L’ideologia della rete

Franco La Cecla

Provate a cercare Google su Google. E non troverete nulla. Il che dimostra che non è vero che su Google c’è tutto. Il più grande monopolio delle informazioni mai esistito è così. Vi offre l’accesso a tutto tranne che a sé. È come il ristorante di Alice, “you can have everything you want but Alice”.

Così se passeggiate per la innevata New York e sbucate all’angolo tra la 14esima e la ottava strada, scoprite che Google ha acquistato un enorme palazzo della amministrazione di New York per metterci i suoi laboratori di ricerca.

E se passeggiate per Chinatown, all’altezza di Christie e di Delancey, una delle parti del Lower East Side di Manhattan che ancora rimangono popolari, piene di fruttivendoli e pescivendoli cinesi, tilapia, rane e granchi, vi accorgete che tutta la zona è in procinto di cambiare. Google vuole costruirci il suo Campus, una città dei “creativi” e dei dot.com. Certo si dovrebbe essere felici. Se non vi assalisse il dubbio che questo monopolio è un po’ incontrollabile e incontrollato. Un articolo recente sul New Yorker raccontava come Apple e Google siano state “esenti” dalle inchieste sul crollo finanziario, e che è stato un intervento diretto di Obama a renderle tali, visto che la sua campagna è stata costruita per gran parte da loro.

È difficile trovare molti dati in rete, anche se cominciano ad esserci articoli e libri che si pongono il problema di questo monopolio. Che non sempre crea posti di lavoro, anzi distrugge interi settori, come è successo per la musica. Sempre all’insegna della gratuità della rete, gratuità che però non esclude che Google o altri motori di ricerca ci lucrino sopra abbondantemente. Così adesso tocca all’editoria e chissà come finisce.

C’è da augurarsi che questa volta non vinca la gratuità. Ma nell’insieme il vero problema è la non trasparenza di tutto ciò. Se questo è un tema spinoso per Obama che non si capisce se voglia Snowden in carcere o fargli un monumento, rimane però una vera incognita per tutto il mondo, non solo per l’America.

Lo raccontano bene in Italia quelli del collettivo Ippolita che tempo fa fecero un ottimo libro su Google ed i suoi pericoli. Il problema grosso è che essere “contro” Google o Facebook è preso come un atteggiamento reazionario e spesso lo è. Ma sono pochi i lavori critici interessanti su quanto sta avvenendo. Se questo è il centro dell’Impero è vero che le promesse di un futuro per la creatività sono sempre meno credibili. Un articolo della rivista online www.salon.com raccontava qualche giorno fa come in america la classe creativa sta sparendo invece che aumentare.

E che da questo punto di vista TED, le conferenze MIT messe on line, come diceva il Guardian del 2 Gennaio (We need to talk about Ted di Benjamin Bratton) sono un disastro in mano a divulgatori e non a scienziati (seguitevi il dibattito sulla censura da parte di Ted della conferenza di Rupert Sheldrake sulla “Science Delusion”). E l’idea che innovazione corrisponda a benessere è un altrettanto disastroso modo di devastare i veri campi di ricerca e di competenza.

Insomma se il futuro della democrazia è in mano alla rete siamo un po’ fritti, soprattutto perché la rete è non solo strumento, ma anche ideologia. E dietro la sua ideologia si nascondono interessi di monopolio e di dominio sulla ricerca.

Notizie da New York

Franco La Cecla

Strana questa america della fine Obama. New York mi ha accolto con le copertine di diverse riviste dove lui affondava credendo di essere Gesù Cristo sulle acque. E sicuramente è una rivincita sul suo tono missionario ed evangelico. Comunque la riforma della sanità non è andata e il sito che doveva annunciarla era incomprensibile. Non male per l’uomo più finanziato da Google. Ma adesso, con il gelo che attanaglia la città, si parla d’altro.

Si parla ovviamente di bribes, di corruzioni varie, si riparla di banche e banchieri e del sistema che nell’insieme è più crudele di prima. La cosa meravigliosa di questi americani nella loro parte migliore è che pensano che l’America si sia imbastardita, che fino almeno al New Deal c’era una idea di come tenere insieme la nazione e livellarne le diseguaglianze. In parte è vero, se si legge il bel libro di Michael Lind, Land of Promise, una guida alla storia economica degli US fatta per chi non è un insider.

E bisogna dire che qui c’è ancora un'intelligenza pronta a tirar fuori le magagne, come Peter Demock che ha appena pubblicato un romanzo che racconta la storia dell’uomo che ha sdoganato la tortura con il waterboard all’interno della Cia, quella ampiamente usata ad Abu Graib. Il libro, che riporta il documento originale con tutta l’ipocrisia linguistica del caso, si chiama Notes for a Love Song in Imperial Time, ed è stato osannato dalla critica in questi giorni sul New York Times.

Tra una folata di vento gelido a meno ventitré, e una nevicata, mi infilo in qualche cinema. Mi ha fatto orrore The wolf of Wall Street, mi è sembrato molto indulging come dicono qui, cioè fin troppo e volutamente attraente nella parti più profondamente volgari e porno di questa storia che a noi italiani risulta piuttosto familiare. Ma sembra che questa idea di bribes, tangenti, corruzione e hastlers, ladri e imbroglioni sia molto calda per ora qui. American Hustlers è molto meglio, e racconta una storia di poveracci che diventano grandi truffatori per quasi poi rimetterci la pelle.

Ma il film che più racconta l’america creativa e fresca, quella che qui nella East Coast respira poco, ma che è molto californiana è Her di Spike Jonze, quello che ha fatto Being John Malkovitch. Un genio in un ambiente di geni come quelli del gruppo Mac Sweeney il cui principale animatore rimane Dave Eggers. Her pone questioni vere in un modo diretto e intrigante. Anni fa io ho scritto una cosa che si chiamava Surrogati di presenza. Media e vita quotidiana (della Bruno Mondadori diretta allora da Cataluccio).

Ecco che Spike Jonze tratta il tema in un modo che lascia di stucco. Parlando del nostro rapporto con il web, lo screen portatile, il laptop, ci fa chiedere cosa ne è delle emozioni e delle passioni in un mondo di solitari che si affidano a mezzi come Facebook, mail, e aiuti soft di vario tipo. Jonze conosce bene il suo mestiere.

Il computer come lo conosciamo, friendly, fu inventato da Joseph Weizenbaum con il programma Eliza che simulava il dialogo che un terapista fa con un paziente. Weizenbaum rimase sconvolto dal fatto che i suoi studenti si chiudessero a parlare con Eliza dei loro problemi, e scrisse un libro Computers power and human reason che io riuscii a far tradurre dal Gruppo Abele.

Ed è vero che qui, come in nessuna altra parte del mondo, la rivoluzione cognitiva ed affettiva portata dalla rete comincia a fare riflettere sulle ricadute positive e negative. A me piace Her perché non è moralista, se lo avesse fatto un regista italiano chissà che tirate cattocomuniste avrebbe inventato. L’altra cosa di cui si parla molto ora è il modello di società che sta venendo fuori in America .

Turchia News

Franco La Cecla

Domenica scorsa, 6 Ottobre, i giornali turchi, Hürriyet in testa, hanno annunciato che il governo proporrà una legge per permettere alla polizia di fermare per 12 o 24 ore ogni possibile partecipante a manifestazioni che rechino danno o disturbo al paese.

Si va dalle celebrazioni kurde del Newroz, il capodanno kurdo, alle manifestazione tipo Gezi Park. La polizia avrà il diritto di arrestare senza mandato di cattura o consenso di un magistrato chi riterrà potenzialmente pericoloso. Questa mossa di Erdogan accompagna il pacchetto “democratico” che in questi giorni presenta al paese come dimostrazione della sua larghezza di vedute. Nel pacchetto si riconosce la libertà di insegnamento in altre lingue, kurdo, greco, armeno, ma solo nelle scuole private.

Il pacchetto promette avanzamenti nel processo di pacificazione con il PKK e i kurdi, ma non parla degli aleviti, una minoranza del 15 per cento della popolazione che ha usi e costumi diversi dai “sunniti” che il partito di Erdogan rappresenta. I sei morti nelle manifestazioni dopo Gezi Park erano tutti giovani aleviti, una comunità che è stata oggetto di forti repressioni negli ultimi decenni.

Nel frattempo la politica del governo consiste nel proclamarsi il più avanzato e tollerante e nel criticare i paesi europei per non capire che solo un partito unico può portare alla Turchia il benessere di cui sta godendo (è in discussione una legge elettorale che dovrebbe abbassare la soglia per entrare in parlamento, oggi possono entrarvi i partiti che hanno almeno il 10%). Peccato che l’inflazione galoppa come non mai e la povertà aumenta visibilmente.

Girando a piedi per questa immensa metropoli si vede la fatica che fa la gente a sopravvivere all’aumento del costo della vita, al caro trasporti e in generale alle condizioni che non sono le migliori in un mercato immobiliare che per buona parte è in mano al partito al governo attraverso una agenzia, la Toki, che corrisponde al nostro Iacp e appartiene personalmente al presidente. L’altra cosa che salta all’occhio a chi percorre a piedi la città è l’impressionante negazione della storia. Prima degli anni '50 la Turchia aveva 18 milioni circa di non musulmani, ortodossi, armeni, cattolici, caldei, ebrei.

La presenza di chiese e di sinagoghe è ancora impressionante nel panorama della città. Il lascito dell’impero ottomano era stato un multiculturalismo accettato come dato di fatto. Poi negli anni '50 avvenne il grande pogrom contro la minoranza greco-turca, la miccia essendo stata l’accusa, rivelatasi infondata, che alcuni greci avessero bruciato la casa dove era nato Ataturk. Questo scatenò la violenza contro i greci-turchi e la loro fuga repentina dal paese. Una fuga a cui ne seguirono altre.

La Turchia oggi è diventata un paese monoculturale e monoreligioso. Oggi all’università statale non si insegna se non ci si professa islamici e non si è iscritti al partito al governo. La cosa che impressiona è che però il paesaggio stesso di Istanbul racconta una storia ben diversa. Come lo racconta la povertà di manufatti di qualità, la scomparsa dell’artigianato e della manovalanza edile di qualità, tutte frange della società in cui eccellevano come nel commercio ebrei, greci, armeni.

Oggi la Turchia è non solo culturalmente, ma anche economicamente molto più povera di ieri, e la sua ricchezza sembra tutta appesa alla stessa bolla speculativa che ha affondato alcuni paesi europei. Gli stessi turisti greci che vengono qui si stupiscono che alla fine il loro paese abbia un tenore di vita più alto del loro vicino turco.

Governo italiano in esilio/2

Franco La Cecla

Il nostro paese sta vivendo una fase di puro surrealismo. A fronte della contingenza internazionale e della piega che il capitalismo mondiale ha preso nei confronti della vita quotidiana dell'umanità, l'Italia sembra cullarsi in un sogno di decadenza in cui ai balletti dell'ex primo ministro si sostituisce solo la nostalgia di quei balletti.

Pare che il paese reale non esista e pare che quegli otto milioni di giovani che hanno lasciato l’Italia negli ultimi anni non abbiano alcun peso né voce. A differenza di quanto avveniva nell'era giolittiana l'emigrazione viene vissuta oggi come un fastidio di poco conto e la risposta della politica incartapecorita sembra essere "Lasciateci lavorare ragazzi". Nel frattempo la politica italiana è solo un riflesso della politica tedesca e di quanto la signora Merkel vorrà fare di essa.

Il nostro paese arranca per starvi dentro, ma non esprime da tempo alcuna idea diversa o originale, che non sia la pura patetica buffoneria. A fronte di questo c'è una diffusa esigenza di politica in prima persona,di politica secondo schemi e intuizioni che sfuggono completamente alla sinistra che si arrabatta in questi giorni a fare i conti con risicate e mai votate maggioranze. I giovani all'estero e i meno giovani con loro sanno bene che la partita è un'altra e che richiede una presenza al presente ed una competenza che ben poco hanno a che fare con l'imbarazzante balbettio dei neofiti grilliani o con il rumore di fondo dei neocattolici ecofriendly post-franceschiani.

Quelli che lavorano o studiano "fuori" dall'Italia sanno bene che c'è un salto che occorre fare, proprio perché loro questo salto l'hanno fatto di già a proprie spese e in prima persona. Oggi una politica che voglia essere efficace non può prescindere dall'abbandono del provincialismo e dall'impegno per cambiare le cose in un'area più ampia che per ora è l'area dell'Europa (comprendendo in essa aree che dell'Europa non sono ma che ne influenzano la politica, come la Turchia o la stessa Russia da cui il nostro paese è dipendente in maniera quasi totale per l'energia).

Fare politica significa oggi cambiare le cose a livello europeo ed avere una voce in capitolo in quest'area che ha una storia e una funzione mondiale straordinaria, essendo rimasto l'unico mondo variegato con una vocazione universalista (al contrario degli Stati Uniti che culturalmente variegati non sono anche se si arrogano una funzione universalista). Oggi non si tratta di adorare ( facendo finta di criticarlo) un Imperium in cui si concentrerebbe il potere decisionale, ma di entrare in una Koinè che effettivamente può dare un linguaggio alle istanze di liberazione diffusa.

Queste istanze che oggi arrivano da mondi a noi vicini, da piazza Tahrir alla rivoluzione dei gelsomini, da Gezi Park a luoghi lontani come le piazze brasiliane significano che una nuova coscienza diffusa pretende spazi di libertà per individui e comunità che non vogliono essere soggetti totalmente alle strettoie del mercato e della finanza. Oggi i movimenti come Occupy o le primavere arabe sono inni al volere "essere lasciati in pace" dal potere centrale, inni alla sussistenza, alla possibilità di vivere una vita normale con un accesso normale alle risorse e con una dipendenza inferiore dal mondo salariato e dal mondo assistenziale.

È una rivoluzione delle classi medie quelle che dal presente capitalismo sono condannate a estinguersi. L'Europa è un luogo centrale dei diritti delle classi medie e non è un caso che gli otto milioni di giovani emigrati italiani siano laureati e parte di quel mondo che legge, studia e cerca di capire, un mondo che non accetta di finire nel dimenticatoio degli ex-assistiti.

Qualcuno come Daniel Cohn Bendit ha capito che la partita che si dovrà giocare tra breve richiede un movimento che si ponga a livello europeo. È probabile che la nostra diaspora debba pensare ad una ipotesi equivalente. Un movimento che parta dall'Europa per rivolgersi all'Italia e che abbia tra le sue fila la gente più competente e preparata del nostro paese, cioè quelli che se ne sono dovuti andare via.

Bisogna pensare ad un modo di rendere la diaspora qualcosa di più di una massa di potenziali elettori (rendendola serva così delle logiche provinciali). Credo che i tempi siano maturi e penso anche che non si tratti adesso di inventare strutture o quant'altro e che esse sorgeranno più o meno spontanee nel corso dei prossimi mesi.

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Franco La Cecla, Manifesto del governo italiano in esilio

Da Istanbul

Franco La Cecla

Istanbul, martedì 10 settembre Da circa due ore una grande folla di manifestanti è riunita tra piazza Taksim e il quartiere di Cihangir per protestare contro l'uccisione di un ventiduenne da parte di un lacrimogeno della polizia ad Antikya. La polizia ha caricato anche qui, usando i gas proprio sotto al nostro albergo. La tattica dei manifestanti è magnifica. Disperdersi e concentrarsi. E quando si riconcentrano lanciano dei fuochi d'artificio.

È un po il simbolo di questa protesta che va avanti da cinque mesi. E come sempre giovani, donne e uomini e nessuna protesta da parte dei commercianti, ma anzi pieno appoggio. Perfino il tassista ottantenne che ci ha portato qui protestava per la stupidità della risposa del governo. Il problema del governo è che ogni manifestazione fa perdere credito internazionale. Da poco Istanbul ha perso la candidatura alle Olimpiadi, proprio a causa dell'attuale situazione politica. Quello che più stupisce è la serenità dei manifestanti, la loro eleganza, la loro modernità, la bellezza di uomini e donne e la brutalità della macchina poliziesca con i suoi cannoni a fiamma e a gas.

Il gas che brucia gli occhi e la gola ed è proibito nelle manifestazioni. Questo ha fatto si che anche gli strati più prudenti della classe media abbiano preso posizione, una timida ricercatrice universitaria che era rimasta fuori da tutto ci ha raccontato che adesso che anche lei ha provato i gas ha capito ed è passata dall'altra parte. Intanto la sera tardi la gente si riunisce in tutta la Turchia nei parchi per qualcosa che è stato battezzato "forum" dove si discute cosa fare politicamente e alla fine per non disturbare non si applaude , ma si sventolano le mani.

In più l'altra cosa che colpisce è che il turismo non è diminuito, nonostante le affermazioni di Erdogan e il governo ha perfino revocato la proibizione di bere a duecento metri dalle moschee. Un governo che fa tiramolla con la religione. Che ha decretato la ritrasformazione di Santa Sofia in Moschea e qualcuno ci ha raccontato che è il primo museo - Agia Sofia è infatti un museo ed è patrimonio Unesco - in cui si sentono i cinque richiami alla preghiera.

“Indian Kiss”… il bacio mancato

Franco-La-Cecla-Indian-Kiss-in-India-sul-set-della-vita_h_partbSabrina Ciolfi

L’idea è originale: partire per l’India con l’intenzione di scoprire perché nelle tradizionali trame romantiche dei film di Bollywood i giovani innamorati non si bacino mai, per poi realizzarne un documentario. Impresa ambiziosa quanto impossibile, come racconta in Indian Kiss. Viaggio sentimentale a Bollywood e oltre (ObarraO Edizioni, 2012) Franco La Cecla, antropologo, scrittore, filmaker e viaggiatore, appassionato dell’India e della sua straordinaria cinematografia.

L’attrazione per Bollywood cresce sempre di più: a partire dalla fine degli anni Novanta i film hindi hanno saputo conquistare schiere di nuovi spettatori in tutto il pianeta. Quest’anno poi, con la celebrazione dei cento anni del cinema indiano, diversi festival internazionali gli rendono omaggio. Anche in Italia si moltiplicano festival e rassegne, eventi e spettacoli dedicati alla più prolifica - e originale - cinematografia del mondo. Leggi tutto "“Indian Kiss”… il bacio mancato"

Manifesto del governo italiano in esilio

Franco La Cecla

La situazione del nostro paese è assai grave. Alla contingenza economica si aggiunge l’attitudine dimissoria del governo attuale e della classe politica nel suo insieme. L’Italia vive una situazione di stallo, di mummificazione dei propri problemi, un girare a vuoto autoreferenziale di quella che dovrebbe essere la classe dirigente.

Se ci si volge intorno al mondo imprenditoriale, come al mondo della stampa, la visione non è molto più consolante. Un’incapacità di salto in avanti, un’impossibilità di analisi e di proposizione di scenari nuovi. In generale il paese sembra bloccato in un alzheimer politico, industriale, sindacale, editoriale, intellettuale, accademico... Un paese vecchio che non si rende conto che la metà dei suoi cittadini non si identifica più con quella che non è capace nemmeno di essere una classe dirigente di una minoranza.

L’Italia non è nuova a questa esperienza. Cinquanta, sessant’anni fa il paese aveva già vissuto il dramma di non dare spazio a una buona metà dei propri abitanti. Il Sud di allora era dovuto emigrare, abbandonando un territorio ricco di potenzialità e di storia. Oggi lo stesso destino investe il paese intero. I migliori se ne sono andati. Allora deve stupire meno che quello che rimane rappresenta ben poco del paese reale.

Oggi come sessant’anni fa, ma anche come ai tempi della resistenza al fascismo dall’estero della parte migliore del mondo italiano, la speranza viene da fuori. Sono i sette milioni di italiani all’estero, ricercatori, intellettuali, imprenditori, lavoratori della conoscenza e della creatività, a rappresentare oggi la parte migliore del paese. Sono i milioni di studenti Erasmus che, rifiutando l’invecchiamento precoce proposto ai giovani che rimangono in Italia, vivono la stessa rabbia di non rappresentanza dei loro coetanei in Turchia, Egitto, Tunisia. Sono loro i giovani italiani su cui costruire il futuro del nostro paese.

Allora non rimane che prendere atto di questa situazione e fondare fin da ora un governo italiano in esilio (Giie). All’estero ci sono italiani con un’esperienza del mondo e del presente introvabili tra i politici italiani, vecchi e nuovi, pidiellini o grillini che siano. Questi sono accomunati da una visione provinciale e fondamentalmente ignorante di come è cambiato e di cosa è il mondo adesso. Le tematiche ambientali, urbane, neoindustriali, informatiche, di nuova diplomazia e nuovi assetti internazionali sono competenza di coloro che stanno fuori dal nostro paese. È tra loro che bisogna cercare i nuovi ministri dell’Agricoltura, dello Sviluppo Economico, del Welfare, della Condizione Femminile, delle Politiche Giovanili, della Cultura, dell’Ambiente, del Turismo.

È tra loro che bisogna cercare esperti in Unione Europea (sono i giovani Erasmus gli unici che credono davvero nell’importanza di una identità europea. Coloro che sono rimasti in Italia hanno avuto l’anima corrotta dal leghismo di destra e di sinistra, di Nord e di Sud, che ha ucciso l’anima internazionale del nostro paese). Infine è tra quelli che stanno fuori che vanno eletti i responsabili del futuro del paese, dal primo ministro al presidente. Rimbocchiamoci le maniche. Formiamo il nuovo Giie, il governo italiano in esilio. L’Italia è già nostra, perché quelli che sono rimasti a casa dormono o tardano a svegliarsi.

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