Vol spécial

Davide Gallo Lassere e Marta Lotto

Uno scossone lungo 100 minuti per richiamare lo spettatore dall’indolente torpore quotidiano: Il documentario Vol spécial del regista svizzero Fernand Melgar (realizzato nel 2011 e da febbraio distribuito anche in Italia da Zalab) non lascia scampo. Dopo la sua visione anche le più ostinate o ciniche giustificazioni in salsa realpolitik vacillano inesorabilmente.

Il Centro di Trattenimento Amministrativa di Frambois, una struttura dorata a due passi dalla Ginevra capitale dei Diritti dell’Uomo, cristallizza con nitidezza l’oscenità morale, etica e politica di queste istituzioni totali – senza il rischio di soffermare la critica sugli aspetti che troppo spesso catalizzano rabbia e indignazione: violazione vergognosa dei diritti più elementari, carenze igieniche spaventose, sovraffollamento o sadismo delle guardie. Fiero esempio dell’umanità del trattenimento, al punto da poter esser filmato da un regista impegnato e dichiaratamente critico (si veda il documentario del 2008 sui richiedenti asilo La forteresse), Frambois si configura come una gabbia di cristallo. Così, attraverso lo sguardo della cinepresa, l’idillio del centro più soft, dei migranti più ligi ed educati e degli operatori più comprensivi restituisce in modo beffardo la violenza fattuale di queste scatole nere del presente.

Non un CIE qualsiasi, dunque, sostanzialmente simile agli oltre 250 disseminati per l’Europa intera; bensì il fiore all’occhiello di questi universi concentrazionari. Costato 3,3 milioni di euro alla confederazione elvetica, il centro a cinque stelle di Frambois ha una capienza massima di 25 pensionnaires (ospiti), per ognuno dei quali vengono spesi circa 330 euro al giorno. I migranti in via d’espulsione godono infatti di condizioni speciali: possono muoversi liberamente negli interni dalle 8 alle 21; possono cucinare loro stessi da mangiare, ascoltare musica o fare sport; dispongono di stanze singole, pulite e confortevoli; e sono assistiti da vicino dai membri che compongono lo staff del personale – in tutto 13 unità.

Frambois si distingue per un’impronta smaccatamente neo-manageriale. Tramite tecniche empatiche, vicinanza psicologica e umanizzazione delle relazioni guardie/trattenuti (i quali circolano negli stessi spazi comuni senza restrizioni o misure cautelative) si attua il placcaggio e la normalizzazione delle passioni più conflittuali e antagoniste. Tuttavia, anche in questo contesto ovattato, non mancano all’appello reazioni umane, troppe umane come l’automutilazione, lo sciopero della fame o il tentativo di suicidio.

Aldilà del rompicapo antropologico sulla sincerità emotiva (spontanea o strumentale?) del personale – il quale, in molteplici casi, si scherma dietro un caloroso compatimento (alcuni si definiscono “militanti”) o, più di rado, attraverso lo snocciolamento di fredde procedure giudiziarie – Frambois mette a nudo lo scandalo intollerabile di questi luoghi, in cui vengono risucchiate e frantumate, a due passi dai centri abitati, le norme minime di ogni ordinamento che si pretenda civile e democratico.

Qui, la violenza non sporca i muri di sangue, ma si fissa più sottilmente nella disperazione silenziosa o cantata, nella rabbia impotente, nel rammarico o in una spirale depressiva. Chiunque entri a Frambois ha il destino segnato. Due le opzioni: essere scortati all’aeroporto e scegliere liberamente di imbarcarsi. Oppure rifiutare, rientrare al centro e sparire all’improvviso su un vol spécial senza poter avvisare figli e famiglie, imbavagliati e incatenati in dodici punti per più ore (l’ultima morte per “cause naturali”, sic!, risale al 2010), con il rischio che ad accoglierli nel paese d’origine vi siano le polizie locali. Le diverse sorti sul suolo natio dei respinti (tra cui anche un richiedente asilo politico) sono raccolte nel webdocumentario le monde est comme ça.

Se il destino degli espulsi lascia indifferenti società civile e Stato, in certi casi committente della morte o della tortura del migrante, lo spettatore rimane intimamente coinvolto. Ciò che si osserva non conduce a prendere le distanze, assumendo per strategia difensiva uno sguardo che disumanizza la vittima. Al contrario. La scelta di mostrare gli affetti delle persone, il carattere o le vicende soggettive riconsegna loro la prossimità perduta, piazzando il pubblico dinnanzi all’ingiustizia disarmante vissuta dai protagonisti. (Sulla stessa lunghezza d’onda il documentario di Alexandra D’Onofrio La vita che non cie).

Ciononostante, il film non ha ricevuto assensi unanimi. Definito come fascista dal produttore Paulo Branco in occasione del festival di Locarno, e fortemente osteggiato col motto di documenteur (documentitore) dal partito nazionalista e xenofobo svizzero UDC (il quale ha addirittura tentato, fallendo di poco, di indire un referendum per proibirne la visione nelle scuole), Vol spécial rappresenta un esempio di pedagogia civile impegnata. Oltre 15.000 studenti svizzeri si sono già potuti confrontare direttamente con le sventure dei migranti, rendendosi partecipi in prima persona dei costi umani delle politiche immigratorie. Senza commenti, musiche ed esplicite colpevolizzazioni delle parti in causa, il film crede nello spettatore e ne sprona le capacità critiche.

Apolidi, Clandestini, Ircocervi

Giorgio Mascitelli

Le recenti polemiche scaturite dall’iniziativa in favore della campagna elettorale di Matteo Renzi per le primarie del centrosinistra promossa dal finanziere italiano Davide Serra, attivo nelle isole Cayman e fiscalmente residente a Londra, hanno riportato alla mia memoria la parola apolide. Non naturalmente perché ritenga che Serra sia un apolide, ma perché probabilmente la sua figura così legata al contesto internazionale ha attivato in me delle associazioni logiche con questa espressione e questo concetto ormai desueti.

Il termine apolide, infatti, sembra essere scomparso dal lessico pubblico senza lasciare traccia o quasi: devo confessare che la cosa mi colpisce perché durante la mia infanzia questa parola era spesso usata sui media (di solito riguardava qualche campione dello sport evaso dai paesi caserma del socialismo reale) e restava impressa nella mia mente come relativa a una creatura fantastica e stravagante al tempo stesso, una specie di ircocervo. In verità la vita di questo sostantivo è stata veramente breve: esso si è diffuso tra le due guerre mondiali, verosimilmente per il lascito di profughi della prima guerra e per l’introduzione dell’obbligo dei documenti di identità che in molti paesi data quegli anni, ma la prima attestazione ufficiale in lingua italiana risale solo al 1942.

Non è neanche facile indicare quale termine oggi occupi il suo spazio ideologico e semantico. Il clandestino che in prima battuta sembrerebbe il vero erede non gli corrisponde affatto: la sua condizione ontologica e materiale è di tanto inferiore a quella dell’apolide, che alcuni clandestini sperano di uscire dalla loro condizione attraverso l’asilo politico ossia proprio cercando di diventare apolidi. Ma c’è un’altra qualità che separa in maniera ancora più decisiva il clandestino dall’apolide: quest’ultimo nell’immaginario sociale era una figura drammatica ed eccezionale nel contempo, un’autentica individualità per così dire, la caratteristica del clandestino è al contrario quello di essere massa, numero crescente e perciò minaccioso, insomma di essere un’entità quantitativa e superflua senza dramma personale. Soy una raya en el mar (sono una linea che galleggia nel mare) dice il clandestino di sé nella famosa canzone di Manu Chao e veramente mi sembra che non ci sia definizione più precisa.

Tutte queste differenze, però, discendono da una fondamentale: l’apolide poteva sperare (non che succedesse sempre) di fuggire attraverso i confini verso un potere che ne riconosceva i diritti o quanto meno l’esistenza; il clandestino passa le frontiere per trovarsi sempre di fronte allo stesso potere perché i confini di oggi non sono veri confini, ma assomigliano a zanzariere, che vengono posizionate e tolte a seconda della necessità. Forse è proprio questo fenomeno che ha determinato il declino del termine apolide: in un mondo di frontiere retrattili ed estendibili possono ancora esistere persone che vivono la condizione di apolidia, ma cessa la loro capacità simbolica di diventare un caso. Perciò possono essere benissimo chiamate esuli o rifugiati, insomma con parole più comuni dotate di un basso grado di connotazione.

Ma la breve notorietà di Davide Serra ci mostra che una figura nuova ancora senza nome sta emergendo in questi tempi, una figura che va dappertutto e dappertutto è bene accolta perché sembra portare con sé idee per realizzare soldi e soldi per realizzare idee. Questa figura ha in comune con l’apolide il fatto di incarnare un perturbamento delle regole politiche dovuto alla delocalizzazione, anche se in questo caso volontaria, e il fatto di costituire un’individualità marcata, ma nello stesso tempo la sua apparizione sulla scena mette in crisi quello stato di diritto, che è invece per l’apolide l’unico sostegno nella forma del diritto di asilo. È infatti una figura che interviene anche nella politica nazionale, ma con modalità diverse sia da quelle della comune cittadinanza sia da quelle dei vecchi notabili. È radicalmente estranea a uno dei capisaldi dello stato liberale, quel principio di no taxation without rapresentation che sostituisce con l’idea che ci sia un interesse oggettivo a rappresentarla proprio perché non tassabile o tassata altrove.

Il fatto che questa figura sia ancora senza nome non è dovuto alla sua novità, ma rappresenta sul piano linguistico il primato della finanza sul sistema politico, che resta il simulacro o lo spettacolo di decisioni prese altrove. E così come non potremo mai vedere un ircocervo perché è parola senza contenuto reale, così non potremo vedere neanche un contenuto reale senza una parola che lo designi.

Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino

Anna Curcio e Gigi Roggero

La Tunisia è, oggi, uno straordinario laboratorio politico. Distruggendo definitivamente ogni inveterata reminiscenza del rispecchiamento coloniale, secondo cui le “periferie” dovrebbero osservare il “centro” per vedervi riflessa l’immagine del proprio futuro, sono invece le lotte a determinare il punto avanzato dentro il capitalismo globale. Fare inchiesta in questo laboratorio significa trovare risposte a nodi politici insoluti. Quelle in Tunisia e in Egitto, allora, sono state le prime insurrezioni dentro la crisi economica globale. Ancora di più, hanno rimesso all’ordine del giorno le parole d’ordine dell’insurrezione e della rivoluzione, di cui molti, troppi pensavano di essersi liberati insieme ai ferri vecchi del Novecento. Ma queste parole d’ordine vengono imposte all’agenda dei movimenti in modo nuovo. Leggi tutto "Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino"

La vita oltre le sbarre

Giacomo Pisani

Ieri oltre 700 migranti sono morti in un naufragio al largo delle coste libiche. È la più grande tragedia di migranti, che chiama in causa, oggi più che mai, le politiche di reclusione in atto anche nel nostro paese. I CIE non sono dei lager, in cui ogni momento del giorno e della notte è scandito dalle regole ferree dei sorveglianti. Il CIE è un buco nero, uno spazio senza fondo, un imbuto senza uscita, perché nessuno sa quando sarà espulso. Nei CIE, centri di identificazione ed espulsione, non è come in carcere, la vita dei migranti è poco irregimentata. Sono pochi i doveri che lo straniero deve rispettare. Eppure la maggior parte dei detenuti preferisce ingoiare gli psicofarmaci e i sonniferi, pur di sfuggire a quella gabbia. Perché nel CIE viene meno qualsiasi riferimento, hai perso già tutto, dagli indumenti agli affetti, dalla possibilità di progettare la tua vita alla capacità di comunicare.

Spesso si è soli fra gente che parla lingue diverse, persi in un vortice di incertezza e di paura, perché nessuno sa cosa sarà delle proprie vite. Dopo viaggi estenuanti e mille ostacoli, spesso anche dopo lunghi periodi trascorsi in Italia, in una terra nuova priva di certezze e appigli, finisci lì, in condizioni disumane, chiuso fra delle mura, nella sporcizia e nel degrado più atroce. Perché nel CIE la promiscuità è il fattore più caratterizzante, non c’è un angolo in cui restare soli con se stessi, riconoscersi, proiettarsi in avanti. Nel CIE ogni momento è contaminato dalla sporcizia e dallo stress, che è anche quello di chi sta attorno.

Nessuno è lì ad ascoltarti perché tutti hanno perso la parola, la parola sfugge alla propria intimità perché quell’intimità non c’è più, si è smarrita nei chilometri lontano dalla famiglia e dalla propria terra, dalle proprie abitudini e dalle proprie certezze. Le parole allora diventano prive di significato, meglio cucirla la bocca, richiudersi a guscio e sfuggire a tutto quello che sta attorno.Come hanno fatto alcuni uomini e donne nel dicembre 2013 nel CIE di Ponte Galeria, a Roma.

Il CIE è la soluzione più coerente con l’ideologia dominante, è un confine invalicabile che cancella alla vista l’orrore della disumanizzazione, della cancellazione della dignità e dell’identità. Toglie dalla vista ciò che morde al cuore perché minaccia ciò che di più intimo abbiamo. La certezza di poter stare al mondo e scegliere la propria vita senza che nessuno ci riduca ad animali o oggetti. Forse è stato questo vuoto, il buco nero del dis-umano a far sì che la detenzione amministrativa si sviluppasse sempre più al di fuori del diritto statutario e di scelte legislative intenzionali. L’orrore della detenzione amministrativa degli stranieri si è sempre più poggiato sulle prassi amministrative e poliziesche, sulle scelte di singoli burocrati, su un diritto consuetudinario cresciuto al di fuori della legge.

Per questo oggi nessuno è colpevole. Nessuno è razzista, nessuno vuole attentare alla vita di chicchessia. Semplicemente l’immigrazione è un problema che non riguarda nessuno. Non deve neanche rientrare fra i problemi, deve essere messo fuori dal proprio angolo visuale. Dobbiamo cancellare dalla vista gli scarti che noi stessi produciamo, in quanto funzionali ad una divisione internazionale del lavoro che oggi riarticola modi di produzione e forme di vita a livello internazionale. Confini e frontiere determinano flussi di lavoro vivo e governano la mobilità della forza lavoro producendo tensioni e conflitti. Nel confinamento e nella reclusione si determina allora la produzione di soggettività e la composizione del lavoro dentro le logiche del capitale.

Gli scarti, gli esuberi sbattuti da un confine all’altro devono sparire nel buco nero, perché nell’immigrazione è in gioco il nostro stesso essere ospitati in un mondo che non è il nostro, ma che ci espone a mille eventi e condizioni, a partire dalle quali soltanto possiamo vivere e agire. Nell’ospitalità del mondo esterno è in gioco la nostra stessa esistenza, che è tutt’altro che sguardo assoluto e trascendente su tutto il resto. Il migrante è la sfida più grande all’uomo occidentale, sicuro a casa con la sua famiglia. È un proiettile che mira al cuore delle nostre sicurezze per farci cogliere al fondo del nostro giudizio le basi storiche, contingenti, sempre esposte all’alterità. Sempre in pericolo di crollare, quando l’altro non è ospitale. La vita è sempre segnata dall’altro, e solo assumendo questa irriducibile finitezza è possibile incidere sul reale, dire il mondo, esserci. Senza mai dire “non lo sapevo”.

Dei fenomeni migratori e della Costruzione dello straniero si parlerà a Torino, al Campus Luigi Einaudi, oggi 20 Aprile, nella Sala Lauree Blu. Gli ospiti saranno Alessandro Dal Lago, Donatella Di Cesare e Luigi Pannarale. Ad affiancarli due giovani discussants, Alessandro Campo (Università di Torino) e Alberto Martinengo (Ricercatore all’Università di Milano). L’incontro è organizzato dal CEST- Centro per l’Eccellenza e gli Studi Transdisciplinari, nell’ambito della Biennale Democrazia.