Speciale Presidenziali in Francia

emmanuel-macronProponiamo oggi due interventi sulle presidenziali francesi. Torneremo sul tema nei prossimi giorni.

Nello Speciale:

  • Franco Berardi Bifo, Tra il buio del fascismo e lo schiavismo neoliberista
  • Alessandro Casiccia, Superamento della destra e della sinistra?

 

Tra il buio del fascismo e lo schiavismo neoliberista

Franco Berardi Bifo

Sembra inevitabile di questi tempi scegliere tra schiavismo e fascismo. Lo schiavismo neoliberale ha vinto in Francia fermando (temporaneamente) l’avanzata del fascismo, e pare che dobbiamo esserne contenti. La vittoria di Emmanuel Macron permetterà di allentare lo strangolamento che ha asfissiato i lavoratori dell’Unione Europea? Credo piuttosto che la vittoria di questo estremista liberista sia destinata a intensificare in Francia l’offensiva anti-sociale, l’impoverimento dei lavoratori, la precarizzazione.

Emmanuel Macron si è presentato sulla scena promettendo di licenziare 120.000 impiegati pubblici, e ha ottenuto il sostegno di François Fillon, il quale, per parte sua, mentre intascava un milione di euro intestati alla moglie Penelope, prometteva di licenziarne 500.000. Macron ha promesso di portare a termine le riforme timidamente abbozzate dal governo Hollande, e di rivedere la loi el Khomri così da rendere più fluida la precarizzazione del lavoro che negli anni scorsi non è stata imposta fino in fondo per le resistenze della società. Macron, che si è formato culturalmente all’interno del sistema bancario, ha un compito: sfondare la resistenza della società francese per piegarla definitivamente all’ordine finanziario.

Naturalmente la vittoria di Marine Le Pen avrebbe aperto le porte dell’inferno provocando a tempi brevissimi il crollo di quel che resta dell’Unione Europea, e dunque è stato inevitabile piegarsi al ricatto.

Ma non mi illudo su un asse franco-tedesco che giunga salvifico dopo la probabile vittoria socialdemocratica in Germania. Non dovremmo dimenticare che furono proprio i socialdemocratici tedeschi ad avviare l’offensiva europea contro il salario, ai tempi di Schroeder e della legge Hartz. Saranno loro a rovesciare la tendenza, ora che l’Unione è sul punto del collasso terminale? Può darsi, ma non accadrà in assenza di un movimento anti-schiavista europeo.

Se siamo stati costretti a scegliere tra brutalità razzista e aggressività neoliberista è anche perché non siamo riusciti a costruire alcun movimento europeo contro la dittatura finanziaria.

Dal 2005 ci siamo infilati in una trappola. In quell’anno francesi e olandesi furono chiamati a prendere posizione in un referendum sul trattato costituzionale che poneva al centro la piena subordinazione del lavoro: a larga maggioranza francesi e olandesi votarono NO al ricatto neoliberale. La sinistra riformista iniziò da quel momento a perdere la rappresentanza elettorale della classe operaia, ma anche le componenti di sinistra critica che provenivano dai movimenti, in quell’occasione subirono il ricatto e diedero indicazione di scegliere lo schiavismo liberista contro la regressione nazionalista. In questo modo la rappresentanza dei lavoratori venne lasciata interamente alla destra, che oggi è maggioritaria nel voto operaio.

Anche se il voto del 2005 aveva detto no alla precarizzazione, la macchina neoliberale non si è fermata, e l’aggressione finanziaria è proceduta sotto l’etichetta: “riforme”: aumento dei carichi di lavoro, aumento della disoccupazione e riduzione dei salari, rapina finanziaria e smantellamento del welfare. È da queste tendenze che è cresciuta l’ondata nazionalista e razzista. Macron si è presentato sulla scena proclamando strenua fedeltà alle “riforme”, e ha vinto perché non c’era alternativa al buio definitivo. L’Europa procede entro le linee di devastazione decise dal sistema finanziario. Non mi pare che ci sia ragione di rallegrarsi.

***

Superamento della sinistra e della destra?

Alessandro Casiccia

La vittoria di En Marche! al ballottaggio e l’uscita di scena dei partiti più classici, non deve distogliere l’attenzione dal Front National. Alle ormai imminenti legislative, esso affermerà comunque una sua presenza; che potrà riguardare le sue tematiche più demagogiche come l’immigrazione, o come i rapporti con l’UE; ma forse ancor più la condizione della classe lavoratrice. Rompendo col padre, Marine aveva assunto posizioni di difesa riguardo a vari aspetti dello stato sociale. Quindi, pur se il Fronte rientra nel numero dei partiti e dei movimenti “neo-nazionalisti”, la linea politica che persegue deve essere considerata nella sua specificità.

La Francia è uno dei paesi in cui storicamente si è presentata sotto forme diverse una collocazione non nettamente definita del discorso politico. Considerando oggi la dispersione della classe operaia nell’era globale insieme all’attuale incertezza economica delle classi medie, quella indeterminatezza potrebbe veder prevalere un nazionalismo radicale. O all’opposto rendere più viva la discussione intorno al tema della convergenza verso il centro, quale possibile, forzata scelta dell’elettore medio, ferito dalla globalizzazione ma timoroso di mutamenti potenzialmente catastrofici. (Come quelli che potrebbe produrre una rottura con l’Europa.)

Per riesaminare simili alternative occorrerebbe fra l’altro ricordare che negli studi politologici della seconda metà del novecento, il tema del voto veniva spesso affrontato ricorrendo al paradigma della “scelta razionale”, considerando quindi il modello dell’elettore mediano, il suo possibile coincidere di con l’elettore medio, il suo ruolo quale destinatario di messaggi politici, nonché le strategie che un partito può assumere nella competizione politica. E ovviamente sorgeva anche il dibattito sul voto “utile” cui l’elettore in talune circostanze si ritiene costretto. (Il successo di Macron potrebbe costituirne un esempio.)

Ma ormai sappiamo che il risultato di ogni elezione può suscitare sorpresa. Già alla fine del Settecento Condorcet, con il suo “paradosso” (tema poi ripreso nel secolo XX da Arrow e Black) avvertiva che una votazione spesso conduce a esiti non facilmente prevedibili. Dove la preferenza della maggioranza può risultare incoerente oltre misura con le precedenti opzioni dei singoli votanti. Vari sistemi elettorali sono stati escogitati per affrontare i suddetti problemi: nel caso francese, l’uninominale maggioritario a doppio turno. Differente peraltro dal criterio che guiderà le prossime legislative.

Ma indipendentemente da ciò va ricordato che lo stesso impianto teorico, sia delle previsioni sia delle analisi riguardanti le elezioni avvenute, può risultare oggi debole in quanto fondato in buona misura, come si è notato, sull’assunto di una scelta lucida e ponderata da parte del cittadino. Il punto è che oggi, di fronte alle derive devastanti della crisi, al crescere dell’incertezza, della “paura”, della sofferenza per l’esclusione sociale, i modelli fondati sulla coerenza dell’attore razionale parrebbero perdere rilevanza e lasciare il campo ad analisi riguardanti invece le emozioni come reale impulso a una scelta di voto. Da un lato il risentimento, dall’altro la paura.

Tra la considerazione di tale spazio emozionale e il riconoscimento di quanto invece possono tuttora valere indirizzi razionali di scelta, prende corpo il tema di una opzione politica di “centro” come possibile via per rispondere a timori, risolvere indecisioni, sfuggire a esiti considerati peggiori. Ma tale opzione non è che uno dei modi in cui un altro appello, ritenuto ancor più generale e “attuale”, viene tematizzato e diffuso: il distacco dalle ben note identità politiche, ovvero la destra e la sinistra. Un distacco che non manca certo di precedenti storici, soprattutto in Francia.

Occorre allora distinguere tra due diversi modi in cui tale dichiarato superamento tende a presentarsi attualmente.

Un tipo di superamento almeno dichiarato, dell’opposizione destra-sinistra riguarda le proposte politiche assumenti la possibile la fattuale coincidenza di linee estreme, polarizzate, fra loro radicalmente contrapposte per convenzionale disposizione “ideologica”. Tale coincidenza può riguardare provvedimenti essenziali, come ad esempio la difesa di conquiste sociali. Ma l’inevitabile esito è l’affermazione di uno dei due poli estremi: e sappiamo che in genere il polo sarà quello della destra radicale, nazionalista, escludente.

Esiste poi un altro tipo di superamento della contrapposizione in questione: ed è quello che assume, non la coincidenza sopra descritta ma la confluenza ragionevole verso un partito o una coalizione che si caratterizzi per posizioni moderate (e non troppo definite). Ed è questa una presa di distanza tra gli estremi che conduce tendenzialmente verso l’area “di centro”. Osservando il quadro della Francia odierna, mentre nell’offerta politica di Marine Le Pen sembra possa individuarsi la linea che abbiamo denominato coincidenza, la linea della confluenzainvece parrebbe riconoscibile nell’indirizzo politico di Macron: moderazione, normalità, osservanza quanto possibile delle direttive comunitarie, quindi controllo del bilancio, riduzione della spesa pubblica. Gran parte di quelle politiche si erano rivelate controfattuali, come sappiamo. E avevano alimentato varie forme di euroscetticismo, tra cui quella del Fronte. Si tratta di vedere ora se, in quale modo e in quale misura, il moderato Macron saprà trovare un difficile equilibrio tra le politiche comunitarie e le esigenze dei cittadini.

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cantieri arancioneLa felicità sul posto di lavoro è un obiettivo? Come sono cambiati i saperi negli ultimi vent'anni? Le fake news sono davvero false?  Un luogo di confronto, una rete di intervento culturale per costruire il futuro. Vi aspettiamo!

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Verità e simulazione

Franco Berardi Bifo

The front page of a newspaper with the headline "Fake News" which illustrates the current phenomena. Front section of newspaper is on top of loosely stacked remainder of newspaper. All visible text is authored by the photographer. Photographed in a studio setting on a white background with a slight wide angle lens.

“Informazioni false producono eventi veri”
(A/traverso, 1977)
“there is nothing more fictitious than reality.
(Umberto Eco: Here I am, not a fiction, interview with Alex Coles, in
Design fiction, Sternberg Press, Berlin, 2016)

La Germania è sempre all’avanguardia quando si tratta di ristabilire il bene contro il male, il giusto contro l’ingiusto e il vero contro il falso. Infatti il Parlamento di quel paese ha legiferato contro la falsità.

“Vasto programma” disse il generale De Gaulle a chi si proponeva di abolire l’imbecillità dalle vicende umane. Ma la mente semplice del popolo gotico non si ferma davanti alle quisquilie filosofiche, e legifera. Chi dice bugie verrà multato. Era ora. Purtroppo è pericoloso che lo stato si attribuisca il diritto di distinguere tra ciò che si può pubblicare perché vero, e ciò che non si può pubblicare perché falso. Chi decide la differenza tra falso e vero? E per essere più radicali: esiste da qualche parte la verità?

Poco dopo le elezioni che hanno portato Trump alla Presidenza degli Stati Uniti, in un’intervista al Washington Post un fabbricatore professionale di falsi di nome Paul Horner si attribuì il merito della vittoria di Trump.

“I miei siti sono stati ripresi continuamente dai sostenitori di Trump. Penso che abbia vinto le elezioni grazie a me. I suoi sostenitori non controllano niente, postano qualsiasi cosa, credono in qualsisia cosa.”

Horner è quello che ha inventato titoli che sono divenuti virali come “Gli amish si impegnano a votare per Trump”, e “il presidente Obama firma un ordine esecutivo che vieta l’inno nazionale a tutti gli eventi sportivi nel paese.”

Nessuno dei due era vero.

Alcuni se la sono presa con Zuckerberg per il ruolo svolto dai social media nella gara elettorale. Ma non è chiaro cosa dovrebbe fare Facebook: censurare notizie e commenti che non corrispondono alla verità? E come si può decidere la differenza tra notizie vere e false, o tra commenti legittimi e illegittimi?

Sul New York Times del 5 dicembre Kenan Malik scriveva: “Il panico sulle notizie false ha dato forza all’idea che viviamo in un’era post-verità. L’Oxford English Dictionary ha perfino fatto di “post-truth” la parola dell’anno, definendola come quei casi in cui i fatti obbiettivi sono meno rilevanti nel formare la pubblica opinione che gli appelli alle emozioni e le convinzioni personali. Ma la verità, ammesso che si possa usare questa parola, è cosa molto più complessa di quanto si pensi.” (Gatekeepers and the rise of fake news).

Quando in Europa qualcuno cominciò a pensare che occorre ristabilire la verità per legge, zerohedge.com, la rivista degli intellettuali trumpisti ridicolizzò questa campagna.

“Un gruppo di burocrati non eletti, di cui nessuno si fida dovrebbero sedersi e decidere fra loro quali notizie siano false e quindi rimuoverle dalla circolazione…….Presto sarà Bruxelles a decidere quali contenuti siano appropriati per il consumo europeo…”

L’estinzione della mente critica

Sia ben chiaro: non intendo negare che l’informazione falsa sia in crescita esponenziale né che questo sia dannoso per la democrazia e utile per i tipi malintenzionati. Ma il falso non è una novità nel discorso pubblico. Quel che è nuovo è la velocità, l’intensità e quindi l’enorme quantità di informazione (falsa o vera) che sia cui è esposta la mente sociale.

L’accelerazione dell’infosfera e l’estrema intensificazione del ritmo delle stimolazioni info-nervose hanno saturato l’attenzione e di conseguenza hanno disattivato le capacità critiche della società. Qui sta il punto: la capacità critica non è un dato naturale, ma il prodotto di un’evoluzione della mente nella storia. La facoltà cognitiva che chiamiamo “critica” si sviluppa soltanto in condizioni particolari. La critica è la capacità di distinguere tra enunciazioni false ed enunciazioni vere, e anche di distinguere tra atti moralmente buoni e cattivi.

Per poter decidere criticamente la mente deve elaborare l’informazione per poter soppesare e decidere, ma la capacità critica implica una relazione ritmica tra stimolo informativo e tempo di elaborazione.

Quando la stimolazione informativa supera un certo livello di intensità, lo stimolo non è più ricevuto e interpretato come enunciazione giudicabile, ma è piuttosto percepito come un flusso indifferenziato di stimolazione nervosa: assalto emozionale sul cervello.

La facoltà critica, essenziale per lo sviluppo dell’opinione pubblica nell’epoca borghese, fu l’effetto di una speciale relazione tra mente individuale e info-sfera, particolarmente la sfera di circolazione dei testi stampati.

La mente alfabetica elaborava un flusso lento di parole disposte sequenzialmente sulla pagina. Il discorso pubblico si fondava allora su valutazioni coscienti e discriminazioni critiche, e la scelta politica era fondata sul giudizio critico e il discernimento ideologico. Era l’epoca della razionalità borghese. Ma da quando l’accelerazione del flusso ha saturato l’attenzione collettiva, la distinzione tra vero e falso è divenuta pressoché impossibile, la tempesta di stimoli info-neurali confonde la visione e la gente tende a rinchiudersi in reti di auto-conferma: echo-chambers. Il rumore bianco ha preso il posto del silenzio delle folle su cui si fondava la sovranità della Ragione.

Il problema del mediascape contemporaneo non è la diffusione delle false notizie, ma la decomposizione della mente critica, e quindi la tendenza delle folle mediatizzate a cercare auto-conferme identitarie.

La regressione culturale del nostro tempo non è dovuta all’eccesso di bugie che circolano nell’infosfera, ma è un effetto dell’incapacità della mente collettiva di elaborare distinzioni critiche, di valutare in modo autonomo la propria esperienza, e di creare percorsi comuni di soggettivazione.

Per questo la gente vota per manipolatori mediatici che sfruttano la stupidità in espansione. Nella citata intervista al Washington Post, Horner diceva: “Onestamente debbo dire che la gente è sempre più stupida. Si limitano a far circolare quel che gli arriva. Nessuno controlla la verità dei fatti. Voglio dire questo è il modo in cui è stato eletto Trump.”

La verità è fondata sui fatti. Ecco una frase che non significa niente

Maurizio Ferraris, che nei decenni passati scrisse importanti libri su Nietzsche ora promuove un movimento di “nuovo realismo” fondato sull’asserzione che i fatti sono la fonte della verità. Secondo lui gran parte della decadenza politica attuale, particolarmente l’ascesa di ciarlatani e media moghul come Berlusconi in Italia e Trump in America, si dovrebbe ricondurre al pensiero post-fattuale il cui nucleo è la convinzione che nella sfera del dialogo sociale ci sono solo interpretazioni ed interpretazioni di interpretazioni e non autentici fatti.

Il nuovo realismo proposto da Ferraris vuole ristabilire i diritti della verità contro il regime post-fattuale e contro la relativizzazione postmoderna, ma per quanto si possa capire la disperazione di intellettuali e giornalisti per il flusso di falsità e di odio e violenza verbale, questo non significa che qualche autorità politica o filosofica possa stabilire la verità.

Cosa intendiamo quando diciamo realtà, quando usiamo la parola “fatti”?

Il fatto è ciò che è stato fatto nella sfera delle convenzioni umane. Fatto è il prodotto della semiosi fattuale. E con la parola “realtà” possiamo intendere il punto di intersezione psicodinamica di innumerevoli flussi di simulazione che procedono da organismi umani e da macchine semiotiche.

“Non c’è nulla di più fittizio della realtà” dice Umberto Eco in un’intervista con Alex Coles (Here I am, not a fiction, Sternberg Press,Berlin, 2016).

La realtà non pre-esiste all’atto di semiosi e di comunicazione.

Sarebbe bello se le cose stessero come le immagina il Bundestag cui Dio non rivelò mai la sua scomparsa. Ma purtroppo, anche se nessuno gliel’ha detto, le prove della morte di dio sono dappertutto. E se Dio è morto allora tutto è possibile, come dice Dostoevskij. La successione delle cause e degli effetti è sconvolta, il fondamento della verità è cancellato. Ciò significa che la scelta etica non può fondarsi su qualche certezza teologica o su qualche fondamento ontologico. La scelta etica si fonda sul conflitto delle sensibilità, e sulla coscienza ironica della relatività della simulazione (o progetto di realtà).

L’etica non si fonda sul vero ma sulla solidarietà

La fede nella verità non può motivare la scelta etica. Solo l’empatia e la solidarietà possono farlo: la condivisione del dolore e del piacere sono il solo fondamento di un’etica (scettica) che non vuole trasformarsi in dogmatismo conformismo o violenza.

Il problema di oggi non è, come credono gli spiriti semplici, che la verità viene violata dai malintenzionati: il problema è che è venuto meno il principio empatico della solidarietà, per cui non vi è più alcun terreno comune della scelta conoscitiva e della scelta etica.

Nel tempo moderno che sta alle nostre spalle, abbiamo potuto fondare l’azione etica sulla solidarietà: sulla base della percezione empatica dell’altro era possibile distinguere e scegliere tra bene e male perché la solidarietà sociale era fondamento di attese condivise (valori comuni se volete chiamarli così).

Quel tempo è finito, sembra.

La solidarietà sociale è stata distrutta dalla diffusa precarizzazione e dal culto della competizione. Così l’azione politica è impotente e inefficace. La politica era fondata sulla possibilità di scegliere decidere e governare, ma se la scelta è sostituita dalla previsione statistica, se la decisione è sostituita dagli automatismi tecnolinguistici, se il governo politico è sostituito dalla governance automatizzata, allora il fondamento del giudizio etico viene meno, e siamo precipitati nella fogna del comportamento. Solo la violenza può decidere, nonostante le buone intenzioni della legge.

aprile 2017

Destino manifesto (come schivarlo forse)

Franco Berardi Bifo

nyc anonymousViaggiando verso il Canada dove in questi giorni, all’università di London Ontario, si tiene un convegno sul pensiero italiano, mi sono fermato a New York, e ho passato una settimana in un albergo sulla Bowery nella zona in cui trentacinque anni fa vissi un periodo eccitante.
In questi pochi giorni ho avuto l’impressione che l’America sia prossima al collasso nervoso. E questa non è una buona notizia visto che si tratta pur sempre della più grande potenza militare (nucleare per la precisione) di tutti i tempi.

New York è una città santuario, come molte altre nel paese: istituzioni locali, scuole, musei hanno dichiarato che intendono sottrarsi agli ordini di deportazione e di violenza: questo determina una situazione di doppio potere, ovvero di guerra civile potenziale.

Sono andato a visitare il New Museum che sta sulla Bowery e non esisteva quando ci abitavo. C’è una mostra di Raymond Pettibon, un artista nato a Tucson nel 1957 che dagli anni ’70 disegna con un gusto rabbioso tardo-hippy che mi ha fatto venire in mente la rivista italiana Cannibale, e particolarmente i fumetti di Filippo Scozzari. Nella mostra sono esposte sue opere che dai suoi esordi vanno fino ai primi anni del nuovo secolo, quelli della guerra irachena.

abu ghraib1Molte delle opere di Pettibon raffigurano scene che abbiamo visto nelle fotoface della prigione di Abou Ghraib nel 2004: gruppi di soldati nudi e sghignazzanti che circondano un prigioniero e gli ficcano il cazzo da qualche parte, ripugnanti facce di George Bush e così via.

La mostra, intitolata A Pen of All Work e curata da Gary Carrion-Murayari e Massimiliano Gioni, occupa tre dei cinque piani del museo e contiene circa ottocento disegni o dipinti oltre a diverse fanzine auto-prodotte negli anni del punk. La dissoluzione della retorica idealista e ottimista dell’America sconciamente puritana oggi ha un significato particolare e fa un effetto agghiacciante, mentre il fascismo americano oggi si dispiega in tutta la sua spaventosa aggressività.

Non sapevo che le cifre fossero già così enormi. 34.000 persone al giorno sono deportate alla frontiera e sbattute fuori dal paese nel quale vivono magari da venti anni. Me lo dice un’insegnante all’assemblea che si tiene a Topos domenica pomeriggio. Topos è una libreria alla periferia estrema tra Brooklyn e Queens, in un quartiere abitato da albanesi e portoricani. Un gruppo di compagni hanno affittato uno spazio che sta sulla strada. Sono le quattro del pomeriggio quando entro nella libreria: dai due finestroni entra la luce di un sole allegro di inizio primavera e c’è gente seduta che beve il caffè leggendo un libro. Sulla parete c’è una foto di David Bowie accanto a una foto di Totò. Non posso crederci: Totò in America? Ma certo mi dice uno, non è forse l’attore di un film di Pasolini che si chiama Uccellacci e Uccellini?
bowietotoPoi ci trasferiamo nella sala accanto dove comincia ad arrivare gente. C’è una trentina di persone sedute intorno al tavolo in uno stanzone spoglio, sullo scaffale ci sono libri sulle culture indigene del nord e sud America. Insegnanti, lavoratori precari, molti immigrati di vario colore ed estrazione. La discussione riguarda in primo luogo il concetto di “sanctuary”. Santuario è un’istituzione o un organismo sociale di base o un’organizzazione non governativa che si propongono di proteggere le persone esposte alla violenza trumpista. Il giorno prima un’amica libanese mi aveva detto che sua figlia (13 anni) è depressa e piange spesso e non riesce a dormire. Una coppia di amici palestinesi non ha potuto venire alla riunione: sono dovuti andare a trovare la sorella di lei, perché il nipote di nove anni nelle ultime settimane ha continui attacchi di panico. L’odio della minoranza razzista che governa il paese filtra in ogni luogo, in ogni momento del giorno e della notte.

Prendo la parola per chiedere cosa potrà accadere se a un certo punto il governo centrale decide di attaccare qualche santuario. Si apre quindi una breve discussione sulla questione della violenza. Ci si deve preparare a reagire, a difendersi con le armi? Fin da quando ero ragazzo mi hanno insegnato che quando si tratta di difendersi dal fascismo l’uso della violenza armata è non solo legittimo ma necessario, e che a questo occorre prepararsi. Ma non sono tanto sicuro che questa lezione valga ancora, se non altro per il fatto che in questo paese le armi sono nelle mani dei bianchi elettori di Trump. Qualche mese prima delle elezioni disse che se il governo democratico avesse legiferato contro il diritto di comprare armi, il popolo del secondo emendamento avrebbe risposto con le armi.

La guerra civile non è una lontana possibilità nella realtà degli Stati Uniti di oggi. Tecnicamente il paese si trova già in condizione di doppio potere: interi settori dell’apparato statale (non solo le città santuario ma anche parti dell’FBI e dell’esercito) sono in rotta di collisione con il governo trumpista. Quanto alla violenza armata contro le minoranze, questo paese è in guerra da sempre.

Ora parla un ragazzo che si auto-definisce ex-black bloc. È un black bloc spiritoso che sostiene una tesi interessante. Le azioni del black bloc, lui dice, non sono intese a fare violenza, ma a colpire simbolicamente l’immaginazione collettiva, a isolare il potere e terrorizzare i suoi strumenti armati. Interessante tesi, gli dico, ma allora forse bisogna cominciare a ragionare in modo scientifico sulle modalità dell’azione simbolica evitando il pericolo di essere massacrati e anche quella di far del male a qualcuno.

Poi interviene un ragazzo che attacca il partito democratico, e la sinistra in generale, dicendo che Trump ha vinto grazie alla prepotenza del clan Clinton al servizio del potere finanziario. Gli dico che anche l’ascesa del nazionalismo in Europa è conseguenza del sistematico tradimento della sinistra che negli ultimi trent’anni si è messa al servizio della classe finanziaria facendosi strumento delle politiche neo-liberiste.

Poi sono dovuto partire per Toronto. Vado all’aeroporto JFK, aspetto in mezzo a una folla di poveracci che non viaggiano certo per turismo: vanno a trovare le famiglie lontane, vanno a lavorare da qualche parte. Saliamo sull’aereo dell’American Airlines, un aereo malandato che mi pare un Antonov degli ultimi anni sovietici. Si rolla sulla pista per mezz’ora poi si ritorna indietro. Scusate tanto problemi tecnici aspettiamo di ripartire. Finalmente si risale sullo sgangherato aereo, si rolla ancora un po’ poi si torna indietro. Il volo è cancellato, folla inferocita. Le impiegate hanno l’aria nervosa. Faccio la fila per sentirmi dire che parto domattina con un’altra compagnia. Air Canada. Penso che qualcuno mi pagherà l’albergo per la notte, come usa nei paesi civili, invece no.

Le impiegate di American Airlines mi mandano a Air Canada, quelli di Air Canada mi rimandano da American Airlines, mica siamo noi che abbiamo cancellato il volo. Ma American Airlines mi dicono non se ne parla: la cancellazione non è colpa loro ma è dovuta a problemi di traffic congestion.

Mi pagherò il fetido albergo per la notte, e mi sembra che le infrastrutture del paese siano messe veramente male: traffic congestion significa collasso circolatorio della mobilità. E mi sembra che tutti siano estremamente nervosi, rabbiosi, depressi. Sentimento di essere in trappola in una vita di merda, correndo avanti e indietro con quei ripugnanti bicchieri di plastica in cui questi poveretti che della vita non sanno niente bevono il loro schifoso caffè.

La mattina dopo parto per il Canada, e mi viene da pensare: finalmente la civiltà. Ma qui c’è poco da fare gli spiritosi, il paese del super controllo e della tecnologia pervasiva sta evidentemente sprofondando nel caos. Il caos è la nemesi della pretesa di perfetta sottomissione di un’umanità impoverita psichicamente oltre che socialmente. Avete visto Nebraska, lo struggente film in bianco e nero di Alexander Paine? Nella cittadina di Billings, Montana, il vecchio Woody Grant vuole andare in Nebraska per ritirare un milione di dollari, il premio che crede di avere vinto. Il figlio cerca di dissuaderlo, perché capisce che il padre rimbecillito dalla birra e dalla solitudine ha preso alla lettera una pubblicità di un giornale popolare. Ma non c’è modo di impedire al vecchio di perseguire il suo sogno. Il figlio decide allora di accompagnarlo in un viaggio che è un incubo triste attraverso la demenza dell’immensa provincia nord-americana, quella che Cormack McCarthy ha descritto in romanzi come Il buio fuori o Cavalli selvaggi. Paine racconta con commovente comprensione l’ignoranza, lo smarrimento, lo stordimento alcolico e farmacologico dell’umanità che ha portato alla presidenza americana un idiota aggressivo e razzista. Idiozia e razzismo son quel che è rimasto alla classe operaia, ridotta oggi a popolo: massa amorfa senza vita sociale, senza cultura e senza speranza.

Il destino manifesto d’America appare oggi in una luce oscura. L’idealismo imperialista americano identificava questo destino con la diffusione della democrazia nel mondo. Ma questa pericolosa illusione funzionava nell’epoca in cui gli americani vincevano le guerre, mentre ora sono riusciti a perdere due guerre in un decennio e non riescono neppure a svincolarsene, come nel 1975 riuscirono a fare fuggendo in elicottero dal tetto dell’ambasciata di Saigon.

Ora il destino degli Stati Uniti è portare il pianeta e i suoi abitanti in un inferno di violenza, di depressione e di morte come dimostra la vittoria di Trump. Del resto questo destino è scritto nelle origini, e non c’è illusione imperiale che possa rimediarlo. All’origine della storia di questo paese c’è un manipolo di testardi fanatici puritani chiamati padri pellegrini che portarono la morte all’intera comunità Wempanoag sulle coste dell’attuale New England. Continuarono a seminare morte, dapprima contro il popolo indigeno delle grandi praterie, poi a milioni di africani strappati alle loro terre e sottoposti alla brutalità schiavista.

Sono un popolo che non sa vivere, che non sa nulla del piacere e della gentilezza, eppure vuole imporre dovunque il suo lifestyle. Un popolo di infelici rabbiosi e ignoranti che sprofondando nella miseria psichica e nella disperazione aggressiva a un certo punto si suiciderà. Ma i suicidi animati da fanatismo generalmente non lo fanno da soli: vogliono portare all’inferno quanta più gente si può. E la sola cosa in cui questo popolo è superiore è l’armamento.

Riuscirà l’umanità a evitare il destino manifesto cui vuole trascinarla la razza degli sterminatori? Non dipende certo dal partito democratico, che merita il disprezzo di cui è circondato. Non dipende neppure dalla costituzione, o dalle prossime elezioni, ammesso che alle prossime elezioni ci si arrivi mai. Dipende dall’intelligenza del variegato mondo del lavoro cognitivo, dai milioni da artisti, scienziati, sperimentatori che forse potremmo chiamare Silicon Valley Globale. In un’intervista uscita recentemente sul Sole 24 Ore, Jonathan Franzen, l’autore di The Corrections, Freedom e Purity, dice cose abbastanza banali accusando la Silicon Valley di avere provocato il rimbecillimento aggressivo degli americani.

Mi dispiace dirlo perché Jonathan Franzen è a mio parere uno scrittore grandissimo e i suoi romanzi ci permettono di comprendere l’impotenza aggressiva della classe media bianca, ma prendersela con Twitter o Facebook è una semplificazione che non aiuta né a capire né a cambiare. La tecnologia e i media possono funzionare come amplificatore di demenza aggressiva solo quando la demenza aggressiva è coltivata dai rapporti sociali, dallo sfruttamento e dalla povertà. Ma possono anche funzionare come fattore di liberazione, e la mia convinzione è che succederà solo quando i lavoratori cognitivi, che costituiscono il settore più avanzato e produttivo della classe operaia americana e mondiale, si renderanno conto del disastro e investiranno le loro energie nella direzione del sabotaggio e della riprogrammazione della macchina tecnica globale.

La catastrofe in cui gli Stati Uniti sono precipitati (e in cui sta precipitando il mondo) può culminare nell’apocalisse di un olocausto globale, ma può invece aprire la strada a una presa di coscienza della sola sezione di lavoro che può ancora evitare il precipizio, che può iniziare un processo di riscrittura del codice secondo regole diverse da quelle del profitto e della devastazione.

24 marzo 2017

Alfadomenica #4 – marzo 2017

lampadina1Aumenta il numero di persone che, aderendo all'Associazione Alfabeta, entrano nel nostro Cantiere. Aumenta in modo continuo, nonostante - lo sappiamo bene - sia difficile oggigiorno decidere di aprire il portafoglio (anche per una cifra modesta, come i 25 euro annuali, 18 per studenti e docenti, richiesti per l'iscrizione), soprattutto quando è così impalpabile quello che si riceve in cambio. Certo, un libro come omaggio iniziale, ma poi? Ha senso pagare per partecipare a una conversazione online, quando esistono i social, Facebook in primis, dove chiunque può dire la sua su tutto? I nostri lettori se lo chiedono, e ce lo siamo chiesti anche noi, al momento di avviare il Cantiere. E ci siamo detti che sì, ha senso, per vari motivi. Perché non è lo stesso discutere in una grande stanza affollata e in una saletta dove le voci non si perdono nel brusio. Perché non vogliamo parlare di tutto. Perché infine queste conversazioni online preparano incontri dal vivo (ne stiamo organizzando diversi, uno lo possiamo annunciare già ora, dedicato alle fake news, il 25 maggio presso il Centro culturale Moby Dick di Roma) e a loro volta questi incontri dal vivo potranno - ce lo auguriamo - dare vita a ulteriori approfondimenti. Per questo ci fa piacere che ogni giorno arrivino nuovi soci, che si inaugurino filoni di dibattito inattesi (l'ultimo ha preso origine da un commento all'articolo sull'accelerazionismo pubblicato ieri: con Trump alla guida degli Usa e Marine Le Pen popolarissima in Francia, come vogliamo guardare al panorama culturale della destra? è possibile analizzarlo criticamente oppure, come il volto di Medusa, ci impietrirà all'istante?). Il Cantiere è aperto, noi vi aspettiamo!

Ed ecco cosa trovate oggi su Alfadomenica:

  • Franco Berardi Bifo, Destino manifesto (come schivarlo forse): Viaggiando verso il Canada dove in questi giorni, all’università di London Ontario, si tiene un convegno sul pensiero italiano, mi sono fermato a New York, e ho passato una settimana in un albergo sulla Bowery nella zona in cui trentacinque anni fa vissi un periodo eccitante. In questi pochi giorni ho avuto l’impressione che l’America sia prossima al collasso nervoso. E questa non è una buona notizia visto che si tratta pur sempre della più grande potenza militare (nucleare per la precisione) di tutti i tempi. Leggi:>
  • Lelio Demichelis, L'europeista argentino: «Se non esci da te stesso, non puoi sapere veramente chi sei. E bisogna allontanarsi dall’isola per vedere com’è fatta veramente un’isola, così come bisogna allontanarsi da se stessi, per vedere chi si è realmente», scriveva il portoghese José Saramago. Ed è ciò che ha fatto, venerdì, papa Francesco, parlando ai leader ( sic!) europei. Lui, argentino anche se di origini italiane, ha guardato da lontano questa Europa e ne ha offerto una lettura sociale e antropologica che più vera e insieme più europeista non si poteva. Leggi:>
  • Michele Emmer, Matematici nell'ombra: “Mi sento un matematico” dichiara il protagonista del film. Si dirà che non è una novità, oramai di film sui matematici se ne sono realizzati tanti e alcuni nomi di matematici sono diventati noti agli spettatori di cinema. Però chi formula quella frase è una donna. E questa è una bella novità, perché - se non si considera quel polpettone di Agorà realizzato qualche anno fa sulla incredibile storia della matematica greca Ipazia, impersonata da Rachel Weisz - di donne matematici al cinema se ne sono viste pochissime, e in ruolo marginali o inesistenti, come in The Imitation Game. Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Carbonara: Quando si pronuncia questo nome, tutti pensano al piatto di spaghetti, guanciale e non pancetta, uovo, pecorino, e qualcuno già sbuffa leggendo. No, prima degli spaghetti, carbonara veniva assegnato a preparazioni suggerite da una cucina semplice e saziante e rientrava in quegli appellativi usati per designare i piatti ispirati a mestieri di gente che si dà da fare e va in giro e ha fame, quali il carrettiere, il marinaio, il cacciatore (pasta alla carrettiera, spaghetti alla marinara, pollo alla cacciatora). Leggi:>
  • Una poesia / 20 Alessandra Carnaroli: Piove // dove avevi / bagnato // E adesso siedi / accanto a dio nostro / padre - Leggi:>
  • Semaforo: Libertà di parola - Politica - Schiavitù - Leggi:>

Atene/Europa, volare sull’abisso

Franco Berardi Bifo

abyss2_web-thumb-largeNell’ultima settimana di gennaio sono stato ad Atene dove ho tenuto un seminario di tre giorni che aveva il titolo The destruction of Europe nell’ambito del programma di documenta14.

Come forse sapete documenta si tiene ogni cinque anni, ed è la più importante manifestazione artistica europea (forse del mondo, per quel che ne so, con i suoi novecentomila visitatori, mentre la Biennale di Venezia ne ha trecentomila) e fin dall’immediato dopoguerra si tiene a Kassel, poco distante da Francoforte.

Però non tutti sanno forse che quest’anno documenta ha trasferito i suoi uffici e gran parte delle esibizioni ad Atene. Una scelta molto coraggiosa, chiaramente intesa a esprimere la solidarietà degli artisti e dei democratici verso il paese impoverito e umiliato dagli aggressori della finanza europea, e particolarmente dal gruppo dirigente ordo-liberista tedesco.

L’opinione pubblica e la stampa tedesca hanno reagito con un certo fastidio: vogliamo indietro documenta, dicevano i manifesti attaccati nelle strade di alcune città tedesche, ma si doveva leggere piuttosto rivogliamo i nostri soldi. Documenta infatti sposta una notevole somma di denaro, che in gran parte viene destinato a pagare stipendi a giovani operatori greci piuttosto che tedeschi.

Ma la scelta di Adam Szymczyk, direttore di questa edizione e di Paul Preciado e degli altri curatori che hanno concepito lo spostamento ad Atene è coraggiosa per una seconda ragione, più complessa: l’ostilità esplicita o silenziosa di larga parte del mondo culturale e artistico ateniese.

“Prima ci mettete alla fame, poi venite qui a godervi l’estetica del naufragio che voi stessi tedeschi di merda avete provocato”. Questo è il sentimento di molti amici con cui ho parlato. E Yanis Varoufakis ha commentato: “Un’operazione culturale di tipo colonialista”. Molti la pensano così. Non condivido questo sentimento di ostilità verso gli artisti e i curatori che hanno deciso di spostare la loro attività, e una cospicua somma di denaro, ad Atene. Ma la capisco perfettamente.

Durante i miei giorni ateniesi, a parte l’attività seminariale che occupava quattro ore al giorno, ho cercato di capire quel che sta succedendo in città. Il sentimento che ho potuto riconoscere nelle parole e soprattutto nei tristi sorrisi e negli sguardi è naturalmente di amarezza e di rabbia disperata. La disperazione è l’effetto della violenza europea, quel che resta dopo l’estate del referendum, dell’entusiasmo, della vittoria, e poi dell’umiliazione. La devastazione sociale e la brutale espropriazione delle risorse sono visibili dovunque, ma soprattutto sono percepibili nel tono di voce con cui i compagni ateniesi mi parlano. Tutto è stato espropriato in nome della solidarietà europea: i porti greci sono stati privatizzati dai cinesi, l’elettricità è tedesca, le ferrovie sono italiane, 14 aeroporti sono tedeschi. La troika ha condotto una guerra coloniale contro il popolo greco e il risultato è la devastazione.

In questi giorni di fine inverno l’Unione europea comincia ad occuparsi dell’Italia con la stessa arrogante protervia con cui si è occupata di Grecia.

La troika - vera e propria giunta militar-finanziaria il cui compito è la distruzione della società europea - sta dedicando le sue attenzioni al debito italiano. Più lo paghiamo, più il debito aumenta, come dicono da anni tutti coloro che hanno un po’ di sale in zucca. La società è costretta a pagare un debito che è stato contratto dal sistema bancario, e quando un paese paga un debito ha meno risorse da investire, e di conseguenza il debito finisce per aumentare. E’ successo con la Grecia, che ora si trova di nuovo sotto pressione, con la richiesta di ridurre ulteriormente le pensioni già martoriate. E’ quello che succede con l’Italia, paese visibilmente agonizzante cui la spietata troika vuole succhiare ancora un po’ di sangue.

Quello che non capisco è se il gruppo dirigente europeo sia composto da idioti incapaci di intendere quello che stanno facendo, oppure da criminali che lo sanno perfettamente. Manuel Barroso, l’individuo che dirigeva l’Unione durante l’azione di violenza finanziaria contro la Grecia, divenne poi dirigente di Goldman Sachs appena si concluse il suo mandato. Questo mi fa pensare che il gruppo dirigente europeo sia composto di mascalzoni perfettamente consapevoli della loro missione, il violento trasferimento delle risorse sociali verso la classe finanziaria, e alla fine la liquidazione dell’Unione, sotto la formula “Europa a più velocità”.

Mascalzoni, non imbecilli, o magari anche mascalzoni imbecilli.

Nel passato, personalmente. ho creduto che salvare l’Unione europea fosse la cosa più importante, fino al punto di nascondere a me stesso la coscienza della sua funzione devastante. Ho creduto che se l’Unione si fosse sbriciolata, il sovranismo nazionalista avrebbe preso il sopravvento. L’ho pensato (sia pure con qualche incertezza) nel 2005, quando i cittadini francesi e olandesi votarono per un referendum sul tema della deregolazione del mercato del lavoro.

Come molti altri della sinistra europea ero convinto che occorreva a tutti costi salvare l’Unione, e quindi occorreva invitare i francesi e gli olandesi a votare “sì”, nonostante la consapevolezza del fatto che si trattava di appoggiare una scelta neoliberista.

La maggioranza dei cittadini francesi e olandesi votarono no a quel referendum, seguendo le indicazioni del Front National che oggi è il primo partito di Francia e rischia di vincere le elezioni presidenziali.

Non voglio dire che sia colpa nostra se i fascisti hanno preso il sopravvento, ma certo non abbiamo fatto niente per impedirlo, anzi abbiamo steso il tappetino rosso. E ora il fascismo dilaga. Ora l’Unione è un cadavere che la maggioranza degli europei disprezza perché appesta l’atmosfera. Il nazionalismo sovranista ha preso dovunque il sopravvento e presto la fine dell’Unione diverrà ufficiale. Nel frattempo Trump arresta e deporta. Il nazismo ha vinto, e stavolta al posto delle SS c’è il sistema bancario.

Mentre stavo ad Atene mi dissero che al Konservatori (un palazzo di marmo piuttosto malridotto) c’era una mostra che porta il titolo Flying on the abyss. Corsi a vederla. Non avrei dovuto correre perché il corridoio che sta davanti all’edificio è di marmo, ed era un po’ bagnato. Sono volato sull’abisso, e scivolando mi sono rovinato un ginocchio che ancora un po’ mi duole. Dentro mi medicarono, mi misero un cerotto e andai a vedere le opere di Marina Abramovic, Jenny Holzer, Alexis Akrithakis, Matthew Barney, Hans Bellmer, Lynda Benglis, John Bock, Louise Bourgeois, Heidi Bucher, e molti altri……

Cosa mi aspettavo da quella mostra lo potete immaginare, pensavo naturalmente che le opere fossero dedicate alla crisi sociale che le politiche finanziarie hanno provocato nel paese. Volare sull’abisso è un’espressione che rende perfettamente quello che sta capitando a greci italiani portoghesi, spagnoli, e molti altri grazie al nazismo finanziario e alla sinistra europea che al nazismo ha aperto le porte. Pensavo che la crisi sociale fosse al centro della mostra.

Sbagliavo. Non c’è alcun riferimento alla crisi sociale, perché genialmente i curatori Dimitris Paleocrassas e Maria Marangou hanno scelto di parlare della morte. La morte, il sepolcro di granito, la decomposizione della carne è il tema delle opere, dall’inizio alla fine.

L’ispirazione dichiarata viene dall’opera dello scrittore Nikos Kazantzakis che negli anni ’20 scrisse The Saviors of God che inizia con le parole:

"We came from an abyss of darkness; we end in an abyss of darkness: the interval of light between one and another we name life.”

Veniamo da un abisso di oscurità, finiamo in un abisso di oscurità. L’intervallo di luce tra l’un abisso e l’altro lo chiamiamo vita.

La mostra ha un carattere angoscioso e piuttosto claustrofobico: rimiriamo l’abisso e respiriamo profondamente per liberarci della paura dell’oscurità.

Evitando ogni riferimento al presente, le opere della mostra ci permettono di pensare che quando si spalanca l’abisso siamo costretti a scoprire che sappiamo volare. Oppure no?

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cantiere12Un luogo di confronto, una rete di intervento culturale per costruire il futuro. A giorni si apre!

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Speciale C 17

ThePartyNello speciale:

  • Francesco Raparelli, Comunismo o il segno del possibile
  • Franco Berardi Bifo, Stelle granchi astronavi e comunismo

 

Comunismo o il segno del possibile

Francesco Raparelli

Migliaia di persone, per cinque giorni di fila, hanno letteralmente invaso i dibattiti di C17 – La conferenza di Roma sul comunismo, tanto a Esc quanto alla Galleria Nazionale. In migliaia hanno attraversato la mostra Sensibile comune (presso La Galleria Nazionale), alla conferenza connessa. Un successo straordinario, destinato a lasciare il segno. Successo ancora più potente se si concentra l'attenzione sul tema: il comunismo. Una parola dimenticata, offesa, impronunciabile, maledetta, che ancora non smette di attirare l'odio delle penne forcaiole, d'improvviso riconquista la scena. E la scena esplode di corpi, di controversie e di passioni. Sarebbe accaduta la stessa cosa se si fosse deciso di parlare d'altro? Magari temi radicali, ci mancherebbe, omettendo però la parola comunismo? La risposta è netta: no.

Obiezioni facili, soprattutto per chi parla e scrive prima di vedere o preferisce parlare senza aver visto dal vivo, senza aver toccato l'evento: “una riunione di nostalgici, affollata sì, ma favorita dal centenario”; “la solita sinistra extraparlamentare italiana, tanti ma sconfitti”. Ma i fatti, si sa, producono attrito e le parole maligne girano a vuoto: tre quarti dei partecipanti erano giovani o giovanissimi (e almeno tre generazioni si sono incontrate); di questi tre quarti, almeno la metà era costituita da attivisti provenienti da tutto il mondo (Germania, Spagna, Grecia, Svezia, UK, Russia, Polonia, Argentina, Giappone, USA, ecc.). Partecipazione assai vivace, tra l'altro: non solo le conferenze, ma decine di interventi nei quattro workshop e nell'assemblea finale. Una presa di parola collettiva.

Torniamo al problema: perché una conferenza sul comunismo produce tutto questo? E perché lo fa proprio ora, mentre Trump si insedia alla Casa Bianca, la barbarie e la guerra dilagano, il neoliberalismo si nazionalizza e la catastrofe economica non fa che ripetersi? Provo con una risposta semplice, utilizzando la frase nota di un filosofo – Gilles Deleuze – che non ha mai smesso di pensare il desiderio come potenza creativa: «un po' di possibile, altrimenti soffoco». Il presente si biforca, la violenza del capitale ha cancellato le mediazioni riformistiche, il New Labour e la socialdemocrazia. Una nuova accumulazione originaria, oramai cronica e che mette al centro processi estrattivi del valore sempre più duri, s'impone. Comunismo, allora, è il segno del possibile. Si insedia Trump, ma cinquecentomila donne assediano Washington, tre milioni sono in piazza in tutto il mondo: comunismo significa «scegliersi la parte», anche e soprattutto nella catastrofe. Comunismo significa ricordare che la «città è divisa», sempre, anche quando i rapporti di forza sono sfavorevoli e la resistenza dei poveri viene sconfitta. Comunismo è segno di alternativa, proprio quando il comando neoliberale ripete ossessivamente il mantra «there is no alternative».

Sorgono ancora domande: perché, se il capitale ha vinto ovunque e si presenta – secondo alcuni – come potere totalitario, che ci ha tolto anche l'anima, continua a menare senza sosta? Se la cooperazione sociale e l'innovazione tecnologica sono interamente di parte capitalistica, per quale motivo rilanciare in forza la violenza dell'accumulazione? Perché recinzioni, espulsioni, sfollamenti, guerra razziale e guerra in generale, se l'1% comanda senza ostacolo alcuno? Comunismo, e così è stato in queste straordinarie giornate appena trascorse, segnala che il capitale è sempre un rapporto, che l'innovazione tecnologica e le macchine linguistiche sono quanto meno un campo conteso, che la cooperazione sociale eccede il tempo di lavoro. Ottimismo? No, pacato realismo rivoluzionario.

C17 non è stato un concerto sinfonico. Le voci sono state tante, diverse, in molti casi contrastanti. C'è stato chi ha insistito sulle istituzione comuniste come alternativa radicale allo Stato e chi, dello Stato, vuole conservare alcune o molte funzioni; chi ha rivendicato la centralità del partito e chi quella dei movimenti; chi ha privilegiato la potenza del capitale (e il suo comando algoritmico sulla cooperazione) e chi quella del lavoro vivo e la sua relativa autonomia. Tutte e tutti hanno chiarito che non potrà esserci comunismo futuro senza primato della differenza e critica radicale dell'identità e dell'universale neutro. Comunque sia, C17 è stato un terreno eterogeneo, spesso dissonante, sicuramente polifonico. Eppure comune. Comune nella ricerca di un orizzonte capace di illuminare, oltre l'evento, lotte e insorgenze sociali. C'è desiderio di pensare in grande, senza arrendersi alle sirene del populismo. Lo ha mostrato la bella assemblea conclusiva, dove ancora centinaia di persone hanno discusso su quanto fatto e cosa fare in futuro.

C17 non scriverà un nuovo Manifesto, ma una serie di proposizioni per un Manifesto a venire. Le dissonanze rimarranno e la scrittura, dopo un primo canovaccio, sarà collettiva. Dopo C17, così deciso dall'assemblea, ci sarà C18 e poi ancora gli anni a venire. Altrove, non in Italia. Non sarà il festival del comunismo, ma un laboratorio transnazionale di produzione teorico-politica; in combinazione e risonanza con lotte e movimenti sociali. Dalle domande alle proposizioni, da queste ultime al Manifesto. Questo il modo di procedere. Non sarà facile, è chiaro, perché non è facile farla finita con il settarismo – così insopportabile in Italia – e mettersi in gioco, magari tradendo le tradizioni di riferimento. Ma non esistono soggetti e perimetri già dati, servono processi aperti, disponibilità a navigare, molto coraggio.

***

Stelle granchi astronavi e comunismo

Franco Berardi Bifo

Il programma delle giornate del convegno romano C17 era fittissimo, e mi è stato impossibile seguire tutto quello che è accaduto, anche perché gli appuntamenti erano dislocati in due luoghi lontani della città. Ho speso una fortuna in taxi per correre tra valle Giulia e San Lorenzo, eppure non ho potuto assistere a molti eventi che si svolgevano in contemporanea.

Di conseguenza debbo rinunciare a fare il cronista e mi limito a esprimere delle impressioni. Mentre scrivo queste rapide note, inoltre, non è ancora finita, perché domenica mattina ci sarà un incontro finale.

Sono state giornate intense densissime e affettuose.

Per cominciare ci si è allontanati dal pianeta terra e si è intrapreso un viaggio di centomila anni luce con Franco Piperno che nella sala buia della Galleria d’Arte Moderna raccontava la volta stellare.

Poi, la sera di mercoledì ho ascoltato Mario Tronti che in una sala affollata fino all’inverosimile (e si tratta di una sala molto grande) ha detto che il comunismo non è utopia, ma profezia. In sottofondo (almeno così mi pareva) suonavano le trombe dell’apocalisse, e il vecchio Tronti distingueva tra quando la politica è commedia, e i momenti in cui essa volge alla tragedia.

Il 17 del passato secolo è stato uno di questi momenti in cui dalla tragedia emergono orizzonti mai visti. Il 17 che stiamo vivendo si annuncia con toni altrettanto tragici. Vediamo se siamo capaci di inventare una via d’uscita dall’orizzonte foschissimo che si presenta.

Dopo Tronti, Maria Luisa Boccia ha svolto un intervento dedicato alla ricostruzione dei passaggi essenziali nella storia dei movimenti degli anni Sessanta, accentuando l’importanza del femminismo. Boccia si è soffermata in modo (per me) particolarmente efficace sul distacco tra i movimenti di trasformazione sociale e la sinistra. E’ stato negli anni Sessanta, ha detto, che si rese possibile una trasformazione insieme comunista e libertaria. Ma la sinistra, in ogni parte del mondo, scelse di non appoggiare quella possibilità, e di contrastarla, prendendo decisamente le parti del riformismo contro la rivoluzione, e prendendo le parti del capitale contro i movimenti e le avanguardie operaie. Allora la parola riforma ha cambiato di segno, e negli anni Ottanta è divenuta la parola con cui il capitale ha aggredito, sconfitto e disperso la classe operaia.

Con questo allontanarsi della sinistra dal comunismo (e del comunismo dalla sinistra) la sinistra è diventata strumento ipocrita di un potere sempre più torvo. E il comunismo ha perduto la forza di massa che aveva avuto fino agli anni ’70.

Quello che mi ha fatto impressione, in quella prima serata, è che nessuno ha pronunciato una parola che in questi giorni disgraziati è sulla bocca di tutti, la parola “Trump”.

Aristocratico understatement operaista?

Ho ascoltato molti interventi di qualità sui grandi temi del ‘900, ma mi è parso inquietante il silenzio sul presente, sullo scenario che incombe all’inizio del 2017.

Il segno generale di questo convegno appassionatamente ostile al futuro (fino al punto di non volerlo nominare) è stato a mio parere la rimozione.

Il terzo giorno del convegno era dedicato all’argomento “chi sono i comunisti?” Arrivavano notizie di scontri dalle città d’America, e di manifestazioni da Bruxelles a Manila, e in contemporanea abbiamo ascoltato un discorso di Toni Negri. Un discorso affascinante e rigorosamente teologico.

Il discorso è centrato su due punti di intensa religiosità: la scomunica e il miracolo. Negri comincia rivelando chi sono i non comunisti. Lo fa elencando addirittura quattro categorie di non comunisti (in due di queste mi sono naturalmente riconosciuto, ma adesso non saprei dirvi quali).

Poi Negri afferma che comunisti sono coloro che trasformano la cooperazione produttiva in contropotere politico. Sospendo per un attimo l’irriverenza ironica, e riconosco che qui si trova il nucleo interessante di un discorso per il resto un po’ svitato. Negri osserva che per gli operai industriali d’antan c’era discontinuità tra cooperazione produttiva e organizzazione politica rivoluzionaria. Per i lavoratori cognitivi dell’epoca presente quella discontinuità è tolta, e si dà finalmente la possibilità di un operare produttivo che si trasforma in operare solidale e socialmente utile: il comunismo immediato del lavoro della mente. In questo punto si riconosce il genio del professor Negri, che però subito cede il passo alla teologia, rivelando un miracolo nel quale io non riesco a credere (ma sono io l’unico ateo qua dentro?). Il miracolo viene enunciato con le parole: il lavoro cognitivo può agire con relativa autonomia e può farsi macchina dentro e contro lo sfruttamento. L’uomo si è arricchito della potenza della macchina (e fin qui ci siamo), e (udite udite, perché qui assistiamo al miracolo) la macchina non ha alcun potere sul cervello dell’uomo. Il miracolo dell’indipendenza del cervello dalle condizioni tecniche e materiali in cui agisce, è una verità di fede essenziale che sola rende possibile la rimozione.

Nel mio ateismo mi trovo costretto a constatare contemporaneamente due fenomeni: l’arricchimento della dimensione umana ad opera della tecnologia, sapere accumulato, ma anche (ahimè) l’automazione cognitiva e l’impoverimento psico-erotico prodotto dalla sottomissione dell’attività cosciente ai ritmi della macchina. Per Negri non è così, il suo dio ce ne scampa. Il suo dio ci scampa dalla depressione, dal panico, dalla solitudine, e da tutte quelle perversioni che un vero comunista non vuole neppur sentire nominare.

In queste giornate mi pare che si sia verificata una strana ma interessante inversione dei ruoli che attribuiamo all’arte e alla politica: qua dentro, nell’affollata sala di ESC si sta svolgendo una performance artistica in cui si celebra un rituale d’esorcismo. Là, nei saloni marmorei della Galleria, si giura fedeltà al comunismo.

Mi sono divertito, ho incontrato tanta gente bellissima, simpatica, affettuosa, come di questi tempi è difficile trovare. Non importa se tutto era un po’ finto e destinato a svanire lunedì.

Mentre parto, su Roma splende il sole (classicamente libero e fecondo) e mi prende una specie di malinconia.

L’orrore avanza, Melania regala a Michelle una scatola di Tiffany. Vado a Firenze con la mia ragazza a vedere la mostra di Ai Weiwei.

Tavolini che volano, biciclette che sembrano astronavi, granchi rosa che ti vengono incontro. Il comunismo sarà sbalorditivo o non sarà.

21 gennaio 2017

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cantiere

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Le spine di C17

ThePartyFranco Berardi Bifo

In singolare e spiritosa coincidenza con l’inizio della prima presidenza del Ku Klux Klan, comincia oggi a Roma una conferenza dal titolo C17. Si svolge in parte al centro sociale ESC, dove parlerà una folta schiera di pensatori contemporanei, da Saskia Sassen a Silvia Federici a Christian Marazzi e tanti altri. E in parte si svolge alla Galleria d’arte moderna dove ci saranno performance di vario genere, a cominciare con Franco Piperno che ci insegna come leggere il cielo e ci racconta come si è letto il cielo nel corso dei secoli e dei millenni. Guardare il cielo in modo consapevole e immaginativo è il modo migliore di cominciare, perché così il tema del comunismo si ripresenta nella sua cornice più vasta, quella che contiene la sensibilità, l’immaginazione e il desiderio (che d’altra parte è parola che scende etimologicamente dalle stelle).

La questione del comunismo ritorna?

Il comunismo del ventesimo secolo è morto, questo è fuori discussione.

La tragedia del secolo passato ha avuto tre attori protagonisti: il comunismo il fascismo e la democrazia. Il fascismo apparve sconfitto, morto e sepolto dopo la fine della seconda guerra mondiale. Poi venne l’epoca della guerra fredda: i due attori sopravvissuti si contesero l’egemonia sul mondo fino al collasso finale del comunismo sovietico e al trionfo della democrazia.

Il comunismo apparve allora definitivamente liquidato, irreversibilmente condannato perché la democrazia prometteva di rispondere alle domande cui il comunismo sovietico non aveva dato risposta: benessere, pace, allegria.

Il decennio novanta cominciò però subito con una spiacevole sorpresa. Invece della pace promessa la democrazia americana lanciò la guerra nel Golfo.

E nel secolo nuovo anche la promessa di benessere economica è andata svanendo, così che la miseria si è diffusa insieme alla rabbia e all’impotenza.

Molti hanno allora cominciato a pensare che la democrazia non può convivere a lungo con il capitalismo senza diventare un’odiosa ipocrisia.

L’odio per l’ipocrisia democratica ha allora riportato il fascismo sulla scena.

E poiché le sorprese non finiscono mai, in pochi anni partiti razzisti, autoritari quando non apertamente fascisti si sono impadroniti del potere in gran parte del mondo.

Hitler ritorna? Se ritorna è moltiplicato per dodici e per di più ha la bomba nucleare. E poiché la democrazia si è rivelata un’illusione, una maschera dietro cui si nasconde la violenza economica del capitalismo finanziario globale, dobbiamo riconoscere che il comunismo è urgente.

L’urgenza la sentono molti, forse la maggioranza della società, ma molto pochi chiamano quest’urgenza con il suo vero nome: comunismo.

La sofferenza si diffonde, ma pochi sanno che la cura non è farmacologica, perché la cura si chiama comunismo.

Artisti attivisti e pensatori si sono quindi dati appuntamento a Roma, e sarebbe bello se riuscissero a trovare parole, gesti e forme capaci di nominare questa urgenza.

Ci riusciranno?

Io sono andato a leggermi alcuni documenti che introducono questa conferenza e particolarmente le pagine che sono uscite sul Manifesto una settimana fa, una intervista di Benedetto Vecchi con Sandro Mezzadra e una di Francesco Raparelli con Toni Negri.

Confesso che entrambe queste interviste mi hanno molto deluso, come chi fosse invitato ad un pranzo succulento e si trovasse a dover sorbire un’insipida minestrina da ospedale.

Negri ci ha ripetuto negli ultimi anni che la moltitudine si oppone all’impero. Ma la moltitudine oggi si esprime votando per i peggiori nazionalisti o respingendo i profughi che fuggono dalla guerra e dalla fame, e costruendo campi di concentramento lungo le coste del Mediterraneo.

Ora, in questa intervista sul Manifesto dice che occorre trasformare la sofferenza del bisogno in un noi desiderante, e siamo tutti d’accordo naturalmente. Ma questa frase, che è il centro del suo ragionamento, è un’ovvietà poco interessante, perché vorremmo sapere come questo passaggio dalla miseria psichica e sociale dell’oggi può trasformarsi in solidarietà felice.

Mezzadra ripete alcune cose che abbiamo sentito mille volte negli ultimi anni ma sembra dimenticarsi che nel frattempo, proprio in questo ultimo anno, in questo maledetto anno dell’apocalisse 2016, tutte la parole degli ultimi decenni sono diventate vecchie perché il razzismo si è impadronito del governo del mondo.

Negri e Mezzadra (e tutti i documenti che introducono questo appuntamento C17) dimenticano di pronunciare il nome dell’uomo del Ku Klux Klan che proprio in questi giorni si insedia al governo del mondo.

La rimozione non ci sarà di nessun aiuto, eppure è sotto il segno della rimozione che questo appuntamento comincia.

La sintesi di queste interviste sembra essere in un titolo scelto dal Manifesto: I movimenti saranno una spina nel fianco del potere.

Ma questa sintesi è sconsolante. La spina? Il fianco? Ma di che stiamo parlando?

I movimenti sono scomparsi e non ritorneranno, perché sono stanchi di essere una spina in un fianco tanto pingue che della spina neppure se ne accorge.

Speriamo che questi giorni di discussioni e di sperimentazioni ci permettano di intravvedere un orizzonte un po’ più originale ed efficace di questo.