Governo italiano in esilio/2

Franco La Cecla

Il nostro paese sta vivendo una fase di puro surrealismo. A fronte della contingenza internazionale e della piega che il capitalismo mondiale ha preso nei confronti della vita quotidiana dell'umanità, l'Italia sembra cullarsi in un sogno di decadenza in cui ai balletti dell'ex primo ministro si sostituisce solo la nostalgia di quei balletti.

Pare che il paese reale non esista e pare che quegli otto milioni di giovani che hanno lasciato l’Italia negli ultimi anni non abbiano alcun peso né voce. A differenza di quanto avveniva nell'era giolittiana l'emigrazione viene vissuta oggi come un fastidio di poco conto e la risposta della politica incartapecorita sembra essere "Lasciateci lavorare ragazzi". Nel frattempo la politica italiana è solo un riflesso della politica tedesca e di quanto la signora Merkel vorrà fare di essa.

Il nostro paese arranca per starvi dentro, ma non esprime da tempo alcuna idea diversa o originale, che non sia la pura patetica buffoneria. A fronte di questo c'è una diffusa esigenza di politica in prima persona,di politica secondo schemi e intuizioni che sfuggono completamente alla sinistra che si arrabatta in questi giorni a fare i conti con risicate e mai votate maggioranze. I giovani all'estero e i meno giovani con loro sanno bene che la partita è un'altra e che richiede una presenza al presente ed una competenza che ben poco hanno a che fare con l'imbarazzante balbettio dei neofiti grilliani o con il rumore di fondo dei neocattolici ecofriendly post-franceschiani.

Quelli che lavorano o studiano "fuori" dall'Italia sanno bene che c'è un salto che occorre fare, proprio perché loro questo salto l'hanno fatto di già a proprie spese e in prima persona. Oggi una politica che voglia essere efficace non può prescindere dall'abbandono del provincialismo e dall'impegno per cambiare le cose in un'area più ampia che per ora è l'area dell'Europa (comprendendo in essa aree che dell'Europa non sono ma che ne influenzano la politica, come la Turchia o la stessa Russia da cui il nostro paese è dipendente in maniera quasi totale per l'energia).

Fare politica significa oggi cambiare le cose a livello europeo ed avere una voce in capitolo in quest'area che ha una storia e una funzione mondiale straordinaria, essendo rimasto l'unico mondo variegato con una vocazione universalista (al contrario degli Stati Uniti che culturalmente variegati non sono anche se si arrogano una funzione universalista). Oggi non si tratta di adorare ( facendo finta di criticarlo) un Imperium in cui si concentrerebbe il potere decisionale, ma di entrare in una Koinè che effettivamente può dare un linguaggio alle istanze di liberazione diffusa.

Queste istanze che oggi arrivano da mondi a noi vicini, da piazza Tahrir alla rivoluzione dei gelsomini, da Gezi Park a luoghi lontani come le piazze brasiliane significano che una nuova coscienza diffusa pretende spazi di libertà per individui e comunità che non vogliono essere soggetti totalmente alle strettoie del mercato e della finanza. Oggi i movimenti come Occupy o le primavere arabe sono inni al volere "essere lasciati in pace" dal potere centrale, inni alla sussistenza, alla possibilità di vivere una vita normale con un accesso normale alle risorse e con una dipendenza inferiore dal mondo salariato e dal mondo assistenziale.

È una rivoluzione delle classi medie quelle che dal presente capitalismo sono condannate a estinguersi. L'Europa è un luogo centrale dei diritti delle classi medie e non è un caso che gli otto milioni di giovani emigrati italiani siano laureati e parte di quel mondo che legge, studia e cerca di capire, un mondo che non accetta di finire nel dimenticatoio degli ex-assistiti.

Qualcuno come Daniel Cohn Bendit ha capito che la partita che si dovrà giocare tra breve richiede un movimento che si ponga a livello europeo. È probabile che la nostra diaspora debba pensare ad una ipotesi equivalente. Un movimento che parta dall'Europa per rivolgersi all'Italia e che abbia tra le sue fila la gente più competente e preparata del nostro paese, cioè quelli che se ne sono dovuti andare via.

Bisogna pensare ad un modo di rendere la diaspora qualcosa di più di una massa di potenziali elettori (rendendola serva così delle logiche provinciali). Credo che i tempi siano maturi e penso anche che non si tratti adesso di inventare strutture o quant'altro e che esse sorgeranno più o meno spontanee nel corso dei prossimi mesi.

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Manifesto del governo italiano in esilio

Franco La Cecla

La situazione del nostro paese è assai grave. Alla contingenza economica si aggiunge l’attitudine dimissoria del governo attuale e della classe politica nel suo insieme. L’Italia vive una situazione di stallo, di mummificazione dei propri problemi, un girare a vuoto autoreferenziale di quella che dovrebbe essere la classe dirigente.

Se ci si volge intorno al mondo imprenditoriale, come al mondo della stampa, la visione non è molto più consolante. Un’incapacità di salto in avanti, un’impossibilità di analisi e di proposizione di scenari nuovi. In generale il paese sembra bloccato in un alzheimer politico, industriale, sindacale, editoriale, intellettuale, accademico... Un paese vecchio che non si rende conto che la metà dei suoi cittadini non si identifica più con quella che non è capace nemmeno di essere una classe dirigente di una minoranza.

L’Italia non è nuova a questa esperienza. Cinquanta, sessant’anni fa il paese aveva già vissuto il dramma di non dare spazio a una buona metà dei propri abitanti. Il Sud di allora era dovuto emigrare, abbandonando un territorio ricco di potenzialità e di storia. Oggi lo stesso destino investe il paese intero. I migliori se ne sono andati. Allora deve stupire meno che quello che rimane rappresenta ben poco del paese reale.

Oggi come sessant’anni fa, ma anche come ai tempi della resistenza al fascismo dall’estero della parte migliore del mondo italiano, la speranza viene da fuori. Sono i sette milioni di italiani all’estero, ricercatori, intellettuali, imprenditori, lavoratori della conoscenza e della creatività, a rappresentare oggi la parte migliore del paese. Sono i milioni di studenti Erasmus che, rifiutando l’invecchiamento precoce proposto ai giovani che rimangono in Italia, vivono la stessa rabbia di non rappresentanza dei loro coetanei in Turchia, Egitto, Tunisia. Sono loro i giovani italiani su cui costruire il futuro del nostro paese.

Allora non rimane che prendere atto di questa situazione e fondare fin da ora un governo italiano in esilio (Giie). All’estero ci sono italiani con un’esperienza del mondo e del presente introvabili tra i politici italiani, vecchi e nuovi, pidiellini o grillini che siano. Questi sono accomunati da una visione provinciale e fondamentalmente ignorante di come è cambiato e di cosa è il mondo adesso. Le tematiche ambientali, urbane, neoindustriali, informatiche, di nuova diplomazia e nuovi assetti internazionali sono competenza di coloro che stanno fuori dal nostro paese. È tra loro che bisogna cercare i nuovi ministri dell’Agricoltura, dello Sviluppo Economico, del Welfare, della Condizione Femminile, delle Politiche Giovanili, della Cultura, dell’Ambiente, del Turismo.

È tra loro che bisogna cercare esperti in Unione Europea (sono i giovani Erasmus gli unici che credono davvero nell’importanza di una identità europea. Coloro che sono rimasti in Italia hanno avuto l’anima corrotta dal leghismo di destra e di sinistra, di Nord e di Sud, che ha ucciso l’anima internazionale del nostro paese). Infine è tra quelli che stanno fuori che vanno eletti i responsabili del futuro del paese, dal primo ministro al presidente. Rimbocchiamoci le maniche. Formiamo il nuovo Giie, il governo italiano in esilio. L’Italia è già nostra, perché quelli che sono rimasti a casa dormono o tardano a svegliarsi.

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cover ab2 luglio

I’m choosy

Augusto Illuminati

Aiemmeciusi, sono schizzinoso, che ci volete fare. Anzi, fin troppo scrupoloso nelle scelte: choosy rimanda etimologicamente a un esagerato to choose. Quando sento accusare i tecnici e in particolare l’ineffabile Fornero di spirito troppo professorale, mi sento chiamato in causa per ragioni di colleganza: dopo tutto sono un parigrado, con qualche anno in più di esperienza, da povero pensionato per fortuna pre-riforma Fornero. Collega, dunque, con qualche piccola differenza imputabile a opzioni personali e a pur sempre soggettivi criteri etico-professionali. Mi sono sposato fuori dell’ambiente (vabbè, sono ragioni chimiche, ma evitano malintesi, soprattutto se il partner fosse uno già potente nel settore), non ho incoraggiato mia figlia a seguire le mie orme (questione di attitudini, d’accordo, ma ancora per schivare malintesi), ho cercato di restare all’interno di uno standard professionale di ricerca e pubblicazioni – quello che poi sarebbe stato pedantemente schedato in base a indici bibliometrici e alle ridicolaggini Anvur –, uno standard rispetto a cui la prof. Fornero è piuttosto al di sotto, offrendo facili argomenti ai critici della meritocrazia. Ma soprattutto ho cercato, con esiti variabili, di farmi carico della formazione delle giovani persone con cui venivo in contatto –una mission, wow, una mission!– e di riflettere anche sulle difficoltà del loro riconoscimento sociale e professionale.

Che in Italia, per una restrizione delle attività produttive in senso lato, una sciagurata politica scolastica e, non ultimo, un calo demografico e dunque una composizione del corpo elettorale sfavorevole alla rappresentanza di interessi delle generazioni più giovani, si sia determinato un privilegio dei primi occupanti le posizioni di potere e reddito, è un dato oggettivo. Ragion per cui è immotivato ogni atteggiamento di disprezzo paternalistico o risentito per chi è rimasto fuori dalla scialuppa del Titanic. Diciamo: non è elegante sublimare e spiattellare il (comprensibile) risentimento generazionale per chi (malgrado tutto) si diverte di più e, ahinoi, ci sopravviverà, nelle forme dell’insulto gratuito o di un’inesistente superiorità politica e culturale, laddove sussiste soltanto uno scarto irrimediabile di reddito e aspettative occupazionali imputabile al neoliberismo globale e alla grettezza politica locale. Sulla base della mia esperienza docente, mi sentirei di dare un giudizio positivo sulle leve più recenti di studenti, sempre tenendo conto delle differenze individuali e degli ostacoli frapposti dallo studiare fuori sede e dalle intermittenze del lavoro precario.

In complesso ho registrato nei più motivati una maggior padronanza delle lingue moderne (non delle antiche) e degli strumenti informatici, bilanciato da una contrazione del lessico e della proprietà ortografica che forse rientra in una trasformazione irreversibile della competenza linguistica. L’allargamento sociale della platea di iscritti, impetuoso negli anni ’70, in seguito molto rallentato, e la diversa composizione di genere consentirebbero un reclutamento migliore di operatori culturali di vario livello. La qualità degli aspiranti dottorandi e degli sparuti assegnisti è notevole e non è infrequente che dei ricercatori abbiano attitudini e bibliografie superiori a quelle di associati e ordinari addormentati dopo le valutazioni di ingresso. Il vero problema è che alla buona produttività non corrisponde neppure lontanamente una possibilità di impiego strutturato, con conseguenze nefaste sulla tenuta dell’Università e sullo sviluppo della ricerca. I più intraprendenti se ne vanno all’estero: buon per loro, ma lo spread aumenta e non è riassorbibile.

La retorica sui fannulloni, gli sfigati, da ultimo i choosy, non è soltanto cretina ma rivela l’arroganza di chi gestisce, in modo davvero poco professionale e ancor meno professorale, il declino programmato del Paese e il disfacimento dell’Europa. Non è faccenda d’età (di giovanotti coglioni sono piene le cronache politiche e televisive), ma di rottami non riciclabili abbandonati per strada a bloccare il traffico: la recidiva ministra suddetta e il suo garrulo vice Michel Martone, il banchiere Passera che esalta la finanza caymaniana e caimanica, Profumo che agita bastone e carota, Terzi che auspica un coinvolgimento militare in Siria, ecc. – solo per limitarci ai governanti attuali e non infierire sulla discarica di Arcore. A forza di tirare la corda magari qualche scontento finirà per ribellarsi, anzi qua e là lo sta già facendo. Le voci dei Guardiani cominciano a incrinarsi, chiocciano. I’m choosy, e pure un po’ incazzato.

Il rimbalzo dei cervelli

Jacopo Galimberti e Vanni Santoni

A noi nati tra gli anni Settata e Ottanta il tormentone della “fuga di cervelli”, che i media additavano come segno esiziale dell’imminente tracollo del paese, in fondo piaceva. Ci rincuorava: comunque sarebbe andata, avremmo pur sempre potuto tagliare la corda. Tanto più che qualche genitore illuminato ci aveva spinti verso le lingue; tanto più che avevamo fior di “competenze informatiche” (Microsoft Word e “i più diffusi browser”, i migliori anche Excel...); tanto più che alla fin fine non era mica un’invenzione della TV e dei giornali: tutto intorno a noi si moltiplicava il fuggi fuggi, ed erano sempre di più gli amici che si riposizionavano a Berlino, Dublino, Londra, Barcellona, Oslo. Magari si trasferivano per sei mesi, o un anno “tanto per vedere”; magari si acclimatavano nel modo più liscio, tramite il progetto Erasmus; magari si fidanzavano là o vi facevano un dottorato, o trovavano un lavoro “vero”, e gli anni diventavano quattro, cinque, sei. L’Italia, di lontano, sembrava ingiusta, malmessa, alla deriva, Africa più che Europa.

Cosa accade però quando la crisi dilaga anche nelle altre nazioni europee, e gli immigrati italiani si trovano in esubero? Cosa ne è del loro sapere, del loro coraggio, della loro pervicacia, quando ciò che resta da fare è l'insopportabile: tornare in Italia? Non fanno più nemmeno parte della categoria “italiani all'estero in cerca di fortuna”, a cui si riconoscono almeno un pò di grinta e visionarietà. Le statistiche della disoccupazione (e della cattiva occupazione) torneranno a considerarli, mentre prima li trattavano come se all'estero fossero stati a fare una vacanza. In questo spirito vacanziero credeva anche il governo Berlusconi, che ha inventato la Legge “controesodo” – agevolazioni fiscali che favoriscono sostanzialmente solo lavoratori ad alto reddito. Il governo però si cautela, e ne ha ben donde, il tutto vale solo se poi si resta in Italia almeno sei anni! Insomma, il solito mezzuccio a corto raggio finalizzato a fare cassa.

Per i lavoratori disoccupati o precari senza l’alto reddito, a cui per di più i genitori non hanno comprato un appartamentino – all'estero, o almeno in una grande città italiana – il ritorno è un vero e proprio schiantarsi. Tornare nella casa paterna è una regressione di quattro, cinque, sei anni, ma con una differenza feroce: il pane che c'è sulla tavola è ormai pane altrui. C'è chi si fa piccolo e crede di aver peccato di hýbris. Attraverso l'estero, voleva sottrarsi ai ricatti del mercato del lavoro italiano, sognava un welfare, cercava diritti, uno stato devaticanizzato, fluido, meritocratico (pur sapendo che meritocrazia è nozione pericolosa, che occulta le impari condizioni sociali); voleva esercitare, insomma, il proprio sacrosanto diritto di fuga dal Brutto Paese. Si capirà allora che al ritorno c'è da diventare paranoici. Il fuggitivo, o la fuggittiva, si sente osservato: “hai tentato di farla franca, eh...”, sembra bisbigliare chi lo circonda. E hanno ragione, c'è ormai una frattura insanabile. L’ex emigrato li vede bigotti e mostruosamente provinciali, gli sarà impossibile mescolarsi a loro, mentre ai loro occhi la sua stessa presenza è da un lato una crassa soddisfazione, dall’altro una provocazione bella e buona.

Con chi ci si ritrova dopo lo schianto? Qualche amica ha fatto carriera ma è incazzata col mondo. Qualcuna si è sposata e ha normalizzato ormai da tempo la negoziazione degli aiuti coi genitori. La maggior parte è rimasta allo stesso punto di svariati anni prima. Quelle le si frequenta più volentieri, ma la vuotezza dei discorsi si è fatta baratro. “Sei tu che sei cambiata...Te la sei cercata”, sembra insinuare un brillio strano negli occhi della madre, che guarda sbalordita i vestiti che la figlia si è comprata all’estero. Chissà cosa ha combinato, pensa. Forse pensa addirittura, senza saperlo, senza nemmeno ammetterselo, che, dopotutto, sua figlia è una spostata. Una spostata in cerca di lavoro: e cosa scrivere sul curriculum, di quegli anni all'estero? Confezionare una balla? Dire dei lavori part-time inframmezzati da attività saltuarie, appassionanti, istruttive, non remunerate? Dare risalto alla padronanza di un'altra lingua? Ma è una competenza effimera, e poi se serve a qualcosa è proprio per andare all’estero! Cosa impedisce durante il colloquio di lavoro di dire le cose come stanno: che si è tentato di valorizzarsi come individui, che si è fatta una scelta di libertà e autonomia. Non sono questi i valori del miglior capitalismo?

In Danimarca, chi fa l'università generalmente non la inizia subito dopo la scuola superiore. Si passano uno, due o anche tre anni a viaggiare, a lavorare, a viaggiare lavorando, a impregnarsi di una cultura che non può essere schiaffata in un libro. Ma in Italia? Cos'è un “buco nel curriculum”, cos'è un buco nella vita? Perchè nel paese in cui prospera la Grande Arte – quella di arrangiarsi – si è cosi refrattari a esperienze eteroclite, tentennamenti, esplorazioni infruttuose? Un curriculum rappresenta la vita come un percorso a ostacoli. Quelli che ritornano invece hanno capito che le traiettorie personali sono odissee, romanzi picareschi, ballate con ritornelli e silenzi. La spostata o lo spostato hanno i mesi contati. Presto il pane sulla tavola ridiventerà pane familiare. Una bella crisi di panico o una litigata apocalittica con i genitori daranno l’abbrivio, i media nazionali la nausea di contorno. Tutto si trasformerà in un carburante la cui composizione chimica è forse nociva, o è forse la stessa di cui sono fatti i sogni. Dal purgatorio ci si prepara a un nuovo limbo, covando magari i piani per la prossima – quella sì – fuga.

Chi se ne va che male fa

Enrico Donaggio

Dall’antichità al Settecento si abbandonava il proprio luogo di origine, ci si metteva in strada o peggio ancora in mare, solo se costretti da guerra, persecuzione o fame. Le poche eccezioni alla regola – Ulisse o altri curiosi e vagabondi in cerca di gloria – fanno scandalo e leggenda. Con i Romantici inizia invece a prendere piede la fede che da un’altra parte si stia meglio che qui, per definizione. Alle prime legioni di anime in pena che si affollano a chiederle dove si trovi la felicità, la sfinge senza mistero della voce interiore fornisce sempre la stessa risposta: «Dove non sei tu». Un incitamento all’evasione e una nuova saggezza: muoversi da un punto all’altro del globo, disertare il destino, per fare un’esperienza di sé e del mondo più autentica e profonda. Una smania di altrove dapprima elitaria che, col tempo, diventa desiderio di moltitudini.

La fenomenologia della fuga si arricchisce così di un nuovo movente; al pane, alla galera, all’uniforme e alla vanità curiosa, si aggiunge il disgusto per l’aria di casa e la speranza che il senso della vita maturi davvero sotto altri cieli. Il risultato è che inizia a partire anche chi si immaginava designato a restare. Lo si chiami, per comodità, ceto medio riflessivo, figura dello spirito più che della sociologia economica; il destinatario non elettivo del regime di vita dominante, indispensabile però al suo successo e alla sua tenuta: quello che può aderire o defezionare, determinandone in modo non irrilevante la fisionomia.

Il capitalismo ha sempre trovato nella deportazione di massa e nella fuga coatta una fonte inesauribile di profitto. Migranti, apolidi e clandestini sono una risorsa energetica ambita, perché facile da sfruttare. Ma anche il suo materiale umano e ideologico privilegiato – il self made man – nasce da una precisa risposta al dilemma: «restare o partire?». Robinson Crusoe, matrice narrativa e mito dell’origine dell’individuo proprietario di se stesso e del mondo, si apre su una situazione familiare. Un padre, benestante sostenitore della «Classe Media» (le maiuscole sono di Defoe), che dà fondo a tutta la sua «gravità e saggezza» per convincere il figlio a fermarsi in eterno lì accanto. Un vecchio con le migliori intenzioni, pronto a tutto pur di imbalsamare e tutelare – a proprie spese, oltre che a sua immagine e somiglianza - il futuro di un giovane; a tramutare soldi ed esperienza in ansiolitico per sé e per quel ragazzo, affinché si sistemi, smettendola una buona volta di agitarsi: il presente italiano, e un singolarissimo modo di amare i figli, racchiusi nella scena madre che ha tenuto a battesimo, tre secoli orsono, la forma di vita oggi dominante.

Robinson, lo sappiamo, non ascolta quei consigli e si dà per mare. Lo possiede l’utopia capitalistica: salvarsi da solo; cambiare in meglio la propria vita, senza sovvertire la società e il mondo. Una fede allora rivoluzionaria, oggi tanto ovvia da risultare invisibile. Soprattutto a quelli convinti del fatto che, morta l’unica Utopia possibile (Berlino, 9.11.1989), ora si vegeti tutti in un deserto del reale che attende solo l’ennesima riproposizione della vecchia novella per tornare a fiorire. Incarnazione del capitalismo in un uomo solo, Crusoe prende il largo e realizza il suo sogno: consuma, tradisce, vende, uccide, accumula. E si realizza. Naufraga, e ricomincia da capo il ciclo di sfruttamento dell’altro e valorizzazione di se stesso. La ragione per cui parte - la fuga dal benessere senza desideri prospettato dal padre - e quel che compie quando naviga e approda stanno tra loro, e con il corso delle cose, in un rapporto di coerente armonia. Bisogna immaginare Robinson felice.

La sua fuga sprigiona una potente carica eversiva in due direzioni: rifiuta il destino che la tradizione di casa aveva da offrirgli e codifica in nuova ideologia un modo alternativo di stare al mondo. Disertando, il giovane Crusoe diventa, al contempo, se stesso e ciò di cui il sistema ha bisogno. Soggettivazione e assoggettamento, per scomodare il gergo di Foucault, procedono di conserva lungo le rotte della sua vita. Imperativi della coscienza morale e imperativi economici stringono nei suoi piani un patto di affinità elettiva.

Per gli emuli di Robinson, oggi, il problema nasce quando tentano di conferire alla loro replica di quel gesto un significato e un effetto antitetici a quelli di Crusoe. Attribuendole cioè una ricaduta politica - critica, nociva o destabilizzante - per i valori del capitalismo egemone e per gli assetti di potere del paese d’origine a cui voltano le spalle. Tutta la retorica, davvero insostenibile, intorno a bamboccioni, cervelli in fuga e civismo resistenziale obbligatorio, s’ingolfa in questa strettoia. Chi parte dice infatti giustamente di no - tra le molte cose che disgustano o costringono all’abbandono - anche alla felicità predisposta dall’associazione a delinquere, in salsa capitalistica, di genitori premurosi e figli consenzienti. La loro diserzione - che sempre più va assumendo le misure di una migrazione di massa del ceto medio riflessivo – costituisce un atto di accusa senza appello verso chi ha allestito in questi decenni un paese che riserva ai giovani soltanto il ruolo di comparse da ingozzare di ansia e amore parimenti malati.

Ma l’approdo della fuga, lo stile di vita inseguito e adottato una volta raggiunta la terra d’esilio, non mostra né insegue, almeno per ora, sovversione alcuna. A Barcellona, Londra, Berlino o Parigi si va per tentare di vivere un’esistenza decente, riconosciuta e rispettata. E in molti casi ci si riesce. Non basterà forse a mitigare il male inferto e patito nello strappo, né a migliorare il mondo, ma è già qualcosa che merita enorme rispetto: la sensata speranza di poter diventare almeno degli adulti. Poi si vedrà.

L’immigrante linguistico

Jacopo Galimberti

La speranza di ottenere un giorno molto lontano un lavoro in un’università, mi ha spinto all’itineranza: Dublino, Parigi, Berlino, Londra. Poiché non sono iscritto all’AIRE (anagrafe della popolazione italiana residente all´estero) lo Stato mi crede in Brianza, che candore... Sono sei anni che non abito più a Monza, ma raramente mi sento all’estero. La distanza culturale e sociale che c’è, per esempio, tra Parigi e Milano è probabilmente inferiore a quella che esiste tra Milano e Napoli. Però un trasloco da Milano a Parigi è una fuga, uno da Napoli a Milano no. La retorica dei cervelli in fuga è nazionalista. La circolazione dei cervelli, in realtà, è una manna, il dramma è semmai che l’Italia non ne attira. C’è, tuttavia, qualcosa che ti inchioda al fatto di essere effettivamente all’estero: la lingua.

All’estero, la distinzione da fare all’interno di quella che è poi un’unica razza, il lavoratore immigrante con passaporto dell’Unione Europea, non sembra essere tanto, chessò, tra chi è «manuale» e chi è «intellettuale» – concetti neo-platonici di scarsa utilità. La divaricazione è tra chi fa della comunicazione la parte preponderante del proprio lavoro e chi no. In discipline come la filosofia, la letteratura, la storia, ma anche in tutto ciò che è editing, avvocatura, certa amministrazione, giornalismo, cinema, teatro senza padroneggiare perfettamente la lingua non si va da nessuna parte. È la problematica che viene taciuta, fino all’ultima battuta, in The artist. Quando il cinema diventa sonoro, il protagonista, da immigrato non linguistico, sarebbe dovuto diventare un immigrato linguistico. Tuttavia, il suo possente accento francese gli impedisce la conversione e il mimetismo.

Per questo secondo tipo di immigrato, la lingua diventa una voce - una costante voce di spesa, in particolare per il linguistico accademico. Intanto passi le sere su Google ad attingere al sapere collettivo: apri le virgolette, digiti il tuo sintagma improbabile, chiudi le virgolette e attendi il responso. Se il motore di ricerca trova migliaia di risultati, il sintagma è promosso. Questo sapienza collettiva involontaria scalda magari il cuore, ma non basta. Ogni qual volta scrivi un articolo, un corso, un progetto di ricerca è giocoforza che un madrelingua debba dargli un’occhiata. È un esercizio utile, ma può arrivare a sbranare un quarto dello stipendio. Quello che rode di più, comunque, è che nessuno richieda le tue competenze linguistiche. L’italiano non interessa, se non a qualche eccentrico o all’abbiente pensionato che ha comprato una villa in Toscana, i quali potranno sempre scegliere tra le folle oceaniche di immigrati italiani quelli che offrono lezioni a prezzi da rimborso spese.

Al linguistico universitario che ambisce a restare, ad af-fermarsi, viene spesso un’insana smania di integrazione totale, di omologazione, di adesione assoluta e incondizionata. Incarna alla perfezione l’immigrato anelato dalla destra, del tipo «immigrazione sì, ma integrazione». Se vedi un linguistico accademico a intervalli di qualche mese riesci a cogliere al meglio lo sforzo erculeo che sta compiendo, e la sua miseria. Sono in perenne mutazione: la pronuncia si fa più rotonda, gli italiani gesticolano meno, magari insistono su certe frasi idiomatiche come a persuadersi della loro marcia inarrestabile nei meandri dell’idioma. Guardano, cioè guardiamo, le donne e gli uomini indigeni con un occhio più dolce; con questi custodi della lingua si è più accorti, più sensuali, più pazienti.

In questi frangenti, il linguistico italiano ha talvolta la stessa sfacciataggine dell’aitante extracomunitario che lirizza con una balena cinquantenne, arrapato dal permesso di soggiorno che un matrimonio materializzerebbe.Di notte, il linguistico universitario EU sogna studenti boriosi che non riesce a rintuzzare con la dovuta disinvoltura. Un incubo lo sradica dal sonno: una parola mal pronunciata faceva sghignazzare l’intera aula magna, a cui probabilmente non parlerà mai. Perché, in effetti, per esempio a Londra, se i dottorandi «continentali» sono a volte il 50%, quelli con posto fisso all’Università sono quasi sempre madrelingua, magari americani o canadesi. È un’osservazione simile a quella che devono farsi alcune studentesse con ambizioni accademiche: nelle discipline umanistiche sono la stragrande maggioranza, ma poi tra i professori la percentuale di donne crolla.

Forse il bracciante accademico EU troverà un giorno il suo Don Milani. Qualcuno che spieghi con parole povere che la lingua è uno strepitoso luogo di potere nella fossa dei leoni che sono le Università, specialmente oggi che i tagli hanno ulteriormente ridotto il foraggiamento dei felini. Quando torno a Monza e parlando con i miei genitori percepisco echi dialettali in ciò che dicono, sono quasi commosso. Sono le piccole cicatrici lasciate dalla borghesia del boom, nel suo avido tentativo di dotarsi di una lingua. L’italiano continuerà a essere protetto dall’aviazione e dalla marina, e potra' ancora a lungo fregiarsi del proprio ridicolo status di lingua. Tuttavia, l’immigrante linguistico italiano ha talvolta l’impressione di avere in bocca un dialetto: una lingua sconfitta, una lingua con cui non si trova lavoro, una lingua che un balzo del capitalismo può stritolare in qualche decennio.