Portoscuso avvelenata dal piombo in Sardegna, ma anche Seveso, Brescia inquinata dall’azienda chimica Caffaro, Montichiari – sempre in provincia di Brescia – “ricca” di discariche che raccolgono ogni tipo di rifiuto, il petrolchimico di Porto Marghera e, a raccordare il Nord col Sud, nel basso Lazio la valle del Sacco devastata dalla concentrazione di aziende chimiche, farmaceutiche e meccaniche.

Anche la storia di queste aree disastrate è sostanzialmente identica. La proposta iniziale di investimenti industriali viene accolta con favore, a volte con entusiasmo dai cittadini e dagli enti locali, vista come portatrice di lavoro e di prosperità, fattori decisivi, dato che quasi sempre si tratta di iniziative calate in contesti dove si fanno ancora sentire le conseguenze negative della seconda guerra mondiale. Promesse che la realtà successiva conferma: crescono l’occupazione e il benessere diffuso. Ed è proprio la paura di perderli, come documenta Marina Forti, a far chiudere gli occhi davanti agli effetti, ormai visibili, dell’inquinamento del suolo, delle acque, dell’aria. Tanto che all’inizio i pochi che li denunciano vengono addirittura messi sotto accusa. Non mancano nemmeno complicità da parte degli enti locali e casi di occultamento delle prove.

In una prima fase, anche l’iniziativa sindacale a difesa degli operai in misura crescente colpiti da malattie provocate dalla mancanza di protezioni adeguate viene inserita nel pacchetto delle rivendicazioni relative alla difesa della salute in fabbrica, trascurando l’impatto esterno delle emissioni dannose e della eliminazione incontrollata di rifiuti spesso tossici.

In genere la situazione esplode quando si verificano fatti che colpiscono direttamente una fascia della popolazione: è il caso del sangue dei bambini di Portoscuso, avvelenato dal piombo. Poiché si tratta di effetti a scoppio ritardato, la loro rivelazione spesso coincide con le crisi che in tempi più recenti hanno colpito molti settori industriali coinvolti. La stessa Forti si interroga sul peso che la perdita di molti posti di lavoro e del relativo benessere ha avuto nella contemporanea crescita della sensibilità ambientale e di movimenti locali per la difesa del territorio e della salute dei cittadini.

Anche la vicenda dei successivi interventi di bonifica è analoga in tutte le aree considerate. Secondo il principio europeo “chi inquina paga”, i costi delle bonifiche dovrebbero essere sostenuti dai proprietari delle fabbriche, ma molte sono ormai chiuse, con i proprietari irreperibili, apparentemente senza ricchezze personali oppure in grado di fare ricorsi che in più di un caso riescono a vincere. La maggior parte dell’onere ricadrà quindi sullo stato, quindi sui cittadini. Mai come in questo caso il futuro è d’obbligo. Come documenta Marina Forti, il ministero dell’Ambiente ha individuato negli ultimi vent’anni ben cinquantasette Siti da bonificare, di cui quelli riconosciuti di interesse nazionale sono quaranta, per circa 120.000 ettari, una superficie del 10% superiore a quella del comune di Milano. A dicembre 2017 solo sedici avevano completato la caratterizzazione, cioè l’anagrafe delle contaminazioni esistenti, che consente di prendere decisioni realizzabili e sostenibili per la messa in sicurezza e la successiva bonifica del sito. attività per le quali «siamo ovunque in grande ritardo, anche se negli ultimi anni… il ministero dell’Ambiente ha dato un’accelerazione».

È dunque un peccato che un libro così efficace nel descrivere una storia italiana, poco conosciuta nelle sue reali dimensioni ed effetti, manchi di un glossario per la terminologia tecnica ampiamente utilizzata per descrivere i fenomeni d’inquinamento, col rischio di scoraggiare molti potenziali lettori.

Storia – ed è un suggerimento all’autrice – che potrebbe essere completata da un’indagine altrettanto approfondita sui criteri con cui sono stati autorizzati simili orrori. Emblematici sono ad esempio alcuni dettagli sulle modalità con cui negli anni ’60 è stato deciso di costruire nel comune agricolo di Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza, una centrale termoelettrica che bruciava olio combustibile a elevato tenore di zolfo. Al Comune era disponibile un unico modulo prestampato per “autorizzazione a nuove costruzioni, a modificazioni o ad ampliamenti di costruzioni esistenti”. Compilato a penna, il modulo autorizzò “il signor Enel-Compartimento di Milano a costruire una centrale termoelettrica per produzione di energia elettrica in località la Casella”.

La lettura dell’allegato modello di Notizie Generali sull’Opera” mette in evidenza la difficoltà incontrata dal tecnico del Comune a barrare le caselle poste a fianco delle voci prestampate per i lavori edilizi più usuali, specialmente quando si è trovato di fronte al quesito circa il tipo dell’opera: “popolare, medio, superiore al medio o rurale”; quesito risolto barrando con scelta salomonica la casella del “medio”. Questo è solo l’atto di nascita di una procedura autorizzativa che, nel suo sviluppo e nella successiva realizzazione dell’impianto, incontra solo le obiezioni dell’ufficiale sanitario, alla fine aggirate dal ministero dell’Industria, che di fatto lo sostituisce, dando la prescritta licenza sanitaria.

Conoscere a fondo anche quel che è successo a monte dell’entrata in esercizio di fabbriche che hanno rovinato il territorio e la salute dei cittadini, consente di individuare, rispetto a quelli descritti da Marina Forti, altri misfatti a lungo termine, misfatti che paradossalmente possono rendere più difficile il ripristino di adeguate condizioni ambientali.

La sfiducia nelle istituzioni e nell’industria, generata da un numero di casi di “malaterra” molto più elevato di quelli così gravi da essere classificati Siti di interesse nazionale, facilmente diventa sfiducia tout court verso qualsiasi proposta di modifica dell’assetto territoriale esistente. Secondo l’ultimo rapporto in materia, dei 359 impianti la cui autorizzazione, nel 2016, è stata contestata quasi sempre da opposizioni locali, il 56,7% apparteneva al settore energetico, di cui circa i tre quarti utilizzavano fonti rinnovabili. Si tratta di circa 150 impianti, quasi tutti, date le dimensioni, poco invasivi, e per la maggior parte a emissioni nulle, soggetti a iter autorizzativi molto severi. Una volta scartate le eventuali pecore nere, la loro realizzazione consentirebbe la chiusura di impianti che continuano a bruciare combustibili fossili, inquinando l’atmosfera e contribuendo al riscaldamento globale del pianeta.

Marina Forti

Malaterra. Come hanno avvelenato l’Italia

Editori Laterza, 2018

pp. 198, € 13

Finale di partita?

G.B. Zorzoli

Quando agli inizi degli anni ’90 l’ennesima versione delle coalizioni a guida DC entrò in crisi, a sinistra si fece subito strada la convinzione che si trattasse di una crisi di sistema, destinata ad aprire prospettive inedite (“il nuovo che avanza”).

I sostenitori di questa tesi avevano ragione, ma sottovalutarono l’anomalia di un cambiamento radicale provocato da un’indagine giudiziaria e non da un esito elettorale o dall’azione di un movimento di massa.

Infatti, le elezioni del 1994 sancirono l’avvento del nuovo sulla scena politica, ma fu quello incarnato da Berlusconi. A sinistra si mise subito in evidenza la debolezza di un movimento politico improvvisato (“Forza Italia è un partito di plastica”), per di più vittorioso alle elezioni grazie all’alleanza al nord con la Lega e al sud col MSI, allora portatori di idee e di interessi inconciliabili.

Di nuovo i sostenitori di queste tesi avevano visto giusto. Il primo governo Berlusconi durò meno di un anno per la defezione della Lega che, non alleandosi con gli altri partiti di centro-destra, gli fece perdere le elezioni del 1996.

Contrariamente alle aspettative, Berlusconi ricucì l’alleanza e dal 2001 al 2011 governò quasi ininterrottamente. Quando a fine 2011 fu costretto a dimettersi, nelle piazze vennero stappate bottiglie di spumante per brindare alla fine dell’odiato Cavaliere. Anche questa volta volta i festanti avevano visto giusto, si apriva una fase nuova, ma continuarono a sottovalutare l’anomalia di una caduta politica provocata dalle pressioni della BCE e del duopolio franco-tedesco e non dal voto popolare, e meno ancora da iniziative delle forze di opposizione o per effetto di movimenti di massa.

La nuova fase nuova ha faticato a prendere forma, ma non è esattamente quella sognata da chi brindava nel tardo 2011. Si chiama Salvini, prospettiva, se si consolidasse, destinata a far rimpiangere Berlusconi, che a sua volta era riuscito a suscitare qualche nostalgia per la vecchia DC.

Le analogie si fermano però qui. A differenza di quanto accadde nei primi anni ’90 e agli inizi di questo decennio, la svolta in atto non è determinata da forze esogene, ma dai risultati delle elezioni del marzo scorso e dal successivo spostamento delle intenzioni di voto a favore di Salvini, spostamento confermato da tutti sondaggi.

Il finale della partita in corso non è scontato. Ancora una volta potrebbe essere bloccata da interventi estranei alla normale dinamica politica o dagli effetti di una crisi economica dirompente, ma, se persistesse il vuoto di proposte in grado di contrapporre una convincente visione alternativa, anche in questo caso il dopo potrebbe essere persino peggiore di Salvini.

Politiche mancate dell’accoglienza

Pizzi Cannella, Mappa del mondo, 2016, olio su tela, cm 137 x 184

G. B. Zorzoli

È stata la diffusione dell’ideologia sovranista a determinare le crescenti preoccupazioni dei cittadini per l’immigrazione o, al contrario, le seconde hanno funzionato da catalizzatore del sovranismo?

Non si tratta di un interrogativo ozioso. È infatti evidente che la questione “migranti” ha contribuito non poco alla popolarità del sovranismo come soluzione dei problemi posti dalla crisi in cui versano i paesi democratici. E dalla situazione attuale non se ne esce, facendo appello a considerazioni che pure poggiano su dati di fatto inoppugnabili.

Ricordare che l’immigrazione è essenziale per compensare i vuoti tendenziali dovuti alla bassa natalità, riesce soltanto ad aumentare il numero degli «incavolati neri e offesi, mortificati, incapaci di esprimere apertamente la propria rabbia ma anche di dimenticare e di perdonare, in una parola rancorosi». Così il Censis definisce la risposta al blocco della mobilità sociale e alla polarizzazione dell’occupazione in una fascia ristretta ad alto reddito e in una, più larga, di lavori insufficienti come numero, mal retribuiti e in larga misura precari, per i quali gli immigrati rappresentano una pericolosa e spesso vincente concorrenza.

Né ha maggiore efficacia ricordare che l’anno scorso il numero degli stranieri è cresciuto in Italia di appena 9.000 unità, pari allo 0,01% della popolazione residente, e che rispetto al maggio del 2017 nel mese scorso gli sbarchi sono diminuiti di più del 70%. Per una parte consistente della popolazione, decisiva nelle urne, l’unico effetto considerato convincente sarebbe il calo in misura sensibile degli immigrati che già vivono in Italia.

Quasi sempre reazioni che appaiono irrazionali, contengono un nocciolo di razionalità che, in questo caso, ha dimensioni consistenti: la propaganda salviniana trova un terreno reso fertile dalla pluriennale assenza di una politica dell’accoglienza.

Come hanno affrontato per anni la crescita dei flussi migratori i governi in carica dopo la dissoluzione in Libia del regime di Gheddafi? Hanno portato avanti con lentezza la registrazione dei nuovi arrivati, lasciandoli liberi di spostarsi verso i confini settentrionali del paese e di attraversare senza problemi le frontiere, grazie alla convenzione di Schengen. Una volta in Francia, in Austria, in Germania, non risultando registrati in Italia, hanno potuto chiedervi asilo.

Una mossa furbesca, che ovviamente alla lunga non ha pagato. Le chiusure delle frontiere con l’Italia sono state un atto disonorevole e disumano, per il quale l’unico ad avere meno diritto di protestare è il mondo politico del nostro paese, nella quasi totalità responsabile o tacito complice di tale mossa (altrettanto singolare è il quasi completo silenzio su questa furbata da parte dei media).

Se si fosse attuata una tempestiva politica dell’accoglienza, sarebbe stato possibile coinvolgere, con pieno diritto di farlo, gli altri paesi UE nella gestione congiunta della questione, quando maggiore era la disponibilità a collaborare (tre anni fa la Germania accolse due milioni di siriani). Inoltre, in assenza di tale politica, la ricollocazione in Italia dei profughi è avvenuta in modo improvvisato e caotico, creando inevitabilmente disagi e proteste in diversi centri abitati. Con un peggioramento progressivo, talvolta anche là dove all’inizio non c’erano stati problemi, dato che politiche attive di integrazione hanno continuato a latitare.

Completano il panorama gli scandali di alcuni centri di accoglienza, appaltati dalle prefetture a terzi senza adeguati controlli ex-ante ed ex-post, e le indagini avviate dalla magistratura su alcune Onlus; notizie che, artatamente amplificate, hanno fatto presa sulla popolazione.

Tranne coloro che sono fuggiti dalla guerra o dalla fame, quasi nessuno può dunque proclamarsi innocente, ma il rancore, che a volte esonda, trasformandosi in odio, non intende ascoltare ragioni. Non volendo affrontare alla radice il problema, con un effettivo sostegno alla crescita non solo economica dei paesi africani, anzi, con decisioni di segno opposto (dal 2007 a oggi l’aiuto finanziario italiano all’Africa è drasticamente diminuito), la delega data a Salvini sta portando al blocco completo degli arrivi, senza preoccuparsi della sorte dei disgraziati alla deriva nel Mediterraneo.

Per parte sua, l’Europa non è da meno. Per chi è già arrivato e non è in regola, il vertice di Bruxelles ha proposto la costituzione volontaria di centri “sorvegliati”, da cui gli internati potranno uscire solo quando la loro posizione sarà definita. Se verrà riconosciuto il diritto di asilo, potranno recarsi in uno dei paesi disposti ad accettarlo; in caso contrario, l’Unione europea si incaricherà del suo rimpatrio. E se, com’è probabile, nessun paese vorrà prenderli oppure il paese di origine respingerà la richiesta di rimpatrio? L’accordo raggiunto su questo non si pronuncia. Rischiano allora il carcere a vita?

Se l’Europa spera di chiudere la questione con queste dighe, dimentica che, senza sfoghi, non c’è diga che prima o poi non venga travolta dalla massa d’acqua che si è andata accumulando al suo interno.

Cambiamenti di scenario su scala mondiale

G.B. Zorzoli

Il nuovo governo Lega-M5S nasce lo stesso giorno in cui Trump annuncia i dazi sull’import di acciaio e alluminio. Una coincidenza che conferma come non esista un’anomalia italiana, bensì un cambiamento di scenario su scala mondiale.

In assenza di una risposta alternativa alla crisi della globalizzazione governata dalla grande finanza internazionale, di cui hanno pagato lo scotto tutti i tradizionali partiti di sinistra, sta prevalendo l’unica che, con declinazioni diverse, è stata avanzata: il ritorno alla difesa degli interessi nazionali.

Il continuo richiamo all’importanza di non mettere in discussione il legame con l’Unione europea, che ha percorso il dibattito sulla soluzione da dare alla crisi post-elettorale, sarebbe stato infatti più convincente, se accompagnato da una approfondita riflessione sullo stato dell’Unione, non meno critico, e per cause analoghe a quelle che hanno terremotato gli equilibri politici italiani.

A presiedere l’UE abbiamo l’ex-capo di governo del Lussemburgo. Come se un’ipotetica Unione Italiana fosse guidata da un esponente politico di San Marino, staterello analogo per dimensioni e disinvoltura finanziaria. Öttinger ci delizia con le sue gaffe a Bruxelles, perché il governo tedesche l’ha spedito lì per porre fine agli imbarazzi che le esternazioni del nostro gli procuravano all’interno del paese. Bruxelles utilizzata come discarica, non diversamente di quanto avviene con paesi sottosviluppati per liberarsi di rifiuti tossici.

Se da Bruxelles allarghiamo lo sguardo agli Stati membri, la situazione non è più incoraggiante. L’Austria ha oggi un governo di orientamento affine a quello dei paesi appartenenti al gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia): estremismo nazionalistico, repressione verso gli immigrati e il dissenso interno. A inizio marzo un gruppo di paesi dell’Europa settentrionale — Olanda, Danimarca, Finlandia, Svezia, Irlanda, insieme a Estonia, Lettonia e Lituania – ha scritto una lettera in cui, oltre a una ferma opposizione al rafforzamento di politiche di bilancio comunitarie, si sottolinea apertamente come i processi decisionali debbano rimanere fermamente nelle mani degli Stati e nel pieno rispetto delle opinioni pubbliche nazionali. In altre parole, viene reclamata senza giri di parole una governance esclusivamente intergovernativa dell’UE.

In tre anni la Spagna torna per la terza volta alle elezioni. La Francia è scossa da scioperi e manifestazioni studentesche che, per dimensioni e durata, non si erano più viste dopo il maggio ’68. Con Macron alla disperata ricerca all’estero di riconoscimenti e successi che compensino le difficoltà interne, senza però trovare interlocutori disponibili, nemmeno nel tradizionale partner tedesco. Un rifiuto a svolgere il ruolo che gli spetta come principale stato dell’Unione, che dovrebbe preoccupare anche noi. A colpirmi maggiormente non è stato infatti il florilegio di commenti sulla situazione italiana da parte di esponenti politici di altri paesi, bensì, fino alla costituzione del nuovo governo, l’ostinato silenzio di Angela Merkel, la cui principale preoccupazione sembra essere quella di evitare qualsiasi mossa che possa mettere a repentaglio il suo quarto e ultimo cancellierato. D’altronde, la situazione economico-finanziaria, quindi anche politica, della Germania è meno brillante di quanto possa sembrare. Anche lì, mettendo insieme Alternative für Deutschland, la CSU bavarese e una parte non piccola della CDU, l’orientamento di chi ha votato l’anno scorso in Germania non è molto diverso da quello di chi si è espresso il 4 marzo in Italia.

Era quindi nell’ordine naturale delle cose che le due forze politiche premiate dall’esito elettorale trovassero un’intesa per governare il nostro paese. Costrette a farlo insieme da una legge elettorale che aveva un solo obiettivo, impedire a una di loro (M5S) di avere in Parlamento un numero di seggi che le assicurasse la leadership.

Non sarà facile rispondere alle aspettative di chi le ha votate, che in comune ha solo l’incazzatura contro le politiche dei precedenti governi e dell’Unione europea, ma esprime esigenze derivanti da situazioni individuali e sociali non omogenee. Per di più, in una situazione disastrosa delle finanze pubbliche, con troppi partner europei poco propensi a darci una mano e senza il tradizionale ombrello protettivo degli Stati Uniti.

La composizione del governo riflette questo stato di cose. La presenza, a partire da Conte, di sette persone non elette, di cui due a capo di dicasteri particolarmente importanti (Economia e Affari Esteri), e l’assegnazione ai leader di Lega e M5S rispettivamente degli Interni e del super ministero dello Sviluppo economico, Lavoro e Politiche sociali, cioè delle leve di comando per l’attuazione di un obiettivo nel primo caso – immigrazione – qualificante per la Lega, nell’altro – reddito di cittadinanza – per il M5S, mette in evidenza una ripartizione di compiti inedita. Da un lato, si tende a rassicurare l’Europa e i mercati, dall’altro non si rinuncia all’attuazione di alcuni obiettivi programmatici.

Funzionerà? A complicare qualsiasi previsione si aggiunge l’evidente diversità geografica e sociale di chi ha votato per Lega e M5S. Per rappresentarla, seppur in modo rozzo, non si può non fare riferimento a due parole che sembrano, ma non sono desuete: destra e sinistra.

Individualisti di tutto il mondo, unitevi

G.B. Zorzoli

Dal 1948 al 1979, cioè per 31 anni, i votanti alle elezioni politiche hanno sempre superato il 90% degli aventi diritto. Dal 1983 al 2008 – 25 anni - sono rimasti sopra l’80%. Nel 2013 per la prima volta si è scesi nella decade inferiore (75,2%) e i commentatori hanno salutato con soddisfazione che una settimana fa il calo sia stato contenuto (73,1%), senza riflettere sul dato più eclatante: in 10 anni (2008-2018) l’affluenza alle urne è diminuita di più di dieci punti, circa il doppio dei maggiori cali precedenti in un analogo lasso di tempo.

Chi è andato al seggio, il 4 marzo ha prevalentemente votato contro. Un no che ha portato al ridimensionamento dei due protagonisti della scena politica durante l’ormai defunta seconda repubblica (Forza Italia e PD) e riproduce esiti analoghi nelle ultime elezioni in Spagna, in Francia, in Germania.

La sinistra paga un duplice errore. Di fronte alla rivoluzione capitalistica avviata a cavallo tra fine anni ’70 e inizio anni ’80, ha perso la sua storica capacità di fornire un’alternativa credibile, perché dotata di una visione di lungo termine, nel contempo coerente con i bisogni e con le aspirazioni delle classi subalterne. Una capacità presente sia in chi declinava la visione in chiave riformista, sia in chi la collocava in una prospettiva rivoluzionaria.

La sinistra è stata quindi presa in contropiede dai partiti conservatori, che della trasformazione in atto hanno viceversa saputo fornire una visione che individuava nella sinergia tra gestione neoliberistica dell’economia e sua globalizzazione la garanzia di una crescita non più minacciata da crisi, anche grazie all’apporto delle nuove tecnologie di comunicazione e informatiche. E della conseguente crescita della ricchezza avrebbero beneficiato tutti, grazie al cosiddetto trickle down.

Questo capovolgimento dei ruoli, con la destra che appariva progressista e la sinistra conservatrice, si è tradotto nei successi elettorali della prima, a partire da quelli della Thatcher e di Reagan. Carente di visioni alternative, gran parte della sinistra ha reagito facendo propria la sostanza della politica neoliberista, mascherata con un po’ di maquillage. Prototipo di questo adeguamento, la terza via di Blair per un certo numero di anni è diventata la parola d’ordine della sinistra europea.

Mentre altrove la terza via per un po’ ha retto, in un’Italia anello debole del capitalismo europeo ha mostrato subito la corda. Il centro-sinistra ha vinto le elezioni del 1996 solo perché Forza Italia e Lega si erano presentate con liste contrapposte. Nemmeno i fallimenti dei governi Berlusconi tra il 2001 e il 2006 sono riusciti a fare uscire dalle elezioni successive una maggioranza di centro-sinistra autosufficiente. Due anni dopo il centro-destra tornò trionfalmente al potere, trovandosi però a gestire una recessione figlia legittima delle politiche neoliberiste. Malgrado la maggioranza parlamentare di cui disponeva, non solo nel 2011 dovette cedere le redini del governo, ma, come la sinistra trent’anni prima, rimase ferma nella difesa di una linea politica che stava scaricando il suo fallimento sulle spalle di larghi strati sociali.

Così l’euroscetticismo, il sovranismo, la criminalizzazione del fenomeno migratorio hanno acquisito consensi crescenti non solo per l’assenza, nei tradizionali partiti di destra e di sinistra, di adeguate risposte politiche alla crisi, ma anche perché aderirvi non richiede impegnative revisioni della cultura individualistica diffusa dal neoliberismo. Si tratta infatti di individualismo in salsa diversa, operazione facilitata dal ruolo privilegiato nella vita quotidiana assunto dai social media, dove l’individualizzazione dei fruitori è portata all’estremo.

L’unico a trarre, in negativo, insegnamento dal risultato del M5S alle elezioni del 2013, primo segno della crisi che stava colpendo a sinistra come a destra, è stato Salvini, che ha cambiato parzialmente pelle alla Lega, accentuandone le connotazioni eversive, proprio mentre il M5S stava istituzionalizzando il proprio modus operandi. A giudicare dagli esiti elettorali, entrambe le strategie hanno avuto successo.

Alcuni rischi, insiti sia nella mancanza di una maggioranza parlamentare, sia negli interrogativi su come Lega e M5S utilizzeranno il peso politico acquisito, sono però evidenti. In quanto forza politica più forte, il M5S è maggiormente esposto al possibile disincanto, o per non essere riuscito a dare vita a un governo o, in caso contrario, per i vincoli che l’appoggio di altri necessariamente porrà all’attuazione del suo programma, a partire dal reddito di cittadinanza, proposta che più di altre ha trovato riscontro nel voto. Il PD, sollecitato a favorire la formazione di un governo, non avendo un programma politico credibile rischia di perdere ulteriori consensi sia che dica di sì (accusa di inciucio), sia che dica di no (criticato perché politicamente irresponsabile). Con Forza Italia allo sbando, l’unico a trarne vantaggio sarebbe Salvini, in questo facilitato da una linea politica in sintonia con lo spostamento verso un autoritarismo di destra, in chiave sovranista, che sta diffondendosi in Europa.

Un instant ritardatario

G.B. Zorzoli

È piacevole leggere un giallo, conoscendo il nome dell’assassino, solo nel caso di un’opera dove la crime story è il pretesto per parlare, approfonditamente, d’altro (come nel Nome della rosa). Considerazioni analoghe valgono leggendo a fine 2017 la fresca traduzione in italiano di un libro edito in USA nel 2011 (Rachel Botsman e Roo Rogers, Il consumo collaborativo, Franco Angeli), che tratta un tema di attualità, come la condivisione di beni e servizi che, grazie alle opportunità offerte dalla rete, riesce oggi a diffondersi su scala globale.

Leggi tutto "Un instant ritardatario"

Alfadomenica # 4 – novembre 2017

Con le presentazioni che si sono tenute a Milano e poi a Roma nei giorni scorsi, l'Almanacco 2018 di Alfabeta ha fatto il suo debutto ufficiale ed è pronto a incontrare i lettori. Come già nelle edizioni precedenti, il volume (398 pagine, 25 euro) comprende una scelta molto ampia dei testi proposti su alfapiù nel corso dell'anno che sta finendo e si apre con una sezione monografica, dedicata questa volta alla "rivoluzione turistica". Ne parla oggi nella sua rubrica Antonella Sbrilli, che nell'ambito del Festival di DeriveApprodi in corso fino a stasera al Cinema Palazzo di Roma ha ideato un #alfagioco turistico/truistico.

Ed ecco il sommario completo di alfadomenica:

  • Maria Cristina Reggio, Le regole di Bruxelles nel teatro di Jan Fabre: Come a Bruxelles abbiano inventato la coltivazione verticale dei cavolini più piccoli del mondo non è dato sapere, ma per tutte le altre curiosità sul suo paese natio, Jan Fabre ha una risposta nel suo ultimo spettacolo Belgian Rules (visto a settembre al teatro Argentina per il RomaEuropa Festival, dopo l'esordio napoletano dello scorso giugno), che tuttavia già nel titolo implica una domanda: ma quali saranno mai le regole del Belgio? - Leggi: >
  • G.B. Zorzoli, Una società liquida, anzi frantumata: Nel ballottaggio per la presidenza del consiglio municipale di Ostia, sciolto due anni fa per infiltrazioni mafiose, che nel frattempo, lo confermano episodi recenti, non si sono minimamente ridotte, i voti alla candidata vincente sono stati pari al 18% degli aventi diritto. Per di più, nel terzo degli elettori che hanno ritenuto di dover partecipare a un’elezione per molti aspetti non di ordinaria amministrazione, hanno nettamente prevalso quelli eufemisticamente classificati di terza e quarta età. Eppure qualcuno ha subito parlato di vittoria. Non è una novità. Leggi:>
  • Antonella Sbrilli, Alfagiochi / Turismo-TruismoIl 24 novembre 2017 gli #alfagiochi si sono trasferiti per una sera al Cinema Palazzo di Roma in piazza dei Sanniti, dove - all’interno del Festival DeriveApprodi - è stato presentato l’Almanacco Alfabeta 2018. L’Almanacco raccoglie i pezzi usciti sul sito di Alfabeta2 fra il settembre 2016 e il luglio 2017, scanditi mese per mese (Cronaca di un anno) e introdotti da una serie di interventi sul tema scelto come filo conduttore di questa edizione: la rivoluzione turistica. Il turismo come condizione obbligata  e pervasiva, che si riverbera nell’economia e nei comportamenti, affacciandosi in lungo e in largo, in alto e in basso, nella smania di muoversi, nelle offerte a pacchetto, nella ripetizione di formule. - Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Cicoria: Dopo la lorette, continuiamo con le insalate, facendo un passo indietro. Riprendiamo Del cibo pitagorico ovvero erbaceo per uso de nobili, e de’ letterati stampato nel 1781 a Napoli, di Vincenzo Corrado. Un ricettario delizioso, di un personaggio singolare, nato a Oria in provincia di Brindisi nel 1738 da Domenico e Maddalena Carbone, istruito al seminario, paggio del principe di Francavilla e converso della congregazione dei Celestini. Pubblicò anonimo, a Napoli, Il cuoco galante nel 1773 che ebbe fama e ristampe. In esso era presente un capitolo consacrato a erbe fresche, radiche e fiori, al vitto detto Pitagorico “perché Pitagora, com’è tradizione, di questi prodotti soltanto fece uso”. - Leggi:>