In montagna, 10 settembre 2025

Fabrizio Tonello

Antonella stava guardando i prati verdissimi sotto di lei, cesellati in eleganti mezzelune da invisibili giganti meccanici. Benché fosse settembre faceva molto caldo, ma ormai tutti ci erano abituati.

Zzzz.
Zzzzzzz.
ZZZZZZZ.
Sul prato cosparso di piccoli fiori blu, migliaia di farfalle celebravano il trionfo di un'estate senza fine.

ZZZZZZZZZZZZZZZ.
L'iPhone vibrava senza sosta.

ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ!!!!!!!!
“Buongiorno sindaco… Certo, capisco… No, la riunione sarà martedì … Porterò una prima ipotesi di lavoro… Mi scusi un attimo... Pronto?… Buongiorno, sono sull'altra linea, richiamo io tra qualche minuto … Mi scusi sindaco, un'altra chiamata … Sì, Valeria dovrebbe esserci … Certo facciamo come si era detto… A martedì, allora”.

ZZZZZZZ.
“No, ragioniere, adesso non posso parlare, la richiamo io”.

ZZZZZZZ.
“No, caro, la giacca a vento è nell'armadio in corridoio. Sì, qui è bel tempo. No, in frigo c'è della salsa di pomodoro, ti puoi fare una pasta. Sì, ti aspettiamo domani sera”.

ZZZZZZZ.
“Sì, mamma, torno martedì. No, qui non piove. Sì, devi prendere le gocce. No, il tuo medico è in ferie ma possiamo andare insieme dal farmacista. Scusa, mamma, ho un'altra chiamata...”
Il ronzio cessò. Antonella guardò lo schermo dell'iPhone e premette l'icona delle chiamate rapide ma non successe nulla. Eppure c'era campo. Controllò la batteria, che apparentemente era al 72%. Aprì l'icona delle impostazioni ma tutto era come al solito.
“Scusate, funzionano i vostri telefoni?”

“Non lo so, forse ho la batteria scarica”, rispose qualcuno.

Nessuno dei 15 telefoni del gruppo funzionava.

L'annunciatrice del telegiornale era un po' pallida, senza rossetto, come se nella fretta si fossero dimenticati di truccarla prima di mandarla in onda.

“Un attacco informatico di dimensioni inconsuete ha colpito ieri le centrali dei principali operatori telefonici, provocando estesi disservizi in molte zone del paese. Il sottosegretario alle Comunicazioni ha assicurato che la situazione è sotto controllo, entro 48 ore tutto dovrebbe tornare alla normalità”.

Tutti si precipitarono in camera per verificare se gli iPad funzionavano ma la rete era lentissima, le pagine ci mettevano un eternità a caricarsi, impensabile usare Skype. Dopo cena si discusse molto se partire il giorno dopo abbandonando la vacanza: sicuramente in città la situazione sarebbe stata migliore.

Una coppia frettolosa pagò il conto, riempì le valige alla rinfusa e mise la sveglia alle 6. Gli altri decisero di restare. La mattina dopo a colazione tutti scesero con i rispettivi iPhone,
controllando a ogni sorsata di caffè se la connessione era ritornata.

"Guten Morgen! Volete panini per la gita, oggi?" Nel suo grembiule ben stirato Katharina sembrava allegra come al solito, cheerful avrebbero detto gli inglesi. Nessuno aveva pensato alla gita. Tutti dovevano avvisare qualcuno di qualcosa. Finalmente, il più giovane del gruppo notò che alla reception c'era una fila di abitanti del luogo, anzi che la fila attraversava il bar, usciva sulla terrazza, arrivava fino all'angolo della strada. La proprietaria della pensione sembrava indaffaratissima ad annotare qualcosa su un registro, incassare banconote e dare qualche spicciolo di resto.

"Per favore! Bitte! Aspettare vostro turno!"

La nipote della padrona, che non poteva avere più di otto anni, sembrava divertirsi moltissimo a distribuire bigliettini a chi stava in fila. Nei loro abiti da lavoro i locali, pazienti, bevevano caffè corretto e scambiavano opinioni sul tempo, che tutti speravano rinfrescasse.

“Il telefono fisso funziona!”

Di colpo, tutti capirono che il guasto delle rete di telefonia cellulare non impediva alla vecchia e quasi dimenticata rete via cavo di funzionare. Il gruppo diede l'assalto alla reception ma la signora Greta fu irremovibile: "Prendete vostro numero e aspettare". Nel frattempo, la fila di chi voleva telefonare era arrivata fino alla chiesa.
Il turno di Antonella e degli altri arrivò alle 13,30, dopo cinque ore di attesa.
"Dieci euro, grazie. No, signora, una sola telefonata, per favore. Vede, molti, molti ancora aspettare".
Tutti avvisarono che sarebbero partiti il pomeriggio stesso. La tanto attesa vacanza settembrina era rovinata.

In città la situazione era apparentemente normale, gli uffici erano aperti, gli autobus facevano servizio. Le 48 ore passarono ma gli iPhone, i Samsung, i Nokia non funzionavano. A Bologna, il pakistano di via Centotrecento, quello che prima delle vacanze offriva soltanto verdura a € 0,99 al chilo, misteriosamente proponeva l'uso di un telefonino Motorola che funzionava, sia pure con molti fischi, singhiozzi e cadute della connessione.

Il lunedì i cellulari tornarono a funzionare, ma l’illusione fu di breve durata: 24 ore dopo la rete era di nuovo inaccessibile. “Nessuno si deve preoccupare, i nostri tecnici stanno lavorando per ripristinare il servizio entro brevissimo tempo”, dichiarò il Presidente del consiglio.

Nell’attesa, molti indaffarati professionisti furono toccati da ondate di amore filiale e iniziarono ad andare ogni giorno a pranzo dagli anziani genitori.

“No mamma, grazie, non voglio un'altra cotoletta”.

“Su, prendi un’altra fetta di torta. Ti preparo un caffè? Vuoi una merenda per le quattro?”
“Non importa, lascia stare. Il telefono è libero?”

“Aspetta un momento, c'è tuo padre che sta chiamando i suoi ex colleghi per
il torneo di briscola, domenica”.

Gli amici del gruppo si tenevano in contatto attraverso le mail, quando internet funzionava, benché la qualità delle connessioni fosse visibilmente peggiorata. I due professori universitari ancora in servizio difendevano strenuamente i loro apparecchi Telecom modello 1990 dai tentativi dei rettori di concentrare tutti i servizi di comunicazione nella sede centrale dell'ateneo. Entrambi avevano fatto cambiare le chiavi della porta dello studio.

La vita continuava.

Erano passati due mesi dalla scomparsa del servizio di telefonia mobile. Euronics, Trony e Mediaworld avevano sgombrato gli scaffali un tempo riservati ai cellulari, avevano confinato i televisori a schermo piatto in un angolo e avevano messo ben in evidenza gli ultimi ritrovati della tecnologia: dei telefoni grigi, con disco rotante, che i bambini guardavano con curiosità, e perfino degli strani modelli, a forma di scatola nera con sopra una cornetta, che il commesso spiegò essere degli eccellenti esemplari di apparecchi “da appendere al muro”.

In un apposito spazio vicino alle casse erano comparsi dei cartelli arancione fluorescente:

"SOLO PER OGGI! Telefono satellitare portoghese, garantito quattro settimane, € 9.990 + Iva".
Per qualche oscuro motivo i satellitari funzionavano, forse inserendosi abusivamente sulla rete militare della Nato, salvo il rischio di venire scoperti ed espulsi dal network dopo qualche tempo. A Lecce, un usciere del Comune sembrava aver scoperto il sistema per avere sempre un satellitare funzionante e lo affittava a € 30 euro al minuto, ma
naturalmente c'erano ben pochi numeri da chiamare perché anche la rete fissa, malgrado le rassicurazioni del governo, declinava lentamente. Antonella chiamava il numero della sua padrona di casa, che mandava la nipote della donna delle pulizie filippina ad avvisare marito e figlio adolescente delle cose più urgenti, oppure di un appuntamento telefonico per la mattina dopo, alle 8,30 precise.

Chi non si poteva permettere l'acquisto o l'affitto di un satellitare poteva solo recarsi alle Poste, prendere il numero del proprio turno e aspettare fra le quattro e le sei ore per parlare con una centralinista. Uno degli anziani del gruppo, un professore in pensione, di tanto in tanto accompagnava il nipote di otto anni a telefonare alla madre lontana, spiegandogli che occorreva chiedere alla centralinista di contattare il numero e chiedere della persona.

- Cosa sono le centraliniste, nonno?

- Sono signore importanti, molto gentili, mi raccomando sii educato.

Il professore ricordava i tempi remoti in cui non esistevano lecomunicazioni dirette fra un telefono e l'altro, misteriosamente definite “teleselezione”, ma occorreva rivolgersi a un'operatrice chesi trovava da qualche parte, forse in Sardegna, o in Abruzzo, o in provincia di Cuneo (comunque aree remote, probabilmente irraggiungibili) e dalla sua caverna, capannone o bunker antiatomico ti metteva in comunicazione con Perugia, Pesaro o Pescasseroli ovunque tu fossi. Questo miracolo della tecnologia però dipendeva in qualche modo dal loro benvolere, quindi era meglio mostrarsi timidi e
rispettosi se si volevano evitare attese bibliche o addirittura la temuta e inappellabile risposta: “L'abbonato non risponde”. Nessuna blandizia, nessuna implorazione, nessuna preghiera potevano smuovere le centraliniste, che ignoravano sprezzantemente l'ovvia richiesta:
“Signorina, la prego, tenti ancora, faccia squillare un altro po’, forse non hanno sentito”.

“Riprovi domani” era il triste verdetto, mentre gli altri aspiranti a una preziosa telefonata si avvicinavano minacciosamente alla cabina pubblica per reclamare il loro buon diritto.

Il drone di Amazon matricola AZ3484IT si avvicinava lentamente a via della Rimaggina, comune di Bagno a Ripoli, alle porte di Firenze. Seguiva i filari di cipressi a 75 metri d’altezza, come previsto dai regolamenti dell’aviazione civile. Era partito da Barberino del Mugello, dove anni prima c’era stato un gigantesco centro commerciale, poi acquisito da Amazon Italia e trasformato nel centro di smistamento di tutte le spedizioni per l’Italia centrale.

Le quattro eliche ronzavano, il pacchetto era saldamente inserito nelle ganasce, le coordinate del destinatario erano inserite in memoria e il sole di dicembre aveva fatto salire la temperatura a 15 gradi benché fossero soltanto le nove del mattino.

La porta dell’antica stalla ristrutturata dove doveva posarsi era già in vista quando il piccolo velivolo precipitò nel campo vicino. Una gattina grigia si avvicinò prudentemente per annusare la scatola di colore marrone che conteneva l’ultimo libro di Judith Butler poi, delusa, tornò alla casa da dove proveniva.

Per quasi trent’anni, la disponibilità di internet e dei cellulari era sembrata un dato di fatto, come il sole che sorge al mattino e tramonta la sera. Una parte della natura, come gli alberi, le rocce, i torrenti. Quel 4 dicembre, invece, internet cessò di operare, paralizzando non soltanto il drone di Amazon ma anche tutte le funzioni di informazione e commercio affidate alla Rete.

Solo i circuiti autonomi, come quello bancario o quello della polizia, apparentemente ben difesi dalle incursioni degli hacker e dai problemi dei server a suo tempo trasferiti in Azerbaigian per ragioni di economia, rimanevano in funzione, permettendo ai cittadini di usare i loro bancomat e ai poliziotti di fare il loro lavoro.

Il collasso del commercio elettronico portò con sé un crollo della fiducia nelle tecnologie in generale, ormai tutte percepite come fragili e provvisorie: con il passare delle settimane riaprirono molte piccole botteghe di quartiere, che negli anni precedenti erano state cancellate dall’avanzata dei giganti della distribuzione on line. Il 31 dicembre il presidente della Repubblica, nel suo tradizionale messaggio, dichiarò solennemente: “Questi inammissibili attacchi informatici contro l’economia e la democrazia italiana saranno affrontati con fermezza e i responsabili puniti in modo esemplare”.

Con l’anno nuovo si risvegliò lo spirito imprenditoriale: a Bologna, per esempio, nacque un servizio di messaggeria post-telefonica.

Consegna a domicilio messaggi vocali

garantita entro 24 ore fino a 100 km.

50 euro, soddisfatti o rimborsati

Ciro, il giovane napoletano fondatore dell'impresa, stazionava in piazza Minghetti fra le 7 e le 11 del mattino, raccoglieva i messaggi vocali sul suo vecchio iPhone (che non serviva più per telefonare ma aveva ancora il registratore funzionante), poi studiava rapidamente un itinerario sull'atlante Zanichelli che aveva sostituito Google Maps come indispensabile strumento di lavoro, e partiva sulla Vespa di suo cugino, la cui capacità di superare qualsiasi ingorgo del traffico era leggendaria.

Sarà forse utile ricordare che la paralisi delle comunicazioni aveva fatto esplodere il numero di veicoli sulle strade: finita l’era in cui si poteva fare la spesa, organizzare riunioni o addirittura lavorare a distanza, ormai occorreva andare di persona ovunque, anche semplicemente per portare una comunicazione importante. Entro le 19 Ciro considerava finita la sua giornata e rientrava in città con le preziosissime risposte vocali dei destinatari delle audiolettere, che un altro cugino la sera avrebbe riorganizzato di tanti piccoli file audio separati, scaricati su chiavette, per non fare confusione al momento della consegna il giorno dopo. Il customer service prima di tutto. Non erano passati sette giorni che Ciro era travolto dalle richieste, nonostante i molti imitatori, talvolta arruffoni e in buona fede, talvolta volgari imbroglioni, che si erano installati a dieci metri di distanza l’uno dall'altro lungo tutta via Farini e via Santo Stefano, fino ai viali. Di fronte all’improvviso successo, Ciro non sapeva bene come far fronte alle richieste di trasmettere messaggi oltre il raggio dei 100 km., a Parma, Milano, Trieste o addirittura Roma e Napoli. Certo, aveva dei bravi guaglioni che si sarebbero prestati ma il lavoro era delicato, la fiducia del cliente preziosa, non si poteva rischiare la reputazione della ditta alla leggera. A risolvere il problema ci pensò Johannes, che era tedesco, pensava da tedesco e aveva il senso dell'organizzazione tedesco ma era nero di pelle perché arrivato dal Benin quando aveva 18 mesi di vita. Prontamente adottato da una coppia di giovani medici di Amburgo in servizio sulla nave di Save the Children che lo aveva ripescato nei pressi di Lampedusa, aveva passato i 18 anni successivi nel freddo nord della Germania ma a 20 anni aveva deciso che preferiva l'Italia e il suo clima mediterraneo. Johannes escogitò una soluzione semplice: i Tir, preferibilmente di grandi corrieri internazionali, veloci e affidabili. Un piccolo compenso all'autista permetteva di far viaggiare una grande busta gialla imbottita con 30 o 40 minicassette audio su linee prestabilite, per esempio la Milano-Torino o la Firenze-Roma-Napoli-Palermo. All'arrivo, se il destinatario possedeva uno dei piccoli registratori d’epoca poteva ritirare la cassetta. Se non lo possedeva (la Sony stava facendo fare gli straordinari alla sua fabbrica in Zimbabwe per rimetterli sul mercato ma le cose andavano a rilento) l'agente di zona gliene affittavauno per 10 euro, per il tempo necessario ad ascoltare il messaggio e dettare una breve risposta.

Johannes aveva organizzato un'efficiente network in cui anche i clienti fuori dalle rotte principali erano serviti: gli abitanti di Lodi, Como o Varese, per esempio, potevano recarsi a Milano presso l'uomo di fiducia di Johannes, un compatriota a nome Said, e
ascoltare i messaggi in un ristorante senegalese di via Cesare da Sesto, oppure potevano aspettare che un camion da Milano facesse tappa nelle rispettive città (il martedì a Lodi, il mercoledì a Como e il giovedì a Varese).

In breve tempo, la ditta di Ciro e Johannes, la “Thurn, Taxis und Esposito”, fece fortuna: il loro servizio era prezioso, la loro clientela soddisfatta, e l'ufficio delle imposte non aveva ancora inquadrato bene il problema di come tassare la loro lucrosa start-up.

La richiesta di comunicazione era tale che i quotidiani riscoprirono la miniera d'oro dei piccoli annunci e dei messaggi personali. Chi portava il proprio testo entro le sei del pomeriggio alla redazione poteva comunicare con i colleghi di lavoro, gli amici e i parenti
lontani attraverso un'inserzione che sarebbe comparsa puntualmente la mattina dopo:
“Michele, per favore compra i croccantini per Lilly, passa a pagare la bolletta della luce e ricordati lo zucchero. Ti aspettiamo 20,30. Firmato: Luisa”.

Oppure: “Ragioniere, le mando con il pony le fatture del dentista e le altre pezze giustificative per la dichiarazione dei redditi. Firmato: Mario Rossi”.

O ancora: “Direttore, un'influenza intestinale mi terrà a casa per qualche
giorno. Mi scuso moltissimo, provvederò quanto prima a inoltrarLe il certificato medico. Firmato: Bernardi”.

La tariffa, fino a 20 parole esclusa la firma, era di appena 7 euro, quindi i giornali
si impadronirono rapidamente della fascia low cost del mercato della
comunicazione. Ciro e Johannes videro restringersi la loro clientela a nonni che volevano fare “Ciao, ciao” ai nipotini, ai fidanzati che volevano sentire la voce dell'amata, ai genitori
in pensiero per i figli lontani e agli imprenditori che non volevano mettere in piazza le trattative in corso, o i prezzi che praticavano ai clienti migliori.

Anche grazie a questi nuovi servizi i quotidiani ebbero un boom di vendite, benché la foliazione fosse molto ridotta rispetto a cinque anni prima: 12, 16, al più 24 pagine al posto delle 56 o 64 di un tempo. Molte nuove testate comparvero nelle edicole, salvo sparire piuttosto rapidamente perché si assomigliavano tutte, dipendendo per le notizie dalla sola agenzia Ansa e da avare fonti ufficiali.

I telegiornali tornarono ad essere le principali fonti di informazione, benché la crisi delle comunicazioni non figurasse mai fra i temi trattati.

Le notizie dall'estero diventarono rare, sempre accompagnate da immagini di repertorio che in breve tempo tutti impararono a riconoscere come tali. Questo rendeva dubbia anche la credibilità delle cronache di giornata, che nessuno poteva verificare di persona attraverso i siti web un tempo alla portata di tutti e ora inaccessibili.

Molto spazio veniva dedicato agli interventi di ministri e sottosegretari per inaugurare un viadotto, un premio letterario, una mostra di pittori naïf, una fiera delle mucche valtellinesi. Il concorso di Miss Italia divenne nuovamente la porta stretta da cui dovevano passare le ragazze belle, ma di famiglia modesta, per raggiungere fama e fortuna.

La vita continuava.

Sulla crisi permanente

Emanuela Fornari

La “crisi” nasce in Grecia. Così Myriam Revault d’Allones apre il suo saggio La crisi senza fine. Saggio sull’esperienza moderna del tempo (O barra O edizioni, 2014, pp. 180) dedicato alla crisi intesa quale “metafora assoluta” del nostro tempo. Si tornerà – e per diverse ragioni – sull’origine greca di un lemma che al giorno d’oggi imperversa non solo nel dibattito pubblico ma anche nella vita quotidiana di ciascuna e ciascuno. Perché merito del libro di Revault d’Allones è innanzitutto quello di offrire al lettore un esemplare raro di “storia dei concetti” che muove da un interrogativo che coinvolge in modo bruciante l’attualità.

Che ne è della crisi quando questa si fa permanente? Quando l’eccezione (la krisis come momento culminante di una malattia, secondo l’origine medica del termine) diviene norma, stato perpetuo e irredimibile? E che ne è, soprattutto, della politica, che con il tempo e sul tempo costruisce – deve costruire – la propria trama di storicità? Storicità che altro non è che un costante, contingente intreccio di continuo e discontinuo, a testimoniare la presenza dell’atto, dell’agire, in un altrimenti piatto scorrere degli accadimenti.

Ma, per sintetizzare l’operazione di Revault d’Allones, vorrei muovere a ritroso, partendo dalle domande con cui il testo si chiude. La filosofa francese, infatti, prende atto di una “crisi del tempo”, di una detemporalizzazione, che caratterizzerebbe le nostre società cosiddette avanzate, costrette a vivere in altrettante “eterocronie” che impediscono di riportare a una sintesi coerente quelli che Reinhardt Koselleck riteneva i due assi del tempo vissuto: l’esperienza e l’aspettativa. Vivremmo così oggi in un regime di “presentismo”, in “un presente mostro, ipertrofico” (p. 123), in virtù del quale è lo stesso tempo storico a trovarsi abolito. Si tratta, in queste condizioni, di un’uscita dalla modernità, di una nuova “soglia d’epoca” (e vedremo quanto la questione della “soglia” conti per una riflessione sulla crisi)?

Myriam Revault d’Allones non offre risposte, ma propone un’avvincente genealogia della “crisi” che – sin da subito ci viene detto – ha statuto non già di concetto, bensì di metafora. Una metafora che, nata a significare l’interpretazione da parte degli aruspici del volo degli uccelli, si trasferisce dall’ambito giudiziario – dove krinein, com’è noto, designa il decidere, il separare – all’ambito della semiologia medica, dove viene a indicare una rottura nel ritmo temporale della malattia. Ma sull’origine greca (e politica) della crisi si tornerà in seguito, come già accennato. Revault d’Allones dedica infatti la parte centrale del libro alla modernità: alla modernità non solo in crisi, ma alla modernità come crisi.

Qui vengono in soccorso autori come Blumenberg e Foucault, per i quali la modernità – lungi dall’essere un’età del tempo – è “atteggiamento”, ethos, auto-posizione performativa. Se il senso politico del termine “crisi” si affermerà con Diderot e con gli Illuministi, è tuttavia a Rousseau che – si sostiene nel libro – dobbiamo un’elaborazione della crisi che la libera da ogni impianto teleologico: la crisi diventa “esemplare”, il momento in cui – in modo contingente, imprevedibile – l’umanità può uscire da uno stato di barbarie. È questo il momento in cui dalla critica – per ricordare un celebre testo del già citato Koselleck – si passa alla crisi: nel momento in cui la scissione hobbesiana tra foro interiore e obbedienza esteriore, o tra suddito e cittadino si rivela insostenibile, e il “conflitto critico” prelude al 1789.

Qui si apre la grande interrogazione della modernità su se stessa che, sul piano epistemologico, possiamo tradurre in una serie di domande: “come elaborare un tipo di continuità capace di chiarire la natura e la realtà delle rotture? Come pensare il rapporto del continuo e del discontinuo? Come comprendere i momenti d’irruzione, d’invenzione, di frattura che rompono la continuità temporale?” (p. 58). La crisi si rivela così non come accidente contingente, e ancor meno come malattia, bensì come “costitutiva dell’esperienza moderna del tempo e della storia” (p.101). La crisi, soprattutto, ha a che vedere eminentemente con la politica, essendo la politica non solo e non tanto governo dello spazio quanto governo del tempo: “cronopolitica”.

A partire da questo carattere eminentemente politico della “crisi”, è bene tornare alle sue origini greche: e in particolare a Tucidide che, nella Guerra del Peloponneso, inaugura l’idea della “crisi politica”, facendo di essa un “momento di verità” (p. 27): un segno storico-tragico. La crisi nasce cioè con la democrazia, con essa convive e di essa vive. Se dunque in apparenza la crisi odierna, sul cui bordo interminabile apparentemente viviamo, sembra avere i tratti della “gabbia” di weberiana memoria, in chiusura del testo – rivendicando la politicità della crisi – Revault d’Allones propone un’altra metafora: quella, arendtiana, della lacuna del tempo: vale a dire “l’interruzione – attraverso la capacità umana di cominciare – del corso del tempo che, abbandonato a se stesso, porta inevitabilmente alla rovina e alla morte.” (pp. 141-2). La crisi non più dunque come gabbia, ma come salto: come, secondo la sua origine greca, nuova invenzione democratica.

Myriam Revault d’Allones
La crisi senza fine. Saggio sull’esperienza moderna del tempo 
O barra O edizioni (2014), pp. 177
€ 15,00

La rivolta che non crede nel futuro

Franco Berardi Bifo

Verso la fine degli anni Novanta, a un giornalista che gli chiedeva se non fosse stato un errore armare gli islamisti afghani, Zbigniew Brzezinski, consulente della Presidenza Carter, rispondeva, con l’arroganza di chi ha non capito l’essenziale:

«Cos’è più importante nella storia del mondo? I Talebani o il collasso dell’impero sovietico? Qualche esaltato musulmano o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?»

Adesso sappiamo che la fine della guerra fredda non ha aperto un’epoca di armonia universale con qualche marginale disturbatore esaltato, ma ha inaugurato un’epoca di aggressività identitaria e di follia suicida. Il suicidio non faceva parte dell’armamentario dei sovietici, mentre è un elemento essenziale dell’islamismo contemporaneo. Perciò la guerra che Bush dichiarò infinita ha caratteri di asimmetria e d’imprevedibilità che non si possono ricondurre ad alcun pensiero strategico. L’illuminismo protestante che sta a fondamento dell’episteme strategica americana è incapace di interpretare i segni della cultura islamica, e la nozione formale di democrazia è inadatta per interpretare l’evoluzione attuale della guerra che si va diffondendo nel continente euroasiatico. Nessuna potenza militare pare in grado di ridurre la violenza contemporanea perché questa sfugge alle categorie della politica.

«La disperazione non è una categoria della scienza politica ma il movimento islamista non è pensabile se non lo si comprende come testimonianza di disperazione delle masse»

scrive Fethi Benslama, nel suo libro La psychanalyse face à l’Islam, un’indagine sulle origini psicoanalitiche dell’infelicità congenita alla cultura degli arabi, discendenti di Agar, la madre ripudiata e rimossa nella memoria dei suoi figli. L’islamismo contemporaneo è una sfida al razionalismo della politica moderna e della democrazia: interpretare quel che accade tra Kabul a Bengasi con la terminologia della democrazia e dell’illuminismo protestante è un modo per andare incontro alla sconfitta.

Nello scacchiere del mondo islamico si combattono diverse guerre, e nessuna di queste ha molto a che fare con la democrazia, questo feticcio che, svuotato di contenuto e di efficacia in Occidente, viene pubblicizzato con insistenza come un prodotto di scarto che gli occidentali sperano di rifilare a chi non l’ha mai visto.

Sullo sfondo, naturalmente, la guerra che Israele non può vincere. Ma quella guerra promessa per un futuro in(de)finito è il premio per il vincitore delle guerre che intanto si combattono. Anzitutto la guerra religiosa che oppone Islam sciita e Islam sunnita. Il disegno strategico dell’emirato sunnita che appariva una follia quando Osama Bin Laden lo dichiarò all’inizio del secolo, è oggi in piena sanguinosa realizzazione. Intere zone dell’Asia centrale sono militarmente governate dalla logica dell’Emirato: da Falluja ad Aleppo l’emirato sunnita è forza dominante, come nell’area che copre larga parte del territorio afghano ed intere regioni pachistane. La guerra civile siriana è ormai soltanto una guerra per il predominio sunnita, cui la minoranza alawita oppone una resistenza insormontabile.

Vi è poi la guerra sociale: la ricchezza è concentrata nelle mani dei padroni del petrolio (integrati al ciclo della finanza globale), e la miseria di massa che ne consegue alimenta in paesi come l’Egitto o come il Pakistan una conflittualità disperata perché incapace di aggredire il nodo essenziale della distribuzione della ricchezza e delle risorse. Democrazia non significherà niente fin quando la proprietà del petrolio, principale risorsa dell’area, rimarrà nelle mani di una minoranza culturalmente retriva e finanziariamente globalizzata. La rivoluzione egiziana del 2011 è stata preparata da un quinquennio di lotte operaie intense e vaste, ma dopo la rivoluzione del 2011 le condizioni di vita degli operai sono peggiorate e l’economia egiziana non dà segni di ripresa. Le rivolte arabe non cambieranno la realtà di quell’area fin quando non aggrediranno il forziere saudita.

Vi è infine la guerra culturale che il lavoro cognitivo cosmopolita conduce contro l’autoritarismo politico e contro l’oscurantismo religioso. Milioni di studenti, di lavoratori della rete globale, di blogger giornalisti e artisti hanno messo in contatto la dimensione culturale della rete con la strada provocando un cortocircuito che ha rimesso tutto in movimento. Ma questo terzo fronte è per il momento minoritario, e scatena processi che non è in grado di governare. A Tunisi come al Cairo come a Istanbul come a Damasco i movimenti sono iniziati da lavoratori precari ad alto grado di scolarizzazione e di integrazione nel lavoro cognitivo globale. Ma questi movimenti sono stati utilizzati ed emarginati dalle forze islamiste, oppure repressi dall’islamismo al governo, come nel caso della Turchia, dove l’esercito è, almeno per il momento, integrato e sottomesso al neoliberismo islamista di Erdogan. Questi movimenti continueranno a produrre rivolte che rimarranno subalterne sul piano politico, ma serviranno per consolidare ed estendere l’autonomia di una parte crescente della nuova generazione dall’oscurantismo e religioso e dalla violenza militare.

Ero al Cairo in aprile, quando è uscito in alcune sale della città il film di Ibrahim El Batout,
El sheita elli fat (Winter of discontent), presentato a Venezia l’anno scorso. Sono andato a vederlo con gruppo di amici che lavorano nel mondo dell’arte e che viaggiano molto spesso nei paesi occidentali. Il film non è piaciuto a nessuno. Tutti lo trovavano ipocrita perché presentava la rivoluzione come l’inizio di un tempo nuovo in cui finalmente il popolo egiziano potrà prendere in mano il suo destino nella libertà.

I miei amici avevano tutti partecipato alle rivolte dell’inverno 2011 come attivisti, giornalisti o come media-artisti, ma nessuno di loro sembrava attendersi un mutamento positivo né (certamente) dal governo islamo-liberista della Fratellanza islamica, né da alcun altro rivolgimento possibile nel prossimo futuro.

Ciò mi ha fatto riflettere su questa generazione che si ribella con forza e radicalità senza nutrire alcuna speranza, senza attendersi alcun miglioramento. Come se la rivolta fosse, in sé, la sospensione temporanea di una condizione intollerabile – e il momento di riconoscimento di tutti coloro (e il numero cresce) che non vogliono più condividere nulla, credere in nulla, né partecipare a nulla. Solo vivere, inventando un altro mondo, non importa quanto impossibile.

Ordine Nuovo a Cinque Stelle

Andrea Cortellessa

«Gaia: un Nuovo Ordine Mondiale è nato oggi, 14 agosto 2054.
I conflitti razziali, ideologici, religiosi e territoriali appartengono al passato. Ogni uomo è un cittadino del mondo, soggetto alla stessa legge». È l’inizio di Gaia. The future of Politics, un video d’animazione lungo sette minuti e mezzo, con un testo in inglese letto da una voce di donna fuori campo, diffuso in Rete da Casaleggio e Associati il 21 ottobre 2008: a metà strada dunque fra il successo del V day,  l’8 settembre 2007, e la fondazione del Movimento Cinque Stelle, il 4 ottobre 2009.

Marco Belpoliti su doppiozero  ha avuto buon gioco a decodificarne l’inconscio grafico da meeting aziendale (e il sincretismo del logo di Indymedia con un’infografica da aeroporto),
la musica da sigla di telegiornale e l’immaginario fricchettone e New Age (lo stesso termine «Gaia» è preso dal popolare libro di James Lovelock, che nel 1979 profetizzava una Nuova era glaciale).

Vale la pena ascoltarla però, questa voce calda e quietamente imperativa, anche per quello che dice. Dopo un bigino di storia universale riletta alla luce dell’estendersi delle comunicazioni – dal sistema viario dell’Impero romano all’Encyclopédie –, il punto zero «all’inizio del 21° secolo» viene descritto così: «le sorti del mondo sono ancora determinate da gruppi massonici, religiosi e finanziari. 130 tra le persone più influenti del mondo, il Gruppo Bilderberg» (sullo schermo appare un logo con tre omini reclinati su un tavolo a complottare), «tengono riunioni private ogni anno per discutere del futuro dell’economia mondiale». Perché «prima della Rete, comunicazione conoscenza e organizzazione appartengono al Potere. Con la Rete appartengono al Popolo».

Certo, per giungere a tale Controllo dal Basso tocca passare per una guerra che dura vent’anni, dal 2020 al 2040, tra «l’Occidente della democrazia diretta e del libero accesso a Internet» da una parte e, dall’altra, «Cina, Russia e Medio Oriente con dittature orwelliane e l’accesso a Internet sotto controllo». Imperturbabile come uno Stranamore, la voce assicura che la popolazione mondiale si ridurrà purtroppo a un miliardo di individui ma alla fine, per fortuna, l’Occidente vincerà e così, nel 2047, ciascuno dei superstiti avrà la propria identità garantita «in un social network mondiale creato da Google chiamato Earthlink».

«Per esistere», intima la voce, «devi stare in Earthlink o non esisti». (Per fortuna che le «dittature orwelliane» hanno perso la guerra.) Su con la vita: «le organizzazioni segrete» (torna il logo coi tre omini a capo chino) sono state nel frattempo «abolite»: «in Gaia partiti, politica, ideologie, religioni scompaiono. L’uomo è l’unico fautore del proprio destino». L’uomo, s’intende, in quanto cliente di Google: sennò deve far parte di un’organizzazione segreta da abolire.

Su YouTube si legge che «Gaia non rispecchia in alcun modo le intenzioni o la volontà né di Casaleggio, né del Movimento Cinque Stelle», ma la struttura retorica del testo – sospeso fra la storia e la visione del futuro che la prosegue senza soluzione di continuità – ne denota una piena appartenenza alla tradizione dei manifesti politici, come quello di Marx ed Engels – o Mein Kampf di Hitler. Dall’analisi della situazione attuale, e da una più o meno ampia memoria del passato personale e/o collettivo, si prende lo slancio per l’enunciazione di un programma volto, com’è ovvio, a un compimento futuro.

Relativamente nuova è però la componente apocalittica con cui viene esposto questo programma a metà strada fra Imagine di John Lennon e la Scientology di Ron Hubbard, e vengono ripetute le classiche parole d’ordine sul complotto pluto-giudaico-massonico (ancorché si è spesso ripetuto quanto vicino a Bilderberg sia quell’Enrico Sassoon che infine, a settembre dell’anno scorso, ha scelto di lasciare la Casaleggio Associati di cui era socio di minoranza). Un portato delle letture di science-fiction non proprio di prima qualità di Gianroberto Casaleggio, o qualcosa di cui cominciare a preoccuparsi?

 

Rhapsody Blue in Green

Carlo Antonio Borghi

Pare che il meglio debba ancora venire. En attendant il suo arrivo torna in mente la frase di Gramsci “Mentre il vecchio muore, il nuovo non nasce”. Intervallo di pecore nere sarde, quelle che danno il miglior latte del mondo. Viene in mente di mettere incinta una Dea Madre anche detta Venere Mediterranea. E poi attendere e sperare, nel giro di nove mesi, di veder nascere il Nuovo da quella pancia neolitica e callipigia.

Nota arteologica. Per poter ingravidare al meglio quella Matrix (cicladica e atlantidea) sarà necessario lo sperma di migliaia di corpi indignati e antagonisti presi nel pieno della loro capacità di fecondazione e riproduzione del Nuovo. L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica è stata digerita e museificata. Quel Nuovo (nato) avanzerebbe a grandi passi verso un futuro senza disuguaglianze e disparità. Avrebbe le fattezze di un nuovo Angelus Novus, né maschio né femmina. Un corpo del terzo tipo, tipo un manga o un androide. Nei suoi occhi scintillanti i lampi di una saldatrice appartenuta a un operaio della Fiom e ritrovata ancora intatta nello scavo arteologico di un'Officina Grandi Riparazioni del Reparto Grandi Rivoluzioni. VII/VIII decennio del XX secolo.

È già passato un secolo, ora che siamo nel 2080 dopo Cristo. In quel tempo le femministe ucraine marciavano in topless imbracciando una motosega. Le Pussy Riot erano state arrestate e mandate ai lavori forzati. Gli ascensori sociali si erano definitivamente bloccati nel primo decennio del terzo millennio. Si erano fermati ben prima dell’implosione degli elevators delle Twin Towers. In tanti occupavano Wall Street ma non poterono nulla contro l’intero World Trade Center. Le proteste non portarono a niente. Finanza e marketing avevano continuato a imperare. Disattivati progressivamente anche i discensori che trasportavano i minatori a centinaia di metri di profondità nel Sulcis in Sardegna. Tanti uomini-talpa si erano persi nel sottosuolo a cominciare da Rosso Malpelo.

A casa la marmitta degli operai era sempre colma di minestra di cavolo e patate, a tavola c'era ancora il vino, però non bastava per tutti. Molti aspettavano il giorno del Ringraziamento per poter mangiare un gran tacchino ripieno, ma in giro di tacchini non ce n'erano quasi più. Sessantotto anni fa, nel 2012, il giorno del Ringraziamento cadeva il 22 di novembre, quarto giovedì del mese. Il giorno dopo, come ogni venerdì, moltitudini in tante latitudini avrebbero comunque reso grazie seduti davanti a pollo fritto, onion rings e Platinum Mojito, dentro qualche locale intitolato TGIF Thanks God It's Friday.

Politica e social network

Giacomo Pisani

I social network hanno svolto, a ben guardare, un ruolo di primo piano nella campagna elettorale legata alle primarie del centro-sinistra. Basti pensare all’esplosione delle parodie avvenuta attorno allo slogan del Presidente della Puglia, “Oppure Vendola”, o a quelle altrettanto dissacranti sorte attorno ai motti di Renzi. Ma il fenomeno dell’amplificazione mediatica ha raggiunto dimensioni poderose nel caso del gruppo “Marxisti per Tabacci”, divenuto talmente famoso da meritarsi una citazione dal vincitore Bersani, proprio in occasione del discorso di ringraziamento all’elettorato.

Il punto fondamentale è che i social network forniscono le possibilità di espressione più adatte alla diversione e all’irrequietezza che caratterizzano il nostro tempo. Anche nel caso delle elezioni, l’istantaneità degli slogan, l’immediatezza dei “post”, costituiscono il mezzo ideale per comunicare, senza impegnarsi troppo, senza mettersi in discussione. E questo emerge anche nei contenuti. La neutralità dei temi veicolati permette agli utenti di non impegnarsi in questioni che richiedono prese di posizioni, analisi, giustificazioni. Il tutto si esaurisce nell’ironia - neanche troppo ragionata - di uno slogan, in possibilità fugaci, che permettono di affermare di esserci, senza affondare i colpi.

I social network divengono allora un modo di stare al mondo. È nota la triade che Heidegger pone alla base dell’esistenza inautentica e non genuina: la chiacchiera, la curiosità e l’equivoco. Si tratta di modalità di esistenza caratterizzate dalla distrazione, dall’irrequietezza, che si esauriscono nell’attimo senza prolungarsi in progetti a lungo termine. Che si determinano quindi in possibilità neutre, indifferenti rispetto all’identità soggettiva, che resta invece quasi in sospeso. Certo, il discorso si fa qui complicato, perché forse uno dei motivi per cui la chiacchiera diviene una delle modalità principali di esistenza è il fatto che l’identità spesso non trova vie per esprimersi.

Le vie di accesso alla cittadinanza sono precluse, soprattutto alle giovani generazioni, a cui il lavoro è negato, e con questo ogni possibilità di progettarsi in un futuro a lungo termine. È per questo che la certezza resta legata al presente, e a quelle possibilità neutre, indifferenti. Non è un caso, allora, che la chat (in inglese, letteralmente, “chiacchiera”) divenga il modo di discorrere postmoderno. E persino la politica assume le forme della chiacchiera, della banalizzazione. I contenuti del confronto si isteriliscono, fino ad allontanarsi dal terreno stesso della politica e a farsi “slogan”, durando il tempo di una risata. In cui tutti possono ritrovarsi, senza troppo tempo da perdere nei confronti e nei ragionamenti. Tutti sono fan dei “Marxisti per Tabacci”, o degli slogan di Renzi, oppure Vendola. Ma c’è qualcosa che comincia a non quadrare. A vincere è stato invero il candidato più distante da quest’opera di mediatizzazione capillare e di spettacolarizzazione della persona e dei contenuti.

Ma un segnale ancor più forte viene da quei giovani che da qualche settimana in tutta Italia, come del resto in buona parte dell’Europa, stanno tornando a porre i temi del lavoro, dei diritti di cittadinanza, della cultura. Prima nelle piazze, poi occupando i luoghi di lavoro e di formazione, c’è un’intera generazione che rivendica gli spazi della decisione. Forse quella dispersione tra le maglie del presente non riesce a contenere la tensione verso il futuro di quegli uomini e di quelle donne che rivendicano il diritto di esistere, di decidersi, di riprendersi il proprio spazio. È in gioco la riappropriazione del futuro che sottrae gli spazi alla neutralizzazione postmoderna e li riempie di vita, dei sogni e delle passioni che fanno il nocciolo della nostra storia.

Futuro a credito

Giorgio Agamben

Per capire che cosa significa la parola “futuro”, bisogna prima capire che cosa significa un´altra parola, che non siamo più abituati a usare se non nella sfera religiosa: la parola “fede”. Senza fede o fiducia, non è possibile futuro, c´è futuro solo se possiamo sperare o credere in qualcosa. Già, ma che cos´è la fede? David Flüsser, un grande studioso di scienza delle religioni – esiste anche una disciplina con questo strano nome – stava appunto lavorando sulla parola pistis, che è il termine greco che Gesù e gli apostoli usavano per “fede”. Quel giorno si trovava per caso in una piazza di Atene e a un certo punto, alzando gli occhi, vide scritto a caratteri cubitali davanti a sé Trapeza tes pisteos.

Stupefatto per la coincidenza, guardò meglio e dopo pochi secondi si rese conto di trovarsi semplicemente davanti a una banca: trapeza tes pisteos significa in greco “banco di credito”. Ecco qual era il senso della parola pistis, che stava cercando da mesi di capire: pistis, ” fede” è semplicemente il credito di cui godiamo presso Dio e di cui la parola di Dio gode presso di noi, dal momento che le crediamo. Per questi Paolo può dire in una famosa definizione che “la fede è sostanza di cose sperate”: essa è ciò che dà realtà a ciò che non esiste ancora, ma in cui crediamo e abbiamo fiducia, in cui abbiamo messo in gioco il nostro credito e la nostra parola. Qualcosa come un futuro esiste nella misura in cui la nostra fede riesce a dare sostanza, cioè realtà alle nostre speranze.

Ma la nostra, si sa, è un´epoca di scarsa fede o, come diceva Nicola Chiaromonte, di malafede, cioè di fede mantenuta a forza e senza convinzione. Quindi un´epoca senza futuro e senza speranze – o di futuri vuoti e di false speranze. Ma, in quest´epoca troppo vecchia per credere veramente in qualcosa e troppo furba per essere veramente disperata, che ne è del nostro credito, che ne è del nostro futuro?

Perché, a ben guardare, c´è ancora una sfera che gira tutta intorno al perno del credito, una sfera in cui è andata a finire tutta la nostra pistis, tutta la nostra fede. Questa sfera è il denaro e la banca – la trapeza tes pisteos – è il suo tempio. Il denaro non è che un credito e su molte banconote (sulla sterlina, sul dollaro, anche se non – chissà perché, forse questo avrebbe dovuto insospettirci – sull´euro), c´è ancora scritto che la banca centrale promette di garantire in qualche modo quel credito. La cosiddetta “crisi” che stiamo attraversando – ma ciò che si chiama “crisi”, questo è ormai chiaro, non è che il modo normale in cui funziona il capitalismo del nostro tempo – è cominciata con una serie sconsiderata di operazioni sul credito, su crediti che venivano scontati e rivenduti decine di volte prima di poter essere realizzati. Ciò significa, in altre parole, che il capitalismo finanziario – e le banche che ne sono l´organo principale – funziona giocando sul credito – cioè sulla fede – degli uomini.

Ma ciò significa, anche, che l´ipotesi di Walter Benjamin, secondo la quale il capitalismo è, in verità, una religione e la più feroce e implacabile che sia mai esistita, perché non conosce redenzione né tregua, va presa alla lettera. La Banca – coi suoi grigi funzionari ed esperti – ha preso il posto della Chiesa e dei suoi preti e, governando il credito, manipola e gestisce la fede – la scarsa, incerta fiducia – che il nostro tempo ha ancora in se stesso. E lo fa nel modo più irresponsabile e privo di scrupoli, cercando di lucrare denaro dalla fiducia e dalle speranze degli esseri umani, stabilendo il credito di cui ciascuno può godere e il prezzo che deve pagare per esso (persino il credito degli Stati, che hanno docilmente abdicato alla loro sovranità). In questo modo, governando il credito, governa non solo il mondo, ma anche il futuro degli uomini, un futuro che la crisi fa sempre più corto e a scadenza. E se oggi la politica non sembra più possibile, ciò è perché il potere finanziario ha di fatto sequestrato tutta la fede e tutto il futuro, tutto il tempo e tutte le attese.

Finché dura questa situazione, finché la nostra società che si crede laica resterà asservita alla più oscura e irrazionale delle religioni, sarà bene che ciascuno si riprenda il suo credito e il suo futuro dalle mani di questi tetri, screditati pseudosacerdoti, banchieri, professori e funzionari delle varie agenzie di rating. E forse la prima cosa da fare è di smettere di guardare soltanto al futuro, come essi esortano a fare, per rivolgere invece lo sguardo al passato. Soltanto comprendendo che cosa è avvenuto e soprattutto cercando di capire come è potuto avvenire sarà possibile, forse, ritrovare la propria libertà. L´archeologia – non la futurologia – è la sola via di accesso al presente.

Questo articolo è apparso anche su La Repubblica del 16 febbraio 2012 con il titolo Se la feroce religione del denaro divora il futuro.

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