La farmacia del Capitale

Massimo Filippi e Enrico Monacelli

In una clinica-laboratorio, circondata da un ampio giardino non lontano da un grande centro urbano della Colombia, dove «tutto [è] così automatizzato» da richiedere «pochissimo personale per gestire le apparecchiature e i locali», un medico sta conducendo un esperimento su delle cavie umane: a quattro «donne delle classi inferiori» viene somministrata una nuova droga che sfrutta «le proprietà psicoattive di un fiore del genere datura, utilizzato comunemente dalle contadine della cordigliera per la fabbricazione di sapone artigianale». Il farmaco funziona esclusivamente sulle donne e, se dapprima sembra esclusivamente in grado di favorire il sonno, successivamente si mostra capace di ben altri effetti, riassunti con lucidità dalla cavia «numero 4» nel suo questionario di valutazione del prodotto: «Se sei triste, ti tira su. Se sei troppo euforica, ti calma e se hai bisogno di energia, te la dà. [...] ti dà quello che ti serve, sempre, una droga intelligente che soddisfa le necessità e i desideri».

Questa, in breve, è l’ossatura che regge la trama di Ornamento, romanzo di Juan Cárdenas. Lasciando alle lettrici e ai lettori il piacere di scoprirne la complessità e la perizia narrativa, ciò che qui ci preme sottolineare è che Ornamento è un’anamorfosi: guardato dalla giusta prospettiva, analoga ad esempio a quella assunta dallo sguardo femminista sulla science fiction, l’opera di Cárdenas va interpretata non tanto come un racconto distopico quanto piuttosto come un resoconto puntuale delle attuali farmacodinamiche del Capitale, la restituzione impietosa della lotta in corso, oggi più intensa che mai, tra «il corpo e il mercato». Una lotta che vede quest’ultimo impegnato nella ricerca spasmodica di ricette psicochimiche sempre più efficaci nel produrre «stati d’animo artificiali» che «accontent[ino] tutti». Non a caso, lo sperimentatore, abbandonando la presunta neutralità dell’impresa scientifica, si rende progressivamente consapevole che anche i «postumi di una sbornia [sono] un modo contorto di collaborare con il sistema», fino ad emettere una diagnosi implacabile sullo stato del tempo presente: «La materia stessa della realtà sembra corrosa dall’assurdo» e le crepe che l’attraversano «non sono un errore, ma la struttura stessa di un’economia catastrofica».

Che un’interpretazione politica possa rappresentare una delle chiavi di lettura del romanzo di Cárdenas è confermato da due recenti saggi, Narcocapitalismo di Laurent de Sutter e Futurabilità di Franco Bifo Berardi, che vanno ad arricchire l’abbondante letteratura che, negli ultimi decenni, ha analizzato le logiche e gli strumenti di controllo di cui si avvale il Capitale per massimizzare il profitto. Già nel 1990, nel breve quanto folgorante articolo intitolato Poscritto sulle società di controllo, articolo che prendeva le mosse dalle riflessioni di Foucault – per il quale l’ortopedia dei corpi è indissociabile dalla soggettivizzazione normalizzante della psiche –, Deleuze mostrava come l’interminabile ed eterea modulazione del controllo stesse sostituendo i rigori statici e materiali della disciplina. Esattamente nella stessa direzione si muove Narcopolitica di de Sutter. In questo saggio, l’eclettico professore di Teoria del Diritto della Vrije Universiteit di Bruxelles ricostruisce la storia dell’incessante «messa sotto controllo» farmacologico «delle nostre emozioni, dei nostri sentimenti, delle nostre eccitazioni», della narcosi anestetizzante delle «nostre paure» che «fanno paura [...] a tutti coloro che temono che ci mettano in movimento, che ci spingano a unirci». Le élite dominanti hanno, infatti, un rapporto ambivalente con il sentimento contagioso della paura: se da un lato, come ben sappiamo, non smettono di scatenarla per mantenere uno stato di insicurezza generalizzata funzionale all’attuale organizzazione socio-politica, dall’altro devono saperla dominare in quanto la paura «è il primo veicolo di ogni cambiamento, sia personale che collettivo».

La tesi di fondo del saggio di de Sutter è che «ogni capitalismo è, necessariamente, un narcocapitalismo», in quanto il capitalismo, per funzionare a pieno regime, deve alimentarsi di «stabilità» e «permanenza», configurandosi come una «polizia degli esseri» che non cessi di riprodurre gli imperativi dettati dalle norme sociali egemoni dentro le pieghe più intime dei corpi e che garantisca che «ciò che appartiene a due ordini diversi [continui] a rimanere separato». «L’essere è obiettivamente l’alleato di ogni polizia: è la categoria su cui si basa ogni impresa che intende stabilire un ordine all’interno del quale i posti possono essere assegnati in modo sicuro, e ha il duplice ruolo di standard antropologico e di orizzonte esistenziale». Per de Sutter, il capitalismo è, in poche parole, la realizzazione materiale della metafisica della presenza, ossia di quella metafisica tesa a bloccare ogni divenire-possibile in essere immodificabile. Da qui la costante necessità di arricchire l’armamentario dei sistemi di controllo, in cui gli psicofarmaci sono andati assumendo una rilevanza sempre maggiore. Psicofarmaci – sottolinea a più riprese de Sutter – che, indipendentemente dai loro meccanismi d’azione, trasformano chi li assume «in spettatore passivo della propria condizione, incapace di percepire di essere affetto dalle emozioni che lo attraversano», sostituendo in tal modo «la sofferenza» con l’«indifferenza», il «godere» con il godimento «dell’assenza di godimento», l’«esistenza» in «ascetismo psichico» «senza felicità e desiderio», lo «stare meglio» in «non stare affatto».

Detto altrimenti, «la psicopolitica narcocapitalista» si spaccia come «una funzionalizzazione apolitica» nel momento stesso in cui porta «la politica fino al cuore dell’ontologia». Che distribuisca antidepressivi o psicostimolanti, la farmacologia capitalista si prefigge infatti di produrre una «sensazione di distacco», analoga a quella che ha smaterializzato l’economia concreta della modernità nella volatilità/virtualità della finanza contemporanea, immergendoci in un sonno senza sogni che disaccoppia il soggetto dal suo corpo per mantenerlo in una condizione di “depressione euforica controllata” che ne permetta la massima efficienza: «lavorare, lavorare e lavorare ancora». La psicofarmacologia capitalista, insomma, è l’apice acuminato dei processi di estrazione di valore già evidenziati da Marx. Da un lato facilita il sonno ristoratore – meglio ancora se prolungato fin dentro la fase di veglia sottoforma di sonnambulismo anestetico-depresso –, indispensabile alla riproduzione della forza-lavoro. Dall’altro, dato che la produzione di plusvalore assoluto si scontra con l’insormontabile limite materiale della durata della giornata lavorativa, viene incontro alla necessità di incrementare la produzione di plusvalore relativo, aggiungendosi ad altri strumenti sviluppati per rispondere alla stessa finalità (ad esempio, l’organizzazione del lavoro, l’introduzione delle macchine e dell’automazione e la riconfigurazione dei corpi come corpi docili).

Ovviamente, la farmacia del Capitale non si limita alle sostanze psicotrope. È de Sutter stesso a ricordarcelo quando prende in esame lo sviluppo e la diffusione dei farmaci contraccettivi, la cui prestazione ormonale è quella di disaccoppiare, con una radicalità senza precedenti, l’eterosessualità genitale dalla riproduzione. In tal modo, vengono alla luce altre due interessanti caratteristiche del farmaco-capitale. La prima: la commercializzazione di molecole per trattare individui sani (un’ulteriore frontiera del capitalismo che, come è noto, da sempre si nutre di creazione e superamento di frontiere, reali o immaginarie che siano). La seconda: la capacità del sistema di mettere al lavoro anche le istanze di liberazione. La pillola, infatti, non ha solo contribuito a che «le donne potessero riappropriarsi del proprio corpo», ma è anche stata utilizzata per «esternalizzare la definizione del programma che governa l’equilibrio ormonale» delle stesse al fine di regolarne la sessualità secondo i tempi dettati dal mercato del lavoro. Per completare il quadro, alla farmacopea analizzata da de Sutter andrebbe poi aggiunta tutta quella prodotta per la gestione necro-produttiva dei corpi animali e del mondo vegetale – antibiotici, ormoni della crescita, fertilizzanti, diserbanti ecc. – senza la quale l’immensa impresa dell’agribusiness intensivo e industriale – attualmente tra le più importanti, se non la più importante, nella produzione di valore – non sarebbe neppure pensabile e, con essa, la stessa organizzazione sociale in cui viviamo. Infine, per tornare alla sfera dell’umano, non possiamo non sottolineare che le popolazioni e i gruppi subalterni, al pari degli animali, continuano a essere sfruttati come cavie nelle sperimentazioni di nuove molecole e ad essere controllati, principalmente e perlopiù, tramite il ricorso a pratiche ascrivibili ad un potere sovrano resosi iperbolico. Un’altra anamorfosi: dalla giusta prospettiva, necropolitica, biopolitica e psicopolitica non si sono succedute l’una all’altra, come alcuni sembrano pensare, ma insieme formano il corpo uno e trino del Capitale contemporaneo.

Riunire teoricamente queste strutture anamorfiche in una diagnosi coerente è, però, un compito arduo. Anche se molti assimilano le dinamiche del Capitale all’espressione di una sindrome schizofrenica, questa diagnosi del malessere che ci affligge appare sempre meno accurata. La nostra epoca, contraddistinta dalla ricerca di stati profondamente disforici e anedonici – raggiunti, come dimostrano sia le analisi di de Sutter sia, più prosaicamente, le forme più recenti di narcomode, che mischiano codeina e bibite gassate, e gli atti terroristici, sempre più imprevedibili ed euforici (nel senso più sinistro e rivoltante del termine) –, ha poco o nulla a che fare, ad esempio, con l’intensità e la potenzialità trasformativa e deterritorializzante della “schizofrenia” descritta da Deleuze e Guattari. La mente sociale odierna sembra piuttosto preda di una potente follia maniaco-depressiva. In questo, la diagnosi che Berardi elabora in Futurabilità si avvicina molto a quella di de Sutter: «Negli ultimi decenni, la mente sociale è stata avvinta in un vortice di disturbi bipolari: una lunga alternanza di euforia e tristezza ha condotto all’attuale situazione di stagnazione secolare e depressione perenne», in cui l’attenzione costantemente distratta «genera ansia e panico» e un’«ossessione paranoica per l’ordine» che riduce ogni orizzonte di possibilità a «ripetizione, appartenenza e identità».

Seguendo Berardi, quindi, il nostro compito non è più quello di rincorrere la frammentazione schizofrenica del general intellect, bensì quello, ben più cupo e disturbante, di intraprendere una disanima serrata della depressione della mente occidentale, del cuore pulsante del «necrocapitalismo» e del «neurototalitarismo». Il lavoro del critico culturale, allora, non dovrebbe rinchiudersi nella ricerca dell’unione anamorfica delle tre “persone” del narcocapitalismo, ma impegnarsi in una catabasi dentro le viscere oscure e infernali di un malessere devastante. Per fare questo, secondo Berardi, non dobbiamo limitarci a scandagliare i recessi della vita cosciente della mente occidentale, per estrarre uno strato più autentico di significazione; dobbiamo soprattutto accettare di gettarci nella “carnalità” che produce la mente sociale stessa, nella sua «volontà aliena» – per usare le parole Sandor Ferenczi – composta dagli assemblaggi molecolari che ci costituiscono. In parole povere, dobbiamo imparare a rimanere a galla nella pioggia di Ritalin, Adderal e Xanax che bagna le pagine di Futurabilità, se davvero vogliamo comprendere la «tempesta di merda» che scuote sia l’info-sfera sia le nostre vite. Un lavoro terrificante, quindi, si spalanca di fronte a ogni politica trasformativa degna di questo nome. Lavoro terrificante che, come tutte le peregrinazioni verso il cuore delle tenebre, ci costringe a un confronto serrato, senza difese e senza ripari, con la rapida erosione delle nostre capacità cognitive, con un de-centramento sempre più radicale di un soggetto che, con tutta probabilità, non è mai esistito e con un’info-sfera in cui spadroneggiano manifesti soffocanti che esaltano «la dimensione astratta della connessione» a discapito dei «corpi individuali dei lavoratori cognitivi [...] fragili e frammentati dall’isolamento».

Nonostante tutto e nonostante l’atmosfera disperata da cui si stagliano le pagine di Futurabilità, Berardi non si esime dal fornirci un equipaggiamento adeguato per intraprendere la necessaria spedizione speleologica verso il centro vuoto della nostra carne. Futurabilità, infatti, si snoda attorno alla meticolosa analisi della complessa rete che lega tra loro potenza, potere e possibilità. La potenza è una “droga” dal gusto chiaramente spinoziano («potenza è l’energia che trasforma le possibilità in realtà concrete»), in cui sono contenuti gli affetti che un corpo può provare, tutto ciò che un corpo può, senza scarto o riserve. È tuttavia facile comprendere che, in determinate circostanze, anche questo “farmaco”, al pari di tutti gli altri, può agire da vero e proprio veleno. Per questa ragione, Berardi si concentra più che sulle affezioni positive – quelle che generano altra potenza –, su quelle affezioni che deprimono il corpo, conducendolo nelle stanze oscure dell’impotenza, cristallizzandolo dentro le trame del potere («il potere è la selezione e l’imposizione di una possibilità tra molte, e al tempo stesso è l’esclusione [e invisibilizzazione] di molte altre possibilità). E quando parla di impotenza, Berardi, non procede per metafore; l’«impotenza della soggettività», di cui Futurabilità è intriso, è espressa in maniera estremamente precisa e dolorosa. Futurabilità denuncia impotenze reali, fisiche e cognitive. Discute di menti anestetizzate dagli antidepressivi, di corpi resi insensibili da condizioni di lavoro svilenti, della desertificazione della vita psicosociale. Porta in primo piano corpi rallentati fino all’inespressività da un potere totalizzante e menti travolte da un info-sfera troppo veloce per l’operatività del cervello umano.

Dietro questa sintesi scoraggiante si profila però un altro “composto molecolare”: la possibilità (il «contenuto inscritto nella costituzione presente», «un campo di biforcazioni» e di alternative differenti di fronte al quale «l’organismo entra in vibrazione» e «poi procede compiendo la scelta che corrisponde alla sua potenza»). Se il nostro tempo è segnato da una condizione negativa, annichilente e incancrenita da un potere terrificante e inumano, nondimeno Berardi ci ricorda che “qualcosa” continua a resistere. Alle spalle della propagandata immodificabilità dello stato di cose presente si aggira uno sciame di eventi molecolari capaci di sovvertire il sistema-mondo che ci tiene in ostaggio. Questo sciame è la potenzialità, oggi inespressa ma sempre potenzialmente esprimibile, della possibilità. E, per nostra fortuna, la possibilità non brilla da un qualche irraggiungibile spazio utopico ancora da scoprire ma, proprio come le nostre impotenze, pullula dentro i nostri corpi e dentro le nostre menti incarnate. La possibilità di un futuro liberato dalla farmacopea capitalista non si trova in un corpo totalmente nuovo ma, più semplicemente, in una nuova organizzazione che è già qui alla stato latente, un’organizzazione in cui i terremoti dell’essere non vengono sedati, ma incanalati verso una libertà sempre più condivisa, pervasiva e capace di smarcarsi dall’efficace «superstizione» che intende, e ci fa intendere, il «capitalismo come forma naturale». «Questa possibilità è la liberazione della conoscenza e della tecnologia dal Capitale come Forma Definitiva. Il soggetto di questa possibilità è l’intelligenza collettiva reincarnata nelle condizioni della solidarietà». E ancora: «Non c’è una verità intesa come soluzione di un problema [...]. C’è semmai una vibrazione: quella dell’aggirarsi in uno spazio di possibilità».

Per Berardi, «aggirarsi in uno spazio di possibilità» è ciò che traccia «la linea di fuga dall’inevitabile all’inconcepibile. E l’inconcepibile è quello che siamo al momento incapaci di [...] immaginare [...]: perché è il codice dominante [...] a impedire la visione, a trasformare in inconcepibile quello che è invece possibile». Tornando a de Sutter, se è il vagare improduttivo il bersaglio della farmacologia capitalista, tesa a «mettere ordine in questo spreco» per «trasformarlo in investimento», la risposta alla polizia dell’essere va ricercata in una «politica dell’eccitazione», in una politica che porti fuori «dai limiti dell’essere», nel «dis-essere», nell’«inquietudine» dell’«essere insoddisfatti» che «è anche essere liberi». «È politica – prosegue de Sutter – tutto ciò che procede al collasso dell’essere, tutto ciò che ne mostra l’instabilità, la labilità, la permeabilità, l’inconsistenza; è politica tutto ciò che non smette di sottrarsi al regime d’ordine mediante il quale l’essere può essere istituito e garantito». Follia? Sì, follia. Ma «una follia che è la sola ragione per cui è possibile sperare».

Juan Cárdenas

OrnamentoSUR 2018

pp. 135, euro 15

Laurent de Sutter

Narcocapitalismo. La vita nell’era dell’anestesiaombre corte 2018

pp. 105, euro 10

Franco Berardi Bifo

FuturabilitàNero 2018

pp. 246, euro 20

È possibile acquistare questi libri in tutte le librerie o su ibs.it.

In una tempesta di merda i germi della possibilità

Matteo Moca

In quel piccolo e aureo libretto Che cos'è il contemporaneo?, che non ci si dovrebbe mai stancare di rileggere, e ancor di più in tempi come questi, Giorgio Agamben si cimenta nel difficile tentativo di individuare una possibile chiave di lettura per la nostra epoca. Ci sono un paio di estratti da tenere a mente, riduttivi in confronto all'opera, ma certamente indicativi rispetto ad una via da seguire: «Può dirsi contemporaneo soltanto chi non si lascia accecare dalle luci del secolo e riesce a scorgere in esse la parte dell’ombra, la loro intima oscurità» scrive Agamben, oppure, poco dopo, che «tutti i tempi sono, per chi ne esperisce la contemporaneità, oscuri». C'è infine un passaggio che recita che «contemporaneo è colui che riceve in pieno viso il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo» ed è in particolare quest'ultimo a saltare alla mente leggendo il nuovo libro di Franco Berardi Bifo Futurabilità, pubblicato dalla casa editrice Nero nella collana Not (anch'essa strumento di grande aiuto per leggere la nostra epoca), traduzione, con aggiustamenti, dell'edizione inglese Futurability. The age of Impotence and the Horizon of Possibility (Verso Books, 2017). Il legame tra il libro di Agamben e questo sorge perché Berardi, con la forza dialettica ed evocativa che gli è propria, non solo guarda con intensità il fascio di tenebre del nostro tempo, ma squaderna davvero un pensiero nuovo per studiare la contemporaneità, un pensiero che non si nutre di alcuno spettro del passato (e non a caso in uno dei passaggi più duri del libro Berardi, sulla stessa scia di Agamben, scrive che «se vogliamo trovare una via di uscita, dobbiamo guardare la bestia negli occhi»). In Futurabilità, libro estremamente ricco di suggestioni e chiavi di lettura innovative, certo non ci saranno le risposte a tutte le questioni che solleva e che il presente richiede, ma certo è possibile rintracciarvi luoghi di grandissimo interesse da cui muovere: «La sola cosa che possiamo fare – oltre a non perdere mai il buon umore e l’ironia – è forgiare concetti per la comprensione del mondo che sta emergendo, per quanto orribile esso sia. Nel breve tempo di vita che rimane alla mia generazione, altro non resta che consegnare al futuro la possibilità di vita felice che rischia di essere seppellita dalla tempesta di merda. E capire, nel pieno di questa tempesta, dove covino i germi della possibilità».

Il punto da cui parte la lettura di Berardi è che i popoli, intrappolati nella loro impotenza, colpiti dalle forze convergenti del discorso libertario e dalle falle, ben nascoste, della tecnologia digitale, «hanno perso la calma». In questa nuova sfera in cui trovano a muoversi gli individui, la forza solipsistica identitaria e una stagnante cultura di appartenenza al proprio gruppo hanno sostituito qualsiasi afflato di solidarietà sociale, azzerando completamente le eredità dell'umanesimo, del rinascimento, dell'illuminismo e anche del socialismo (su quest'ultimo punto Berardi va molto in profondità, rileggendo in questa chiave anche i successi del discorso politico di Trump, Putin, Salvini e Orban). Nell'età dell'impotenza in cui l'uomo si trova a vivere oggi, sballottato tra i mondi incomprensibili della finanza globale e di una guerra permanente a bassa intensità che ha luogo nella vita quotidiana («l’incontro privo di sorriso nello spazio metropolitano, la violenza incessante dell’economia»), è evidente a tutti l'esigenza di un cambio di paradigma radicale ma esso sembra impossibile non solo da raggiungere, ma anche da pensare (su argomenti simili si attesta anche un altro libro piccolo e molto denso di Berardi uscito recentemente per DeriveApprodi, Il secondo avvento. Astrazione, apocalisse, comunismo, che rilegge l'attuale divenire del mondo secondo la metafora dell'apocalisse). A peggiorare ancora di più questo tipo di situazione è, secondo Berardi, la morsa duplice che stringe il mondo, cioè da una parte le forze del neoliberismo e dall'altra il nuovo ordine dei vari governi come quello di Orban e di Trump («sono tutti politici di cultura mediocre che annusano la possibilità di guadagnare potere incarnando la volontà di potenza della razza bianca all’inizio del suo declino»). Per analizzare la complicata questione qui rapidamente delineata, Berardi si affida a tre concetti, che sono poi le tre grandi sezioni in cui il libro è diviso, secondo lui mezzi in grado di aiutare la comprensione del presente e quindi fornire gli strumenti adatti per un suo cambiamento. Essi sono la «potenza», ovvero la volontà che piega e sottomette il possibile per ridurlo all'ordine («una potenza che può dispiegarsi solo quando il corpo diventa movimento»), il «potere» ovvero la scelta di un preciso campo di azione («chiamo potere la condizione di imposizione temporanea di un piano di possibilità, a sua volta selezionata tra molti piani di possibilità») e infine la «possibilità», che per trovare attuazione necessita di una potenza che permetta al soggetto di dispiegarla.

La secca in cui imperversa il mondo descritto da Berardi sembra però nascondere una possibilità di ribaltamento e soluzione: punto nodale deve essere la Silicon Valley, non intesa solamente come sfera di produzione in cui milioni di «semi-operai cooperano per la costruzione dell'automa di rete», ma come una rete vivente di legami e relazioni tra i lavoratori, anch'essi immersi in un variegato sistema di diverse condizioni sociali. Berardi chiude il suo libro con un'immagine assai evocativa: scrive che è necessario guardare alla Silicon Valley con lo stesso sguardo con cui Lenin guardava le officine Putilov nel 1917 o come veniva vista, negli anni Settanta, dagli autonomi, la Fiat Mirafiori, ovvero «come il nucleo centrale del processo di produzione, come il posto in cui il livello più alto di sfruttamento incontra la più alta potenza di trasformazione». È necessario allora un risveglio etico e una comune coscienza solidale dei «neuroproletari» per riuscire a scorgere le luci lontane della Futurabilità del titolo, «la molteplicità di possibili futuri immanenti: un divenire altro, che pure è inscritto nel presente».

Franco Berardi Bifo

Futurabilità, Nero 2018

pp. 246, euro 20

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Se a dissolversi è il general intellect

Gabriella Putignano

Nel suo ultimo libro, Futurabilità, Franco «Bifo» Berardi si pone, anzitutto, l’obiettivo critico di decodificare il presente, di forgiare concetti per la comprensione di questo nostro mondo; in secondo luogo, intende scrutare la molteplicità di possibili futuri immanenti (la futurabilità, appunto), che implica un divenire altro, una mediazione relazionale e conflittuale.

L’odierno tessuto sociale si presenta, dunque, come una shitstorm (tempesta di merda), pervasa da risentimento identitario, desertificazione del pensiero complesso, autismo corale. È l’infosfera ad essere iper-satura, sovraccaricata e bombardata da stimoli d’ogni tipo, che annientano alla radice la lentezza scardinante della riflessione, il criticismo ponderato del lògos e fanno emergere una seriale ed estemporanea “cultura in polvere” (cfr. A. Appadurai, Modernità in polvere, Cortina Editore, Milano 2012), la demenzialità di urla scomposte e sguaiate.

Tale dinamiche, studiate a fondo da Bifo, si riverberano inevitabilmente nella struttura del contesto lavorativo attuale, la cui comprensione sarà la nostra principale premura. Difatti, nel passato, proprio dell’orizzonte fordista, assistevamo, sì, ad una riduzione del sé a corpo muto e ad una espropriazione del tempo vissuto, ma v’era al contempo una chiara definizione di “classe”, in grado di far vivere e vibrare concetti patici quali la compattezza unitaria, la coesione sociale, la reciproca complicità. A partire dagli anni Ottanta in poi, abbiamo un’importante torsione: il lavoro si “mentalizza”. Non riguarda più solo l’operaio padre di famiglia, le cui mansioni erano ben scandite dentro la fabbrica, ma un «Quinto Stato» (cfr. G. Allegri-R. Ciccarelli, Il Quinto Stato, Ponte alle Grazie, Milano 2013), fatto per lo più da lavoratori indipendenti, qualificati e mobili.

Se il capitalismo tradizionale si basava sullo sfruttamento dell’energia fisica, adesso esso (in quanto semio-capitalismo) tenta di sussumere la stessa energia nervosa e cognitiva, modellandola ed addomesticandola attraverso lo stillicidio di determinati imperativi: la competizione, la prestazione, il felicismo obbligatorio. Oggi il lavoro tira, pertanto, in ballo risorse immateriali, diviene un processo mentale specialistico, ma rende pure ciascuno di noi un imprenditore di se stesso, uno sterile capitale umano io-centrico in permanente concorrenza con il prossimo. L’intelligenza connettiva – continua Bifo – sembra incapace di agire come intelligenza collettiva (general intellect) e movimento organizzato.

I lavoratori cognitivi vengono relegati in aree lavorative simili a bunker per, poi, sprofondare nella giungla metropolitana, dove ha la meglio uno stile di vita à la Hunger Games, nel quale «l’amante della domenica notte può essere l’avversario del lunedì mattina» (F. Berardi Bifo, op. cit., p. 61). La vittoria neoliberista si fonda sull’adesione alla morale thatcheriana “impregnata” attorno al paradigma dell’“o vinci o scompari”, tipico della filosofia della selezione naturale. Tutto questo fa, di conseguenza, squagliare ed implodere il concetto di “classe” prima considerato. Ma com’è stata possibile tale inversione di rotta che ha, altresì, generato un’incapacità di ribellione? Bifo risponde evidenziando due aspetti: da un lato, la precarietà sociale ha reso gli incontri lavorativi meramente temporanei, casuali, provvisori, e li ha così privati di una coscienza condivisa [«(…) la precarietà sociale si può descrivere come quella condizione in cui i lavoratori cambiano di continuo le proprie posizioni individuali, in modo tale che nessuno incontra nessun altro nella stessa posizione per un lungo periodo di tempo.», cit., p. 129]; dall’altro – e qui si insedia la difficoltà della ribellione – è diventato molto più complesso identificare il nemico, che è dappertutto e in nessun luogo.

Orbene, se le soggettività agiscono senza prossimità, in preda alla sola brutale competizione, ha il sopravvento un dirompente ed agghiacciante effetto: la desolante solitudine esistenziale. Ed, in tal modo, a venir meno è il cuore stesso dell’etica, che risiede nella percezione empatica dell’altro, nel nostro essere sociali ed erotici, nella dolcezza della carezzabilità (cfr. F. Berardi, Bifo, In morte del compagno Mark Fisher, in effimera.org). Questi aspetti sono annichiliti dallo sguardo del Potere, dalla sua Gestalt, che ci intrappola nel nulla del giorno e nel vuoto della notte, che ci sfinisce facendoci sentire dei ‘buoni a nulla’.

In una condizione di tal specie, la medesima temporalità è distorta, poiché è vissuta in un modo dromologico. È temporalità dell’immediatezza, del lampo istantaneo, che chiede di essere sempre spaventosamente pronti, “quick”, schiavi del «demone efferato della reperibilità» (cfr. http://www.zerocalcare.it/2013/11/11/il-demone-della-reperibilita/). Si è, così, vittime della cosiddetta sindrome FOMO (fear of missing out), quella sensazione che – per dirla con il Comité invisible (cfr. Comité invisible, Maintenant, La Fabrique, Paris 2017) - sfibra il “maintenant”, produce discronia e lacera dentro con l’idea di “star perdendo sempre qualcosa”, di dover andare “in fretta, in fretta, in fretta”, perennemente contratti e stritolati tra ansia e panico.

Pare impossibile un détournement in uno scenario tanto claustrofobico ed infetto. E forse è impossibile. L’inconcepibile – scrive Bifo – sarebbe oggi creare una piattaforma culturale e poetica per costruire e diffondere una comune coscienza di possibile solidarietà tra i cognitari di tutto il mondo (gli odierni neuroproletari). C’è bisogno, però, di ‘disintricare’ il linguaggio, di passare cioè attraverso l’abolizione dell’uso capitalistico del linguaggio, di introdurre – direbbe Guido Viale – uno ‘slessico familiare’ (cfr. G. Viale, Slessico familiare, Interno4 Edizioni, Firenze 2017), capace di spazzare via il letame fatto di servilismo, chiusura, impotenza, e di far trionfare la bellezza inscritta nell’anima, quella bellezza intessuta di responsabilità, sensibilità e, su tutto, di amicizia. Perché l’amicizia segna, finalmente, la vittoria della vita quale comunione, spazio smercantilizzato e nonviolento. Eppure, su come farcela a realizzare questo radicale stravolgimento Bifo, con il suo bel libro, rimane terribilmente (e consapevolmente) evasivo.

Franco Berardi Bifo

Futurabilità, Nero 2018

pp. 246, euro 20

è possibile acquistare questo libro in tutte le librerie o su ibs.it