Il governo dell’uomo indebitato

Federico Chicchi

Non è oggi giunto il tempo per mollare gli ormeggi? Non è giunto il momento di mettersi in viaggio? “Partire nel mezzo, per il mezzo, entrare e uscire, non cominciare né finire”, per Deleuze, partire significa tracciare una linea, una linea di fuga: e nelle linee di fuga “c’è sempre un tradimento (...), si tradiscono le potenze fisse che vogliono trattenerci”. Occorre svincolarsi dai segmenti che ci trattengono, che hanno il potere di individuarci e di decidere la qualità dei nostri sogni.

Questo “potente” tema deleuziano, attuale più che mai, immersi come siamo nelle piaghe putrefatte della società salariale, mi pare in sintesi la tensione fondamentale che attraversa, dall’inizio alla fine, l’ultimo e formidabile libro di Maurizio Lazzarato Il governo dell’uomo indebitato (DeriveApprodi, 2013). L’oggetto specifico del tradimento, cui ci invita l’autore, si palesa solo negli ultimi capitoli del volume, ma après-coup fornisce una pragmatica a tutto il volume. Il tradimento da realizzare passa dal rifiuto del lavoro.

Scrive, in proposito, Lazzarato: “Oggi il rifiuto del lavoro contemporaneo mette in discussione più profondamente il capitale di quanto non abbia fatto il rifiuto operaio, perché riguarda la società nel suo insieme e la soggettività in tutte le sue dimensioni. Ciò che è in gioco è l’«antropologia» della modernità”. In questa infedeltà al lavoro salariato, inteso come spazio privilegiato ma al contempo oggi smisurato, dei processi di soggettivazione capitalistici, c’è la possibilità, o meglio, l’opportunità, di tracciare delle linee di fuga che possono distribuire la soggettività su di uno spazio aperto, certamente insidioso e rischioso, ma anche generativo e creativo.

Insomma in gioco c’è la possibilità, anzi ci dice Lazzarato “la necessità di scoprire, produrre e ricomporre temporalità e soggettività eterogenee” e a questo fine occorre “continuamente neutralizzare e sottrarsi alle tecniche di assoggettamento e di asservimento della governance”. Occorre precisare subito che il testo di Maurizio Lazzarato è organizzato dentro un incalzare continuo e sorprendente di argomentazioni teoriche che trovano il loro binario concettuale privilegiando il riferimento alle sollecitazioni francesi di Gilles Deleuze, Felix Guattari e Michel Foucault. Sollecitazioni però che si ibridano e contaminano, senza sosta, con molti altri autori, tra cui forse il più sorprendente risulta essere Pasolini.

La trama interpretativa che si dipana progressivamente tra le pagine del libro in modo chiaro e convincente, nonostante la complessità filosofica dei temi, produce un originale e coerente affresco del nuovo neoliberalismo “governamentale”. In altre parole ciò che risulta tratteggiato è un capitalismo che a partire dalla crisi iniziata nell’ormai lontano 2007, rilancia e riorganizza i suoi apparati di potere dentro una tanto inedita quanto ossimorica governamentalità autoritaria. Occorre, ci dice l’autore, far passare alle categorie foucaultiane (cui quella di governamentalità appartiene) l’esame della crisi economico finanziaria del presente.

Infatti oggi “La governamentalità non si limita a incitare, sollecitare, favorire, poiché essa impone, vieta, norma, dirige, comanda, ordina e normalizza”. Assoggettamento da un lato e asservimento dall’altro. È nell’incrociarsi sinergico e complementare di questi due apparentemente opposti movimenti del potere che il capitalismo segmenta e traduce la vita, il bios, al suo piano sintattico e “grammaticale”. Scrive ancora Lazzarato: “Da un lato siamo prodotti in quanto soggetti, siamo assegnati alla nostra «natura» di individui, colpevoli e responsabili (del debito) (...). Dall’altro siamo istituiti come «dividuali», funzioniamo cioè come semplici elementi, pezzi, ingranaggi della macchina dell’economia del debito”.

Soggettivati e spinti al culte de la performance e al contempo disciplinarizzati e de-soggettivati. Il segreto di questo doppio movimento, di questa disgiunzione inclusiva, è rintracciabile secondo l’autore, seguendo Deleuze e Guattari, nella peculiarità capitalistica dell’assiomatica. L’assiomatica funziona spostando continuamente e dinamicamente i limiti di funzionamento del capitale, metabolizzando e segmentando le linee di fuga soggettive e quindi piegandole al lavoro attraverso «enunciati operativi», semiologie di cattura.

L’assiomatica permette così di assumere le crisi dinamiche della macchina capitalistica come un normale funzionamento. In altre parole rendere elastici i propri limiti di funzionamento significa de-codificare e assiomatizzare contemporaneamente. “Significa che possiamo definire il capitalismo come un’assiomatica sociale”. Affermava Deleuze nel 1971, l’anno precedente all’uscita de L’anti-Edipo: “e non è al livello del modo di vivere che il capitalismo ci rende schizo, ma al livello del processo economico (...) il capitalismo funziona come un’assiomatica, un’assiomatica dei flussi decodificati. Tutte le altre forme sociali hanno funzionato sulla base di una codifica e di una territorializzazione dei flussi, e, tra la macchina capitalista che fa un’assiomatica dei flussi decodificati in quanto tali o deterritorializzati in quanto tali e le altre formazioni sociali, c’è veramente una differenza di natura che fa essere il capitalismo il negativo di tutte le altre formazioni sociali”.

Secondo Lazzarato l’assiomatica della/nella crisi coincide con la liberazione degli apparati di cattura del valore prodotti nella cooperazione sociale “ovvero dell’appropriazione e dell’espropriazione della produzione sociale” ma ancora di più “Nella crisi del debito, il modello di realizzazione dell’assiomatica funziona con un numero ancor minore di assiomi: rimborsare i creditori, ridurre drasticamente i salari e i servizi sociali, privatizzare lo Stato sociale”. La base organizzativa e irrinunciabile della nuova governamentalità neoliberale è allora lo Stato. In quanto organizzazione che si occupa di realizzare gli assiomi del capitalismo e proteggere gli interressi dei nuovi rentier.

Su questo Lazzarato insiste davvero molto, mostrando, in modo convincente, i limiti delle interpretazioni che vedrebbero nel neoliberalismo il puro dispiegarsi del dominio del mercato tout court. Il capitalismo contemporaneo è invece un capitalismo di Stato, dove quest’ultimo ha il compito prioritario di gestire l’ambivalenza, la duplicità del potere. Emerge dunque nella lettura propostaci dall’autore “una nuova concezione della sovranità nella quale non è più possibile distinguere l’economia dallo Stato, il potere politico dalla potenza del capitale, la governamentalità dalla sovranità. (...) Lo Stato massimo, come la crisi ha l’onere di mostrarci, è del tutto compatibile con i neoliberismo”.

In conclusione, cercando di pagare dazio al nostro ruolo di recensore, voglio segnalare un aspetto del volume (ma che soprattutto riguarda il volume precedente La fabbrica dell’uomo indebitato, DeriveApprodi 2012) che credo andrebbe maggiormente articolato. In estrema sintesi non mi convince pienamente il modo in cui il tema della colpa è analizzato nella determinazione del rapporto di potere emergente basato sulla forma creditore/debitore.

Sottolineare troppo il ruolo di questo elemento “morale” nella determinazione del soggetto rischierebbe, come d’altronde pare esserne pienamente consapevole l’autore, di farci perde di vista l’elemento macchinico e dividuale del potere contemporaneo (l’asservimento). Inoltre, per quanto riguarda invece specificatamente l’assoggettamento, la colpa è un meccanismo psichico tipicamente nevrotico, che ha che fare con un atto di trasgressione rispetto a un ordine simbolico istituito. Il senso di colpa, secondo Freud, si produce a causa della cogenza della legge istituita dopo l’uccisione del padre. Totem e tabú. La colpa “funziona” insomma in una società fondata edipicamente sull’interdizione paterna.

Nelle società attuali a stampo governamentale e caratterizzate dalla evaporazione del padre, l’unica colpa possibile mi pare essere, lacanianamente, quella di non essere in grado di godere come il dispositivo ci stimola e orienta a fare maniacalmente. In questo senso la colpa sarebbe, al limite, l’esito non dell'indebitamento ma quella del non riuscire ad accedere a nuovo credito. Certo la crisi come ci ricorda Lazzarato articola in forme nuove il dispositivo biopolitico e re-inscrive soggettivamente, la vergogna e la depressione, più che la colpa, del fallimento... e questo è un problema non di dettaglio che ci chiama con urgenza alla composizione di nuove linee di fuga capaci di sedimentare nuove temporalità soggettive e di produrre nuove istituzioni sociali. Prendiamo il largo.

L’avvenire di una rivolta

Paolo B. Vernaglione

Psicoanalista, semiologa, scrittrice, femminista. Nella sua densa e acuminata opera critica Julia Kristeva pensa la totalitaria paura infusa nei corpi e nelle anime da un capitalismo in cui gli esseri umani producono da sé stessi la propria miseria, le condizioni di un singolare assoggettamento.

L’avvenire di una rivolta, raccolta di interventi e conferenze della seconda metà degli scorsi anni Novanta scandisce il percorso di pensiero dell’autrice della trilogia dedicata al “genio femminile” (Hannah Arendt, lo splendido Melanie Klein, e Colette), mostrando come questa tarda modernità al lavoro sui corpi per negarne la potenza genera disagio nell’omologazione, nella distanza da sé, nell’invocare un’ “interiorità” politicamente corretta ed eticamente riprovevole.

Rivoltarsi dunque è giusto, a partire dal piano di consistenza in cui al soggetto è negata la qualità peculiare della finitezza, del limite nella diversità, della malinconìa nell’aver perso un mondo della nascita di cui si può recuperare il tempo, a patto di ribellarsi. Chi si rivolta, cioè risale il legame che lo lega al mondo, che lo manca a sé stesso, che lo rovescia, lo fa nella relazione psicoanalitica, di cui Kristeva enuncia la censura da parte di una terapeutica cognitivista (ego terapy) che ha sciolto la relazione all’altro nel potere illimitato dell’”io”, che ha depotenziato Freud e normato la sovversione del soggetto.

Chi si rivolta è lo straniero, di lingua, di sangue, di stato-nazione, il cui verbo estraneo (per Kristeva il bulgaro-francese-inglese) contesta la “langue”, il patrimonio nazionale, la discorsività ufficiale in cui si insedia il contagio della comunicazione, la volontà di sapere, la soggezione ad un potere. Chi si rivolta è colei e colui che scrive, dal fondo dello strato extralinguistico ove, come in Proust, emerge il cristallo raro di verità che alcuna verbalizzazione può rinchiudere.

Le tre figure naturalmente politiche della ribellione assumono il profilo della negazione, teorizzata da Freud nel saggio omonimo del 1925 e sottesa al tracciato analitico, che comporta il doloroso distacco dagli oggetti “piccoli” del consumo in direzione dell’ “oggetto materno”, per Klein “sufficientemente buono” da scatenare la pulsione “sans phrase” che la lingua convoglierà nel desiderio.

Contrastando il capitale, in cui i viventi mandano in cortocircuito biologia e linguaggio, pulsione e discorso, sensibilità e sapere, l’impresa del rapporto analitico consiste nel risalire il desiderio dell’altro attraverso la corporeità, fino al limite extralinguistico in cui la realtà dei segni slitta su quella dei significati. La rivolta fa del soggetto il luogo di distinzione, di negazione e di estraneità, spazio di un terzo genere di conoscenza che Kristeva chiama semiotica (i segni della pulsione, ancora non desiderio), diverso dalla significazione, dall’attribuzione di senso, dalla discorsività.

Mallarmè, Ruskin, Artaud, Bataille lavorano la realtà “sensuale” del linguaggio da stranieri, da nomadi, da sovversivi, da in-fanti. Il ribelle, lo straniero, lo scrittore, celebrati dalla filosofia nei sacri luoghi della teoria politica, della sociologia radicale e della critica letteraria, sono per Kristeva gli odierni profili dell’attività di soggettivazione, in cui si stendono, più che nell’estensione della tecnica o nell’interiorità celebrata dalle religioni, i campi di tensione tra saperi, poteri e individui. La rivolta fa fare un giro completo al “discorso del capitalista”(Lacan), rovesciando i rapporti tra linguaggio e realtà, convertendo il consumo mercantile in produzione consumatrice (Marx), in animalità libera, l’ “in principio era il Verbo” in principio della carne, situazione di piacere, trasformazione di potere, radicamento di un sapere.

L’uomo in rivolta (oggi la donna, principio rivoluzionario), lungi dal voler riacquistare come in Camus una modernità perduta, rischia l’ identità, scopre l’inganno dell’“intimità”, distrugge il mito brutale dell’umanesimo, delle regole del mercato divenute legge morale, tenuta democratica, rispetto delle norme in cui si perpetuano gerarchie e discriminazione.

Il rivoltoso verifica la tenuta dell’essere soggetto in rapporto ad un potere, nella gestione di un sapere, nell’esercizio di una volontà. Se la psicoanalisi è scontro con l’esteriorità, se l’esodo costituisce la rivolta permanente contro lo stato e il lavoro salariato, se il testo e la scrittura (Barthes) animano la sovversione del soggetto, il campo di sperimentazione della propria corporeità è campo politico, luogo in cui la rivoluzione si fa carne, in cui la ribellione costruisce alternative di vita, in cui cioè la rivolta è negazione permanente, insistente, corroborante.

Bisogna dunque essere giusti con Freud, che scopre nel “fort-da” del traumatico movimento di presenza e di assenza la zona di traduzione della pulsione in desiderio, della sensibilità in linguaggio, della mancanza in negazione linguistica. Il ribelle analizzante, lo straniero traduttore di una lingua, cioè di un ethos in un altro “non materno”, lo scrittore che perviene al non essere del linguaggio a partire dalla propria testuale corporeità, divengono in ogni istante risorsa non catturata dall’impresa capitalistica, dalla logica del senso, dalla morale di un “democratico” assoggettamento.

Julia Kristeva
L’avvenire di una rivolta
Il melangolo (2013), pp. 84
€ 12,00

Muori e sarai servito

Ornella Tajani

Si chiama Heart Attack Grill il fast food da infarto di Las Vegas: un hamburger restaurant a tema ospedaliero in cui le cameriere vestono camici bianchi, le ordinazioni diventano «prescrizioni» e i clienti sono accuditi come «pazienti». Il menù propone single, double, triple e quadruple bypass, ossia hamburger che vanno dai 230 ai 910 grammi di carne l’uno, raggiungendo le 8000 calorie per panino. È consigliato accompagnarli a «flatliner fries», le patatine da linea piatta, con riferimento all’elettrocardiogramma di un cadavere. Il dessert più popolare è un frullato di crema di burro, mentre la selezione di bibite vanta un generale e straordinario apporto calorico; le uniche sigarette in vendita sono le Lucky Strike rosse e senza filtro.

Il primo Heart Attack Grill aprì nel 2005 a Chandler, in Arizona, dove il proprietario Jon Basso dichiarò di voler offrire ai suoi clienti il cibo più nocivo del mondo, coniando la formula di «pornografia nutrizionale». Un secondo ristorante fu aperto a Dallas, Texas, nel 2011, e chiuso dopo pochi mesi. La roccaforte del business “muori e sarai servito” è però quella di Las Vegas, che ha visto dall’inizio del 2012 quattro infarti, di cui due letali. L’ultima morte data dell’inizio di questo febbraio. Jon Basso sostiene che non è possibile provare che questi attacchi siano stati provocati dal loro cibo - un cibo tuttavia “buono da morire”.

L’intera impresa ironizza sulla nocività del cibo che vende, e non è un caso che il ristorante accetti solo contanti, circostanza eccezionale in un paese in cui anche un pacchetto di gomme si acquista con carta di credito: è un dettaglio pensato per evocare un’aura di clandestinità, dato che è la merce illegale, fondamentalmente dannosa, a essere pagata only cash. L’Heart Attack Grill è un perfetto palcoscenico della freudiana pulsione di morte, successivamente sviluppata da Lacan nel concetto di jouissance mortelle, di godimento mortale. Perché nutrirmi di un cibo potenzialmente letale?

In Ritratti del desiderio Massimo Recalcati spiega bene il passaggio capitale nella storia della psicanalisi rappresentato dall’opera Al di là del principio di piacere, in cui Freud teorizzava la pulsione di morte: nel momento in cui si stabilisce che il piacere non soltanto confina col pericolo di morte, ma può arrivare ad essere da esso unicamente e ontologicamente giustificato, «ogni antropologia naturalistico-edonistica che elegge il bene o il piacere a principio ultimo dell’azione umana viene drasticamente abolita». Il piacere, dunque, va ben oltre il principio della conservazione della vita; il godimento, spiegherà meglio Lacan, vale più della vita.

È la stessa pulsione di morte, ossia quella spinta al godimento contraria alla conservazione della vita, che attira i clienti all’Heart Attack Grill con una forza tanto maggiore in quanto la pulsione diventa di massa, pubblica e dunque in parte legittimata: ecco perché qui la morte non viene nascosta, bensì lascivamente esibita. Tutto deve ricordare al cliente che quel pasto può essere la sua ultima cena, perché è precisamente in questo paradosso che sta il godimento, e non nel gusto del triplo hamburger.

Il dott. Jon sembra averlo capito molto bene. L’obeso che sceglie di mangiare in questo ristorante lo fa perché nel menù è servita una chance di morte. Non che egli coltivi desideri suicidi; ciò che alberga dentro di lui non può spiegarsi in altro modo se non con il concetto lacaniano di godimento, mortale in quanto si inserisce in un’antropologia «che contempla l’eccesso come dimensione ontologica della pulsione». Il piacere che il cliente ricaverà da quel cibo lo attrae nel momento in cui sa che l’esperienza può essergli letale. Ciò non ha nulla a che vedere con il rischio: il godimento provato all’Heart Attack Grill coinvolge la concreta possibilità di morire; è questa che mette in moto il meccanismo del desiderio, della ricerca del piacere.

Come non è casuale che esempi di questo tipo di piacere attengano spesso alle sfere del cibo e del sesso, primarie pulsioni di vita, così non stupisce che nel fast food di Las Vegas non manchi l’elemento sessuale: in questa funerea cattedrale del godimento, le infermiere provocanti rappresentano l’altro polo del piacere fisico, qui marginale e tuttavia consapevolmente ostentato. Il loro ruolo è duplice: se da un lato la pulsione erotica si fa complemento di quella alimentare nel camuffamento della pulsione alla distruzione, dall’altro, nel panorama del piacere e del godimento mortali, anche il défilé da malati sulla sedia a rotelle, scortato dalla sensualità “da infarto” della cameriera, diventa per il cliente una ulteriore sequenza del suo flirt con la morte.

All’ultimo e fedelissimo cliente deceduto, John Allemann, l’Heart Attack Grill ha dedicato una speciale linea di vestiti che porta il suo nome. Il lapidario commento del proprietario sulla vicenda è stato: «Non saltava mai un giorno, neanche quello di Natale». D’altra parte, in altra sede, a proposito della sua impresa Jon Basso aveva dichiarato senza mezzi termini: «Ma certo che qui capitano infarti! Altrimenti non saremmo all’altezza del nostro nome». Pacta sunt servanda.

Sillabario plumbeo

Andrea Inglese

Terrore

Questa è la lunga stagione del terrore, del terrore d’occidente, europeo, che rende l’uomo animale d’immagini, e non più animale politico. La vita stessa fa paura, nel suo minacciare configurazioni imprevedibili, fuori da ogni controllo istituzionale e individuale, fuori dalle gabbie nevrotiche, al di là di ogni depotenziamento televisivo.  I movimenti bruschi, o ampi, o maestosi, spaventano. Siamo lanciati in una partita difensiva, dove il risultato ottimale, l’unico che sia ragionevolmente perseguibile, è un pareggio. Vivere fa paura. I cacciatori d’immagini, che noi tutti siamo, non vogliono saperne del presente, della sua materialità ottusa, prossima, del suo gremito senza oasi, dorature trascendenti, lampi di salvezza. Leggi tutto "Sillabario plumbeo"