Barcellona in dicembre

Franco Berardi Bifo

Da mesi El pais è impegnato in una campagna di difesa del centralismo nazionale spagnolo che paradossalmente viene disegnato come un baluardo contro il nazionalismo catalano, come se il nazionalismo fosse un buon antidoto contro il nazionalismo. Negli ultimi giorni poi l’offensiva si è fatta assordante, insieme alle previsioni di una definitiva umiliazione degli indipendentisti. Il 17 dicembre un articolo di Mario Vargas Llosa critica le radici del nazionalismo, con motivazioni naturalmente ben fondate. Come non convenire con lui che il nazionalismo esalta i valori dell’istinto irrazionale contro la razionalità e la democrazia? 

Il problema è che parlando di nazionalismo si capisce poco di quel che succede a Barcellona (e, sia pure in maniera più complessa) nella Catalogna in generale. Barcellona è una città cosmopolita, libertaria, internazionalista: un nodo della rete sociale deterritorializzata del lavoro precario e cognitivo.

Vargas Llosa ridicolizza l’idea che il movimento indipendentista catalano possa definirsi come movimento anti-coloniale. Ma come? si chiede, da quando in qua l’area economicamente più ricca può essere considerata colonia di un paese più povero? Il problema è che Vargas Llosa, come quasi tutti, crede che il problema sia nel conflitto tra Barcellona e Madrid. Questa visione è misera; non capiamo l’attuale sollevazione indipendentista se non teniamo conto del fatto che il vero nemico di Barcellona non è lo Stato Spagnolo, ma il sistema bancario europeo. E’ il sistema finanziario globale, infatti, che esercita il suo dominio colonialista nei confronti della società catalana come di ogni altro paese europeo. In questo senso il movimento indipendentista catalano è anti-coloniale. L’attuale rivolta indipendentista infatti comincia nel 2011, dopo l’esplosione dell’acampada contro lo sfruttamento finanziario, quando ci si rese conto del fatto che la protesta democratica non serve a niente perché la controparte non è democratica, ma assolutista ed astratta: il sistema bancario globale.

Quel che è mancato durante questi mesi di intensissima attivazione delle energie sociali e di enorme mobilitazione è l’intelligenza autonoma, la capacità di comprendere dinamicamente la rivolta indipendentista, con tutte le ambiguità e i pericoli di nazionalismo che un movimento indipendentista porta con sé. 

E’ mancato il coraggio di fare della battaglia di Barcellona il punto di inizio di un processo di delegittimazione generalizzata della dittatura finanziaria europea. I franchisti di Madrid non sono altro che gli esattori della dittatura finanziaria, anche se svolgono il loro compito con particolare tracotanza.

Sia sovranisti che anti-sovranisti hanno frainteso il movimento che occupò la città il primo ottobre. 

I sovranisti catalani, in particolare il partito di Mas e Pudgemont si sono comportati con evidente malafede e strumentalità: proprio loro, che nel 2011 imposero il diktat finanziario e il Fiscal Compact, in seguito hanno sfruttato il malcontento generato dalla imposizione finanzista, per speculare elettoralmente.

Ma il movimento indipendentista che si è manifestato negli ultimi mesi non si può affatto ridurre alla sua rappresentanza politica, e soprattutto non si può identificare con una posizione di tipo nazionalista. Molti nella sinistra critica e nello stesso movimento autonomo, hanno assunto una posizione di totale estraneità e disprezzo per l’indipendentismo catalano. Le posizioni assunte da compagni come Carlos Prieto del Campo e tanti altri sono la prova del fatto che abbiamo perduto l’orecchio per le dinamiche di movimento reale. E’ inutile criticare il referendum del primo ottobre sulla base di motivazioni giuridiche e politiciste. E’ sbagliato identificare il movimento indipendentista catalano come nazionalista. Significa ignorare la dinamica interna di questo movimento, e soprattutto ignorare le potenzialità anticapitaliste che un movimento come questo può scatenare.

Certo, l’indipendentismo catalano è ambiguo, ma quale movimento emergente non lo è?

Non è forse compito delle avanguardie culturali e politiche misurarsi con quella complessità che i movimenti contengono per svolgerne le potenzialità autonome? 

Ora il fronte nazionalista spagnolo si prepara a vincere le elezioni del 21 dicembre. Io spero che non le vinca, ma è probabile che invece questo accada, e sarà l’ennesima prova del fatto che le tenebre stanno scendendo sul continente europeo e la depressione prevarrà anche nell’ultima città non depressa del continente. L’Unione europea porta depressione come la nube porta la tempesta, per parafrasare Lenin che non c’entra niente.

Una delle poche città in cui esisteva un sentimento di solidarietà sociale rischia di essere calpestata dagli stivali del franchista Rajoy e dei suoi leccaculo socialisti e ciudadani. 

Quel che ben pochi hanno colto è la continuità del primo ottobre con l’acampada del 15M, e con l’ondata di lotte che oppose la società all’assolutismo finanziario europeo. 

Amador Savater lo ha detto nel suo articolo  Lo que tapan las banderas. L’europeismo degli anti-sovranisti, ripete una litania che in questo contesto puzza di collaborazionismo, mi dispiace dirlo. Certo, il crollo dell’Unione europea sarebbe una catastrofe, ma l’Unione europea è già morta, quel che resta è il suo cadavere finanzista. 

E non seppellire i cadaveri è pericoloso per la salute pubblica. 

Il cadavere europeo, dopo avere succhiato le energie economiche della società europea si appresta ora a distruggere l’energia politica residua, si appresta a infettare con la cadaverina anche l’ultima città viva d’Europa, Barcellona.

Non so come andranno le elezioni del 21 dicembre, ma è probabile che il nazionalismo spagnolo le vinca, in rappresentanza dell’assolutismo finanziario. Il gioco è truccato: i dirigenti dell’indipendentismo sono in carcere, le truppe coloniali spadroneggiano, la stampa stravolge i termini del problema sposando il nazionalismo centralista madrileno. Santiago Lopez Petit lo ha detto: queste elezioni occorrerebbe sabotarle, non si dovrebbero accettare elezioni in condizioni di occupazione coloniale, non si dovrebbero accettare elezioni sotto la pistola puntata del ricatto economico e della criminalizzazione.  Appoggiando la repressione nazionalista l’Unione europea ha toccato il fondo della sua infamia.

Purtroppo ben pochi hanno voluto o saputo vedere che l’aggressione nazionalista spagnola è parte integrante dell’aggressione finanziaria. Eppure la questione sta tutta in questo nesso.

19 dicembre 2017

Barcellona nello sgretolarsi d’Europa

Franco Berardi Bifo

L’Unione europea è un blocco granitico se la guardiamo da un lato, mentre si sgretola come un castello di sabbia se la guardiamo dall’altro.

La governance finanziaria è di granito sia pure immateriale: implacabile essa persevera nel saccheggio delle risorse sociali, incurante delle conseguenze.

Le conseguenze sono lo sgretolarsi sociale, politico e psichico dell’Unione medesima.

La crisi catalana, come la Brexit, non hanno vie d’uscite ragionevoli, e sono solo i casi più evidenti di uno sgretolarsi d’Europa che coesiste con l’irrigidirsi della gabbia. Può la gabbia ingabbiare lo sgretolarsi?

Cos’è successo in Catalogna, e come andrà a finire?

La discussione si è finora concentrata sulla legalità o illegalità della secessione indipendentista, ma la legalità si giudica dal punto di vista della legittimità storica, e lo Stato Spagnolo non ha più alcuna legittimità agli occhi della maggioranza dei catalani. Né ha legittimità la monarchia borbonica, né il partito franchista di Rajoy.

Nè ha senso la questione se la Catalogna sia o no una nazione. Le nazioni non esistono, sono soltanto la proiezione dai nazionalisti, i quali creano le nazioni sulla base dell’illusione di un fondamento reale, ontologico, storico, se non addirittura spirituale della nazione, poi prendono lucciole per lanterne, e scambiano la loro proiezione per realtà. Quindi la nazione catalana esiste dal momento che i nazionalisti catalani la costruiscono nella loro immaginazione, e l’hanno formata attraverso politiche centrate soprattutto sulla lingua.

Ma queste sono questioni di lana caprina. Legalità non vuol dire niente quando una nuova soggettività emerge fuori e contro la legalità esistente. E fondare una nuova legalità sulla nazione non significa niente dal momento che la nazione non è che la proiezione di una legiferazione nazionalista.

Interessante invece è la genesi sociale e le prospettive che l’indipendentismo può produrre.

Gran Bretagna e Spagna, gli stati nazionali più antichi (insieme alla Francia) si destrutturano. Perché?

La spaccatura verticale del corpo elettorale britannico non è un evento che si risolverà nell’ambito dell’unità nazionale. Il 51% che ha votato exit e il 49% che ha votato remain non si conciliano in un futuro comune. Non si tratta più della vecchia opposizione di destra contro sinistra, fattore dinamico seppur conflittuale negli stati nazionali democratici. Si tratta di una divisione profonda tra ceti metropolitani bene o male integrati nel ciclo globale e ceti emarginati e impoveriti dalla globalizzazione.

La spaccatura che si è determinata in Spagna contrappone in modo irreversibile una parte (più della metà degli elettori catalani) allo stato nazionale. Il potere madrileno potrà anche sconfiggere gli indipendentisti, vincendo improbabilmente le elezioni del 21 dicembre, ma i catalani ora percepiscono la Spagna come una potenza occupante, così come metà dell’elettorato britannico considera l’Europa una potenza nemica.

Gli stati nazionali più antichi del continente si sfasciano, l’ordine europeo uscito dalla seconda guerra mondiale si sfascia. Perché?

Come si è potuti arrivare a questo punto?

Il disgregarsi degli stati nazionali è un effetto della compressione sociale determinata dal saccheggio finanziario della società europea.

La crisi catalana è l’ennesima prova del fatto che l’Unione europea ridotta all’essenziale è solo il fiscal compact: austerità infinita che succhia risorse dalle società nazionali per riversarle nel sistema finanziario. Nient’altro. L’Unione europea non ha tempo per null’altro: lo sterminio dei migranti alle frontiere meridionali non la riguarda. La disgregazione degli stati nazionali non la riguarda. L’arroganza coloniale delle truppe borboniche in Catalogna non la riguarda. Il nazismo che dilaga nelle provincie orientali non la riguarda. Il fascismo che riemerge nelle provincie meridionali non la riguarda.

Soltanto la riguarda il bottino che ogni giorno viene sottratto alla società per riversarsi nelle casseforti del ceto finanziario.

 

Lo stato nazionale che un tempo era garante della coesione sociale, dell’educazione, della sanità, dei trasporti, oggi è soltanto esattore per conto della potenza astratta della governance finanziaria perciò è oggetto dell’odio popolare. L’assetto post-elettorale della Germania comporterà d’altronde un irrigidimento delle regole finanziarie: l’emergente della politica tedesca, Christian Lindner, ha attaccato Schaueble per avere avuto un atteggiamento troppo morbido nei confronti della Grecia.

Non essendo riusciti a fermare l’implacabile potere del fiscal compact, gli europei se la prendono con gli esattori, gli stati nazionali.

Il ceto politico nazionale (italiano per esempio) è incapace di difendere le risorse sociali, perché su questo decide l’astrazione finanziaria. Gli elettori (che si riducono man mano che quote crescenti di popolazione si rendono conto della totale inanità del loro voto) se la prendono ora con questo ora con quello. Ma questo e quello non possono fare altro che imporre il debito infinito, oppure ribellarsi agli ordini europei (come fanno gli stati orientali) o scendere dal treno impazzito, come ha fatto la Gran Bretagna e ora rischia di fare la Catalogna.

I cittadini rompono il vincolo culturale con lo stato nazionale rivendicando favolose comunità di lingua di sangue o di chissà cosa. E’ il nazionalismo delle piccole nazioni che credono di essere migliori delle grandi. Si tratta naturalmente di un’illusione ottica, ma questa illusione di comunità anti-globale sta distruggendo gli stati nazionali su cui l’Unione Europea si fonda.

 

Quasi un milione di persone hanno marciato il 12 novembre a Barcellona, per chiedere la liberazione dei loro rappresentanti arrestati dallo stato centrale. La monarchia, la magistratura, il Partido Popular hanno mostrato di essere l’eredità del franchismo che la democrazia spagnola non ha mai avuto il coraggio di smontare. Quell’eredità pareva innocua, fin quando qualcuno non ha messo in discussione l’unità eterna della nazione.

Poiché la repubblica catalana non può sopravvivere fuori dal circuito della dittatura finanziaria europea Puidgemont ha dovuto rimangiarsi l’indipendenza come Tsipras si rimangiò il verdetto del suo referendum nel luglio 2015. La democrazia è vanificata dalle forme stesse dell’ordine tecno-finanziario; proporne la restaurazione è un esercizio puramente retorico.

 

L’illusione catalana rischia di sciogliersi come neve al sole. Si dovrebbe abbandonare il campo miserello dell’indipendentismo per aprire la vera questione: indipendenza dalla governance finanziaria europea di cui Madrid è solo l’ ottusa guardia armata. Il nemico non è a Madrid. A Madrid ci stanno dei fascisti arroganti che eseguono ordini decisi altrove: non a Bruxelles, ma a Francoforte.

Non serve un nuovo staterello catalano, anche se repubblicano. Una comunità colta e cosmopolita come quella catalana non deve essere ridotta, per disperazione, a credere nelle virtù della nazione. Occorre invece far tutto il possibile perché la rivolta, libera dalle illusioni nazionaliste possa dispiegarsi come fattore di destabilizzazione della dittatura finanziaria.

 

Barcellona è la città più europea d’Europa, nodo di interazioni ad alto contenuto cognitivo, punto di interconnessione di flussi di lavoro precario deterritorializzato. Eppure é minacciata di espulsione dall’Unione europea.

In cambio del servizio di esazione che lo stato nazionale svolge, il regime finanziario minaccia con le sue armi astratte di distruzione di massa chiunque metta in discussione lo stato nazionale.

Barcellona può giocare un ruolo importante nella crisi europea solo se abbandona l’illusione nazionale per avviare un esperimento di rifondazione dell’Unione sulla base di un’alleanza tra città ribelli e sperimentatrici.

Da Barcellona può iniziare un processo che non ha niente a che vedere con l’identità nazionale. Al potere centrale europeo Barcellona può dire: ridateci quello che avete sottratto alla società, non a quella catalana soltanto, ma a quella spagnola, italiana, greca, francese, e anche tedesca. Ridateci i soldi del fiscal compact sotto forma di un salario di esistenza. Restituite risorse alla scuola pubblica e alla sanità.

 

Nel processo di sgretolamento dell’Unione europa, Barcellona può avere un ruolo di avanguardia perché da qui possono emergere sperimentazioni di autonomia sociale che possano diffondersi durante il disgregarsi dell’unione.

L’energia che si è espressa nell’onda indipendentista può fare di Barcellona il punto di irradiazione di un processo di ri-costituzione d’Europa come rete di unità mobili intelligenti autonome.

Bifo, una vita contro il lavoro

Gigi Roggero

Nella sua breve prefazione della voluminosa raccolta di saggi Quarant’anni contro il lavoro, Franco Berardi svela da dove viene quel nomignolo che, insieme appunto alla lotta contro il lavoro, ha segnato la sua vita. Glielo ha dato suo cugino Angelo, di qualche anno più grande, prendendo la prima e l’ultima lettera del cognome e del nome: ecco qua Bifo. In greco significa dire due volte, come scoprirà Franco in seguito. E quella doppiezza, quel parlare con una lingua biforcuta, se la porterà dietro per sempre.

La raccolta di saggi, evidenziando il percorso e i suoi cambiamenti, le solide continuità e le necessarie discontinuità, i salti e i tentativi, ci mostra con chiarezza i tre fondamenti su cui poggia la linea di sviluppo del suo pensiero e della sua prassi: il metodo composizionista, il rifiuto del lavoro, la ricerca dell’autonomia. È noto il Bifo degli anni ’70, quello di A/traverso e del maodadaismo, cioè la combinazione tra il dadaismo, che “voleva rompere la separazione fra linguaggio e rivoluzione, fra arte e vita”, e il maoismo, inteso “come capacità di sintetizzare i bisogni e le tendenze presenti nella realtà materiale di lavoro e vita”. È lì che la rigidità della struttura viene rovesciata nella processualità della composizione, l’alienazione in rifiuto, l’estraniazione in autonomia.

Nel decennio successivo quell’esperienza viene ripercorsa senza mai voltarsi indietro, senza mai “adeguarsi ai tempi mutati”. Scrive nel 1987: “Coloro che più insistentemente avevano spinto verso la lotta armata si trasformarono in accesi sostenitori della democrazia, e i predicatori della lotta continua si atteggiarono a scaltri managers della politica postmoderna”. Ma non è intenzione di Bifo individuare delle responsabilità individuali o di altri gruppi politici. Soprattutto, non si può credere che il movimento di liberazione sia stato sconfitto dalla repressione: “la repressione viene dopo, quando il movimento è sconfitto” dalla sua incapacità di comprendere le forme nuove del reale. La sconfitta si consolida poi attraverso “una precisa politica culturale che accolse l’eredità più superficiale del ’77, e la avviò verso il suo destino sociale di dipendenza dal mercato e dal potere”. L’immaginazione è stata paralizzata nell’immaginario, e l’immaginario modella le immaginazioni individuali. Così le industrie della comunicazione e della creatività si sono riempite di intelligenze provenienti dai movimenti sovversivi. Qui e non nelle paranoiche ricostruzioni della sinistra vanno situate le origini del berlusconismo, che Bifo anticipava già a metà degli anni ’80.

Analogamente il thatcherismo, il reaganismo e l’affamata bestia neoliberale sono la risposta all’insorgenza proletaria: “Gli operai chiedevano libertà dalla regolazione capitalista, e poi il capitale ha fatto la stessa cosa, ma in maniera rovesciata”. Il grido “precario è bello” con cui si rompevano le catene della fabbrica, è stato stravolto nel lamento “precario è sfigato” che è diventato il leitmotiv dei nostri giorni. Negli anni ’90 Bifo si concentra sulla mutazione: della tecnologia, della percezione, dell’esperienza, del tempo. Insomma, mutazione antropologica. Accetta la sfida di attraversare il deserto, si fa accompagnare nei tecno-abissi dal cyberpunk, si immerge con coraggio nei territori delle psicopatologie prodotte dal capitalismo, si impegna in un estenuante corpo a corpo con i virus inoculati dalla merce comunicazione nel cervello sociale.

Dalla profondità di queste altezze pone la domanda: bisogna resistere alla mutazione? No, risponde: “dobbiamo vivere la mutazione secondo un’intenzione libertaria”. Concordiamo con la critica di un’idea meramente reattiva della resistenza, basata sulla riproduzione di una micro-identità debole. Vorremmo problematizzare l’idea opposta, che rischia di farci ricadere in una narrazione storicista e teleologica. Dobbiamo cioè evitare di pensare la tendenza in termini di ineluttabilità, per ripensarla in termini di potenzialità. È proprio una delle straordinarie definizioni che Bifo ci dà dell’autonomia, ossia “l’espandersi del possibile e il recedere del necessario”.

Sullo stesso crinale emerge un rapporto di doppiezza rispetto a sviluppo e scienza. In fasi differenti le ipotesi di Franco sono legate alla separazione tra sviluppo e capitale, alla pratica di un uso operaio della scienza. Talvolta si rischia quasi una visione neutrale della scienza e dello sviluppo, subito produttivamente contraddetta dallo stesso Bifo (si veda in particolare gli scritti degli anni ’00, quelli in cui è incipiente il segno della crisi o secondo lui del collasso sistemico). Forse su questo terreno dobbiamo essere tutti un po’ “bifidi”, muoverci sul filo della doppiezza, parlare con lingua biforcuta, immergerci nell’ambivalenza con un punto di vista irriducibilmente autonomo.

Qui si apre e certo non si risolve il problema della liberazione collettiva. A più riprese e con sempre maggiore insistenza Bifo denuncia l’insufficienza di una semplice dialettica contrappositiva. E tuttavia, ci sembra che il capitalismo contemporaneo ci abbia mostrato come una strategia di sottrazione e secessione priva di una capacità di rottura sia consegnata alla marginalità e alla sussunzione (laddove la realtà del primo termine implica l’inevitabilità del secondo). Per noi la sfida è un Vladimiro e l’altro Vladimiro, non un Vladimiro o l’altro Vladimiro. Come ripensare oggi “scismogenesi” e rottura della macchina? Ci pare una questione ineludibile, per continuare a lottare contro il lavoro per i prossimi quarant’anni almeno.

Franco Berardi

Quarant’anni contro il lavoro

a cura di Federico Campagna

DeriveApprodi 2017

pp. 377, € 22

Bifo & Geraci, o la governance del sensibile

Alessandro Sarti

Morte ai vecchi di Bifo-Geraci è un romanzo sul controllo. Sul controllo sociale, ovviamente, ma prima ancora sul controllo del sensibile. O meglio sul controllo sociale attraverso il controllo del sensibile.

Il romanzo racconta la storia di gruppi di ragazzi che si trovano ad avere sottopelle un chip con il quale si scambiano messaggi. I messaggi controllano i loro comportamenti seguendo le dinamiche di un sistema complesso e gli fanno commettere le azioni più efferate.

Bifo-Geraci hanno elaborato in forma letteraria quella che possiamo chiamare cultura della complessità, in particolare la cultura che si fonda sulla swarm intelligence, l’intelligenza di sciame.

Una buona rappresentazione dell’intelligenza di sciame è quella che vediamo nelle dinamiche dei grandi sciami di uccelli che la sera tracciano nel cielo delle figure apparentemente fluide e sempre diverse. Queste figure sono in realtà generate da delle relazioni differenziali completamente codificate, che possono essere riprodotte in algoritmi e rimesse in scena con simulazioni numeriche. Si tratta quindi di una fluidità apparente, ma in realtà assolutamente controllata.

Il controllo diventa così invisibile e la pelle diviene il suo nuovo territorio. È la pelle che genera contemporaneamente il corpo e il mondo. È la pelle che per vibrazione separa il flusso eterogenetico, schizoide, caosmotico, vitale nelle forme salienti del mondo e nelle forme pregnanti del corpo. Nel libro di Berardi-Geraci questa vibrazione è fisicamente bloccata ed è sostituita dalla codificazione algoritmica. Non importa da dove questa codificazione proviene, probabilmente non proviene da nessuna parte.

Ciò che importa è che da questo controllo dell’interfaccia tra il corpo e il mondo sono generate «al di fuori» le dinamiche di swarm che portano ai raid di squadrismo assassino che ritmano le pagine del libro e «all’interno» sono generate le inutili fughe psicochimiche con cui i personaggi cercano ossessivamente di liberarsi dal controllo e che si rivelano anzi funzionali ai dispositivi stessi. L’allucinazione psicotropa non riesce qui nel suo tentativo di liberare il corpo dalle proprie strutture e rimane impigliata in un rito ossessivo, deprivato di ogni potenza liberatoria.

Nei personaggi di Morte ai vecchi la soggettivazione è bloccata nel suo nascere dai dispositivi di tecnocomunicazione che impongono la loro sintassi alle dinamiche vibrazionali della sensibilità. Il controllo non passa più attraverso la fruizione cosciente di una soggettività sviluppata, come nella società dello spettacolo di Guy Debord. E nemmeno la soggettività è qui sinonimo di una potenza vitale impersonale, come nel corpo senza organi di Artaud-Deleuze, che si è lasciato alle spalle le strutture dello psicologismo borghese ma che si è dotata di una nuova potenza creatrice.

Si potrebbe dire invece che la soggettività dei giovani di cui scrivono Bifo-Geraci è il trionfo dell’anonimato, è frutto del blocco di ogni possibilità di soggettivazione. Tutto lo spazio virtuale della creazione è stato codificato e tutto il divenire è già pre-visto. Nel regime della governance del sensibile il soggetto è annullato e assente perché il regime di verità numerica impone un anonimato.

È lo spaccato di un mondo a venire che vive della sola ripetizione senza variazioni e in cui non è più possibile generare forme nuove. Il piano di plasticità del virtuale, luogo delle differenze intensive e generatore delle infinite dinamiche è stato occupato da dispositivi tecnici che rimettono in scena di volta in volta le stesse forme. Siamo nell’impossibilità di suscitare eventi, per piccoli che siano, che sfuggano al controllo, cioè siamo nell’impossibilità di produrre effetti di eterogenesi.

Il romanzo si ricollega alla vicenda letteraria del Cyberpunk per la velocità di scrittura e per l’anti-umanesimo radicale: non senza una punta di compiacimento, la grande macchina ha il sopravvento sull’umanità (borghese). I vecchi assistono impotenti, forse anch’essi vittime di un blocco dell’immaginazione ed esausti dall’aver troppo immaginato nel passato. Se in William Gibson l’umano viene scartato dalla macchina come rumore, nel romanzo di Berardi-Geraci i vecchi rimasti umani esplodono (per sbaglio) col membro eretto dalle pillole di Viagra.

Insomma Morte ai Vecchi è un libro divertente, inquietante, a tratti visionario, che si salva dal cinismo solo grazie a una dose notevole di humour, e che ha fatto proprio e se possibile moltiplicato il motto di Bruce Sterling: «il cyberpunk non ha inventato nessuno scenario, lo ha solo riflesso».

Bifo, Massimiliano Geraci

Morte ai vecchi

Baldini & Castoldi, 2016, 316 pp., € 16

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

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L’odio per Matteo Renzi. In risposta a Massimo Recalcati

Franco Berardi Bifo

Provate a immaginare che qualcuno vi dia un pugno in un occhio e come se non bastasse vi rubi il portafoglio. Provate a immaginare che alle vostre rimostranze costui vi rida in faccia e vi dica che siete dei vecchi scemi, così scemi e così vecchi da credere che ci vuole il gettone per telefonare. Perché odiarmi? dice il rapinatore.

Sulla prima pagina di Repubblica (dove se no?) Massimo Recalcati cerca oggi (17 luglio) di spiegarci perché quelli della sinistra non sanno far altro che odiare il bravo Matteo Renzi. La ragione per cui quelli della sinistra lo odiano è che lui ha mostrato che la sinistra è un cadavere. Ecco allora che quelli della sinistra (chi saranno poi questi della sinistra non s’è capito) si imbufaliscono come certe tribù dell’Africa nera (il paragone è di Recalcati).

Io non so se sono uno della sinistra, non so bene cosa voglia dire, e Recalcati non perde il suo tempo a spiegarmelo. Io preferisco definirmi come un lavoratore truffato dalle politiche del neoliberismo che hanno decurtato il mio salario di insegnante, hanno distrutto la scuola in cui insegnavo e mi hanno costretto ad andare in pensione diversi anni più tardi di quanto prevedeva il mio contratto.

Poi ecco un tipo che mi dice che per telefonare non occorre più il gettone. Sarà per questo che odio Matteo Renzi?

Si tranquillizzi lo psicoanalista Recalcati. Io non perdo il mio tempo a odiare Matteo Renzi, per la semplice ragione che c’è una sproporzione assurda tra il valore dei miei sentimenti (anche il sentimento di odio) e quell’arrogante piccoletto. Se proprio devo odiare qualcuno preferisco rivolgermi a quelli un po’ più grandicelli. Per esempio un tizio che si chiama Tony Blair.

Questo tizio si presentò una ventina di anni fa sulla scena d’Inghilterra, ve lo ricordate? Era brillante, giovane e certamente un po’ più intelligente del suo seguace di Rignano. Parlò di Cool Britannia, e inaugurò il New Labour. Margaret Thatcher, la donna che per prima ha detto che non esiste nulla che possa definirsi società, esistono soltanto individui in competizione per il profitto, disse di Toni Blair che il giovanotto non le dispiaceva perché stava continuando le sue politiche.

In cosa consistono le politiche di Thatcher e del suo allievo Blair? E’ presto detto: ridurre il salario, privatizzare i servizi sociali, sottomettere la scuola agli interessi delle grandi corporation, distruggere le organizzazioni dei lavoratori, prolungare il tempo di lavoro, rinviare i pensionamenti, di conseguenza sprofondare i giovani nella disoccupazione, e costringerli ad accettare lavoro senza garanzie e senza contratto.

Poi viene Recalcati e chiede: ma perché mai dovete odiarlo?

Matteo Renzi si presentò sulla scena dichiarando il suo amore per Blair, e dichiarando che la sua intenzione era ripeterne le imprese, seppure con venti anni di ritardo. Non c’è un solo milligrammo di novità nelle proposte di questo Renzi, la sola cosa nuova è l’arroganza. Tutto quello che lui propone è già stato sperimentato, realizzato, e quel che più conta è già fallito. Il 4 dicembre del 2016 la grande maggioranza dei giovani, non quelli della sinistra, non quelli che quando vogliono telefonare cercano un gettone, non quelli con la sveglia al collo che odiano perché sono dei cadaveri, ma la maggioranza dei giovani gli ha detto: vai a casa, non ti vogliamo più vedere.

In Inghilterra il signor Blair è oggi considerato un criminale di guerra. E’ lui che ha aiutato un texano non molto brillante a scatenare una guerra infinita tra le cui conseguenze (come sanno tutti) c’è la nascita di Daesh, la distruzione dell’Iraq e della Siria. Questo non impedisce al signor Blair di farsi oggi pagare, (pensionato di lusso) per occuparsi di un ufficio che come oggetto, per estrema ironia, ha proprio il Medio Oriente.

Recalcati mi scuserà se non mi sono soffermato a lungo sul suo beniamino toscano. Le imitazioni tardive non mi interessano molto. Io preferisco odiare l’originale.

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A/traverso , quando il cielo cade all’inferno

Gigi Roggero

“Scrivere questo libro ha significato soprattutto rimettere insieme i pezzi di un oggetto rotto, riassemblare i frammenti di un’unità ormai perduta”. Così si conclude l’acuto volume di Luca Chiurchiù, La rivoluzione è finita abbiamo vinto. E così inizia la sua ricerca, concepita come tesi di laurea dell’autore e successivamente rivista. L’“oggetto rotto” in questione, l’“unità ormai perduta”, è la rivista A/traverso, di cui Chiurchiù ricostruisce storia e sostanza. Una storia legata, innanzitutto, al movimento del doppio Sette, anno concretamente simbolico assurto a paradigma di un ventennio di lotta di classe. Una storia legata in modo niente affatto secondario a una città, Bologna, in cui il Settantasette ha avuto caratteri al contempo specifici e generali; una città che di quell’anno riassume almeno in parte potenza, possibilità e nodi irrisolti.

L’autore si concentra sui numeri della rivista che vanno dal 1975 al 1979, anno marchiato da un altro 7, di segno opposto – quello di aprile, firmato da Calogero e dal PCI. Ne usciranno altri due numeri, nell’80 e nell’81, che a quel punto del futuro non cercheranno più l’anticipazione, si limiteranno a testimoniarne l’esaurimento. Con una scrittura chiara e penetrante Chiurchiù centra la sua analisi sul tentativo fatto da A/traverso di “mettere in moto la rivoluzione dal linguaggio”, mischiando Mao con Dada, Artaud con Majakovskij. Tentativo che va inquadrato nel contesto dei movimenti e dei conflitti di quei due straordinari decenni, di cui l’autore fornisce introduttivamente una ricostruzione sintetica e accurata, per quanto a tratti un po’ scolastica. Nel libro si prova anche a tratteggiare le figure, gli ambienti, gli umori sociali in cui presero vita l’esperienza di questo “piccolo gruppo in moltiplicazione” e quella, genealogicamente e politicamente gemella, di Radio Alice.

Il primo editoriale della rivista afferma con precisione: “il problema della ricomposizione è il problema del passaggio dall’estraneità diffusa e dissoluta alla ricostruzione di nuovi strumenti di aggregazione e collettivizzazione del desiderio”. Moltiplicazione e ricomposizione, due concetti chiave, che ruotano attorno a un asse centrale: il rifiuto del lavoro, non utopia o ideologia astratta, ma comportamento di rottura storicamente determinato. È dal quel rifiuto, diffuso e massificato, che trae forza la soggettività di movimento che può distruggere la macchina capitalistica, ed è nel processo di questa distruzione che si forgiano le capacità per costruire un nuovo mondo. Altroché ricette e soli dell’avvenire, il cielo sta sotto i piedi di una “jacquerie senza bandiere”.

A/traverso si colloca all’interno di una miriade di riviste grandi e piccole, la cui importanza è sottolineata dal volume. Nel ’76 il sottotitolo cambia: non più “giornale dell’autonomia”, ma “giornale per l’autonomia”. Proprio perché l’autonomia è fondata sulla materialità delle pratiche di conflitto e rifiuto, la stessa distinzione tra autonomia creativa e autonomia organizzata andrebbe posta in un rapporto di tensione più che fissata rigidamente in una secca contrapposizione. Il dibattito politico, anche aspro, è semmai su come quel rifiuto si ricompone in forza d’attacco, come l’estraneità al lavoro e alla politica istituzionale si ribalta in potenza autonoma. Ma la base materiale della creatività e dell’organizzazione è affatto comune. Tant’è che A/traverso si scaglierà programmaticamente contro i professionisti della creatività, le figure dell’avanguardia artistica e dell’intellettuale, la prima riassorbita dentro il movimento reale, la seconda messa al lavoro e proletarizzata. Tenterà di essere “avanguardia celibe” e intellettuale collettivo, di “leggere nella merda” – come recita un editoriale del ’76 –, perché solo lì si può afferrare la maledetta materialità dei bisogni, dei comportamenti e delle pratiche, la radice concreta del linguaggio, di ciò che viene rimosso, del profumo dell’essere. Quanto avrebbe da insegnare quella lezione ai grigi intellettuali che oggi hanno l’ardire di definirsi “militanti”, con la loro puzza sotto il naso, con la loro schifata spocchia per la sporcizia dei comportamenti sociali.

A questo punto, immerso e affascinato dalla radicalità di questo esperimento (quello di A/traverso, in quanto prodotto specifico di quella potenza autonoma), Chiurchiù si pone correttamente un problema: si può studiare una rivista avanguardistica che voleva porsi oltre qualsiasi forma di esegesi, perfino distruggerne la possibilità? Consapevoli dell’azione di volontaria chiusura nei confronti del potere e dei suoi servitori, si può ricostruire un archivio di chi rifiutava la forma-archivio, rimettere insieme i pezzi di una rivista il cui supporto cartaceo sembra quasi essere stato scelto appositamente per dissolversi rapidamente? La risposta è sì, ci dice l’autore, a patto che si faccia i conti con la contraddizione. Aggiungiamo: è una contraddizione che è nelle cose, non solo nelle parole che descrivono le cose. Il capitale è una formidabile macchina di produzione, di organizzazione e di cattura: il museo arriva in ritardo rispetto alla dirompenza delle avanguardie, e tuttavia se non lo si distrugge per tempo arriva. La sovversione dei linguaggi di Radio Alice e di A/traverso le ritroviamo nei decenni successivi dentro l’industria della comunicazione neoliberale: con segno opposto, senza più sovversione. Il desiderio e la prassi molecolare, a partire dagli anni Ottanta, sono divenuti merci con cui riempire gli scaffali dei supermercati tangibili e virtuali. Cosa è cambiato nel frattempo? I rapporti di forza: la risposta è semplice, e qua non c’è “post” che tenga.

Nel gennaio del ’78 A/traverso prova a rilanciare in avanti: la rivoluzione è finita abbiamo vinto, ma noi facciamone un’altra. Invece, incapaci di trasformare la sovversione in rottura, la rivoluzione l’hanno rifatta i nostri nemici chiamandola innovazione. Il cielo è caduto sulla terra, e il capitale è riuscito ad appropriarsene trasformandolo in un inferno. È andata così, certo. Eppure, non doveva necessariamente andare così. Soprattutto, non sta scritto da nessuna parte che debba continuare così. Dipende da noi.

Per favore non prendiamo il potere, ripete A/traverso; però il potere continua a prendere noi. “Guai a chi smette. Guai a chi continua”: se c’è chiarezza nell’individuare cosa non funziona più, la difficoltà è individuare cosa può funzionare. Quarant’anni dopo o giù di lì, siamo ancora e in modo nuovo attorcigliati in questi nodi. Senza rottura, non si esce dal cielo infernale. Non concediamo alcuno spazio alla disperazione, non concediamo alcuno spazio all’euforia. La traversata del deserto continua. Ma, come ci spiegava Huey P. Newton, il deserto non è un circolo, è una spirale. Quando siamo passati attraverso il deserto, niente sarà più come prima.

Luca Chiurchiù

La rivoluzione è finita abbiamo vinto. Storia della rivista “A/traverso”

prefazione di Franco Berardi Bifo

DeriveApprodi, 2017, 206 pp., € 18

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Speciale Presidenziali in Francia

emmanuel-macronProponiamo oggi due interventi sulle presidenziali francesi. Torneremo sul tema nei prossimi giorni.

Nello Speciale:

  • Franco Berardi Bifo, Tra il buio del fascismo e lo schiavismo neoliberista
  • Alessandro Casiccia, Superamento della destra e della sinistra?

 

Tra il buio del fascismo e lo schiavismo neoliberista

Franco Berardi Bifo

Sembra inevitabile di questi tempi scegliere tra schiavismo e fascismo. Lo schiavismo neoliberale ha vinto in Francia fermando (temporaneamente) l’avanzata del fascismo, e pare che dobbiamo esserne contenti. La vittoria di Emmanuel Macron permetterà di allentare lo strangolamento che ha asfissiato i lavoratori dell’Unione Europea? Credo piuttosto che la vittoria di questo estremista liberista sia destinata a intensificare in Francia l’offensiva anti-sociale, l’impoverimento dei lavoratori, la precarizzazione.

Emmanuel Macron si è presentato sulla scena promettendo di licenziare 120.000 impiegati pubblici, e ha ottenuto il sostegno di François Fillon, il quale, per parte sua, mentre intascava un milione di euro intestati alla moglie Penelope, prometteva di licenziarne 500.000. Macron ha promesso di portare a termine le riforme timidamente abbozzate dal governo Hollande, e di rivedere la loi el Khomri così da rendere più fluida la precarizzazione del lavoro che negli anni scorsi non è stata imposta fino in fondo per le resistenze della società. Macron, che si è formato culturalmente all’interno del sistema bancario, ha un compito: sfondare la resistenza della società francese per piegarla definitivamente all’ordine finanziario.

Naturalmente la vittoria di Marine Le Pen avrebbe aperto le porte dell’inferno provocando a tempi brevissimi il crollo di quel che resta dell’Unione Europea, e dunque è stato inevitabile piegarsi al ricatto.

Ma non mi illudo su un asse franco-tedesco che giunga salvifico dopo la probabile vittoria socialdemocratica in Germania. Non dovremmo dimenticare che furono proprio i socialdemocratici tedeschi ad avviare l’offensiva europea contro il salario, ai tempi di Schroeder e della legge Hartz. Saranno loro a rovesciare la tendenza, ora che l’Unione è sul punto del collasso terminale? Può darsi, ma non accadrà in assenza di un movimento anti-schiavista europeo.

Se siamo stati costretti a scegliere tra brutalità razzista e aggressività neoliberista è anche perché non siamo riusciti a costruire alcun movimento europeo contro la dittatura finanziaria.

Dal 2005 ci siamo infilati in una trappola. In quell’anno francesi e olandesi furono chiamati a prendere posizione in un referendum sul trattato costituzionale che poneva al centro la piena subordinazione del lavoro: a larga maggioranza francesi e olandesi votarono NO al ricatto neoliberale. La sinistra riformista iniziò da quel momento a perdere la rappresentanza elettorale della classe operaia, ma anche le componenti di sinistra critica che provenivano dai movimenti, in quell’occasione subirono il ricatto e diedero indicazione di scegliere lo schiavismo liberista contro la regressione nazionalista. In questo modo la rappresentanza dei lavoratori venne lasciata interamente alla destra, che oggi è maggioritaria nel voto operaio.

Anche se il voto del 2005 aveva detto no alla precarizzazione, la macchina neoliberale non si è fermata, e l’aggressione finanziaria è proceduta sotto l’etichetta: “riforme”: aumento dei carichi di lavoro, aumento della disoccupazione e riduzione dei salari, rapina finanziaria e smantellamento del welfare. È da queste tendenze che è cresciuta l’ondata nazionalista e razzista. Macron si è presentato sulla scena proclamando strenua fedeltà alle “riforme”, e ha vinto perché non c’era alternativa al buio definitivo. L’Europa procede entro le linee di devastazione decise dal sistema finanziario. Non mi pare che ci sia ragione di rallegrarsi.

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Superamento della sinistra e della destra?

Alessandro Casiccia

La vittoria di En Marche! al ballottaggio e l’uscita di scena dei partiti più classici, non deve distogliere l’attenzione dal Front National. Alle ormai imminenti legislative, esso affermerà comunque una sua presenza; che potrà riguardare le sue tematiche più demagogiche come l’immigrazione, o come i rapporti con l’UE; ma forse ancor più la condizione della classe lavoratrice. Rompendo col padre, Marine aveva assunto posizioni di difesa riguardo a vari aspetti dello stato sociale. Quindi, pur se il Fronte rientra nel numero dei partiti e dei movimenti “neo-nazionalisti”, la linea politica che persegue deve essere considerata nella sua specificità.

La Francia è uno dei paesi in cui storicamente si è presentata sotto forme diverse una collocazione non nettamente definita del discorso politico. Considerando oggi la dispersione della classe operaia nell’era globale insieme all’attuale incertezza economica delle classi medie, quella indeterminatezza potrebbe veder prevalere un nazionalismo radicale. O all’opposto rendere più viva la discussione intorno al tema della convergenza verso il centro, quale possibile, forzata scelta dell’elettore medio, ferito dalla globalizzazione ma timoroso di mutamenti potenzialmente catastrofici. (Come quelli che potrebbe produrre una rottura con l’Europa.)

Per riesaminare simili alternative occorrerebbe fra l’altro ricordare che negli studi politologici della seconda metà del novecento, il tema del voto veniva spesso affrontato ricorrendo al paradigma della “scelta razionale”, considerando quindi il modello dell’elettore mediano, il suo possibile coincidere di con l’elettore medio, il suo ruolo quale destinatario di messaggi politici, nonché le strategie che un partito può assumere nella competizione politica. E ovviamente sorgeva anche il dibattito sul voto “utile” cui l’elettore in talune circostanze si ritiene costretto. (Il successo di Macron potrebbe costituirne un esempio.)

Ma ormai sappiamo che il risultato di ogni elezione può suscitare sorpresa. Già alla fine del Settecento Condorcet, con il suo “paradosso” (tema poi ripreso nel secolo XX da Arrow e Black) avvertiva che una votazione spesso conduce a esiti non facilmente prevedibili. Dove la preferenza della maggioranza può risultare incoerente oltre misura con le precedenti opzioni dei singoli votanti. Vari sistemi elettorali sono stati escogitati per affrontare i suddetti problemi: nel caso francese, l’uninominale maggioritario a doppio turno. Differente peraltro dal criterio che guiderà le prossime legislative.

Ma indipendentemente da ciò va ricordato che lo stesso impianto teorico, sia delle previsioni sia delle analisi riguardanti le elezioni avvenute, può risultare oggi debole in quanto fondato in buona misura, come si è notato, sull’assunto di una scelta lucida e ponderata da parte del cittadino. Il punto è che oggi, di fronte alle derive devastanti della crisi, al crescere dell’incertezza, della “paura”, della sofferenza per l’esclusione sociale, i modelli fondati sulla coerenza dell’attore razionale parrebbero perdere rilevanza e lasciare il campo ad analisi riguardanti invece le emozioni come reale impulso a una scelta di voto. Da un lato il risentimento, dall’altro la paura.

Tra la considerazione di tale spazio emozionale e il riconoscimento di quanto invece possono tuttora valere indirizzi razionali di scelta, prende corpo il tema di una opzione politica di “centro” come possibile via per rispondere a timori, risolvere indecisioni, sfuggire a esiti considerati peggiori. Ma tale opzione non è che uno dei modi in cui un altro appello, ritenuto ancor più generale e “attuale”, viene tematizzato e diffuso: il distacco dalle ben note identità politiche, ovvero la destra e la sinistra. Un distacco che non manca certo di precedenti storici, soprattutto in Francia.

Occorre allora distinguere tra due diversi modi in cui tale dichiarato superamento tende a presentarsi attualmente.

Un tipo di superamento almeno dichiarato, dell’opposizione destra-sinistra riguarda le proposte politiche assumenti la possibile la fattuale coincidenza di linee estreme, polarizzate, fra loro radicalmente contrapposte per convenzionale disposizione “ideologica”. Tale coincidenza può riguardare provvedimenti essenziali, come ad esempio la difesa di conquiste sociali. Ma l’inevitabile esito è l’affermazione di uno dei due poli estremi: e sappiamo che in genere il polo sarà quello della destra radicale, nazionalista, escludente.

Esiste poi un altro tipo di superamento della contrapposizione in questione: ed è quello che assume, non la coincidenza sopra descritta ma la confluenza ragionevole verso un partito o una coalizione che si caratterizzi per posizioni moderate (e non troppo definite). Ed è questa una presa di distanza tra gli estremi che conduce tendenzialmente verso l’area “di centro”. Osservando il quadro della Francia odierna, mentre nell’offerta politica di Marine Le Pen sembra possa individuarsi la linea che abbiamo denominato coincidenza, la linea della confluenzainvece parrebbe riconoscibile nell’indirizzo politico di Macron: moderazione, normalità, osservanza quanto possibile delle direttive comunitarie, quindi controllo del bilancio, riduzione della spesa pubblica. Gran parte di quelle politiche si erano rivelate controfattuali, come sappiamo. E avevano alimentato varie forme di euroscetticismo, tra cui quella del Fronte. Si tratta di vedere ora se, in quale modo e in quale misura, il moderato Macron saprà trovare un difficile equilibrio tra le politiche comunitarie e le esigenze dei cittadini.

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