alfadomenica marzo #4

RASTIER su HEIDEGGER - GUGLIELMI su KNAUSGARD - Giovenale GIOCO(E)RADAR - Carbone SEMAFORO – Lazzarato COORDINATE **

L'HEIDEGGERISMO, DOPO IL NAUFRAGIO
François Rastier

Scriveva Heidegger: «Bisognerebbe chiedersi su cosa sia fondata la particolare predestinazione della comunità giudaica per la criminalità planetaria». È tutto qui: il complotto mondiale e anche cosmico, l'individuazione di una comunità criminale della quale si pretende «lo sterminio totale», nove anni prima della conferenza di Wannsee. Dieudonné è stato accusato d'incitamento all'odio razziale per molto meno; ma chiunque se la prendesse per la pubblicazione di queste scempiaggini heideggeriane verrebbe subito accusato di voler censurare il grande Pensatore.
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LA MORTE DEL PADRE
Angelo Guglielmi

Leggo e recensisco per la prima volta uno scrittore nato in una Europa lontana, la Norvegia. Io invero in Norvegia una volta ci ero capitato per visitare i fiordi. Ma non ricordo quasi nulla se non il mare allo stesso livello dei monti coperti di neve, e a Oslo in una piazza, il pomeriggio che arrivai, il gioco pubblico di lanciarsi da altezze sempre più alte (a partire dai dieci metri) nel vuoto, legati a una corda. E ora questo romanzo, La morte del padre, di Karl Ove Knausgard, nato a Oslo nel 1968.
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GIOCO (E) RADAR - Scritture installative (seconda parte)
Marco Giovenale

Ampliando con pochi appunti la riflessione dello scorso articolo (https://www.alfabeta2.it/2015/03/15/gioco-e-radar-09-scritture-installative-prima-parte/), si potrebbe dire che c’è qualcosa nella stessa cultura diffusa, di massa, o nelle precondizioni di esistenza di tanti suoi fenomeni (molti dei quali tradotti in opere digitali), che ha evidenti affinità con un’idea installativa, eccedente, di arte e di testualità.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

Cool - Eredità - Gap - Povertà
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COORDINATE - AMERICA LATINA di Francesca Lazzarato
Brigate ortografiche sui muri di Quito

A partire da oggi Alfadomenica propone una nuova rubrica, Coordinate, che a rotazione, ogni quattro mesi, proporrà notizie da una diversa area geografica. A inaugurare il ciclo l'America Latina, scandagliata da Francesca Lazzarato.
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L’heideggerismo, dopo il naufragio

François Rastier

Scriveva Heidegger: «Bisognerebbe chiedersi su cosa sia fondata la particolare predestinazione della comunità giudaica per la criminalità planetaria»1. È tutto qui: il complotto mondiale e anche cosmico, l'individuazione di una comunità criminale della quale si pretende «lo sterminio totale», nove anni prima della conferenza di Wannsee. Dieudonné è stato accusato d'incitamento all'odio razziale per molto meno; ma chiunque se la prendesse per la pubblicazione di queste scempiaggini heideggeriane verrebbe subito accusato di voler censurare il grande Pensatore.

Peter Trawny, curatore dei Quaderni neri, cita ora quella frase nel suo libro Heidegger et l'antisémitisme2, che non figura appunto nell'edizione delle Opere Complete che abbiamo citato, pubblicata nel 1998. È stata espunta, come dicevamo prima, il che la dice lunga sulle manipolazioni editoriali di queste Opere. Trawny precisa in effetti che: «i curatori scientifici e gli aventi diritto hanno deciso allora di non pubblicare la frase»; ma il curatore scientifico altri non è che Trawny stesso, che riscopre oggi una frase che volutamente aveva omesso quindici anni fa.

Da molti anni gli studenti e i discepoli ebrei di Heidegger vengono strumentalizzati per diradare ogni sospetto sull'antisemitismo del Filosofo; in primo luogo Hannah Arendt, la cui figura partecipa pienamente dell'iconizzazione di Heidegger, al teatro e al cinema3. Nella sua opera, della quale rivendica la dimensione apologetica, Peter Trawny sfrutta al massimo questa tattica: per le donne, visto che la sola Arendt non basta più, mobilita Elisabeth Blochmann e Mascha Kaléko, per gli uomini, Hermann Cohen, Theodor Herzl, Martin Buber, il rabbino Prinz, Freud e anche Rathenau.

Inoltre opera un distinguo tra gli ebrei e il «giudaismo mondiale», innalzando l'argomento classico dell'eccezione ai livelli di un dibattito ontologico: Heidegger non sarebbe stato veramente antisemita, perché esecrava gli ebrei in generale e non singolarmente. Trawny riesce così a tenere insieme l'appello per lo sterminio e quella che chiama «la cordiale intesa con gli ebrei» (op.cit., p. 132). Così «l'antisemitismo sul piano della storia dell'Essere» non riguarderà nessuno, perché «è davvero molto difficile immaginare che quello contro cui ci si dirige sia incarnato in determinate persone» (p. 134).

Quest'opera di vera e propria politura si è prodotta anche nel convegno internazionale organizzato alla BNF alla fine di gennaio 2015, che ha visto tra gli invitati principali proprio Peter Trawny. La sua relazione è iniziata così: «Heidegger, lungo tutto il cammino del suo pensiero, è stato attorniato da «pensatori ebrei», allievi o colleghi, interpreti o critici, avversari o eredi: Husserl, Arendt, Marcuse, Jonas, Cassirer, Derrida, Freud, Lukacs, Lévinas, Strauss, Anders, Buber, Celan, Adorno, Benjamin, Rosenzweig... ». In questo elenco gli avversari (come Cassirer, Adorno, Anders) e i seguaci (Arendt, Derrida) stanno gomito a gomito; ci sono personaggi che con Heiddeger hanno avuto rapporti episodici (Marcuse, Strauss) o nessun rapporto (Freud); teorici marxisti o marxisteggianti (Lukacs, Marcuse, Adorno, Anders), o altri reputati di destra (come Strauss). Su sedici autori citati, solo Rosenzweig, Buber e Lévinas hanno avuto un rapporto ben definito con l'ebraismo. Gli altri sono atei, o cristiani (come Husserl). Non c'è niente che permetta di etichettarli come «pensatori ebrei», se non alcune origini di famiglia, ma sappiamo che prenderle in considerazione è inutile e pericoloso, perché non ci dicono nulla sulle posizioni intellettuali né sulle opere di un autore4.

A meno di non ritenere, come già Hitler, che gli ebrei sono una «razza mentale», nulla permette di tenere insieme questi autori, se non il desiderio di una grande riconciliazione, al di là delle posizioni politiche e degli antagonismi, intorno alla figura di Heidegger, che diventa così il centro attorno a cui organizzare il pensiero «ebraico» contemporaneo. Dopo che lo sterminio degli ebrei è sembrato riassumere comodamente i crimini nazisti, molti saggisti hanno iniziato a riavvicinare Ebrei e Nazi. Senza stare a scomodare gli antisionisti radicali che paragonano la stella di David alla svastica, rinverdendo il tema dell'elezione, alcuni hanno immaginato, ad esempio, che il Mein Kampf sia stato ispirato da un rabbino5.

Per quanto riguarda la filossofia, il riavvicinamento ha avuto luogo da tempo. Si capisce che un pensiero candidamente comunitarista possa sentirsi lusingato nello scoprire che il Filosofo per eccellenza abbia segretamente preso in prestito le sue tesi dall'ebraismo, idea, questa, articolata nel 1990 da Marlène Zarader nel suo Il debito impensato. Heidegger e l'eredità ebraica6. Temi che tornano oggi nelle argomentazioni presentate al convegno della BNF: «come e perché l'ebraismo dimora per Heidegger nell'ordine di un debito impensato?».

Dipingere il pensatore nazi come un figliol prodigo che deve tutto ai suoi genitori ebrei, significa ancora una volta cancellare i confini tra vittime e carnefici. Senz'altro Heidegger ha ricodificato ogni sorta d'autori nella sua lingua ontologizzante, tirandone fuori centinaia di volumi magniloquenti e perentori, ma, messa da parte la questione dei nazi e i loro ispiratori, usa questi autori come materiale da lavoro e non come delle fonti implicite. Incredibilmente sprovvista di etica, la sua opera non può aver contratto un debito nei confronti dell'ebraismo, religione dell'etica che si fonda sull'osservanza della Legge. Ci troveremo a dover degradare l'ebraismo per far risplendere Heidegger? Questa autodistruzione dell'ebraismo replicherebbe, sul piano filosofico, l'autodistruzione degli ebrei che Heidegger ha tematizzato per negare il crimine nazista.

E ancora l'ontologia comunitarista , di cui Heidegger resta il principale ideologo, non è del tutto innocente quando Donatella Di Cesare, un'altra invitata al convegno internazionale della BNF, ricorda pacatamente: «L'ebreo assimilato è in fin dei conti il più pericoloso, perché si mimetizza e si rende invisibile»7. Dopotutto la Stella di David evitava i i pericoli di questa dissimulazione.

Da lunga data ormai, alcuni leadear delle correnti heideggeriane francesi si sono compromessi con il negazionismo: Robert Faurisson ha maliziosamente pubblicato negli Annales d'histoire révisionniste le lettere di sostegno, dai toni fraterni, che gli aveva inviato Jean Beaufret, principale introduttore di Heidegger in Francia, nelle quali egli si rallegra di essere arrivato «alle sue stesse conclusioni». In una apologia, il suo successore François Fédier s'indigna: lungi dal «negare lo sterminio» degli ebrei, Beaufret si sarebbe limitato a mettere in dubbio l'esistenza delle camere a gas»8. Questa strana eufemizzazione coinvolge anche le traduzioni, tanto che nella sua edizione degli Écrits politiques di Heidegger, Fédier traduce: «Bisogna condurre una lotta accanita nello spirito del socialismo nazionale, lotta che non deve essere soffocata da pregiudizi umanitari o cristiani che ne attenuerebbero il carattere assoluto»9. Il «socialismo nazionale» altro non è che il nazional-socialismo.

Pubblicato nel dicembre del 2013, il Dictionnaire Heidegger, codiretto da Fédier, nega ancora la presenza di qualsiasi antisemitismo nell'opera del Maestro, e definisce «fesserie» i primi commenti di Trawny sui Quaderni neri. Dopo l'anno appena trascorso, che Nicolas Weill ha definito come «l'anno del naufragio», smentite e affermazioni si conciliano soavemente, e tutti, da Trawny a Di Cesare a Fédier si ritrovano allo stesso tavolo.

Quella che s' impone è una strategia comune: 1. Ridurre la questione del nazismo a quella dell'antisemitismo, come a una sorta di patina d'epoca. 2. Mobilitare i «pensatori ebrei» per testimoniare della loro fedeltà a Heidegger, come se si potessero prendere in ostaggio degli ebrei morti o anche vivi per scagionare un ideologo del nazismo: questo fa parte della banalizzazione generale dell'antisemitismo. 3. Unire la «destra» e la «sinistra» heideggeriane per provare che Heidegger è il solo pensatore che permette di comprendere veramente il mondo moderno.

Ecco allora che Vattimo, dopo aver salutato il «coraggio» del Maestro nell'aver aderito al partito nazista, pubblica un articolo intitolato Heidegger, antisemita indispensabile10, trascurando comunque il fatto che l'antisemitismo demenziale di Heidegger si estende all'insieme di tutta la modernità, dell'«americanismo» (del quale prevede la fine nell'anno di grazia 2.300), al bolscevismo, alla tecnica e a tutto quello che chiama la Machenschaft, e l'efficacia calcolante.

Così gli heideggeriani aggirano la questione centrale dell'introduzione del nazismo nella filosofia, mentre il Maestro afferma che: «Il nazional-socialismo è un principio barbaro. È l'essenziale, e la sua potenziale grandezza. Il pericolo non è il nazional-socialismo stesso, ma che esso venga depotenziato da una predicazione sul vero, il buono, il bene (...)»11.

Soltanto la filosofia, quella di Heidegger, gli permette di evitare questa deviazione: «Il nazional-socialismo non può mai essere il principio di una filosofia, ma deve sempre essere basato sulla filosofia in quanto principio»12. Senza alcun riguardo per le connivenze accademiche, né per le mire nascoste dell'estrema destra che punta a una santa alleanza antimussulmana, i filosofi dovranno trovare il coraggio di riconsiderare tutta la questione Heidegger13, di rileggerlo, di respingere la sua ideologia mortifera e di ricostruire l'etica.

Traduzione dal francese di Nicolas Martino

  1. Frase espunta nell'edizione originale (GA [Gesamte Ausgabe], t. 98, p.78). []
  2. Seuil, 2014, p. 79. []
  3. Nelle sue lettere Heidegger si lamentava del fatto che i suoi corsi fossero pieni zeppi di ebrei e mezzi-ebrei (Halbjuden); dopo la disfatta del Reich invece si farà forte di questo per costruire la sua linea di difesa. []
  4. Diremmo di Serraute o Gary che sono degli «scrittori ebrei»? Di Offenbach o Richard Strauss che sono dei «musicisti ebrei»? E Wagner sarebbe allora un musicista «goy» o «ariano»? []
  5. Un rabbino «bisunto», precisa George Steiner nel suo strano romanzo, Il processo di San Cristobal []
  6. Vita e Pensiero, 1995 []
  7. «Heidegger, das Sein, und die Juden» in Information Philosophie, 2/2014, p.15. Apparentemente sollevata, Di Cesare descrive Améry come «l'ebreo tedesco che nega l'appartenenza ebraica che è invece obbligato a riconoscere una volta che il nazismo ha decretato che lui non appartiene ai non-ebrei, che non è un non-ebreo». (Utopia of Understanding: Between Babel and Auschwitz, p. 98). Nella sua intervista a L'Espresso aggiunge pacatamente: «Per un intellettuale come Jean Améry (lui stesso sopravvissuto al lager), Heidegger era un punto di riferimento», anche se Améry è un critico «feroce» (riconosce Nancy) di Heidegger; Si veda in particolare «Sie blieben in Deutschland – Martin Heidegger » (1968), in Jean Améry, Werke, vol. 6, Aufsätze zur Philosophie, pp. 297-329. []
  8. Emmanuel Faye, citato in Le Monde, 20.09.2006. Il testo di Fédier è stato ripreso su vari siti come quello di Zagdanski, un altro ospite di riguardo del convegno. []
  9. Heidegger, Écrits politiques, Gallimard, 1994, p. 145. []
  10. L'Espresso, 11.12.2014 []
  11. GA 94, p. 194 []
  12. GA 94, p. 190. L'introduzione del nazismo nella filosfia si chiarisce comunque quando Di Cesare afferma che il nazismo è una filosofia bella e buona (Heidegger e gli ebrei, Bollati Boringhieri, 2014, p. 25.), richiamandosi al Lévinas di Alcune riflessioni sulla filosofia dell'hitlerismo, Quodlibet, 1996. []
  13. Nessuno degli autori del Dictionnaire Heidegger, né dei partecipanti al convegno della BNF, ha firmato la petizione, diffusa in rete dieci anni fa, che chiede il libero accesso agli archivi di Heidegger per i ricercatori. []

alfadomenica marzo #1

BIFO e FORMENTI sull'EUROPA - RASTIER su HEIDEGGER - CAPATTI / RICETTARIO DELLA DOMENICA - CEPOLLARO / POESIE  - ACCARDI / VIDEO - EMMER su LICATA *

PERCHÉ VOTEREMO PER LA LISTA TSIPRAS
Franco Berardi Bifo

Qual è l’orizzonte in cui si colloca la lista Tsipras che nasce in questi giorni e si presenterà alle elezioni europee di maggio? In quale contesto opera, quali obiettivi potrà proporsi?
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LETTERA APERTA AI COMPAGNI DELLA SINISTRA RADICALE SULLE ELEZIONI EUROPEE
Carlo Formenti

Dire che la Lista per Tsipras, così come viene configurandosi, rischia di essere un’ennesima occasione mancata per rilanciare una sinistra italiana degna di questo nome è un eufemismo.
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NON C'È NESSUN AFFAIRE HEIDEGGER
François Rastier

Il carattere nazista della filosofia heideggeriana è stato oggetto di numerose analisi, nelle quali si è voluto vedere altrettanti affaires speciosi e diffamatori. Con la pubblicazione dei Quaderni Neri (Schwartzen Hefte), quelle analisi cominciano a ricevere dallo stesso Maestro conferme postume ma irrefutabili, che hanno messo in grande agitazione i suoi discepoli.
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INEDITE QUALITÀ
Biagio Cepollaro

il corpo sa che tra i suoi mobili confini e le strade si accumula
una gran massa d’acqua che piove dal cielo.
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GOCCE DI MARSALA
Alberto Capatti

Ricominciamo, dopo il mese d’agosto 2013, a suggerire delle ricette con cadenza, per ora settimanale, partendo da una domenica che non è più giorno di festa ma di maggiore libertà.
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Pochi giorni fa sono scomparsi Carla Accardi e Riccardo Licata. A Carla Accardi alfabeta2 aveva dedicato il numero 7 (marzo 2011) del mensile interamente illustrato con le sue opere; Qui la ricordiamo con un video realizzato in occasione di una mostra alla galleria Valentina Bonomo di Roma; Licata è ricordato da un articolo di Michele Emmer.

CARLA ACCARDI - Intervista

ARS COMBINATORIA
Michele Emmer

Riccardo Licata era arrivato a Venezia nel secondo dopoguerra per studiare all’Accademia di Belle Arti. È il momento della contrapposizione tra la nuova astrazione (Vedova, Santomaso, Turcato) e il realismo.
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*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Non c’è nessun affaire Heidegger

François Rastier

Il carattere nazista della filosofia heideggeriana è stato oggetto di numerose analisi, nelle quali si è voluto vedere altrettanti affaires speciosi e diffamatori. Con la pubblicazione dei Quaderni Neri (Schwartzen Hefte), quelle analisi cominciano a ricevere dallo stesso Maestro conferme postume ma irrefutabili, che hanno messo in grande agitazione i suoi discepoli (cfr. GA, tomi 93 e 94, che vedranno la luce nel marzo 2014).

Non c’è dubbio che Heidegger, dopo la guerra, avesse riscritto i suoi testi meno equivoci ammantandosi in un peculiare ermetismo. La sua famiglia e i suoi editori, per di più, hanno proibito sino ad oggi di accedere ai suoi archivi. Heidegger stesso, tuttavia, aveva pianificato già prima di morire la pubblicazione delle sue opere complete predisponendone l’uscita secondo un processo di radicalizzazione progressiva: così se nel 2001 fu pubblicato un testo nel quale si esortava a portare a compimento lo «sterminio totale» del nemico interno oggi si annuncia, per completare quel ciclo, la pubblicazione di nuovi volumi che riuniscono i Quaderni Neri. Gli estratti resi pubblici dal dicembre 2013, riprendono negli stessi termini le identiche tesi di Hitler e Rosenberg riguardo al «dominio mondiale giudaico».

Stranamente il curatore dei Quaderni Neri Peter Trawny, direttore dell’Istituto Martin Heidegger – sembra prender le distanze, scrivendo che questo dominio è «per metà immaginario» (Le Monde, 2o gennaio 2014): ma il suo è un modo sottile per affermare che è almeno per metà vero. Senza dubbio i brani citati sono antisemiti; scegliendoli, però, Trawny sembra fare inevitabili concessioni all’antisemitismo (che in apparenza considera come alcunché di banale e veniale) per evitare di affrontare la questione del nazismo. Chiediamoci allora: davvero l’albero antisemita può nascondere la foresta nazista?

Paradossalmente Heidegger supera a destra l’hitlerismo, ricorrendo a una radicalizzazione metafisica dell’antisemitismo. L’immagine drammatizzata del mondo contemporaneo e della modernità scientifica e tecnica che ci presenta è infatti legata essenzialmente alla sua concezione degli ebrei e del loro dominio mondiale (Weltjudentum): se persino Trawny, nella sua curiosa apologia, ricorre al confronto fra l’intento heideggeriano e i Protocolli dei savi di Sion allora questo dominio cessa di esser nascosto nell’oscurità di un complotto, manifestandosi alla luce del sole proprio nello sviluppo tecnico-scientifico.

Nelle sue denunce, allora – come quella nei confronti delle dighe che sfigurano il bacino tedesco del Reno – era possibile cogliere una banale continuazione del Kulturpessimismus del periodo bismarkiano, ma l’innovazione di Heidegger consiste nel considerare lo stato del mondo moderno come il risultato del dominio ebraico. In questo modo generalizza la teoria dell’essere-assieme – teoria legata al mondo degli affari, al commercium (cfr. Sein und Zeit, § 13). Il mondo ebraicizzato resta nell’oblio dell’Essere non soltanto perché gli ebrei, privi di patria e cosmopoliti, sono anche privi di un Dasein (letteralmente di un Esserci) – gli ebrei, infatti, non risiedono in alcun luogo specifico dunque continuano ad essere privi di mondo (Weltlos) – ma perché la modernità è dominata dalla «facoltà di calcolo e dal mercanteggiare», dal «dono esasperato per la contabilità», dalla «tenace abilità a contare» e dal «calcolo vuoto».

Così il tema medievale dell’usuraio calcolatore, tutto intento a fare il conto dei denari di Giuda, finisce addirittura per esser trasposto alle scienze e tecniche contemporanee nella misura in cui questo mondo fondato sul calcolo ha bisogno delle matematiche e si fonda sui loro modelli – al punto da concretizzarsi nell’orribile tecno-scienza della cibernetica. L’estensione senza precedenti di uno stereotipo odioso, così, è sufficiente a condannare il mondo moderno e a sostenere che «la scienza non pensa» (dato che è incarnata e resa tecnologica dagli ebrei).

Nel 1949, nella conferenza dal titolo Die Gefahr, Heidegger sostenne, che estendendo il suo dominio sul mondo la tecno-scienza fu anche responsabile dello sterminio. Gli ebrei tuttavia non sono stati uccisi, e del resto la loro scomparsa non è degna di esser chiamata morte: da una parte, poiché rimangono confinati all’ambito degli enti, non hanno alcun rapporto con l’Essere e dunque non vivono – quasi fossero accidenti senza sostanza; dall’altra, soprattutto, è la tecnica l’unica vera responsabile della loro scomparsa e ciò giustifica la reiterata immagine dell’industrializzazione (motorisierte, Fabrikation, cfr. GA, 79, p. 27), destinata a esaudire la speranza heideggeriana che l’ebraismo «si escludesse da sé», come semplice effetto collaterale della Machenschaft (‘regno dell’efficienza’) di cui è il principale responsabile.

La pregnante metafora industriale, più volte ripresa da Hannah Arendt ad Agamben, ha contribuito al ritardo che caratterizza la storiografia dello sterminio – sino al punto da indurre trascurare, per mezzo secolo, quella che sarebbe stata chiamata la “Shoah delle pallottole”. Anche se trasformata, insomma – posto che assassinare non significa produrre cadaveri – la metafora ha continuato a sostenere il luogo comune secondo cui la modernità tecno-scientifica era responsabile dello sterminio.

Non c’è dubbio che Heidegger continua ad essere celebrato come un profondo pensatore della tecnica, e le citazioni laudatorie a tal riguardo abbondano ovunque. Ma pensare vuol forse dire condannare tout court, rinunciando a qualunque presa di distanza critica? Formatosi in un periodo nel quale la filosofia accademica temeva che le scienze usurpassero i suoi oggetti di studio, Heidegger sceglie di far ritorno alle tradizioni scolastiche della storia dell’Essere e della differenza ontologica; il suo intento però è creare il vuoto attorno ad esse, perseguendo il progetto antiumanista di eliminazione dell’etica e dell’antropologia filosofica ma anche degli oggetti di studio rivendicati dalle scienze sociali – come la diversità delle culture e delle lingue, posto che il tedesco gli è sufficiente per dire e pensare ogni cosa – fino alle scienze della natura e della vita (fatta eccezione per la Rassenkunde [‘conoscenza delle razze’] tedesca) e senza trascurare, naturalmente, le discipline logico-formali.

Se questa brutale chiusura ha favorito l’oscurantismo delle adesioni settarie, la cosiddetta filosofia heideggeriana dell’Identico si fonda su vuote tautologie ontologiche che tradiscono l’ossessione identitaria persino nelle loro stesse ripetizioni; tuttavia escludendo qualunque alterità e, dunque, privandosi di oggetto il solo obiettivo che le rimane consiste nel diffondere l’odio identitario, che oggi esplode tanto nell’opera del Maestro quanto nell’attualità che ci circonda.

Trawny ritiene che in quegli anni le idee antisemite fossero diffuse (ma da chi? forse che si tratta solo di una patina vintage?), e tuttavia sostiene anche che con la volontà di pubblicare le proprie Heidegger dà prova di una «notevole libertà di pensiero». Così discolpato, Heidegger continua ovviamente a rimanere «uno dei più grandi pensatori del XX secolo». Gli heideggeriani francesi, i quali pure sono soliti ribadire il medesimo giudizio di Trawny, se la prendono con lui giudicandolo un carrierista che ripete sempre una stessa «fesseria» (François Fédier). In Francia, infatti, traduzioni “lenitive” ed eminenti commenti hanno fatto di Heidegger un inevitabile autore di riferimento.

Eppure la divergenza fra le due posizioni, a ben vedere, è di natura esclusivamente tattica: mentre i francesi si sono ormai da molto tempo chiusi in un ostinato diniego, Trawny ha capito molto bene che Heidegger, ipotizzando a coronamento della sua opera completa la pubblicazione di nove volumi dal carattere scopertamente nazista, pensava – ahimé, non senza qualche ragione – che sarebbero stati accolti come una mareggiata in periodo di carestia, e scommetteva sul superamento di un hitlerismo invecchiato, finalmente vinto da un ultranazismo attualizzato e ormai privo di complessi. Ora che il negazionismo ha fatto il suo tempo, insomma, siamo giunti nell’epoca dell’affermazionismo.

A giudicare della prime reazioni, le ripercussioni nel mondo accademico su scala internazionale saranno notevoli. L’antirazionalismo militante, il rifiuto dell’etica e la sopravvalutazione dell’estetica, il ripudio della tecnica e del pensiero scientifico: tutto questo ha sedotto radicalismi universitari di destra e di sinistra che da decenni si riconoscono nel programma heideggeriano dell’Abbau, la ‘distruzione’, nota con la denominazione eufemistica di “decostruzione”.

Non appena Heidegger ha sviluppato uno stile oracolare, pomposo e accortamente ipnotico, ricodificando nel vocabolario dell’ontologia le categorie del nazismo, non si è più saputo o voluto individuarvi il doppio linguaggio da lui stesso rivendicato in privato. L’affaire Heidegger, in definitiva, finisce per ridursi all’accecamento (talora complice) di vari ambiti accademici e molti intellettuali di fama.

Ma una filosofia che fa appello al massacro è davvero diversa da un’ideologia pericolosa? Di fatto alcuni ultranazionalisti russi di rilievo, come Alexandr Dugin, o islamisti come Omar Ibrahim Vadillo si fondano già da tempo su Heidegger per proclamare la superiorità razziale e la guerra totale. Se questo è il panorama nero programmato da Heidegger, allora la radicalizzazione inscritta nel suo progetto editoriale può addirittura assumere un valore educativo, ergendosi a interprete di un antisemitismo rinnovato ma anche di un nazismo radicalizzato e filosoficamente legittimato.

 Traduzione italiana di Antonio Perri