Milano Fuori Salone, i vampiri alla festa dei freelance e del lavoro creativo

Giannino Malossi

Il Sindaco Pisapia giustamente si congratula guardando strade, piazze, show room e i 400 eventi sparsi per tutta Milano durante il Fuori Salone. In città arrivano, e si vede, più di 500.000 persone generando investimenti diretti per 40 milioni di euro e un indotto di altri 360. È una grande festa aperta a tutti, che rende evidente come il design e la cultura del progetto siano oggi une componente essenziale dell’economia della città, del Paese e dell’industria italiana in generale. Il successo del design italiano, che anima il Fuori Salone, è il successo del lavoro creativo di nuova generazione, il vero motore economico che potrà tirare fuori la nostra economia dal disastro attuale.

Ma non si vive solo di concetti eleganti e di belle parole sul genio e cultura da salotto. Il Fuori Salone è anche la grande festa di chi nel design ci lavora, e cioè, nel 99% dei casi, è un lavoratore o una lavoratrice autonoma di nuova generazione che, come chi lavora nella moda, nella comunicazione, nelle nuove tecnologie digitali, non fa parte di nessuna antica corporazione, ordine professionale o settore organizzato e protetto da lobby e apparati gerontocratici. Il restante 1% è costituito dai figli dei titolari che vogliono fare i designer perché è cool. L’esempio, davvero impagabile, è Lapo Elkann: il sintomo vivente che descrive come le professioni culturali e creative siano oggi al vertice delle aspirazioni sociali, il che conferma la loro centralità nell’economia del Paese anche a livello di gossip. Del resto la società più capitalizzata al mondo, Apple, è considerata dai fatidici «mercati» un’azienda all’avanguardia nel design.

Una professione nelle industrie creative è la speranza di decine di migliaia di famiglie quando affrontano spese di migliaia di euro per le rette di 39 scuole, istituti e università che, solo a Milano, offrono corsi in vario modo riconducibili alla cultura del design e alla moda. Queste famiglie fanno sacrifici sperando di assicurare un futuro decente, o magari di successo, ai propri figli. Il Fuori Salone è anche la festa degli studenti di design e delle altre discipline culturali e creative.

Ma quest’anno la festa è rovinata in partenza: il futuro e le speranze dei lavoratori creativi, degli studenti e delle loro famiglie è minacciato. Sulla festa del design si aggira il grande vampiro nazionale, l’INPS, pronto a succhiare soldi dalle nuove professioni creative, in cambio di niente, con la sua Gestione Separata. Il futuro delle professioni autonome del design è segnato a morte da una legge incombente che, se approvata, eliminerà le condizioni materiali della loro esistenza.

Proprio in questi giorni infatti, mentre il design festeggia tra un cocktail e un workshop sulle stampanti in 3D, nella quasi indifferenza dei media nazionali, il Governo sta proponendo che i lavoratori autonomi di nuova generazione, i freelance e i liberi professionisti non iscritti a ordini professionali, cioè la totalità dei nuovi lavoratori autonomi del design, della moda, della comunicazione e delle nuove tecnologie, siano obbligati a versare il 33% dei loro ricavi nelle oscure casse della GESTIONE SEPARATA INPS. Si tratta, come è stato dimostrato da studi accademici1, di ricavi che nella grande maggioranza superano di poco i 1000 euro a mese, e sono per lo più soggetti a persistente precarietà.

La Gestione Separata INPS costituisce un intollerabile esempio di mancanza di trasparenza, che aggrava le condizioni materiali dei collaboratori costretti a lavorare nelle forme precarie confusamente delineate dai 46 tipi di contratti flessibili proposti dal cosiddetto diritto del lavoro italiano, una vergogna tra i Paesi avanzati, assolutamente non comparabili con i corrispondenti contratti in uso, per esempio, in Germania.

La realtà concreta che Governo e INPS stanno preparando per i lavoratori del design, della moda, della comunicazione e delle nuove tecnologie è un costosissimo inganno, una presa in giro anti-egalitaria, ma soprattutto una sconsolante prova di arroganza burocratica, di mancanza di cultura economica aggiornata e forse anche di difetto di conoscenza delle reali fonti di produzione di valore economico nelle filiere delle industrie italiane apprezzate nel mondo, quali il design e la moda.

Pare strano che un Governo di tecnici, che ogni giorno ci ricorda l’occhiuta sorveglianza dei sentiment di mercato, sia così lontano dalla realtà materiale del Paese che aspira a governare. Strano ma, per ora, vero. Le condizioni recessive dell’economia italiana sono sicuramente il risultato di decenni di sottovalutazione delle potenzialità economiche delle industrie culturali e creative. I nuovi provvedimenti annunciati sono, oltre che una sciatta dimostrazione di continuità con un modello culturale ed economico fallito, una catastrofica premessa per la sparizione immediata, a partire dalla prossima dichiarazione dei redditi, di un intero e promettente settore, che ancora oggi invita tutta una città a festeggiare con prosecco e spritz i risultati ottenuti negli anni passati. end

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1. https://www.alfabeta2.it/2010/09/07/approfondimenti-a-lavoro-che-passione/

Fare coalizione al tempo dei freelance

Roberto Ciccarelli

In un pamphlet di 48 pagine, Knowledge Workers. Dall’operaio massa al freelance (Asterios, 2015), Sergio Bologna ripercorre la traiettoria che dall’operaio massa ha portato ai freelance, al “lavoratore autonomo di seconda generazione” e al self-employed (auto-impiegato).

Un saggio breve dove questa poliedrica figura dell’operaismo italiano, storico del movimento operaio, freelance, attivista e fondatore di riviste d’avanguardia come «Primo Maggio», riflette sul “post-operaismo”. Il “post” viene adottato perché il fondatore dell’operaismo Mario Tronti sostiene che l’operaismo si è concluso con la rivista «Classe operaia» già negli anni Sessanta. Bologna si attiene a questa distinzione. Ciò che gli interessa è delineare una caratteristica specifica della storia degli intellettuali emersa nel Dopoguerra: la lotta contro il crocianesimo nell’accademia e il conformismo regnante sul mercato editoriale. Un’eccezione riconosciuta che continua a riscuotere l’interesse nelle nuove generazioni, non solo italiane.

Post-operaismi
Il “post-operaismo” è un’analisi materialista che vede nel lavoro, senza distinzioni, una soggettività storica e non una variabile dipendente dall’impresa, né il premio ottenuto da un soggetto “meritevole”. Ciò che lo contraddistingue dal suo tradizionale insediamento sociale - la classe operaia – oggi è l’originale analisi di mondi operosi ben più articolati e contraddittori. Sergio Bologna si rivolge al lavoro autonomo dov’è avvenuta una trasformazione che coinvolge il ceto medio proletarizzato escluso dal Welfare, mentre il diritto del lavoro lo considera ancora un’“impresa”.

Questo approccio viene ribaltato. Bologna racconta il caso della Freelancers Union americana, o quello dell’italiana Acta, dove l’auto-organizzazione dei freelance è un’alternativa all’identificazione con il mondo dell’imprenditoria o del professionalismo borghese. “Il post-operaismo – scrive – è riuscito a dare un pensiero collettivo ai self-employed, a renderli consapevoli della loro identità di lavoratori”.

Il passaggio è importante. Dimostra la trasformazione di un pensiero che considerava la classe operaia come suo unico riferimento storico e teorico. Posizionarsi, invece, sul terreno sfuggente del ceto medio - categoria sociale artificiale, e in crisi, ma centrale nella definizione di una democrazia capitalistica, come precisa Bologna - significa ampliare l’indagine sul lavoro, senza perdere l’idea di “classi lavoratrici”, inserendole in un orizzonte dove la democrazia economica è diventata un’oligarchia finanziaria. Il problema con il quale si confronta Sergio Bologna è insidioso: quando il lavoro non produce un valore riconosciuto, né una conflittualità paragonabile a quella dell’operaio massa nella fabbrica, che cosa accade?

Cosa significa indipendente
Dalla catena di montaggio fordista al lavoro della conoscenza nel ceto medio, nelle classi lavoratrici e inoccupate la transizione non è breve né facile. Non esiste un soggetto unico, sempre uguale a se stesso, che si trasforma man mano che il capitalismo cambia le sue forme. Nel capitalismo non è mai esistita una “classe operaia” universale. Averlo dimostrato è stato uno dei meriti del “post-operaismo”. E in particolare di Sergio Bologna.

Il problema è tuttavia insidioso. Esiste una continuità tra il fordismo dell’operaio massa e il post-fordismo che oggi esprime il freelance? Oppure è solo una mera successione cronologica interna alle forme produttive in cui i soggetti non contano se non come riflesso di una trasformazione dall’alto? In altre parole: il freelance di oggi è l’operaio di ieri?

La risposta è no. Il problema, tuttavia, non è l’identità di chi dovrebbe opporsi ad un processo che lo annienta, bensì il processo che porta a formare questa identità, così come del resto quella che impone paradossalmente l’identificazione tra il soggetto e il principio della sua distruzione. Questo è lo stile del (post)operaismo:

“Una stretta aderenza alla realtà e rapporto costante con l’azione e la pratica militante”. “Il suo rigore scientifico non è destinato alla valutazione accademica, l’analisi può essere anche parziale, ma deve mettere in moto delle dinamiche soggettive che portano le persone a tutelare e difendere i propri diritti”.

Diventa allora importante comprendere dove e come nascono queste “dinamiche soggettive”. Per capirlo, bisogna calarsi nel territorio antropologico, tecnologico e politico più infido e tumultuoso della trasformazione post-fordista e finanziaria della soggettività messa al lavoro. Nasce così la definizione di “lavoro autonomo di seconda generazione” (1997), poi il ripensamento di quella di “lavoratore della conoscenza”, il freelance e infine il self-employed. Bologna abbozza il profilo di un lavoro non salariato, né dipendente, in altre parole indipendente ma assolutamente subordinato.

Dal punto di vista sociologico, e da quello marxista, sono definizioni paradossali. Indicano un’autonomia subordinata o una subordinazione assoluta fondata sull’autonomia individuale. Il paradosso non è tuttavia dovuto ad una mancanza nell’analisi che anzi si conferma sempre più precisa e condivisa. Il paradosso è quello del lavoro in quanto tale, quello salariato ieri, quello precario oggi. Con una differenza: le sue attività non hanno alcuna speranza di essere ricondotte in un contratto di lavoro, paragonabile a quello elaborato in un secolo di contrattazione. Sono saltate tutte le mediazioni.

Essere impresa di se stessi
Sergio Bologna dimostra come questa soggettività al lavoro non sia riducibile alle vecchie identità dell’artigiano (cioè la prima generazione del lavoro autonomo). E nemmeno al piccolo imprenditore (ciò che Dario Di Vico ha chiamato “popolo delle partite Iva) e, ancora, il “lavoratore libero” di cui parlava Marx o al “libero professionista”.

In generale, il lavoro indipendente è il frutto di una “fantasmagoria”, la stessa che Marx vedeva nella merce. E’ l’illusione che il singolo possa diventare un’impresa, mentre è il prodotto di un processo che rende fluida l’identità di un lavoro al punto da non essere più percepito come un lavoro, né come produzione di un valore che non sia quello personale o emanazione dell’impresa. Si può anzi dire che questo paradosso, dolorosissimo, sostituisce quello del salariato che affermava la libertà di un soggetto vincolandolo ad un contratto di lavoro subordinato.

Nel pamphlet Knowledge workers c’è tuttavia un’osservazione decisiva per comprendere la nuova condizione del lavoro nel neoliberismo:

Per questa ideologia della modernità - scrive Bologna - il lavoro (autonomo) non è più un’attività umana conto terzi in cambio di mezzi di sussistenza ma attività in cui l’individuo estrinseca la propria personalità, conosce meglio se stesso, è quasi un incontro mistico (...). Da questa ideologia nasce l’idea del lavoro come “dono” dell’individuo alla collettività, nasce la giustificazione del lavoro gratuito, malpagato. Il principio marxista che considera il lavoro il terreno primordiale sia dell’antagonismo sociale che della cooperazione tra individui, il terreno sia del conflitto che della solidarietà, viene completamente cancellato.

Pochi sanno che Sergio Bologna è anche studioso di teologia protestante, oltre che di Max Weber. Questa formazione gli permette oggi di rivelare il contenuto meritocratico, sacrificale e religioso del neoliberismo che trasforma il lavoro in impresa di se stessi. “Considerare una persona come impresa è assurdo - scrive - l’impresa è un’organizzazione complessa di cooperazione tra più persone con diversi ruoli per la creazione di profitto in cambio dell’erogazione di salari”. L’impresa di cui parla il neoliberismo è una grezza filosofia dell’individualismo. Per “salvarsi” il soggetto deve accedere ad un “merito” stabilito dall’“eccellenza”, una qualità “mistica” attribuita dal “mercato” alle sue “virtù” nella competizione individuale.

Contro questo “soggettivismo esasperato, individualismo sterile e illusorio, un dispositivo che dissolve la nozione di lavoro”, Bologna opera un corto-circuito. Gli oppone il materialismo della rivendicazione di un reddito, un salario o un onorario. La definizione di un orario di lavoro, o di un contratto, lo sviluppo della vita privata, o collettiva, la concretezza di un diritto sociale alla sanità, alla maternità, alla pensione o al trattamento fiscale equo.

Al personalismo mistico della leadership si oppone frontalmente la concretezza dei diritti di cittadinanza da parte di “apolidi” privati di tutto, anche dei mezzi di sussistenza. Se non sei ricco, crepi. Punto e basta. Quindi devi proteggerti e organizzarti. E’ evidente che questa impostazione non riguardi solo i “lavoratori della conoscenza”. Mira, invece, ad affermare una qualità comune alle attività operose che il “soggettivismo” neoliberale non riesce a catturare nell’individuo-insetto delle sue teorie del mercato.

Quinto Stato
Significativa è la recensione del 2012 scritta da Sergio Bologna al libro Partite Iva. Il lavoro autonomo nella crisi italiana, a cura di Costanzo Ranci (Il Mulino, 2012). Si tratta di un confronto con il principale problema delle democrazie occidentali: il futuro del ceto medio proletarizzato. Attraverso le analisi dell’équipe di Ranci, Bologna mette in discussione la nozione di “ceto medio”, non diversamente da quanto già fatto con quella di “classe operaia”. A differenza di un solido pregiudizio, anche accademico, il lavoro indipendente (cioè autonomo e precario) non è fondato solo nel ceto medio. E non è nemmeno riducibile all’impresa.

Il lavoro indipendente vive in un orizzonte mercificato e mostra l’estrema difficoltà nell’individuare una categoria sociale unica del lavoro. Come dimostra il libro di Ranci in esso ci sono le microimprese, i professionisti, i freelance e noi aggiungiamo anche i precari. Cioè tutti coloro che lavorano come non dipendenti ma conto terzi come working poors, i cottimisti contemporanei. C’è la professionalità, l’’imprenditorialità e l’autonomia nelle relazioni organizzative. Ma anche lo sfruttamento brutale.

La difficoltà di una definizione emerge anche dal punto di vista numerico: solo in Italia ci sono almeno 3 milioni e mezzo di autonomi e 4 di precari, senza contare i piccoli imprenditori, e coloro che lavorano nella cooperazione o nell’associazionismo. Spesso sono le stesse persone che svolgono pià attività e hanno più identità socio-professionali. Sono un terzo della forza lavoro attiva nel nostro paese. Proporzioni simili si trovano negli Usa, come in tutti i paesi capitalistici occidentali.

La difficoltà di numerare questo fenomeno non è tuttavia un problema. Anzi è una risorsa. Sergio Bologna non intende creare in laboratorio una “classe”, né un “ceto”. Nè misurare statisticamente un lavoro per sua stessa definizione mobile e con qualità universali. L’impossibilità di accogliere la molteplicità in un soggetto - il “ceto medio”- è anzi il supporto ideale per dimostrare la necessità di liberare il lavoro indipendente dal “professionalismo borghese”, cioè l’ideologia delle libere professioni, così come dall’idea neoliberista per cui gli indipendenti sono solo imprese (individuali).

Riconoscere invece questa molteplicità sul piano del lavoro, inteso come produzione di valore e come pratica di cittadinanza, significa riconoscere la generalità del processo che noi definiamo Quinto Stato, con l’associazione dei freelance Acta e con lo stesso Sergio Bologna E’ nel lavoro indipendente, e nelle sue contraddizioni, che si possono trovare oggi anche le alternative nel lavoro e nella società, binomio inscindibile saldato dal legame indissolubile e problematico tra vita e produzione. Da precisare che in questa definizione - in quanto processo e non soggetto, condizione e non identità - non è esclusa la classe operaia. Bologna dimostra che anche questa classe è inserita in un processo più ampio. La fabbrica è innestata in uno dei suoi snodi, ma non è lo snodo.

Postfordismo dal basso
Dove si appoggia, allora, questo processo? Nella capacità di auto-organizzazione professionale, sociale, civile, territoriale, imprenditoriale o cooperativa del lavoro indipendente. Così facendo Bologna disegna la traiettoria storica di un “post-fordismo dal basso” contrapposto al processo analogo, ma opposto, che impone istanze autoritarie e populistiche dall’alto e soggetti acefali, senza qualità e schizoidi del neoliberismo. Un processo che distrugge i “corpi intermedi” come sindacati o partiti e fa a pezzi il capitalismo in miniatura dei distretti o quello familistico, stritolati dalle istanze tecnocratiche delle élite finanziarie.

La sua insistenza sul “lavoro della conoscenza”, declinato in maniera più ampia della mera “classe creativa” o del “lavoro immateriale”, sembra oggi rispondere ad una delle critiche avanzate da Karl-Heinz Roth, storico interlocutore tedesco del post-operaismo italiano:

Ricercare la frazione egemonica all’interno della composizione di classe e riconoscere la pluralità e l’eguale importanza di diverse stratificazioni sociali. Ciò che permette di affrontare il problema della formazione delle classi a livello globale.

In questa luce, la ricostruzione contenuta in Knowledge workers è decisiva. Non solo spiega il senso della ricerca di Sergio Bologna nell’ultimo ventennio, ma indica la direzione politica collettiva espressa da numerosi soggetti e associazioni nel lavoro indipendente, autonomo e precario, nel nostro paese. E non solo.

Primo dato: la centralità della condizione del lavoro indipendente. In questa categoria Bologna guarda la frazione “egemonica” del lavoro della conoscenza, cioè il lavoro autonomo (professionalismo classico e quello postfordista) e il lavoro precario (in tutte le sue manifestazioni). Questa centralità non è solo produttiva, ma soprattutto sociale e di immaginario. Non c’è discorso sulla società, sul lavoro o sulla politica che non faccia ormai riferimento a questa condizione del quinto stato. Per ultimo l’ha dimostrato l’episodio sulle partite Iva che ha spinto Renzi ad ammettere di avere “fatto un autogol” con il suo governo.

Fare coalizione
Questo lavoro della conoscenza è una categoria, a dir poco, contraddittoria. Oggi indica un soggetto povero, pervaso dagli istinti della meritocrazia, dell’individualismo, dalla schizofrenia dell’impresa personale. Non è un caso se le riforme del lavoro, come quelle dell’università, o il discorso sull’“innovazione sociale” abbiamo come esclusivo riferimento questo ambito. Da anni si registrano grandi sconfitte e non si riesce a formulare una risposta, né tanto meno un’egemonia. Ma questo è il terreno di battaglia oggi. Bisogna trovare una strada però.

In un’intervista Sergio Bologna ha offerto una traccia, partendo dalla sua esperienza personale:

Ho lavorato come impiegato all’Olivetti, occupandomi di elettronica, ero iscritto alla FIOM. Quindi dicevamo: nella fabbrica non c’è soltanto l’operaio massa, ci sono anche gli impiegati che, si sa, tradizionalmente sono stati dalla parte dei padroni. In realtà quanto più aumenta, nel personale impiegatizio, nella fabbrica, in seguito all’evoluzione tecnologica, la componente tecnica dotata di competenze tecnico-specifiche, tanto più si riduce il peso della componente amministrativa o di puro controllo e quindi diventa più facile realizzare l’alleanza tra lavoro di conoscenza e lavoro manuale (distinzione abbastanza fasulla ma in un’organizzazione gerarchica come la fabbrica conta).

Lavoro della conoscenza, mentale (o digitale) e lavoro manuale, operaio (o esecutivo) è dunque una distinzione “fasulla”. Questo è il primo dato per discutere del “quinto stato”. Ciò che permette una tendenziale composizione (e non unificazione) di categorie che rimandano a ceti sociali e status professionali opposti è la qualità del lavoro e della vita. Per qualità s’intende innanzitutto un rapporto con la tecnica, e in particolare con la tecnologia.

Così è nella fabbrica per l’operaio, così è per il freelance con il Pc. Tale qualità indica inoltre il contenuto, e la forma, di un lavoro: cioè la competenza tecnica e la conoscenza. La prima è remunerata, è il prezzo del lavoro; la seconda molto meno perché è l’insieme dei saperi, relazioni, attitudini, memoria, del corpo e del desiderio che costituiscono l’esperienza di un soggetto nel mondo.

La coalizione tra precari e lavoratori autonomi di cui Bologna parla da almeno dieci anni, prima dunque di Landini e Fiom, indica la necessità di comporre la ricerca di queste qualità: sul lavoro e dentro la vita. Non è un’alleanza tra soggetti, ma tra condizioni diverse. Non è la somma di componenti della società, o del lavoro: cioè la coalizione del sociale. È un processo di conquista di un’autonomia individuale e collettiva: cioè la creazione di un potere comune.

Sergio Bologna
Knowledge workers. Dall'operaio massa al freelance
Asterios Editore (2015) pp. 56
€7,00

alfadomenica marzo #2

CICCARELLI sui FREELANCE e la RETE - MENEGHEL su CRITICA e DIFFERENZA - RUBRICHE di Giovenale - Carbone – Capatti *

FREELANCE, QUANDO LA PROTESTA CORRE SUL TWEET
Roberto Ciccarelli

Basta un tweet storm per fermare una riforma. È il risultato inedito in Italia della mobilitazione online organizzata dalle associazioni del lavoro autonomo e dei freelance Acta, Alta Partecipazione e Confassociazioni che, per il momento, hanno neutralizzato la grave riforma del regime fiscale agevolato per le partite Iva under 35 imposta dal governo Renzi nella legge di stabilità.
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SCRIVERE DI LEI
Barbara Meneghel

All’incirca negli stessi anni in cui Patti Smith si specchia in Edie Sedgwick, in Italia parlare di critica d’arte al femminile significa parlare di Carla Lonzi. E in realtà, definirla in questi termini segnala già il vizio di un’impasse: Lonzi infatti, dopo un primo periodo di accademismo, matura via via un’aperta insofferenza nei confronti della critica istituzionale italiana (obiettivo polemico esplicitato più volte, Giulio Carlo Argan).
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GIOCO (E) RADAR #8 - LOOSE WRITING
Marco Giovenale

Sono molti i meccanismi utili a destituire di retorica e forse seriosità la pagina scritta, avvicinandola semmai alla scioltezza del parlato, magari anche ad alcune felici scorrettezze del flusso verbale orale.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

Calcoli - Ideologie - Significati
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RICETTA di Alberto Capatti

I ricettari italiani dell’800 sono il risultato di una cucina di casa borghese, con cuochi, cuoche o serve a paga. Rari sono i piatti di salariati, artigiani o operai, per i quali vengono applicati coefficenti di riduzione degli ingredienti, quantitativa e qualitativa; quanto al contadino, è evocato nei titoli delle ricette metaforicamente, perché il nutrimento di molti braccianti avrebbe screditato autore e libro.
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Freelance, quando la protesta
corre sul tweet

Roberto Ciccarelli

Basta un tweet storm per fermare una riforma. È il risultato inedito in Italia della mobilitazione online organizzata dalle associazioni del lavoro autonomo e dei freelance Acta, Alta Partecipazione e Confassociazioni che, per il momento, hanno neutralizzato la grave riforma del regime fiscale agevolato per le partite Iva under 35 imposta dal governo Renzi nella legge di stabilità. Una decisione smentita già sei ore dopo la sua approvazione dal presidente del Consiglio che ha detto di avere fatto un errore (“autogol” nel gergo falso-pop dei ceti dominanti). Questo dettaglio è importante per comprendere il lato debole della politica dell'austerità oggi.

Per la prima volta, in un anno di governo, Renzi ha ammesso di avere sbagliato. Non c'è riuscito il milione che la Cgil ha portato in piazza nella manifestazione di Roma il 25 ottobre 2014 o l'inutile sciopero generale contro il Jobs Act fatto una settimana dopo l'approvazione in Senato della legge delega il 3 dicembre 2014. Ci sono riusciti, invece, poche migliaia di persone hanno colpito ripetutamente l'account twitter del presidente del Consiglio per quattro mesi e lui – che ha sempre quel cellulare in mano anche nelle conferenza stampa con altri capi di stato – ha speso del tempo a leggere questi tweet. E da solo, nella camera buia della sua coscienza, ha compreso l'errore che poi ha confessato anche in Tv. Monti, o Letta, per non parlare di Berlusconi, non l'avrebbero mai fatto. La “rottamazione” ha portato una novità nel cuore dello Stato: al di là di chi realmente è Renzi, c'è qualcuno che sente di far riferimento ad una dimensione sociale del Quinto Stato. Si tratta di un dato politico non irrilevante.

L'organizzazione delle manifestazioni della Cgil avrà avuto un costo molto alto, sia per il sindacato che i lavoratori che hanno fatto sciopero. Quella dei freelance è costata solo qualche ora di tempo per organizzarsi sulle mailing list. Spontaneamente, qualcuno ha preso qualche ora al sonno per creare immagini, programmare i suoi tweet con programmi specifici, rubando qualche minuto alla sua pausa pranzo. L'obiettivo di questa protesta è intervenire sulla psiche di Renzi che intrattiene con i social network un rapporto ossessivo, come del resto tutti coloro che possono permettersi l'acquisto di uno smart phone, e hanno una carta di credito per scaricare le app.

Questa situazione è inconcepibile, almeno per chi ragiona con la mentalità otto-novecentesca dell'organizzazione. Renzi è stato messo all'angolo da una mobilitazione che ha influito psicologicamente e politicamente su un dato: ha tradito la costituency della suo governo 2.0 che parla di twitter, di innovazione, start up e tutto il corredo del riformatore giovane improvvisato ma poi triplica le tasse a chi dovrebbe creare innovazione e promuovere queste start up. La contraddizione è sembrata enorme anche agli occhi del presidente del Consiglio che infatti è tornato indietro sulle sue decisioni.

Niente tuttavia è risolto. Al pasticcio che ha creato con le sue mani, Renzi ha trovato una soluzione improvvisata. Ha mantenuto per le “giovani” partite Iva un doppio regime fiscale: quello vecchio dei minimi e quello nuovo che le massacra. Stessa storia per la previdenza: l'aumento dell'aliquota della gestione separata dal 27,72% al 30,72% (sarà al 33,72% nel 2018) è stato solo bloccato. Per il terzo anno consecutivo. L'iniquità fiscale e previdenziale resta sempre la stessa. L'esecutivo ha promesso un intervento organico. È dunque possibile che peggiori, e di molto, la situazione, considerate le capacità “riformiste” e le effettive capacità tecniche dimostrate dai governi dell'austerità in Italia. Anche quando hanno le migliori intenzioni, riescono inevitabilmente a peggiorare le norme che hanno concepito. Per il momento non c'è alcuna soluzione in vista e le associazioni del lavoro autonomo chiedono un ripensamento globale del welfare e del diritto del lavoro.

Qualcosa esiste tra noi
È difficile che questo fatto possa ripetersi. Almeno in questa forma. Ma dovrebbe servire da ammonimento per chi pensa che basta un tweet per vincere una partita politica che evidentemente è più grande di una protesta online. Anche per questa ragione è straordinario quello che è accaduto e offre materia per una seria riflessione. Abbiamo osservato uno degli aspetti che gli indignados spagnoli, e i loro movimenti, hanno chiamato “tecnopolitica”. Basta un account twitter per arrestare una decisione, ma soprattutto per segnalare un cambio di indirizzo o mentalità in chi detiene il potere. Poi serve l'organizzazione, e la sua strutturazione, per fare emergere ciò che più conta nella politica: il corpo, le relazioni, la creazione di un'intelligenza comune nell'incontro.

Ma per fare un discorso di senso compiuto su questo tema molto importante bisogna sgomberare il campo. Quello che sta emergendo non è semplicemente un nuovo “sindacalismo”. E non è nemmeno il risultato di una mobilitazione individuale che trova argomenti comuni casualmente sui social network. I singoli, invece, sentono di condividere una condizione comune con altri anonimi. E si riconoscono rilanciando i tweet e, addirittura, producendo immagini, senso comune, post, ragionamenti. Si incontrano nei cowork in tutta Italia, com'è accaduto nella mobilitazione con l'hashtag #siamorotti, e improvvisano flash-mob che riprendono e rilanciano sui social network.

Sono modellini comportamentali che attestano l'esistenza di un patrimonio di lotte, di argomentazioni, di saperi tecnici che si sono accumulati nell'ultimo decennio. Su scala infinitesimale si è formato un habitus che supera le idiosincrasie individuali, le appartenenze professionali e gli status, trovando nella misura di 140 caratteri un minimo denominatore comune. Nel tempo dell'atomizzazione sociale, e della fluidità e dell'individualismo, questi elementi non dovrebbero essere liquidati con un'alzata di spalle. Sono piccole, piccolissime cose, ma che possono incrinare la forma di vita dominanti. Oggi trovare un'ora di tempo per usare twitter insieme ad altri non è scontato. Il problema, come sempre, è che poi si torna nell'abitacolo della macchina che ti porta lontano nel viaggio solitario verso l'alienazione totale. Ciò che tuttavia è importante è avere trovato qualcosa da fare in un momento in cui tutto dice che, insieme ad altri, non c'è nulla da fare e non esiste nulla in comune.

È bastata questa intuizione, in fondo innocua, a raggiungere un risultato parziale – ma un risultato – a differenza della Cgil che ha mobilitato milioni di persone in carne e ossa senza impedire che il Jobs Act fosse approvato. Viviamo in un tempo dove l'infinitamente piccolo, fluido, non corporativo riesce a conquistare qualcosa che per l'infinitamente grande, pesante, strutturato è un'illusione. Questa sproporzione sembra incredibile, ma è degna di essere pensata.

Su una cosa Renzi però ha ragione. Quella della Cgil è una retorica sul lavoro dipendente, e la sua aspirazione a tutelare il lavoro non dipendente è poco credibile, vista la storia recente. Non che sia infondato il suo slancio a tutelare tutto il lavoro, anzi. Il problema è la fiducia nel suo universalismo. Siamo arrivati al punto che se la Cgil dice: vogliamo proteggere il lavoro, pochi le credono. In un capitalismo dove tutto è basato sulla reputazione, al sindacato manca esattamente la reputazione, la credibilità, la fiducia. Questo è il segno della sua crisi. Che è organizzativa, ma anche di senso. Oggi più che mai abbiamo bisogno di nuove forme di auto-organizzazione politica e sindacale, contro questo capitalismo, contro questo zombie dell'Unione Europa austeritaria. Quello di cui non abbiamo bisogno è questo sindacato.

Senza voce
Ciò che sento mancare ancora a livello diffuso non è solo una rappresentazione generale della nuova condizione. Esiste un'enorme carenza di fiducia in se stessi e nella propria capacità di auto-organizzazione. Esiste una disillusione che impedisce di coniugare il grande livello di competenze diffuse con un'analoga riflessione sulla politica. Questa sfiducia può essere addirittura superiore di quella che oggi sommerge le istituzioni.

La rimozione di una coscienza di sé è tanto più estesa quanto più è forte la capacità di neutralizzazione della politica populista. Questo è anche il risultato di una specifica configurazione della cultura professionale ottocentesca di cui siamo eredi. Tale cultura impone al professionista di non considerare la propria condizione materiale. Troppe questioni tecniche, sindacali, del “lavoro” inutili. Il professionista deve invece competere sul mercato, stare in società, non pensare a questi “dettagli”. Non è raro incontrare oggi avvocati o giornalisti che vivono come proletari ma non conoscono nulla delle ragioni che li hanno ridotti in questo stato. In grande, questa rimozione è la stessa che impedisce ai cittadini di partire da sé e capire che le cose da cambiare sono quelle vicine, e non solo quelle che stanno in alto. O che vedono in Tv.

Chi riesce a cambiare sguardo scopre la politica. Cioè il fatto che le proprie argomentazioni, più che ragionevoli in realtà, non vengono ascoltate da nessuno. E che, anzi, non vengono trattate nemmeno come argomenti razionali. Qui nasce la recriminazione, il vittimismo, la solitudine. Invece di considerare i propri argomenti come lo strumento per costruire una rivendicazione comune, spesso queste competenze rimangono rimosse o affidate ai canali delle rappresentanze tradizionali che – per loro costituzione – le neutralizzano, facendole scomparire.

È il problema classico dei “senza voce” o dei “senza parte” di cui parla il filosofo francese Jacques Rancière. Questo ragionamento è stato fatto per le “classi popolari” o quella “operaia”. Il cortocircuito attuale è dovuto al fatto che questo avviene a tutti i livelli della società, nel “mezzo” del “ceto medio”, e non solo nel “basso” di quelle “popolari” appunto. L'analisi politica, e quella critica, dovrebbe innovarsi e dotarsi degli strumenti per riconoscere quello che sta accadendo. Anche su questo livello scontiamo un ritardo gigantesco che non aiuta nemmeno i soggetti implicati in questa situazione a maturare la consapevolezza necessaria alle loro argomentazioni. Che non sono solo “professionali” ma che hanno una valenza senz'altro più generale.

alfadomenica febbraio #01

FUMAGALLI sul LAVORO - CICCARELLI su DONDERO - GIOCO(E)RADAR di Giovenale – SEMAFORO di Carbone – RICETTA di Capatti

LAVORO GRATIS PER TUTTI
Andrea Fumagalli

Il contratto siglato a Milano per l’Expo anticipa quanto poi verrà generalizzato con Il Jobs Act e con il piano Garanzia Giovani. Con tale scellerato accordo si stabilisce che degli 800 lavoratori assunti per i 6 mesi di Expo 2015, 340 saranno apprendisti e dovranno avere meno di 29 anni. Altri 300 saranno contratti a tempo determinato e una parte degli impieghi sarà riservata a disoccupati e persone in mobilità.
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MARIO DONDERO FREELANCE
Roberto Ciccarelli

Sono un franco tiratore, un freelance, dice di sè Mario Dondero. È la professione del fotogiornalista: calma e gesso, come i giocatori di biliardo, attende il suo istante. Poi il fotografo scatta, mentre il giocatore di biliardo colpisce la palla, carambola, buca. Due sono gli elementi che spiegano la sua “fotografia sociale”: la guerra e la ricerca di libertà. Elementi che si trovano intrecciati in questa definizione del freelance come franco tiratore.
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GIOCO (E) RADAR #03 - GLITCH, ALTERAZIONI, DISFUNZIONI
Marco Giovenale

Di glitch, ovvero di improvviso malfunzionamento, o disturbo, si parla nel campo dell’elettronica, delle trasmissioni, dei circuiti digitali. Già da diverso tempo il termine e la pratica attiva del glitch hanno compiuto una loro virale migrazione verso i campi delle arti visive e della musica, e costituendo anche zone (temporaneamente autonome) proprie, indipendenti.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

In un recente episodio del suo programma televisivo Animal Planet, My Cat From Hell, Jackson Galaxy (esperto di psicologia felina, soprannominato Cat Whisperer, ndr) è stato chiamato a fornire la sua consulenza sul caso di Lux, un gatto di dieci chili che ha attaccato i suoi padroni, una coppia di Portland, costringendo i due a rifugiarsi insieme al figlio neonato in camera da letto e a chiamare la polizia.
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RICETTA di Alberto Capatti

Se non lo avete capito il Répertoire de cuisine è il mio preferito, nell’edizione 1914 o in una delle successive. Gringoire & Saulnier erano gli autori, della scuola di Auguste Escoffier. Era ed è la sintesi delle sintesi: 356 ricette di sogliole in 16 pagine. Una ricetta prende dalle due alle cinque righe massimo, con sostantivi (gli ingredienti) e con verbi all’infinito o aggettivi (le operazioni).
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Mario Dondero freelance

Roberto Ciccarelli

Sono un franco tiratore, un freelance, dice di sè Mario Dondero. È la professione del fotogiornalista: calma e gesso, come i giocatori di biliardo, attende il suo istante. Poi il fotografo scatta, mentre il giocatore di biliardo colpisce la palla, carambola, buca.

Questa professione di sè, declinazione dell’identità di un fotografo e del saper fare di un mestiere (la fotografia è sempre un mestiere per Dondero), si ascolta nel video-ritratto di Marco Cruciani Calma e gesso - in viaggio con Mario Dondero, autofinanziato grazie ai contributi raccolti sulla piattaforma di crowdfunding Produzioni dal basso, e in parte proiettato nella mostra alle Grandi Aule delle Terme di Diocleziano a Roma fino al 22 marzo. Dondero l’ha disseminata qui e lì. Nelle interviste, in brevi e luminosi scritti, poi nelle monografie a lui dedicate, infine nel libro con Emanuele Giordana Lo scatto umano.

Due sono gli elementi che spiegano la sua “fotografia sociale”: la guerra e la ricerca di libertà. Elementi che si trovano intrecciati in questa definizione del freelance come franco tiratore. La tradizione del fotogiornalismo che l’ha ispirata è quella degli ungheresi André Kertész, Brassaï, László Moholy-Nagy, Martin Munkácsi, Simon Guttmann che nel 1928 creò la “Dephot”, l’agenzia berlinese madre di tutte le agenzie fotografiche, Stefan Lorant fondatore del «Picture Post». Più di tutti Robert Capa – Endre Ern Friedmann. Reporter di guerra che ha inventato il reportage di guerra, con foto diventate mitiche. Capa raccolse l’istante della morte del miliziano repubblicano caduto nella battaglia di Cerro Muriano nel 1936 per un colpo dei fascisti di Franco.

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Senza nazione, né passaporto
Nato con la guerra, questo reporter freelance rinasce - e incarna una certa origine della fotografia - in una delle figure più irregolari, pericolose, e ambivalenti del conflitto corsaro, banditesco, terrorista. Infine della guerra partigiana. Definirsi come franco tiratore significa questo. Il contenuto dell’immagine trasforma dunque l’identità di chi la scatta. E, del resto, coglie l’atmosfera propizia di una stagione creativa del fotogiornalismo mondiale che Dondero non smette di rivendicare quando racconta il suo lavoro.

Nella fotografia, dice Dondero, c’è una venatura tzigana, uno spirito vagabondo, zingaresco, nomade. Tutto il contrario di come il fotogiornalista è stato inteso in Italia: vieni qua a fotografare l’onorevole, l’impresario, l’attore. Questa idea servile della fotografia deriva, probabilmente, dall’idea che un bravo fotografo in fondo non ha nemmeno una nazione, o non si sente legato a un passaporto. Questo induce i nativi, o i dominanti, al disprezzo. Perché non ha un lavoro, i suoi prodotti sono un contorno della pietanza principale. Per il fotografo l’articolo che illustra. Per i precari il lavoro salariato, o dipendente, che servono. Ma cosa succede quando sono milioni di persone a trovarsi nella posizione del freelance, fino ad oggi considerato come un’isola in un mare di normalità?

Storia di una lancia libera
“Un fotografo libero che preferisce la categoria dei freelance perché non lega la fotografia a una testata di appartenenza e lascia libero anche lo sguardo di poter vagare su ciò che più lo colpisce”. Così Dondero spiega l’allegoria del franco tiratore: colui che colpisce o viene colpito. Questa teoria del “colpo”, allo stesso tempo attivo e passivo, richiama lo “choc” percettivo di Walter Benjamin sul flâneur o sulla fotografia. Qui non c’è solo un’assonanza, ma una linea di continuità. Tutto torna nella carta di identità presentata dal fotogiornalista. Il franco tiratore colpisce, e viene colpito. Dalla vita, dalle immagini, dalle persone.

A questo si può aggiungere la traduzione letterale dell’espressione. Il freelance è una “lancia libera”. Lo è sin dall’origine, visto che questa parola, diventata di uso comune anche in Italia, indica il fante che dava la carica nello scontro tra gli eserciti. Il suo compito è di andare avanti, sostenendo solo la sua lancia. Anzi, il fante è la sua lancia. Come il fotografo è il suo scatto, prima ancora di essere la sua fotografia.

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Sergio Bologna ha allargato, e attualizzato, il significato: la lancia libera è il lavoratore autonomo contemporaneo a partita Iva.Tale lavoratore può essere inteso come l’antico “soldato di ventura”. Assoldato da un committente, come il fotogiornalista lo è da una redazione, da un capitano di ventura, un signore, un monarca alla ricerca di un esercito personale. In questa condizione si sono ritrovati tutti i lavoratori indipendenti fino alla nascita dell’industrialismo e della manifattura capitalistica. Al termine di questa lunga, e travagliata stagione, è ormai chiaro che la condizione del lavoro torna ad essere quella dei “soldati di ventura”.

Lo choc della vita
Quando Dondero parla di sè come franco tiratore parla di un futuro che riguarda tutti. Certo non tutti possono essere considerati freelance - cioè puri lavoratori autonomi come i fotogiornalisti avventurieri e nomadi che aspirano a percepire un reddito dignitoso esclusivamente dalle loro attività di lance libere. Ma moltissimi oggi si trovano nella posizione precaria di cercare una committenza, una corvée, un contatto, un’occasione per potere mettere insieme il pranzo con la cena. Non è il ruolo che qui ci interessa, ma la condizione che raccoglie una molteplicità di ruoli.

L’ambivalenza che il freelance deve affrontare sta nel suo nome: free, infatti, può significare in inglese sia libero che gratis. Il problema di chi è, o si ritrova in questa condizione, è il pagamento delle prestazioni. Nel lavoro contadino, dove si è sofferto per secoli il problema dell’intermediazione delle attività attraverso la mezzadria, questo problema è stato il motivo scatenante delle rivolte. Nella crisi attuale, la fine dell’intermediazione ha generato il problema opposto: il rapporto personale con il committente è degenerato a tal punto da rendere universale il ricorso al lavoro gratuito o volontario. Dalla violenza di questo trattamento, il freelance di Dondero rifugge. Perchè ha il mondo a sua disposizione.

Vita dura, quella del franco tiratore. Il fotografo è un individuo fragile, è protetto pochissimo, assai meno del giornalista come categoria (non certo come freelance, la maggioranza degli apolidi che la costituiscono, ormai). Come i banditi è esposto alle peggiori sanzioni - l’essere bandito dalla città - senza avere spesso nemmeno la solidarietà delle testate per cui lavora. Ma la sua è una vita virtuosa. Il virtuosismo si spiega nella metafora sul giocatore di biliardo.

Per Dondero la fotografia è un gioco di abilità, un’affinamento della grazia, capace di carambolare tra angoli e traiettorie sbilenche, per centrare imprevedibilmente - ma immancabilmente - la buca-bersaglio-fotografia. Tutto questo è la vita del freelance, cioè dell’apolide senza nazione, né passaporto. Nella città assediata del lavoro salariato e della retorica lancinante della competizione e della meritocrazia, quella che abbonda anche nel campo dell’informazione ed è l’espressione dell’egemonia del capitale finanziario.

Virtuosismo
Approfondendo la metafora militare, il freelance - inteso come franco tiratore - è un soggetto senz’altro attivo in un conflitto, e non solo un’operaio di giornata. Egli difende, ed afferma, il suo virtuosismo, la sua grazia. L’espressione franco tiratore è presente nella lingua italiana sin dal 1870 e sembra sia stata importata dalla Francia dalle cronache giornalistiche sulla guerra franco-prussiana. In origine, questa espressione indica la guerra partigiana e, più tardi, il terrorismo urbano. I Franc-Tireurs operarono nella regione dei Vosgi nel 1792, nel 1815 e nel 1870 secondo le modalità della guerriglia, individuale o per piccoli gruppi, contro gli eserciti regolari.

Rispuntarono nella Francia di Vichy negli anni Trenta e Quaranta e tra le loro schiere c’erano molti italiani emigrati e fuggiaschi dal fascismo. In seguito, questo modello è stato riadattato in Italia, a partire dall’esperienza dei Gap. Per tutto il secondo Dopoguerra, questo modello di combattimento è stato adottato nelle guerre di liberazione anticoloniale. Per tornare a essere adottata in Europa negli anni Settanta. In questi stessi anni - potenza del linguaggio e dell’immaginario politico - il franco tiratore viene declinato sia come terrorista urbano che come cecchino parlamentare. Da eroe a nemico della nazione, e del consesso civile, in 150 anni. Il freelance, cioè la figura contemporanea del lavoro indipendente, si trova nel mezzo. Ed esprime un divenire.

Caccia alla Bestia
Ad arricchire ulteriormente l’allegoria del fotografo in quanto franco tiratore è un ultimo, e decisivo, significato. Viene dalla letteratura, e in particolare dalla poesia di Giorgio Caproni. Nella raccolta poetica Il franco cacciatore, da leggere insieme alle successive Il conte di Kevenhüller e Res Amissa, il poeta italiano elabora la figura del franco cacciatore. La sua origine viene dall’opera romantica in tre atti Der Freischutz, scritta da Johann August Apel e Friedrich Laun e musicata da Carl Maria von Weber nel 1821.

Nella poesia di Caproni il franco cacciatore va alla caccia di Dio, la cosa mancante. Il dramma è teologico, ma la poesia ha il merito di aprire i significati di questa caccia (effettuata tra il bosco e un’osteria). Ad essere cacciata è la Besta innominabile di cui parla il poeta francese René Char, tradotto da Caproni. E di cui parla anche il filosofo francese Maurice Blanchot, conosciuto da Caproni. In questo caso, la caccia alla Bestia diventa un’allegoria del linguaggio, di una “parola che dona voce all’assenza” . La Bestia è anche assassina: “che nessuno mai vide. / La Bestia che sotterraneamente / – falsamente mastina – / Ogni giorno ti elide. / La Bestia che ti vivifica e uccide… / Io solo, con un nodo in gola, / sapevo. / È dietro la parola”. (Conte di Kevenhüller).

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La Bestia è quella che Dondero definisce l’irraccontabile. “I concerned photographers, i fotografi di impegno civile - racconta - spesso hanno una vita difficile: vogliono raccontare l’irraccontabile, quello che non si può o non si deve raccontare. Devono affrontare censure e resistenze, sia quelle delle istituzioni politiche sia quelle che esistono in seno alle stesse redazioni dei giornali. Questo è il fotogiornalismo cui mi sento più vicino e di cui mi piace parlare”.

Ciò che è fondamentale per la comprensione del nuovo soggetto del lavoro contemporaneo è la reversibilità dei ruoli. L’allegoria la spiega benissimo: per Caproni è quella tra il cacciatore e il guardacaccia: da un lato, colui che vuole sparare a Dio, dall’altro lato colui che vuole impedire la caccia di frode. Nella poesia di Caproni questi ruoli si confondono, sino al punto di sovrapporsi in un’unità da cui sfuggire. Tale reversibilità rispecchia la condizione del freelance in una zona grigia tra il lavoro autonomo e lavoro eterodiretto dove il singolo può ricoprire, a volte contemporaneamente, il ruolo di datore di lavoro e di lavoratore, cioè di controllore e di controllato.

Scattare la vita
Per il freelance contemporaneo questo significa essere un lavoratore autonomo, ma anche dipendere da un committente, a seconda degli incarichi o dei progetti commissionati. Non solo: il freelance è anche libero. Come lo è, con grazia, Mario Dondero. A livello individuale sperimenta il virtuosismo, come si è detto. La sua fotografia tuttavia produce una relazione. O meglio, sta nella relazione tra gli uomini e le donne: “A me le foto interessano come collante delle relazioni umane - aggiunge Dondero - e come testimonianza delle situazioni. Non è che a me le persone interessino per fotografarle, mi interessano perché esistono”. Da qui nasce una teoria della cittadinanza fatta dall’apolide-freelance-fotografo: “Sono un cittadino che guarda e un essere umano solidale con altri che racconta la vita”.

Il fatto dell’esistere. Scattare la vita. La vita che scatta. Da qui l’espressione: lo scatto umano. Lo scatto è quello della macchina fotografica. Ma è anche lo scatto della vita, come slancio, energia, partenza, ritorno. Avventura picaresca. Questa è la libertà di cui parla Dondero e in essa si riconosce un bergsonismo naturale, intuitivo. Ma se ripensiamo questa libertà in termini politici, torniamo a riflettere sulla potenza inquietante del freelance come franco tiratore. Nel suo porsi, con grazia, nella vita Mario Dondero indica una libertà inaccessibile al cittadino-lavoratore: la reversibilità dei ruoli sociali.

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Di questo parla la poesia di Caproni, in cui abbiamo trovato il riferimento filosofico della definizione di Dondero. La reversibilità tra cacciatore e guardiacaccia, così come tra la preda e il franco cacciatore, in Caproni arriva al punto da smaterializzare la caccia, oltre che il viaggio nel bosco necessario per cacciare. “Se non dovessi tornare/ sappiate che non sono mai partito/Il mio viaggiare/è stato tutto un restare/qua, dove non fui mai” (Il Franco Cacciatore).

Anche questa condizione ritorna anche nell’esperienza del lavorare oggi. Il lavoro, in sè, è smaterializzato, come la Bestia. Non è più, solo, una cosa, ma è una relazione. Una relazione con un oggetto assente o sfuggente, che cambia continuamente. Come la vita che il fotografo rappresenta. L’oggetto in questione è il tempo: il tempo delle relazioni, il tempo necessario per eseguire un incarico; il tempo pagato o non pagato di una vita messa al lavoro. Questo è il lavoro, oggi: assente, o in ritardo, desiderato e cacciato. E chi lo cerca, resta nello stesso posto. E riparte. Come un partigiano in guerra. All’attacco in un territorio che Caproni definiva disabitante, cioè che si svuota progressivamente e si ripopola.

Spatriato
Ancora più interessante è la caratterizzazione del franco cacciatore come spatriato. Scrive Caproni: “Lo hanno portato via/ dal luogo della sua lingua/ Lo hanno scaricato male/ in terra straniera./ Ora, non sa più dove sia/ la sua tribù. È perduto/ Chiede. Brancola. Urla/ Peggio che se fosse muto”. “È la condizione dell’uomo d’oggi - aggiunge Caproni in una nota - sradicato dalle proprie origini e perduto nella massiccia società metropolitana”. Lo spatriato, in questo caso, è il poeta.

Questa, oggi, è la condizione di tutti i lavoratori indipendenti, e precari. E di un fotografo come Mario Dondero. Lo spatriato non riesce a nominare più il suo lavoro. Non solo perchè è in atto da almeno vent’anni un opera di continua deregolamentazione del lavoro, ma perchè il lavoro in quanto attività produttiva non riesce più garantire uno scambio equo e un reddito per la sopravvivenza a chi presta la sua forza lavoro.

Anche questa è l’esperienza del franco cacciatore sulle tracce della bestia metafisica. Giorgio Agamben ha segnalato come il cacciatore per eccellenza nella Bibbia sia il gigante Nemrod, lo stesso cui la tradizione attribuisce il progetto della torre di Babele, la cui cima doveva toccare il cielo. Nel libro della Genesi Nemrod viene definito “robusto cacciatore di fronte a Dio” e per questo Dante nella Commedia lo punisce facendogli perdere il linguaggio. Nemrod è un artigiano che ambisce a costruire una lingua perfetta per attribuire alla ragione un potere illimitato. Per questo viene punito.

Nella stessa condizione si trova il freelance la cui unica colpa è ambire ad essere autonomo in un mondo dove vige solo il lavoro salariato, e la sua povertà. A questa condizione viene sottratto anche il nome. Per definirla si ricorre a vuoti neologismi - come precarietà - o aggettivi banali ispirati a dati di fatto - la maggioranza invisibile. Ciò che sfugge a queste rappresentazioni, ispirate sia alla teologia (“San precario”) e comunque ad un’antropologia negativa tipica dell’austerità (“debitori” ad esempio) è che il freelancing è una caratteristica - non l’unica- della vita operosa di tutti e di ognuno.