Franco Beltrametti, sì, viaggiare

Marco Ambrosino

Franco Beltrametti ha passato la sua vita viaggiando, spinto da quel «Quand on aime il faut partir», scoperto e fatto suo leggendo un altro poeta nomade, anche lui di origini svizzere: Blaise Cendrars. Un nomadismo che non è semplice ricerca dell’altrove, ma costituisce la materia viva della sua scrittura, da sempre connessa alla sua predisposizione al viaggio. Le persone e i luoghi citati nei suoi testi non sono mai mere comparse, ma autentici protagonisti del suo scarno linguaggio. La sua poetica è una costante invasione della vita nella scrittura, tant’è che dalla sua opera è possibile ricostruire una mappa dei luoghi visitati e una lista delle persone incontrate. Il viaggio diventa così l’atto fondante del suo approdo alla scrittura (i primi viaggi coincidono coi primi testi), tanto da influenzarne pure lo stile e la tecnica creativa.

Viene spontaneo allora domandarsi: come si presenta la scrittura di un viaggiatore? Come scrive un poeta nomade? Il motto «First Try, Best Try» – paradigma della tecnica compositiva utilizzata negli anni Cinquanta da Jack Kerouac e Allen Ginsberg – non può che tornarci alla mente, parlando di Beltrametti; sì, perché se il viaggio sembra suggerirgli le immagini (sempre leggere e minime), i continui spostamenti sembrano dettargli il ritmo e il tempo d’esecuzione dei suoi componimenti. La scrittura diventa così sede ideale per la realizzazione di brevi e fulminee istantanee (talvolta con una tecnica di bricolage) il cui messaggio resta implicito, proprio come in una fotografia. È una tecnica di scrittura che ha la sua ragione d’esistenza nell’attimo, nella rapidità d’esecuzione e nell’economia di parole (lui stesso parlerà infatti di «poesia telegrammatica»): un linguaggio che ricorda molto, per brevità ed essenzialità, l’haiku di stampo zen.

Come ha detto giustamente Dario Villa, poeta suo amico, per Beltrametti «scrivere, dipingere, partire erano […] una cosa sola da eseguire fulmineamente: il testo, il viaggio, la pittura avevano senso se fatti in “tempo naturale”, alla velocità del gesto». L’autore ticinese (nato nel 1937 e morto nel 1995 a Locarno), infatti, ha sempre prediletto una scrittura al ritmo della vita, inseguendo un ideale poetico che, più che alla Neoavanguardia, strizza l’occhio alla nuova poesia americana: sarà infatti proprio l’incontro del 1965 a Kyoto con Gary Snyder, Cid Corman e Philip Whalen ad accendere la sua passione per la poesia.

Insomma, ripartire dal tema del viaggio – come già osservava nel 1979 Antonio Porta nelle pagine dedicate a Beltrametti nella sua antologia Poesia degli anni Settanta – significa provare a mescolarsi e a dialogare con l’orizzonte mentale di questo autore. Un’opzione di lettura che oggi si può facilmente seguire grazie alla bellissima antologia Il viaggio continua, curata da Anna Ruchat e pubblicata da l’Orma, che raccoglie una cospicua parte della produzione dello scrittore, fino a oggi rimasta in ombra e soprattutto poco accessibile, a causa della bassa tiratura e scarsa circolazione di tutte le sue opere pubblicate in vita.

Il volume non ha però solo il merito di riportare alla luce pubblicazioni editoriali tanto dimenticate quanto rappresentative dell’avanguardia letteraria di quel periodo. Oltre alla riproduzione anastatica di diversi libretti di poesia e dei due romanzi in prosa, all’interno dell’antologia si possono apprezzare anche pagine di veri e propri libri d’arte (penso soprattutto al volumetto scritto e illustrato a quattro mani con Joanne Kyger nel ’74, Trucks: Tracks, o all’edizione di Airmail Postcards del ’79) che, proprio per la loro semplicità e immediatezza, riescono a illustrare con più efficacia la poetica nomade di Beltrametti. Gli antologisti hanno cercato quindi di presentare il materiale in modo da non suggerire nessuna chiave interpretativa dei testi, che nascono senza la necessità di fornire una spiegazione teorica. È in quest’ottica di rispetto e incoraggiamento del gesto creativo che si spiega la decisione di non presentare nessun commento critico al testo.

L’antologia è però arricchita da tre interessanti prefazioni e un glossario in appendice. Le prefazioni, scritte da persone molto vicine a Beltrametti in vita (oltre a Ruchat, Giulia Niccolai e il poeta e traduttore tedesco Stefan Hyner), aiutano indubbiamente a dare forma al profilo artistico dell’autore, svelandone pure alcuni caratteri più squisitamente umani; il glossario, invece, svolge una funzione più informativa, che risulta necessaria a comprendere i numerosi riferimenti ad personam, che riempiono le pagine di Beltrametti e che, in qualche modo, ne determinano la sua originalità. Al volume è infine allegato un dvd che contiene quattro filmati, tutti ideati e realizzati da Claudio Tettamanti tra il ’92 e il ’95. Dotati di un linguaggio più evocativo e meno concettuale, questi filmati ci permettono di approfondire ulteriormente la natura eclettica della sua scrittura: se la prima intervista fornisce altri spunti di riflessione sulla sua poetica, gli altri tre filmati ci catapultano invece nella sua officina artistica e nel suo tessuto sociale, facendoci incontrare, oltre ai suoi amici di sempre, la leggerezza e la spontaneità delle sue ultime performances. Per quanto inusuale all’interno di un’antologia, il dvd diventa così un supporto tecnologico prezioso per lo studio, capace di testimoniare visivamente quella simbiosi di vita e scrittura che ha sempre caratterizzato la scrittura di Beltrametti.

Siamo dunque di fronte a un contributo molto importante che, se da un lato premia l’ottimo lavoro svolto fino a oggi dalla Fondazione Franco Beltrametti, dall’altro sottolinea come i tempi siano maturi per tornare a occuparsi di un autore rimasto per troppo tempo sui sempre più rari scaffali degli intenditori di poesia. È un libro che era necessario e che permette una volta per tutte di (ri)aprire un discorso critico solido su Beltrametti e il suo percorso artistico che, di fatto, non sembra mai essersi arrestato. Davvero, il viaggio continua.

Franco Beltrametti

Il viaggio continua. Opere scelte 1970-1995

a cura di Anna Ruchat con la collaborazione di Pietro Giovannoli e Stefano Stoja, prefazione di Giulia Niccolai, con un contributo di Stefano Hyner

fuoriformato L’orma, 2018, 544 pp. con un cd, € 45

è possibile acquistare questo libro in tutte le librerie o su Ibs.it.

alfadomenica #3 marzo 2016

Su alfadomenica di oggi

  • Franco Beltrametti, parole in transito - Prosegue, per l’alacre spinta di Anna Ruchat che presiede a Riva San Vitale la Fondazione a lui intitolata), la riscoperta di Franco Beltrametti (1937-1995): personaggio sino a questo momento defilato ma di grande suggestione, e in molti sensi tipico, di quell’«arcipelago di poeti» che, alla conclusione dei lavori del Gruppo 63, dispersero le loro vite-opera in una raggiera di direzioni diverse. Leggi >
  • Una poesia / 14 Alessandra Cava - entra, questa è la campagna, si dice, qui intorno, si dice, c’era tutta campagna, si dice, una volta, anche, procedendo necessariamente per tornanti, scomparendo dentro i punti all’orizzonte, era tutta sconfinata: tutta questa sconfinata, scontornata, ripristinata campagna puoi tu adesso viaggiarla, abbassando lo sguardo quando campagna non è, incantandoti quando all’improvviso, proprio davanti ai tuoi occhi: guarda, dunque, un po’ di verdura, azzurra, naturale, un po’ lontana. Leggi >
  • Semaforo - Coincidenza - Emozione - Zeigeist - Leggi >

Franco Beltrametti, parole in transito

Franco Beltrametti con Adriano Spatola e Giulia NiccolaiProsegue, per l’alacre spinta di Anna Ruchat che presiede a Riva San Vitale la Fondazione a lui intitolata), la riscoperta di Franco Beltrametti (1937-1995): personaggio sino a questo momento defilato ma di grande suggestione, e in molti sensi tipico, di quell’«arcipelago di poeti» che, alla conclusione dei lavori del Gruppo 63, dispersero le loro vite-opera in una raggiera di direzioni diverse. Tanto in senso estetico che, propriamente, geografico. E proprio l’attrazione di Beltrametti per l’Altrove tradizionalmente rappresentato dall’Oriente è al centro tanto della mostra in corso alla Biblioteca cantonale di Bellinzona, a lui dedicata nel ventennale della scomparsa, che delle pubblicazioni che la accompagnano (entrambe proposte dalle locali edizioni Sottoscala: ed.sottoscala@bluewin.ch): soprattutto del bellissimo taccuino di viaggio Transiberiano, nel quale con parole e disegni si racconta il viaggio in treno che nel 1965 portò il 27enne Beltrametti da Venezia al Giappone; ma anche della breve Autobiografia in 10.000 parole commissionatagli nel 1990 dalla Contemporary Authors Autobiography Series. Per la cortesia della Fondazione e dell’editore Sottoscala, presentiamo qui le prefazioni ai due testi, a firma rispettivamente di Stefano Stoja e Giulia Niccolai.

A.C.

Franco Beltrametti

Il Transiberiano

Sottoscala, 2016, 94 pp., € 25

Autobiografia in 10.000 parole

Sottoscala, 2016, 80 pp., € 25

La musa leggera. Le parole di Franco Beltrametti

a cura della Fondazione Beltrametti

Bellinzona, Biblioteca cantonale, 12 febbraio-23 marzo 2016

Taccuino Transiberiano_page_43_verso_44«Ieri un bambino è nato sul treno»

La Transiberiana di Franco Beltrametti

Stefano Stoja

Ci sono a mio avviso poche frasi, o forse nessuna, più felici di questa, figlia di Franco Beltrametti, che suggeriscano la sensazione d’interminabilità del più lungo viaggio in treno che si possa fare sul nostro pianeta, ovvero da Mosca a Vladivostok; si può provare a dire che il tracciato ferroviario è lungo 9.289 chilometri, ma è una distanza di un ordine di grandezza senza alcun riferimento nella vita quotidiana: all’atto pratico, non ci si possono consumare le suole delle scarpe né farsene indurire i polpacci; si potrebbe dire che nel suo percorso il treno attraversa sette fusi orari, ma anche questo dato non fa parte dei problemi quotidiani di gente della Vecchia Europa e non aiuta granché; oppure che la Transiberiana è lunga quasi un quarto di equatore, e finalmente s’affaccia una immagine più familiare, qualcosa la cui rappresentazione possiamo toccare con mano su un comune atlante geografico; ma quanti di noi hanno mai percorso davvero l’equatore, e di conseguenza sanno di prima mano quanto dura un quarto di esso? Provo un approccio più da sociologo: la Transiberiana è talmente lunga che il carattere transitorio del viaggio, il suo essere moto-per-luogo, svanisce insieme col ricordo del punto di partenza e la speranza di quello di arrivo, e diventa uno stato-di-moto permanente, che batte e ribatte nella testa al ritmo dello sferragliare delle ruote: non-scendi-più, tutùm tutùm, non-scendi-più; mah!... Nossignore; funziona molto meglio: la Transiberiana è talmente lunga che può accadere che sul treno nasca un bambino.

Sul suo viaggio sulla Transiberiana, Franco Beltrametti ci ha lasciato un poemetto di quattordici stanze in metro libero, Il Transiberiano, e una buona quantità di appunti di viaggio e materiali di riferimento dispersi su una vasta superficie letteraria, che vanno dall’Autobiografia compilata nel 1990 e pubblicata l’anno successivo da Gale Research Inc., ai quaderni densi di citazioni degli autori che frequentava all’epoca, agli appunti di viaggio veri e propri annotati su un taccuino dalla copertina rossa, alla stesura del poemetto, a un paragrafo del suo primo testo narrativo, Nadamas, pubblicato da Geiger nel 1971; è dunque, la mia, la semplice esposizione di tutto questo materiale, ordinato cronologicamente: essa è la storia di un presente, ovvero il viaggio, che si fa ricordo già nel momento in cui Beltrametti ne prende appunti sul suo taccuino; e fin quasi dal momento in cui esso termina, comincia a distillarsi in poesia, che assume la sua forma definitiva tre anni più tardi; infine, è molto dopo, ventitré anni dopo, che riaffiora tra le righe dell’autobiografia di Beltrametti, con una connotazione, com’è ovvio, a tratti mitizzata, ove figurano ulteriori «ricordi» di cui non c’è traccia negli appunti contemporanei al viaggio, o persino sovvertimenti completi di fatti riportati nel taccuino.

Le annotazioni sul diario relative ai giorni immediatamente precedenti la sua partenza forniscono indizi abbastanza precisi sullo scopo del viaggio. Beltrametti mette in valigia un ciottolo del Mediterraneo, «per ricordarti da dove vieni», gli dice la madre del suo amico Giancarlo Zappa, che glielo dona insieme a un Vangelo; una scultura «da tasca» di alabastro di Volterra e un disegno del «cavaliere nella Toscana bruciata», entrambi donatigli da Raffaello Benazzi, che nella dedica del disegno dà appuntamento a Pisa a Beltrametti, per quando sarà tornato dal viaggio. Sono dunque tutti amuleti che ne auspicano il ritorno, legandolo alla cultura del Mediterraneo. Tutto il materiale testuale che documenta questo momento della vita di Beltrametti sembra a mio avviso puntare più che sull’esperienza del viaggio in se stessa (che comunque costituì sempre una cifra essenziale della sua vita) sullo scopo di esso: il Giappone; nell’Autobiografia, infatti, egli, riferendosi al suo stato d’animo nelle settimane precedenti l’inizio del viaggio, usa l’espressione inglese drive to see Japan, «impulso impellente di visitare il Giappone». Un’altra sottolineatura di quest’aspetto si trova nelle ultime pagine di diario, cui egli affida la cronaca dei suoi primi due giorni in Giappone: esse sono ricche e molto più articolate nei particolari di quanto lo siano quelle dell’intero viaggio: attività, escursioni, i cinque sensi letteralmente subissati di colori, suoni, sapori, aria e cultura giapponesi; addirittura, la trama completa e giudizi entusiastici di taglio spiritualista di un dramma Nôh della durata di quattro ore!

Franco Beltrametti e la sua compagna Judy Danciger partono in treno da Como il pomeriggio del 30 aprile 1965; si fermano insieme a Venezia per i quattro giorni successivi, poi Judy prende il treno che la porterà a Ginevra, mentre Franco sale su quello per Vienna. Lo stesso giorno, 4 maggio, vi arriva; il 5 visita il Kunsthistorisches Museum e riparte per Mosca, via Cecoslovacchia e Polonia. Giuntovi il 6, alloggia all’hotel Berlin, trova la città pavesata a festa per il ventennale della conquista di Berlino (conserva in un quaderno d’appunti la foto di alcune ragazze in costume tradizionale che ballano per strada, su un ritaglio della «Revue de Moscou»), e nei successivi tre giorni, fra l’altro, rende omaggio alla tomba di Majakovskij e visita la Galleria Tret’jakov; il 9 prende il Transiberiano dalla stazione Jaroslavskij, destinazione Nakhodka. Dalla data della partenza le sue annotazioni s’infittiscono di dettagli, e ci consegnano una cronaca molto vivace di ciò che nel 1965 poteva accadere a un passeggero lungo quei novemila e più chilometri di acciaio e traversine. C’è tutto: i momenti di allegria conviviale e alcoolica con i compagni di scompartimento, le partite a scacchi e a dama, i canti, i giochi dei bambini, i grandi fiumi e le catene montuose, le conversazioni un po’ a segni e disegni un po’ in tedesco o francese, le soste in stazioni polverose e assolate, il disgelo primaverile che erompe a macchia di leopardo lungo tutto il tragitto, i pacchetti di sigarette che vanno in fumo uno dopo l’altro, i venditori ambulanti, le donne-controllore che ogni tanto si trasformano in cameriere e inservienti e servono il tè, i momenti di studio del giapponese, la lettura di Fenollosa. Una cosa che sicuramente si può dire oggi di questa messe di appunti, è che fanno venire la voglia di viaggiare, o quantomeno di prendere in mano un atlante e ripercorrere idealmente un itinerario ormai irrimediabilmente perso nel passato, così come i personaggi che lo popolarono: che fine avranno fatto Simon il baleniere con lo spropositato coltello nella valigetta, o l’ufficiale Gatto Grigio che distribuiva le sue decorazioni di guerra ai bambini, o la capotreno Valja, che su un foglio del taccuino di viaggio scrisse in russo il suo indirizzo di Mosca?, e la banda suonerà ancora nel tardo pomeriggio al parco di Khabarovsk, e ci saranno ancora le bancarelle della frutta nelle stazioncine nel bel mezzo del nulla? Trovo molto bello che grazie agli appunti di viaggio di Franco Beltrametti, noi oggi, a cinquant’anni di distanza, si possa continuare a immaginare senza sosta gli innumerevoli finali di queste storie.

Estetico, etico, zen

Giulia Niccolai

Nato nel 1937, Franco Beltrametti scrisse questa Autobiografia in 10.000 parole per la Contemporary Authors Autobiography Series, nel 1990, quando aveva 53 anni, 26 anni fa.

53 anni di età e 26 anni fa sono due «tempi» della massima importanza, per lo meno dal mio punto di vista che ne ho appena compiuti 81.

Il mondo che Franco ci racconta non è più riconoscibile, sembra non sia mai esistito: con una laurea in architettura, la buona conoscenza di quattro lingue, una gran voglia di avventura, di viaggi e di mondo, Franco trovava lavoro ovunque, senza alcuna apparente difficoltà: Tokio, Pasadena, Parigi, ecc.

Non c’è ragione di non credergli, ma oggi questa facilità, questo senso di libertà, e di movimento non esistono più. Siamo bloccati. Siamo tutti in prigione, o quasi.

C’è però da notare che a 53 anni, quando Franco scrisse queste sue 20 pagine, egli continuava ad avere uno spirito da ragazzo, come se la vita non l’avesse ancora domato.

Per quanto mi riguarda, ricordo di essermi sentita libera e irresponsabile solo fino ai 35 anni, poi, è come se tutto fosse divenuto più faticoso, più dovere che gioco: c’erano sempre bollette da pagare, non riuscivo a stare dietro ogni cosa, un generico senso di stanchezza e disillusione.

Senza che me ne fossi resa conto, 53 e 35 sono anagrammati, meglio così: cicale entrambi, lui e io, lui lo è rimasto e io mi sono tramutata in formica, addirittura prendendo i voti di monaca buddista nel 1990, lo stesso anno in cui lui scrisse l’autobiografia.

Franco aveva solo 58 anni quando è mancato. Ho avuto altri grandi amici, soprattutto tra artisti e poeti, che ci hanno lasciato presto, e per ognuno è come se il destino avesse dato loro in cambio, la possibilità di sentirsi quasi adolescenti fino all’ultimo.

Per concludere, questa autobiografia ha a che fare con situazioni sempre ottimali, facili da raggiungere, con fluidità priva di inciampi e ripensamenti, con soddisfazioni e mai con problemi, perché il mondo era diverso, e perché Franco rimaneva ragazzo.

Anche il limite delle 10.000 parole potrà essergli stato d’aiuto per dimenticare ogni possibile difficoltà, ma qui, di seguito, riprendo la sua descrizione di come costruì, nel 1974, una casa di legno accanto alla proprietà e alla casa di Gary Snyder, nelle montagne sopra Nevada City.

«Aiutai Snyder a costruire un capannone per il garage e un pergolato, imparando così le nozioni fondamentali di falegnameria; Gary è una persona molto abile e concreta. Poi mi misi a lavorare con una squadra di falegnami del luogo finché mi sentii di costruire da solo, superando i miei blocchi psicologici verso le faccende pratiche. Con Chuck costruimmo una leggera struttura di nove travi, con ampie tettoie e un lungo lucernaio sopra la trave maestra: sembra un uccello pronto a volar via, ancora lì, con tutte le aggiunte costruite in seguito da Judy. I bulloni, fatti di calchi di sabbia, li avevamo recuperati nel canalone di una miniera d’oro in disuso nelle Sierre superiori».

Compare Stevenson per un attimo e scompaiono tutte le grane di acqua, fogne, stabilità, peso della neve invernale ecc. ecc.

Descrivendo Franco anche Anna Ruchat ha scritto: «La felicità della corsa di lui, che guarda indietro soltanto per accelerare».

Se è così, va subito aggiunto che era anche una sorta di asceta, si accontentava, ed era un gran signore nel non chiedere aiuto agli amici. Non chiedeva mai soldi, si limitava a fare un bel po’ di telefonate (non c’erano ancora i cellulari), quando era ospite dall’uno o dall’altro. Tutti gli amici si raccontavano, ridendo, questa sua piccola debolezza, che gli serviva per pianificare le giornate successive. Così è anche come se la sua poesia fosse una sorta di diario di bordo, una lunga serie di appunti su pensieri, immagini, amici, situazioni, di una vita che Franco aveva deciso: sarebbe stata bella e libera. Si tratta sempre di testi spontanei e veri, di un essere che conosce ed è sempre in contatto con se stesso, se addirittura un solo mese prima di morire, e senza essere malato, scrisse questo testo profetico:

quand un type comme moi

publie un livre plus épais

d’un centimètre ça peut

signifier: la fin

devant les yeux

8-9/ VII/ 95

Un giorno degli anni Ottanta, in pellegrinaggio a Venezia, per visitare con l’amica architetto, Daniela Ronconi, le opere di Carlo Scarpa, le confessò che se avesse conosciuto Scarpa da giovane, non avrebbe mai abbandonato l’architettura.

Questo episodio spiega l’assoluto valore del suo senso estetico, così puro, giapponese e dunque anche etico e Zen – che gli aveva impedito di fare l’architetto, progettando case e cose nelle quali non credeva – convincendolo piuttosto a scegliere una vita da nomade che l’avrebbe costretto a fare ogni giorno, i conti con un se stesso, poeta.

Questo, mi pare un punto di partenza della massima importanza, che dà un particolare senso a tutta la sua vita, spiegandone forse anche l’esagerato ottimismo.

Diversi poeti amano molto i suoi versi e il suo essere stato così come è stato: lieve, spiritoso, bohéme e signore. E, non a caso, Franco continua a mancare a noi tutti.

Milano, gennaio 2016

alfadomenica #7 settembre 2014

CORTELLESSA GRASSO NICCOLAI e PULCE su BELTRAMETTI SANDRI – FESTIVAL della COMUNICAZIONE - SEMAFORO – RICETTA **

ARCIPELAGO DEI POETI
Uno speciale su Franco Beltrametti e Giovanna Sandri a cura di Andrea Cortellessa con testi di Elio Grasso Giulia Niccolai e Graziella Pulce

Ricomincia oggi, dopo la pausa estiva, la programmazione di alfadomenica. Lo speciale sulla poesia che proponiamo è in occasione del nuovo festival Poetitaly, ideato da Simone Carella con la collaborazione di Gilda Policastro e Lidia Riviello. Due autori che per una serie di motivi sono del tutto dimenticati dalla nostra cultura, cioè dalla nostra memoria collettiva di lettori: Giovanna Sandri (Roma 1923-2002) e Franco Beltrametti (Locarno 1937-1995). Tanto dimenticati che, pressoché in contemporanea, la loro opera ci viene ora restituita da libri che non sono stati pubblicati da un’editoria, la nostra, dedita evidentemente a tutt’altre priorità. Non è la prima volta che tocca rimarcare, non senza disdoro, questo segno piuttosto preciso.  Continua a leggere> - Vai allo Speciale completo>

FESTIVAL DELLA COMUNICAZIONE
Camogli 12 - 14 Settembre 2014

Da venerdì 12 a domenica 14 settembre il borgo marinaro di Camogli, in Liguria, ospita la prima edizione del Festival della Comunicazione, manifestazione ideata e diretta da Rosangela Bonsignorio e Danco Singer. Primo festival in Italia dedicato alla comunicazione: tre giornate con circa 70eventigratuiti tra conferenze, workshop, spettacoli, escursioni, mostre. Oltre 60 gli ospiti, tra giornalisti, blogger, social media editor, economisti, scrittori, filosofi, semiologi, scienziati ed esperti di pubblicità e comunicazione. Sguardi diversi per fare un punto su come cambieranno nei prossimi anni la trasmissione dei saperi, la formazione, i media, il marketing, il nostro modo di relazionarci con gli altri.
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IL SEMAFORO di MARIA TERESA CARBONE

Le parole del Semaforo: Futuro - Rivoluzione - Semplicismo - Speculatori - Vaticano Continua a leggere >

LA RICETTA di ALBERTO CAPATTI

Era il caffè mischiato con uno o più tuorli d’uova, e lo si serviva al mattino. Lasciava un gusto cremoso in bocca e dava vigore per affrontare la giornata, sicché la cameriera lo portava a letto al padrone o alla padrona, subito dopo il risveglio.
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*alfadomenica è la rubrica settimanale di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

 

Franco Beltrametti, con le armi del sogno

Giulia Niccolai

Zweiter Traum, Secondo sogno, è il titolo dell’antologia delle poesie di Franco Beltrametti (svizzero-ticinese) in italiano, francese, inglese con testo a fronte in tedesco, pubblicata quest’anno dalla casa editrice Limmat di Zurigo a cura di Roger Perret, con testi di Stefan Hyner e Anna Ruchat, traduzione di Stefan Hyner.

In copertina un disegno di Franco, una grande I maiuscola fatta col pennello, un po’ sghemba e nera, di una quindicina di centimetri, seguita da una o minuscola verde-azzurra di otto centimetri, sotto la quale la sua calligrafia con la Bic ha aggiunto le parole «sempre cercando». Dunque, il secondo sogno di Beltrametti consiste in un «Io» che sta «sempre cercando».

Sempre cercando cosa? Una spiegazione convincente della vita, che per lui sarebbe stato il Primo sogno, una ragionevole spiegazione al fatto di essere al mondo? È probabile. Nel senso che, laureatosi in architettura a Zurigo, non praticò mai quella professione – ma si costruì manualmente una casa di legno nella Sierra californiana; fu un nomade, un viaggiatore (mai un turista). Spatola e io lo conoscemmo a Roma nel ’68, quando sia noi che lui, con sua moglie Judith e il figlio Giona di un anno, abitavamo a Trastevere. Ma da lì si spostò presto per andare nel Belice, dopo il terremoto, dove rimase per più di un anno con la speranza di venire interpellato (quale architetto), per aiutare nella ricostruzione dei paesi danneggiati. Lui e parecchi altri – che sarebbero divenuti suoi grandi amici – rimasero fermi nelle baraccopoli finché non si resero conto che il loro era stato un sogno da bambini – malgrado i risultati ottenuti nel tempo, in Sicilia, dal lavoro di Danilo Dolci, che era ciò che li aveva convinti a tentare. Da quel soggiorno uscirono le poesie di Un altro terremoto (Geiger, Torino, 1971).

Sto parlando della sua vita perché per lui, come per nessun’altro, vita e poesia sono state la stessa identica cosa, essendo la seconda il diario della prima: impressioni di questo e di quello, racconti di amici e poeti sparsi per il mondo (Gary Snyder, Cid Corman, Philip Whalen, Julien Blaine, Adriano Spatola, Corrado Costa, Dario Villa ecc.), pensieri, umorismo, dichiarazioni di sconfitta sempre però narrati oggettivamente, presi in considerazione senza perdere la testa o compiangersi, fino ad arrivare ad alcuni ultimi testi decisamente profetici come per assicurarci che, avendo passato il tempo cercando fuori di sé, la poesia gli avesse fatto fare anche molta strada per raggiungere l’essenza interiore di se stesso:

quand un type comme moi
publie un livre plus épais
d’un centimètre ça peut
signifier: la fin
devant les yeux

8-9/ VII/ 95

Franco morì nell’agosto di quello stesso anno, inaspettatamente, senza che una malattia avesse potuto farlo prevedere. Sfortunatamente la poesia umoristica dal titolo Secondo sogno è troppo lunga perché io possa citarla tutta, ne copierò l’ultima parte, per confermare quanto ho appena scritto:

[…]
Per te architetto
anche un lavoro: case
per cavatori e lizzatori
di Colonnata
e in pineta
una rivendita di sale, olive,
vino e Nazionali.
Ma prima
dobbiamo con ogni mezzo
convincere i romani
che quanto vogliono fare
è illusione.

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Franco Beltrametti, Airmail Postcards 1979 - Vehicle Editions, USA

A questo punto anche noi siamo convinti che il «cammino della poesia» fosse il più adatto per Franco, e non possiamo dimenticare anche quanto abbia fatto per far conoscere tra loro (traducendoli), molti poeti delle più diverse nazionalità, molti suoi amici che sarebbero divenuti amici di altri suoi amici.

Nel parlare di questa antologia di Franco, a un convegno tenutosi a Chiasso ai primi di maggio del ’14, Roger Perret dichiarò di essersi già occupato di altri tre autori-viaggiatori che si collocano ai margini della letteratura ufficiale svizzera, per il suo interesse al loro plurilinguismo e al loro rapporto scanzonato – ma al contempo valido e significativo – nei confronti della vita e del loro paese. Questi tre compagni di viaggio di Beltrametti, questi tre Dharma Bums europei (anzi svizzeri), sono Nicolas Bouvier, Annemarie Schwartzenbach e Sonia Sekula. E il plurilinguismo di un paese plurilingue per eccellenza come la Svizzera, non può che essere stato uno strumento duttile, meravigliosamente utile per dei giovani avventurosi, affamati di mondo. È inevitabile che ognuno di loro fosse tendenzialmente trasgressivo, abbia avuto orrore, o meglio terrore della banalità, sia stato un artista e come tale, incapace di assoggettarsi al tran-tran quotidiano di un lavoro con obbligo di cartellino.

Cinque case in sei mesi, del ’64, ’65, chiarisce una volta per tutte questa fobia di Franco:

I

Cinque case in sei mesi:
quando ero al Bellevue
d’autunno
al mattino
andando a lavorare
incrociavo tram e folla affrettata.

II

Quando ero alla Weite Gasse
al mattino
andando a lavorare
incrociavo il vecchio che ripara
macchine da scrivere usate
e il veneziano che prepara
falsi mobili antichi appenzellesi
per l’antiquario rumeno detto il Gesi.

Sfortunatamente anche questo testo è troppo lungo perché io possa citarlo tutto, ma già da queste due strofe appare l’escalation di assurdità che Franco prova per la sua condizione di impiegato, otto ore al giorno. Tram e folla affrettata è la risposta alla domanda che può farsi qualcuno che si senta assolutamente estraneo: ma dove vanno tutti questi qui, a quest’ora? Mentre il vecchio che ripara macchine da scrivere usate è una situazione perdente, senza futuro, l’artigiano veneziano che costruisce finti mobili dell’Appenzell per un antiquario rumeno è un accostamento demenziale, troppo stravagante per dare un ragionevole senso di realtà al falso cosmopolitismo di un business campato per aria. Scontata la fine di tutti questi tentativi di buona volontà, ecco la quinta e ultima strofa:

V

Il mese dopo, fine aprile, ripassai le montagne
verso sud.

Certo che parlare di queste cose ora che i giovani non trovano più lavoro, mi fa sentire a disagio, come se fossi incapace di rendermi conto della situazione. Allora, ’64 e ’65, erano anni di boom, malgrado la facilità dei movimenti e della sopravvivenza, molti erano comunque sofferenti. Ciò non è assurdo né riprovevole. Succede.

Infatti sto tentando di ripercorrere, con le sue stesse parole, il senso di alienazione che Franco sicuramente provò in quegli anni dopo la laurea in architettura, che gli apparve inutile, inservibile, e tutti i passi successivi, uno dopo l’altro, che si ritrovò a fare per potersi di nuovo sentire incentivato. Anni di più tardi, già nel duemila e qualcosa, venni a sapere da Daniela Ronconi, lei stessa architetto, che Franco le aveva confessato che se avesse conosciuto da giovane il lavoro di Carlo Scarpa, non avrebbe mai abbandonato l’architettura. Dunque Franco (che già conosceva il Giappone), cercava quel massimo di eleganza nel massimo di semplicità che sono il marchio della spiritualità giapponese e dell’estetica di Carlo Scarpa. Ma negli anni del boom l’architettura andava in tutt’altra direzione, smargiassa e compiaciuta. Franco era invece innamorato della «perfezione» della semplicità. Lo testimonia anche la sua amicizia con Giovanni d’Agostino, un pittore poco conosciuto ma straordinariamente puro e Zen, e tutte le attività e performances che i due fecero assieme.

QUESTE RIGHE

ho passato
il pomeriggio
a perfezionare
queste righe

21/X/85

Ho già descritto la copertina di Secondo sogno, un suo esercizio di calligrafia giapponese con un pennello e un tratto velocissimo che non permette al ragionamento e alla logica di intervenire sul risultato. Portò sempre avanti con la poesia lineare una sua attività pittorica e visiva con mostre in gallerie. Lavorò con carta di riso tibetana, fece schizzi di paesaggi, piccole mappe, ebbe una passione per le A che indicano la posta prioritaria svizzera, forse perché sapeva che la vocale A è considerata sacra nella lingua sanscrita. Una sua bella O color fucsia gocciolante è l’immagine centrale di un suo testo a matita: «il monologo è un dialogo col silenzio», 8/XII/94.

Fu il solo poeta della sua generazione a dedicare a donne poetesse una cartella di immagini e testo dal titolo 13 portraits de trobairitz, del 1991. Vorrei ora citare l’ultima parte della prima poesia del volume, scritta a Mikonos, il 6 ottobre 1963.

[…]
Jacques cucina stasera
ora esco per la Rezina
10 minuti solo di strada
fino alla bottega Alla Marina
dove il vento fischia
ancora più freddo
ancora più forte.

Franco Beltrametti_archipelago of the mind 1995 (419x600)
Franco Beltrametti, Toshima Archipelago of the minf: «poets islands», 20/VII/1995 - da Zweiter Traum. Secondo sogno

Non posso non avvertire un certo snobismo e compiacimento in quel termine greco di Rezina per indicare il vino. Scrivere Rezina lo avrà fatto sentire conoscitore della Grecia, abbastanza a casa propria, a suo agio in quella realtà, non un estraneo (come invece si sentì con i tram e la folla, andando al lavoro la mattina presto, a Zurigo). Sempre per la Rezina, avrebbe potuto sentirsi bene nella propria pelle, pronto, ben disposto ad accettare l’avventura di quel vento che fischia ancora più freddo, ancora più forte.

Per poter crescere e maturare, Franco doveva sentire come propria la durata di tempo che la vita gli offriva. Quel tempo doveva essere suo, non doveva essere tempo venduto.

HANASHI
for Cid Corman & Kim Lawrence
23/5/67

hard to say what’s the point
life & all of it
work done & not
days & nights, faces
years & places –
more stars in us
than in this
starry
sky
!

Anche in questa sua non facile scelta, egli si comportò con grande correttezza e coerenza. Sicuramente saltò dei pasti, sicuramente telefonava usando i telefoni degli amici, ma fu anche sicuramente «per natura» ascetico, senza mai lamentarsi o fare richieste eccessive e imbarazzanti.

Cosa scrive Franco della poesia? Su questo argomento l’antologia contiene brevi testi, elaborati come poesia concreta, ma anche in contraddizione tra loro. Comunque rivelatori del suo pensiero:

è impossibile sapere cos’è la poesia
impossibile sapere cos’è la poesia
é sapere cos’è la poesia
è impossibile cos’è la poesia
è impossibile sapere la poesia
è impossibile sapere cos’è poesia
è impossibile sapere cos’è la
è impossibile sapere cos’è la poesia

10/VII/86

Questo esercizio di togliere e levare in una serie di punti diversi le parole, crea un aspetto di poesia concreta all’interno del testo, composto dal vuoto della terza riga che poi scende in diagonale fino all’ottava. Alla fine, è questo vuoto a darci la conferma visiva del concetto e a rendere il tutto valido.

…) qualsiasi cosa che) (non sembra
poesia (nella mia poesia) (è poesia

10/V/89

Molto frequenti nei testi di Franco le parentesi che si aprono e si chiudono senza una logica sintattica. Egli le usa come sospensione, come per far capire che il testo scritto è la conclusione di un lungo e complesso non-detto.

poetry is not a part-time job
poetry is not part-time
poetry is not a
poetry is not
poetry is
poetry

5/VI/95

Qui abbiamo una seconda elaborazione di poesia concreta che permette all’autore di traghettare anche visivamente da una negazione a una asserzione. Del testo Nella taverna scura della nostra nascita, 29/3/73, riporto solo i versi di chiusura, quelli da me già definiti «contradditori» con quanto ho già riportato a proposito della poesia:

Tiro una tangente
che forse mi porterà via: della
mia poesia diranno: lampante.
Solo io non avrò capito
nemmeno quella.

Col suo amore per il Giappone, dove andò giovanissimo, Franco si interessò intellettualmente anche di Buddhismo. Mantenne sempre contatti con il noto poeta americano Cid Corman che viveva da anni a Kyoto campando con una gelateria. Più tardi un altro suo amico, il poeta Philip Whalen, venne ordinato monaco Zen in California. Nella biblioteca di Franco a Riva San Vitale sul lago di Lugano vi sono parecchi testi sul Buddhismo, ma quando un giorno del 1990 gli dissi che ero stata ordinata monaca del Buddhismo Tibetano Mahayana, Franco rimase incredulo.

Ma come? – disse – pensavo che anche per te la poesia fosse una ragione di vita!
Ragione di vita, no – risposi. La scrittura mi ha dato una centratura, questo sì, ma non mi ha dato la felicità.
La felicità? ripeté lui ancora più sbalordito.
Beh, sì, confermai io sentendomi cretina. Confesso di averla sempre cercata…
(E infatti c’è! Se uno è disposto a rinunciare al mondo. Nel mio caso non si è trattato di una scelta. È tutto capitato al di sopra della mia volontà e del mio controllo. Diciamo, come un frutto maturo che casca dall’albero.)

Franco Beltrametti, Mappa, Kyoto
Franco Beltrametti, Mappa, Kyoto, 31/V/1966 - da Zweiter Traum. Secondo sogno

Il padre di Franco era ferroviere, e così il nonno. A quei tempi il Ticino era un cantone molto povero e il nonno emigrò negli Stati Uniti. Lavorò alla stazione di San Luis Obispo (in California), che Franco, in uno dei suoi tanti viaggi e lunghi soggiorni americani, andò a visitare e dove scrisse (in inglese), questa poesia non datata, dedicandola al padre, Gion:

first morning coffee
people talk of that L.A. bum
who refused a 90,000 $ win
saying he didn’t want
that kind of shit – I often go
to the railway station

to see rare trains
high palms & listen

Mi sento in dovere di tradurre in italiano questo testo che diventa una sorta di dichiarazione trasversale – della massima importanza – al padre, alla classe sociale della famiglia, sulle ragioni, anche ideologiche, delle scelte fatte da Franco, che molto probabilmente, a suo tempo, avevano deluso i genitori.

primo caffè della mattina
le persone parlano di quel barbone di L.A.
che rifiutò una vincita di 90.000 $
dicendo che non voleva
quella sorta di merda – vado spesso
alla stazione ferroviaria
per vedere i treni speciali
le alte palme e per ascoltare

Ho già detto che Franco si costruì una casa di legno nella Sierra Californiana, vicino a quella di Gary Snyder, dove visse con Judy e con il figlio per brevi periodi e dove invece visse a lungo Judy quando lei e Franco si separarono. Ma Franco percorse gli Stati Uniti from Coast to Coast in diverse occasioni, con James Koller, dopo che i due erano riusciti a organizzarsi letture e lezioni di poesia nella numerose università di tutto il territorio. Così, sia il Giappone che gli Stati Uniti furono una seconda patria per lui, molto Beat generation come tendenza, ma con la lunga storia europea alle spalle. Come per molti ticinesi di lingua italiana, l’Italia fu quasi la prima patria. Un richiamo fortissimo, sempre.

Vorrei citare una sua poesia dedicata ad Adriano Spatola, per avere io l’ultima parola…

Wu Tao Tzu scomparve
nel paesaggio da lui
dipinto) (certe armi
dell’arte sono
segrete

20/I/ 83
Franco Beltrametti
per Adriano Spatola

Queste non sono armi dell’arte, Franco,
sono potenti armi spirituali.

18/VII/14
Giulia Niccolai
per Franco Beltrametti

 luglio 2014

 

Una poesia atmosferica

Elio Grasso

Franco ritorna, questa volta, da Zurigo, sospinto dall’aria smossa delle sue Carte tibetane, e nonostante i tour infiniti in quell’eccentrico Ticino lo potevamo raggiungere almeno per lettera – ed era sempre come una carezza al suo nomadismo, umano e poetico. Quasi esclusivamente di questo si è scritto, in proposito: da chi sapeva tutto, e da chi sapeva poco. Altri fingevano, ma lui non se ne curava. A dire il vero, in questi casi alzava il tiro del suo umorismo, sempre avvolto da una nuvola di fumo. Che non faceva tossire, ma rendeva balsamica un’aria carica di paesi, giardini, secchi d’acqua, mura, coltivazioni di pomodori, calicanti, Montagne Rosse, coperte, foglietti… con quel tono «piratesco gentile» che accompagnava ogni suo scritto, composto tipograficamente o graffito con personalissima ed elegante calligrafia. Lì dentro stava tutta la sua rispettosa architettura.

Secondo sogno è una specie di Tutto questo per niente postumo (il libro uscito nel 1990 a Venezia raccoglieva 12 anni di poesia), dove i versi partono dagli anni Sessanta per raggiungere il fatidico 1995. Libro fatto di lingue europee ma destinato a tutto il mondo, perché di questo si trattava: parlare e chiacchierare con le cose e le persone incontrate via via, faccia a faccia o per corrispondenza. Non a caso molte lettere comprendevano brani di quanto stava scrivendo, proprio in quel momento lì, nel momento in cui la penna sforava il diario per lanciarsi in aria con tanto di francobollo «Air mail, Par avion». Trascrivo qui una lettera, del 23/1/84, caricata su ali portanti, concernente Zurigo e proprio «Alfabeta»:

Caro E.

mattino presto, freddo, cielo indeciso dietro i fiori di calicanto secchi sui rami… Grazie per avermi fatto spedire Avvicinamenti da Salerno: è una bella raccolta, dovresti esserne contento. All’inizio anno avrai ricevuto quelle tre pagine per il tuo progetto «Le Collier»: fammi sapere se le usi, se no le mando altrove. Sull’«Alfabeta» di gennaio ancora in edicola ci sono due cose mie, magari le hai già lette. In settimana vado a Zurigo: ma che inverno al rallentatore!

Ciao, buon tutto
Franco

… ed eccoti una
recente poesia
«atmosferica» (?)

stamattina
verso le 11
un tipo al bar
a voce alta
scommetto disse
che alle 12
ci sarà neve
infatti alle 13
nevica da
un’ora

(19/1/84)

Franco Beltrametti, à Philip Whalen
Franco Beltrametti, à Philip Whalen, 15/XII/94 - da Zweiter Traum. Secondo sogno

E dunque di fronte all’antologia di poesie di Beltrametti ci rendiamo conto di quanto lui si meritasse la biografia che si costruì in una manciata di decenni. Incontri, traduzioni, amicizie, lettere, cartoline, libri e libretti, fra continui arrivi e partenze. Un documento preciso sulla direzione che prendevano i suoi passi, per vie conosciute e altrettante scoperte lungo il transito. Era uno stile che passava per l’Europa, il Giappone e l’America. Velocità, sguardo, dolcezza non si perdevano mai nei segni della sua scrittura manuale. Calligrafia e poesia in certi momenti, nei momenti a mio parere più belli, sono state la stessa cosa. Choses qui voyagent, direbbe lui, dove niente è mai troppo, in versi e in vita.

Sono molte le tangenti visibili nelle pagine di Zweiter Traun/Secondo sogno: vi troviamo timori di naufragio, naufragi reali da cui uscire quasi sempre illesi, persone dipinte con tutti i loro casi, e soprattutto la parola imprevista, come una scarpa spaiata capace di creare sorpresa, e molte ineffabili illuminazioni. «Vedere di tutto» diviene osservare il mondo nel suo sfogliarsi, libro dei libri, uno stato di grazia che non alza mai la voce. Come dire: ci sono quasi sempre, ma nel caso non mi trovassi la chiave è sotto il tappeto. Franco andava a trovare anche la «gente che non c’è più», tanto per farsi guidare i segni o dettare parole di memoria. Con la stessa semplicità con cui la pallina da ping pong rimbalza sul tavolo, unita all’intersecarsi delle traiettorie, possiamo vedere davvero l’elasticità del suo passo, le fermate improvvise, formarsi e poi sparire nelle molteplici variazioni sul tema delle migrazioni poetiche.