Il popolo, l’abisso e il pilota automatico

Franco Berardi Bifo

Dopo le elezioni italiane del 2013 Mario Draghi disse: “nessuno si preoccupi, l’economia europea va avanti con il pilota automatico”.

L’avanzata dei cinque stelle mostrava che l’austerità finanziaria stava spostando gli equilibri elettorali e l’umore degli elettori, ma col suo malinconico sorriso intelligente Draghi suggeriva che la società ha il diritto di esprimere il suo parere e la sua volontà attraverso democratiche elezioni, ma questo alla fine non cambia niente, perché la finanza è una cosa seria e non si lascia certo influenzare dal volubile sentimento delle genti.

Come abbiamo visto negli ultimi dieci anni Mario Draghi aveva ragione. Milioni di persone sono scese nelle strade nel 2011 per protestare contro il prelievo sui salari e le pensioni operato dal sistema bancario. Ma il prelievo non si è mai interrotto, anzi è stato costituzionalizzato con il nome fiscal compact. Nel 2015 il 62% dei greci ha votato no al memorandum delle troika ma Tsipras ha dovuto piegare la testa e levarsi la giacca. Mezzo milione di giovani greci hanno abbandonato il paese che intanto sprofondava nella depressione.

Questo è accaduto dovunque: una piccola minoranza si è impadronita della ricchezza prodotta dalla società e i lavoratori hanno perduto metà del loro reddito, hanno perduto i servizi sociali che rendevano la vita tollerabile, e sono costretti a lavorare di più e in condizioni sempre più precarie. Alla fine la società ha perduto la calma, come non capirlo? ed è venuto fuori il popolo.

E il popolo vuole una cosa sola: vendetta. E vendetta avrà. La vendetta non vuol sentir ragioni perciò è inutile spiegare, argomentare, cercar di convincere o dissuadere. Chi vuole vendetta è pronto a qualsiasi orrore, è anche ciecamente pronto a finire nell’abisso.

Perciò mettiamoci l’anima in pace: in quale abisso finiremo esattamente non è chiaro, ma chi avrà la sventura di vivere nei prossimi dieci anni l’abisso non lo eviterà.

Chi ha predisposto le condizioni per l’abisso? La smorfia ringhiante di Matteo Salvini, o il malinconico sorridente Mario Draghi?

Il pilota automatico è la ragione sottomessa all’algoritmo. Ora il popolo si è arrabbiato e non intende più ascoltar la ragione. La ragione è spenta, parla il popolo.

Il popolo non esiste, naturalmente. È un’astrazione romantica che finge di essere molto concreta. Ha i muscoli tesi, la bava alla bocca, gli occhi fuor dalle orbite, ed è assetato di sangue.

Il popolo è la società che ha perduto il ben dell’intelletto, la società privata della capacità di parola, di analisi e di sintesi, il popolo è la società quando la complessità dei conflitti e delle mediazioni è stata cancellata dall’automatismo della finanza, e la ricchezza delle forme di vita è ridotta all’identità.

Come Hitler e come Mussolini, che strepitarono all’inizio contro la finanza per diventarne alfine i beniamini, anche Matteo Salvini sa bene che il pilota automatico è un nemico troppo forte per lui. Quindi inventa dei nemici deboli, anzi sceglie i più deboli di tutti, quelli che non hanno l’energia per difendersi né per reagire, quelli che il colonialismo bianco ha ridotto alla miseria e le guerre euro-americane hanno precipitato nel caos. Quelli che travolti dai flutti cercano un porto sicuro e trovano la guardia libica.

Ma Salvini non è il primo assassino che abbia occupato il posto di Ministro degli Interni. Senza risalire a Mario Scelba, ricordo che quaranta anni fa un Ministro degli Interni uccise un mio amico che si chiamava Francesco Lorusso. E ricordo che negli ultimi tre anni un altro Ministro degli Interni ha decretato con grande approvazione di tutti i democratici che i migranti vanno bastonati mentre annegano, o vanno consegnati ai torturatori libici.

L’incombente assassino degli Interni è soltanto più stupido, più fanatico, ma non per questo più pericoloso. Pericoloso infatti non è Salvini, ma l’assenza di un’alternativa alla sua demenza criminale.

I liberal-democratici credono (o fingono di credere) che il nazional-socialismo sia una tempesta temporanea e alla fine la democrazia ragionevole tornerà. Si fanno delle illusioni: la democrazia è morta e non risorgerà né in Italia né negli Stati Uniti.

Presto coloro che hanno votato per Trump o per Salvini capiranno che il loro salario non ha smesso di diminuire, e che la precarietà e la disoccupazione non sono destinate a recedere, ma non per questo torneranno a votare per i patetici politici della sinistra. I nazional-socialisti cercheranno piuttosto un capro espiatorio, anzi lo hanno già a portata di mano: le vittime di cinque secoli di colonialismo premono ai confini d’Europa e sono già rinchiusi in campi di concentramento tutt’intorno al mar Mediterraneo.

La memoria dell’Olocausto novecentesco è destinata a impallidire di fronte all’Olocausto che si sta preparando. La differenza è che oggi dalla parte dei nazisti c’è uno stato che si definisce ebreo.

Il processo che ha portato al trionfo del nazional-socialismo in larga parte dell’occidente assomiglia a quello che si svolse negli anni trenta del secolo passato, ma la conclusione sarà differente.

Non sarà la resistenza a portarci fuori dall’abisso, ma solo l’emergere di una soggettività collettiva cosciente che sia capace di smantellare il pilota automatico, di sostituire l’automatismo finanziario capitalista con un programma al servizio dell’utile sociale.

Ma una soggettività all’altezza della catastrofe non potrà emergere se non dallo sconvolgimento che la catastrofe sta preparando. Nel frattempo occorre anzitutto non smettere di capire, e occorre moltiplicare i giusti tra le nazioni: coloro che non si riconoscono in nessuna razza e in nessun popolo, coloro che non si piegano all’infamia e restano umani, silenziosamente o rumorosamente.

Europa Nazione

Franco Berardi Bifo

L’Unione europea fu concepita come progetto post-nazionale. Solo una piccola minoranza dell’opinione europea (una minoranza fascista) parlò nei decenni passati di Europa come nazione. Quel che è accaduto negli ultimi dieci anni ha progressivamente cancellato e depotenziato la vocazione post-nazionale, e ha portato a emergenza l’identità d’Europa come Nazione Bianca.

Le elezioni italiane segnano un nuovo passaggio – forse decisivo – nella disintegrazione di quella che fu l’Unione europea, e la trasformazione di quel progetto post-nazionale in un processo di fondazione della Nazione europea come entità di guerra razziale permanente.

Da Maastricht in poi l’Unione europea ha funzionato come dispositivo neoliberista finalizzato allo spostamento di risorse dalla società verso il sistema finanziario. Venticinque anni di politiche monetariste rivolte allo smantellamento dello stato sociale e alla precarizzazione del lavoro hanno prodotto l’effetto che potevamo attenderci e ci attendevamo: un’ondata di rigetto sempre più vasto del progetto europeo, un’ondata di nazionalismo legato alla rabbia impotente di coloro che hanno subito l’impoverimento sociale.

La popolazione della grande maggioranza dei paesi europei si è espressa contro le politiche globalizzanti e neoliberiste, e particolarmente contro il Fiscal compact, cioè l’imposizione di un debito che dissangua la vita sociale e sposta capitale verso il sistema bancario.

Dapprima, tra il 2011 e il 2015, questo rifiuto si è configurato come opposizione sociale: l’acampada spagnola, il movimento Occupy e infine il referendum greco contro l’imposizione del memorandum da parte della troika hanno segnato il tentativo di fermare il prelievo finanziario e lo smantellamento delle strutture sociali. Ma l’opposizione sociale è stata sconfitta, perché non disponeva degli strumenti concettuali e materiali per opporsi alla governance finanziaria, forma post-nazionale e astratta di dominio, contro cui nulla poteva un movimento territorializzato su base nazionale. L’impotenza è il tratto decisivo della vita sociale dopo la crisi del 2008: impotenza a resistere all’assalto predatorio della finanza, a impedire lo smantellamento delle strutture pubbliche come la scuola e la sanità, a mantenere un livello di vita paragonabile a quello delle generazioni passate. L’impotenza si è presto trasformata in risentimento, volontà di vendetta, e nostalgia reazionaria per la sovranità nazionale.

A questo punto si è presentata la nuova minaccia: la grande migrazione, effetto di processi di lunghissima durata (depredazione coloniale delle risorse umane e fisiche, degradazione dell’ambiente) e di processi più recenti, come la guerra scatenata dal clan Bush in Medio Oriente, cui i paesi dell’Unione europea si sono accodati, e le guerre francesi contro la Libia e contro la Siria, che hanno messo in moto il pandemonio.

La crisi dell’Unione europea, di cui le elezioni italiane rappresentano a mio parere il passaggio finale, è dunque nata dalla reazione contro due processi convergenti di deterritorializzazione: l’impoverimento generato dalla governance post-nazionale, che ha provocato una rivendicazione sovranista, e la grande migrazione, percepita come invasione del territorio bianco da parte delle vittime delle invasioni bianche del passato.

Questi due filoni della rabbia impotente si sono fusi in un unico potente movimento di riterritorializzazione reazionaria.

Incapace di concettualizzare quel che sta accadendo, l’opinione democratica e neo-liberale ha tentato di esorcizzare la duplice reazione con un’unica parola: populismo. Ma si tratta di un’espressione che non spiega niente e confonde due fenomeni del tutto differenti (il rifiuto sociale dell’impoverimento e il razzismo riemergente nell’inconscio europeo).

L’opinione democratica e neo-liberale difende un feticcio (la democrazia, cui non corrisponde più niente nella realtà politica post-nazionale) e difende un’ossessione (la crescita economica, la competizione, insomma la concentrazione di potere economico da parte della macchina astratta della finanza). Ma per difendere questo feticcio e questa ossessione identifica l’onda reazionaria montante con una definizione che potenzia l’onda reazionaria: populismo è tutto ciò che non si piega alle tendenze deterritorializzanti dello sfruttamento finanziario e della mobilità migrante.

Ma queste due tendenze sono distinte, anche se ovviamente interagenti. I due movimenti reattivi vanno considerati distintamente: una cosa è la difesa della vita sociale contro il profitto finanziario, un’altra cosa è la paura della grande migrazione.

Confondendo i due movimenti si ottiene l’effetto che abbiamo sotto gli occhi: il montare incontenibile di un’onda che ha un solo nome: nazional-socialismo.

Il nazismo è la tendenza emergente in larga parte del continente europeo, anche se questa parola è impronunciabile.

La dinamica che si manifestò in Germania dopo il Congresso di Versailles si è ripresentata su scala continentale per effetto della scomparsa di una sinistra capace di opporsi all’offensiva finanziaria, e per effetto dell’incapacità della politica europea di fare i conti con l’eredità del colonialismo.

Non so come potrà evolvere la situazione italiana nei prossimi mesi, ma mi pare evidente che l’unico elemento che accomuna tutte le forze politiche, in Italia come in tutti gli altri paesi europei, è il respingimento dell’onda migratoria inarrestabile. Sul respingimento razzista e sullo sterminio convergono perfettamente i vincitori delle elezioni, la Lega e i Cinque stelle, e i perdenti delle elezioni, il Partito democratico che con Marco Minniti ha espresso pienamente il razzismo costitutivo dell’Unione europea.

Su questo punto, il respingimento e lo sterminio, il fronte europeo si ricompone compatto.

Sul razzismo della popolazione europea (non dei governi nazionali, che su questo punto riflettono la volontà della maggioranza) si fonda la nuova identità della nazione europea (Nazione, perché fondata su un’identità razziale, e perché portatrice di sterminio e di guerra).

Il razzismo e il nazionalismo sono la conseguenza e il rovescio dell’impotenza sociale accumulate nell’ultimo decennio.

Le elezioni italiane hanno portato a compimento il processo di nazificazione dell’unione europea, anche se questa realtà è innominabile. Lo sterminio razzista – che si manifesta oggi nella costruzione di un campo di concentramento gigantesco nel quale milioni di non-bianchi sono detenuti, torturati, schiavizzati, eliminati, e alla fine annegati se tentano di fuggire – è il futuro già scritto di quella che, con sublime disprezzo dell’evidenza, continua a chiamarsi unione europea.

Europa: di che cosa è il nome?

Uno speciale sulle ambivalenze dell'Europa. Testi di: F. Berardi Bifo – G. Amendola - L. Demichelis - G.B. Zorzoli *

TRE RIFLESSIONI SULL'ORLO DELL'ABISSO
Franco Berardi Bifo

Si avvicinano le elezioni dipartimentali in Francia, e i sondaggi dicono che il Front National sarà il grande vincitore. Il premier Manuel Valls ha rimproverato i cittadini francesi per la loro passività, e ha detto che gli intellettuali non fanno il loro dovere antifascista. Davvero Manuel Valls ha la faccia come il culo, che fuor di metafora vuol dire che proprio non tiene vergogna.
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L'EUROPA COME METROPOLI DEL COMUNE
Giso Amendola

Nel dicembre 2000, a Nizza, mentre s’approvava la Carta europea dei diritti, i movimenti europei si incontravano in controvertice. La Francia bloccò a Ventimiglia parte della carovana italiana: e così si vide chiaramente chi presidiava confini e frontiere, e chi provava ad attraversarle, a muoversi direttamente nello spazio postnazionale. I movimenti sociali transazionali rivendicavano una nuova cittadinanza europea, fondata sulla residenza, e un nuovo welfare incentrato sul reddito di base: si esprimeva così, in nuove forme, un’idea di Europa oltre e contro gli stati nazione, un modello di società solidale e cooperativa, una combinazione avanzata di uguaglianza e libertà.
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DISUNIONE EUROPEA E COLPA METAFISICA
Lelio Demichelis

Franco Berardi Bifo ha lanciato la sua provocazione sulla crisi dell’Europa. Che raccogliamo per offrire una interpretazione un po’ diversa e per rilanciare la discussione sulla sinistra che non c’è più (perché ha scelto di essere destra e neoliberista); e sulle destre populiste e razziste europee che cercano di sfruttare per i loro fini più o meno fascisti le rovine sociali prodotte dalle politiche di austerità imposte da quella che doveva essere una Unione europea e che è stata fatta diventare una oscena Disunione.
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EUROPA FINO A QUANDO?
G.B. Zorzoli

È singolare che anche un opinionista distante anni luce da Bifo, come Angelo Panebianco, sul Corriere del 15 marzo interpreti il referendum francese del 2005 come “primo segnale di una grande svolta, ormai non era più pacifico o automatico che gli elettori trangugiassero senza fiatare tutti i cocktail (o gli intrugli) preparati a Bruxelles”.
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Messico: l’economia della paura

Franco Berardi Bifo

Avenida insurgentes è la strada più lunga del mondo, un biscione di cinquantatré chilometri che attraversa l’immensa metropoli di Mexico City da sud a nord. Milioni di disgraziati la percorrono ogni giorno perché l’inferno salariato li obbliga a farlo, ma basta essere costretti a fare un percorso su Insurgentes per capire che siamo in trappola. Mentre guida nell’ingorgo continuo, Eugenio chiacchiera amabilmente e io amabilmente rispondo, ma i miei polmoni si stringono poco alla volta come noccioline spaventate. I can’t breathe, I can’t breathe. È questo, lo so, il segno del tempo che inizia. Ne usciremo vivi? E come?

Negli ultimi anni la recessione aveva fortunatamente ridotto un po’ i consumi di petrolio, ma ora gli strangolatori vogliono rilanciare il loro piano di strangolamento. È naturale.Il petrolio è sceso a 50 dollari al barile. Mezz’ora a passo d’uomo, un’ora, un’ora e un quarto un’ora e mezza… il traffico è bloccato in ogni punto della Insurgentes, il cielo è grigio e l’aria mefitica. Faccio un esercizio di yoga nella mia mente per evitare il panico e continuo a chiacchierare amabilmente con Eugenio. Un’ora e quaranta, un’ora e quarantacinque. Un’ora e cinquanta e compaiono gli edifici dell’Università. All’interno dell’edificio protetto da immense lastre di cristallo riprendo a respirare lentamente, la testa mi gira e fra un’ora debbo parlare. Alle cinque del pomeriggio l’anfiteatro comincia a riempirsi, vado in bagno, mi sparo cortisone nella garganta, entro, mi siedo. Il panico da asma si dirada, la voce viene fuori a fatica, tremula all’inizio poi più sicura. Parlo per un po’, poi inizia la discussione.

Stiamo vivendo l’agonia del capitalismo neoliberale, e nella fase che viene non c’è più spazio per la democrazia, non c’è più spazio per i diritti umani. Il capitalismo finanziario a questo stadio assume la faccia del crimine sistematico. Quel che accade in Messico, dove un pugno di grandi imprenditori controlla un esercito di narco-proletari salariati per seminare il terrore, è solo una variante di quel che accade in ogni altro luogo del mondo. Chi sono i cosiddetti Narcos, chi sono gli Zeta? Nient’altro che neoliberisti coerenti, neo-darwinisti sociali radicali.

Emerge dovunque un nuovo settore di produzione: produzione di terrore, produzione di violenza e di morte. Dai deserti della mezzaluna fertile alle montagne del Beluchistan, dal corno d’Africa alla Nigeria petrolifera, milioni di giovani si arruolano negli eserciti del necro-capitale. Daesh è una corporation globale che dà un salario di 450 dollari a disoccupati inglesi francesi austriaci egiziani e tunisini. E il cartello di Sinaloa come Los Zetas sono corporation che funzionano esattamente alla stessa maniera di Blackwater, o della FIAT. Sergio Marchionne fa lo stesso lavoro di Al Baghdadi e del Chapo Guzman.

Ni vivos ni muertos è il titolo di un libro di Federico Mastrogiovanni, un giornalista italiano che da molti anni vive in Messico. Il libro, che attualmente è in traduzione per DeriveApprodi, descrive i settori di intervento dell’impresa criminale, che non si limita più unicamente alla produzione e distribuzione di droghe, ma punta a investire nel settore dello shale gas: il Messico ha ingenti riserve di questo nuovo tipo di petrolio, e per poter sfruttare queste riserve occorre allontanare la popolazione da territori come il Tamaulipas. Decine di migliaia di donne sono costrette alla prostituzione, migliaia di uomini sono sequestrati per lavorare gratis in miniera.

Oltre agli schiavi, sequestrati obbligati a lavorare fino alla morte, ci sono diversi strati criminali. Si fa presto a dire narco, come se si trattasse di un mondo omogeneo, senza distinzioni interne. Difficile dire quanti siano i lavoratori del narco, quante decine o centinaia di migliaia siano impiegate a importare, raffinare, distribuire, esportare controllare. Quel che è certo è che ci sono i narco-proletari e i narco-profittatori.

I primi, abitanti dei quartieri poveri e autocostruiti, ex-operai e immigrati di diverse parti del Messico, discendenti di comunità indigene e in generale morenos. I secondi, imprenditori e politici della classe alta, in generale bianchi o gueros. Gli uni e gli altri sono armati, naturalmente, ma ben diversa è la vita che vivono i primi e quella che vivono i secondi. I narco-proletari debbono fare i conti con le azioni della polizia federale, della polizia statale, dell’esercito, della marina, infiltrati dal narco-capitale, ma talvolta imprevedibili. I narco-profittatori sono protetti da eserciti personali, e i loro rapporti di alleanza sono continuamente rinegoziati con le élites politiche e militari.

Il settimanale Proceso ha rivelato che la polizia federale è responsabile dell’aggressione contro i normalisti, ci sono registrazioni audio e video che lo provano. L’ondata di proteste è ripresa dopo le rivelazioni del Proceso. Questa onda di movimento delle città messicane, non diversamente dall’onda che attraversa le città nord americane, sembra determinata e inarrestabile, ma al tempo stesso priva di una direzione verso la quale andare. Una strategia realistica, un obiettivo unificante per il momento non si vedono.

A metà dicembre a New York cinquantamila persone hanno sfilato gridando I can’t breathe. Lo stesso è successo a Washington e in molte altre città americane. La supplica disperata di Eric Garner è diventata la parola d’ordine di un nuovo movimento, che pare consapevole del fatto che il pianeta è entrato nella fase finale dell’agonia.

In Messico, il rapporto di forza con il potere narco-liberista, è drammatico. Morir en Mexico, un libro di John Gibler, mostra che il potere narco-liberista è un pilastro essenziale del sistema finanziario globale e costituisce insieme al petrolio (Pemex è stata recentemente privatizzata e offre al ceto narco-finanziario un nuovo terreno di investimento) la principale fonte di reddito di questo paese. Il libro di Gibler fornisce informazioni impressionanti.

«Il governo federale messicano stima che i narco-trafficanti abbiano guadagnato più di 132 miliardi di dollari tra il 2006 e il 2010. Il capo più ricercato, el Chapo Guzman, è regolarmente nella lista dei miliardari pubblicata da Forbes. La prima volta che il suo nome apparve sulla lista che elenca i più ricchi finanzieri e capitani d’industria della terra, (il 2009) la rivista scrisse che la fonte della sua fortuna erano i trasporti».

La pubblicazione del nome di uno dei più efferati assassini del nostro tempo sulla rivista in cui compaiono i business leaders della terra è così eloquente che non occorre commentarla. Forbes dovrebbe introdurre una novità nelle sue pubblicazioni: accanto alla lista dei più ricchi potrebbe anche pubblicare una classifica delle migliaia di persone che ogni business leader ha ucciso, o fatto uccidere dai suoi salariati. La lettura del libro di Gibler è scoraggiante. Diversi giornalisti messicani intervistati spiegano benissimo che sul crimine è possibile informare solo in una maniera che non irriti troppo i narco-imprenditori.

«Non è necessario che qualcuno arrivi in redazione per minacciarti» - dice Javier Valdez Cardenas, giornalista e fondatore di Riodoce - «questa situazione in sé è una minaccia. È come se qualcuno ti puntasse continuamente una pistola alla tempia. I narco controllano gran parte del paese, controllano i governi e controllano le redazioni. Quando scrivi un articolo non pensi al tuo editore. Non pensi al tuo capo redattore. Non pensi al tuo lettore. Pensi al narco, se gli piacerà o se penserà che l’articolo sia un problema, e se magari sta pensando di sequestrarti».

Alla fine della discussione ho assistito a un rito che non mi aspettavo. Qualcuno, in mezzo al pubblico grida: Uno... e qualcuno gli risponde: Dos… poi molti dicono: Tres. Poi tutti urlano all’unisono CuatroCincoSeis… e così continua, in un crescendo che fa venire la pelle d’oca, fino a Quarantatrè, quando le voci di centinaia di persone bellissime, di intellettuali coltissimi, di ragazzi e ragazze, di maestri e maestre all’unisono cantano: Vivos se los llevaron vivos los queremos!

Cosa sta succedendo in Messico? Cosa sta succedendo negli Stati Uniti dove si prepara la dimostrazione nazionale a Washington contro i cimino razzisti della polizia? Forse la chiave di interpretazione sta nelle parole di una ragazza intervistata da una TV nordamericana la sera del 5 dicembre. Con un sorriso dolce e implacabile ha detto: «it’s not about black and white. It’s about life and death». È una questione di vita e di morte. È chiaro che la ribellione contro il razzismo è parte della rivolta, ma l’elemento più profondo è un altro.

È la consapevolezza del fatto che il potere finanziario sta tentando di ammazzarci tutti.Vogliono rendere invivibile la nostra vita, ci stanno spingendo al suicidio di massa. Sequestri collettivi per terrorizzare la popolazione in Tamaulipas, Guerrero. Terrore razzista nelle strade di New York e Los Angeles. Schiavismo per i giovani di Milano e di Madrid. Non è forse evidente che una vita di miseria e di paura, di umiliazione e di solitudine è peggio che la morte?

alfadomenica 28 settembre 2014

BIFO sulla MODERNITÀ - MONDO – MIGLIORE su NEW REALISM secondo TADDIO – SEMAFORO di CARBONE – RICETTA di CAPATTI *

MALINCHE E L'AUTOMA
Franco Berardi Bifo

La colonizzazione spagnola del Mesoamerica fu essenzialmente un processo di sottomissione culturale e simbolica. La “superiorità” dei colonizzatori stava essenzialmente nell’efficacia operativa delle loro produzioni tecniche. La colonizzazione distrusse l’ambiente culturale nel quale le comunità indigene avevano vissuto per secoli: la tecnologia alfabetica, il potere della parola scritta superarono devastarono e alla fine sostituirono le culture indigene.
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VERSO UN NUOVO REALISMO
Tiziana Migliore

Che ne è stato del “nuovo realismo”? L’epidemia di polemiche e consensi esplosa con il Manifesto (2012) di Maurizio Ferraris cede il posto, oggi, a una metabolizzazione intelligente. Secondo Ferraris costruttivismo e postmoderno, attraverso le tesi che “nulla esiste fuori dal testo” (Derrida) e che “non ci sono fatti, solo interpretazioni” (Nietzsche), hanno prodotto nel Novecento un “antirealismo professionale”.
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SEMAFORO di CARBONE

DECESSI - MUSICA/1 - MUSICA/2 - PERICOLO - PRECIPIZIO
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RICETTA DI CAPATTI - Gattò

Dal francese gateau è nato il gattò di patate e il gattò Santa Chiara, napoletani, e il gattò nuorese di mandorle, zucchero e miele.
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