Anticipazioni / Il margine che si fa centro. Marco Cavallo va nel mondo

Facendo seguito allo speciale su Franco Basaglia, che abbiamo pubblicato lo scorso 21 ottobre, proponiamo oggi la postfazione di Aldo Bonomi al libro di Benedetto Saraceno Sulla povertà della psichiatria, in uscita in questi giorni  per DeriveApprodi

Aldo Bonomi

1. Caro Benedetto, scrivo in forma confidenziale, in quell’amicizia a priori che, come mi ha insegnato Eugenio Borgna, ci prende nell’incontro di percorsi di vita e, perché no, di professione, che si riconoscono pur nella diversità dei punti di osservazione e delle esperienze. Amicizia a priori e affinità elettive rafforzate dalla lettura delle tue dieci considerazioni sulla povertà della psichiatria. Manterrei questo stile da lettera a un amico e la lettera può diventare una mia postfazione adeguata al tuo passionale, radicale e scientifico libro in cui hai raccolto letteratura, tesi puntuali e interroganti di un sapere e di una disciplina che hai attraversato, praticato e anche diretto con ruolo di responsabilità alta nell’ambito dell’Organizzazione mondiale della salute. Da qui la ricchezza di contributi densi di dialettica tra il fare, l’agire e il decidere politiche pubbliche.

2. Senza mai perdere la passione e la radicalità di Marco Cavallo, icona dei matti del manicomio di Trieste che rompe e attraversa le mura per andare nella società. Tesi dopo tesi sulla miseria della psichiatria, sotto traccia, senza ideologia ma con metodo, ti metti in mezzo tra il dentro e il fuori, tra l’io e il noi, tra cura e socialità, tra clinica-ospedale e politiche pubbliche, tra il corpo segregato e malato e il corpo sociale. Così hai portato Marco Cavallo nel mondo.

3. Con «una pratica in attesa di teoria» che si svela, cercando come in ogni testo la cifra che ne dà la svolta, lì dove affermi che «la teoria in Basaglia come in Gramsci, è riflessione sulla realtà e intelligenza dei meccanismi della sua stessa trasformazione». E affermi, conscio dell’affermazione, che: «l’esistenzialismo gramsciano» fonda l’unicità del pensiero di Basaglia. Collocando così Marco Cavallo in quella lunga deriva della storia del Novecento che va da Braudel al Polanyi della grande trasformazione sino ai giorni nostri, a proposito del binomio realtà-trasformazione da te citato, ove sostengo che tra economia e politica occorrerebbe mettere in mezzo la società, così come per te tra psichiatria e politiche occorre mettere in mezzo la società. E per dare a Gramsci quello che è di Gramsci, e al suo testo che mi hai evocato, Americanismo e Fordismo, che scava nella mutazione antropologica del fordismo sul soggetto, è esistenzialismo critico il tuo esemplificare nel saggio sulla diagnosi le correlazioni con il controllo sociale esercitato sulle donne indipendenti e messe al lavoro come operaie, sessualmente attive e non inserite in un contesto familiare, diagnosticate allora, agli albori del fordismo come psicopatiche.

4. Passione e radicalità che di questi tempi dell’ideologia delle non ideologie, potrebbe bollare noi e questo libro come un libro ideologico. Accade, a proposto dei riferimenti del primo Basaglia al pensiero fenomenologico tedesco, quando la Nottola di Minerva vede le vacche tutte grigie. Proprio qui scava la tua tesi sulla distorsione del pensiero di Franco Basaglia nella letteratura internazionale: Basaglia antispsichiatra, Basaglia ideologo, Basaglia filantropo. Affermi, e ne dai contezza, un «Basaglia scienziato per nulla ideologo» che elabora un protocollo di ricerca che fa di Marco Cavallo a Gorizia, Parma, Trieste, laboratori non di ideologia ma di una idea. Un’idea, appunto, contrastata da quella che tu definisci la «british distortion» che, semplifico, non accetta di mettere in mezzo la società, rifiuta il tuo-vostro percorso che partendo dall’antropologia e fenomenologia del malato e la sua soggettività perduta, lì non si ferma ma va oltre addentrandosi nel binomio realtà-trasformazione.

5. Altro che ideologo e filantropo, ma figura evolutiva della scuola fenomenologica esistenziale europea. Che va oltre partendo dall’ascolto e dall’empatia psichiatra-paziente con la soggettività dell’io, si fa il salto verso il noi, inteso come fare comunità, e una volta rotte le mura della segregazione e dello stigma si interroga la società e le politiche pubbliche. Ritrovandoti e ritrovandoci in quella sociologia fenomenologica che partendo dalle storie di vita, dall’inchiesta del reale, passa alla ricerca-azione per trasformare e s’interroga oggi sulla società liquida, la società del frammento, la società circolare potente nei mezzi e scarsa nei fini e nella coesione. Problema delle discipline. Potrei titolare con te una rassegna sulla povertà della sociologia. Riflessione già sperimentata con Eugenio Borgna, l’ultimo grande della scuola fenomenologica italiana, quando ci siamo confrontati in un libro e nel suo titolarlo Elogio della depressione. Volevo timidamente e radicalmente aggiungere depressi di tutto il mondo unitevi, a proposito di «esistenzialismo gramsciano». Ascoltare, sentire assieme le voci delle vite minuscole, far diventare i sussurri e i lamenti voce della comunità, fare ricerca-azione per cambiare la società e le politiche pubbliche, sono metodologie scientifiche di un protocollo basagliano psicosociale che ha insegnato molto alle scienze sociali. Metodologia valida per entrambi, caro Benedetto: il margine che si fa centro.

6. La vera questione che evidenzi da subito citando il classico dei classici Lévi-Strauss e le sue due società: quelle antropo-emiche, basate sul rifiuto degli indesiderabili, il margine che si fa ghetto, e quelle antropo-fagiche che cercano di ascoltare e includere. Da qui, a proposito di povertà della psichiatria, il tuo affermare, nell’avanzare del moderno, il suo non aver risolto il rapporto con il contesto sociale e con l’esclusione. È la biopolitica come ci ha insegnato l’altro grande, Michel Foucault, partendo dal carcere e dal manicomio. Analizzando la microfisica dei poteri nella società, medicina, ospedale e clinica compresa. Microfisica dei poteri che tu scomponi e ricomponi analizzando i falsi dilemmi, da qui la povertà della psichiatria: biologico verso psicobiologico verso bio-psico-sociale; psicofarmaci verso psicoterapie verso pratiche d’inclusione sociale e riabilitazione psicosociale; ospedale psichiatrico verso ospedale generale verso servizi territoriali.

7. Falsi dilemmi in cui scavi con dieci saggi scritti portando Marco Cavallo nel mondo, nei poteri dell’industria farmaceutica e del marketing, della diagnosi imperante e onnivora per cui tutto è psico- e nulla socio-, così sradicando culture e differenze. Non è forse quello che sta accadendo volgendo lo sguardo alla fenomenologia delle migrazioni in questo disumano e tutt’altro che scientifico classificare i profughi da guerra, i migranti per clima, per fame, economici, etnie, genere e l’elenco potrebbe continuare. Il tutto senza porre il tema della cittadinanza e i sistemi sanitari centrati sulla persona e a proposito di migrazioni, società in cui riconoscere e riconoscersi. Poni il tema della cittadinanza che apre la questione del fare comunità di cura che diventa operosa e interrogante la società per le politiche pubbliche intrecciando il welfare con il welfare community. È radicalità temperata, basata su esperienze di comunità concrete che ti fa dire a un certo punto, che basterebbe un po’ di buon senso e di pratiche conseguenti per evitare la povertà della psichiatria. Questione non banale quando i saperi hanno perso il buon senso e quando sono egemonizzati dalla scienza triste che è diventata l’economia, che ha scisso il rapporto tra utile e senso.

8. Il senso e l’utile sono due polarità sempre presenti nei tuoi decennali saggi, sia quando l’utile si fa feroce profitto e marketing delle case farmaceutiche, che quando si fa furore classificatorio da disciplina verticale che ha perso la sua orizzontalità di ascolto. Di ascoltare chi ha smarrito la propria ombra e per ritrovare senso, visto che l’identità non sta solo nell’io ma nella relazione con il noi, dall’ascolto si passa all’identità relazionale nella comunità e infine il salto da te affrontato nel saggio sulla disabilità mentale e abilitazione alla cittadinanza. Non credo sia un caso se entrambi, originari di una vallata alpina, ci siamo ritrovati alla Casa della Carità di Don Colmegna a Milano, luogo margine che si è fatto centro interrogante dell’abilitare alla cittadinanza la moltitudine del disagio e dei dannati della terra alla ricerca di senso.

9. Di te che te ne andavi con Marco Cavallo nel mondo mi parlava negli anni Novanta Camillo De Piaz, di te, che con l’istituto Mario Negri e Gianni Tognoni operavi in America Latina. Anticipatoria, a proposito di salto d’epoca, la tua riflessione sulla salute mentale globale. Sfida della Conferenza di Caracas organizzata nel 1990 che aveva come obiettivo far passare Marco Cavallo oltre le mura dei manicomi affermando i diritti dei pazienti e chiedendo forme politiche pubbliche adeguate. Da qui un movimento di senso partito da quella parte del mondo dove anche era negato l’utile di sopravvivenza. Sarebbero venuti dopo i movimenti no global. Da quel movimento globale della salute mentale e da quella dichiarazione di Caracas una serie di contaminazioni verso i poteri, con pubblicazioni, successi e insuccessi che ti hanno visto protagonista. Ne dai conto nel tuo racconto di quella fatica di Sisifo che è stata il portare «nel palazzo» dal 1990 a oggi, la voce e la crescita dei movimenti di salute mentale per servizi territoriali, diritti e cittadinanza. Reti che continui ad alimentare con il tuo lavoro alla fondazione Gulbenkian di Lisbona. Con un punto di snodo che condivido, citando Beccattini che ha scavato come Sebregondi e Balbo, che tu citi, nei percorsi dell’economia sociale e di mercato: addomesticare le transnazionali e/o globalizzazione dal basso partendo dai territori e dai soggetti sociali. È di nuovo l’oscillare metodologico del pendolo del margine che si fa centro.

10. Da qui un tuo sguardo globale che rende il libro un ricco remapping dello stato dell’arte dei movimenti dal basso nell’orizzontalità delle reti sociali, oserei dire delle moltitudini del senso, che solo anni dopo, altri esamineranno come dinamiche di un impero della geografia politica e globale o come nuova geografia funzionale dei flussi. La raccolta di numeri e di comunità concrete flebili ma resilienti dalle Americhe alla Cina, dal Far East al Medio Oriente all’Africa, con tracce di quel locale Marco Cavallo di Trieste. Arrivando poi a porre tre ambiti ove occorre operare tra realtà e trasformazione: le povertà, le città, le migrazioni. Sono i muri ancora da attraversare ritrovando la «capacitazione» (Amartya Sen) confrontandosi con le povertà per evitare la povertà della psichiatria e delle scienze sociali, con le città sfidate sempre più dai giovani marginali, dai comportamenti delle persone in preda al disagio e dai comportamenti reali o percepiti delle comunità dei migranti, il tutto ponendo il tema della cittadinanza e dei diritti. Una traccia e una mappa di comunità concrete per tenere assieme senso e utile: nell’abitare, nello scambiare identità, e produrre e scambiare merci e valori, deistituzionalizzazione dei servizi di welfare e welfare community e impresa sociale. Percorsi «per ridare un sogno collettivo che da tempo appare infranto e sconfitto». Dedichi questo libro come un percorso eterotopico della formazione dei giovani.

11. Eterotopie del possibile con cui sfidi la psichiatria a confrontarsi. È un libro sfidante, utile, interrogante la realtà in trasformazione. Come ultima nota a margine, a proposito di eterotopie che altro non sono che utopie scaricate a terra dalla nostra capacità di azione, le comunità concrete nel mio linguaggio, ho colto una traccia di utopi; nel tuo breve saggio su Freud e l’impossibilità di una criminologia psicoanalitica passando per Dostoevskij e I fratelli Karamazov ove, addestrandoti nella separazione tra ordine giuridico, ruolo della pena e ordine psicoanalitico e psichiatrico della cura, scarti di lato e ci consegni un’utopia: immaginare una pena e una cura senza istituzioni che le contengano. Un mondo senza carceri, ghetti, enclave, istituzioni totali, un mondo della cura senza manicomi ma di comunità possibili. L’isola di utopia che continuiamo a cercare assieme nella nostra amicizia a priori.

Speciale / Franco Basaglia, l’unica rivoluzione italiana

Nello Speciale:

  • Piero Del Giudice, La base di una cultura diversa
  • Mario Colucci e Pierangelo Di Vittorio, Il bisogno di rischiare 
  • Roberto Mezzina, E dopo?
  • Giuseppe A. Samonà, Vento follia libertà cavallo

La base di una cultura diversa
Piero Del Giudice

Sono, riproposti, i saggi, gli interventi, gli instant-book di Franco Basaglia (1924-1980), Scritti 1953-1980, già nei tipi di Einaudi in due volumi nel 1981, all’indomani della sua scomparsa. Lo fa il Saggiatore con replica esatta, ma in unico volume, sempre secondo la cura originaria di Franca Ongaro Basaglia, coautrice di molti testi, compagna di lotta e moglie. Gli Scritti datano dall’inizio degli anni Cinquanta, durante il periodo universitario di Basaglia («...il lungo inutile training universitario, il gioco di potere delle scuole, delle ideologie, il mito della carriera, del prestigio pulito scientifico neutrale, il silenzio delle biblioteche...») comunque tempo della formazione, prima della discesa nell’arena della «grande psichiatria», il manicomio. La cultura cui si rivolge Basaglia è quella dinamica del pensiero fenomenologico e della psichiatria fenomenologica (Ludwig Binswanger), in particolare del pensiero di Eugène Minkowski (1882-1975). Il problema è rimettere al centro il malato, scuoterlo, risvegliarlo dall’anonimato in cui i tecnici della esclusione lo hanno ridotto e in cui il manicomio lo ha confinato – una volta svegliato, ascoltarlo: «il linguaggio del quale si serve l’ammalato è pieno di insegnamenti e da esso noi dobbiamo dipendere» (Minkowski).

Per inventare la cura occorre conoscere l’uomo concreto che si ha davanti, l’altro da sé, il malato, polo di una comunicazione da ristabilire, che sarà paritaria, compartecipe, antiautoritaria. Un’esistenza non può essere compresa in uno schema: «non c’è possibilità di comprensione psicologica di un individuo senza aver vissuto il modo in cui tale individuo ha concepito il mondo», «l’ammalato non trova nel medico l’amico nel senso banale della parola, ma vede in lui la possibilità di risolvere se stesso attraverso un uomo che lo comprende». Nello scambio il medico accetta pro tempore il mondo dell’altro, lo riconosce, lo promuove, ne è attratto, avverte come «anormale» il porsi nel mondo del malato, ma comunque è un porsi, un esserci, un dasein, quello dell’individuo posto nel mondo. Il medico vorrà «dimostrare al malato che la sua idea della vita non ha possibilità di realizzazione»: un’idea della vita, un’utopia, una ribellione, una domanda di modificazione dello stato presente delle cose. La malattia altro non è che il non saper porsi nel mondo, e la vita del malato è un continuo sforzo per riuscire in questo tentativo.

Quando Basaglia arriva nel manicomio – da quelle mura arrivano gemiti con le folate di vento e grida dei reclusi – non c’è una narrazione univoca, non un compound favolistico e di paradossali saperi, di mitologie trascendenti, non il luogo del Teatro del sé. È il mondo delle privazioni e dello squallore. Nel 1964 Basaglia comunica al I Congresso Internazionale di Psichiatria Sociale, che si tiene a Londra, come la distruzione del manicomio sia un fatto urgentemente necessario, se non semplicemente ovvio. Apre il suo intervento citando Artaud: «...possiate voi ricordare e riconoscere che nei loro confronti avete una sola superiorità: la forza». Qualche anno più tardi, nella prefazione al libro La marchesa e i demoni. Diario di un manicomio (giudiziario): «Il manicomio è un campo di concentramento, un campo di eliminazione, un carcere in cui l’internato non conosce né il perché né la durata della condanna, affidato come è all’arbitrio di giudizi soggettivi che possono variare da psichiatra a psichiatra, da situazione a situazione, da momento a momento, dove il grado e lo stadio della malattia hanno spesso un gioco relativo».

Basaglia non fa mai sociologia, non la pratica neanche quando tenta di tracciare un catalogo generale dei repressi e rigettati nella Maggioranza deviante, il pamphlet compreso nella seconda parte del volume. Esiste una morbosità specifica come esistono i farmaci per curarla, ma il nodo prevalente è quello della società classista, la sua particolare produzione di devianza. Quella di Basaglia è un’analisi marxiana che si rifà ai rapporti di forza in campo, alla condizione sociale subordinata cui appartiene il recluso, all’origine sociale della patologia (e, dunque, alla sua risoluzione in una società modificata). Il ricco, poi, il benestante, nel dettaglio della quotidianità, in analoga calamità, potrà dispiegare potere contrattuale e – se mai ricoverato – terrà testa a medici e infermieri, dispiegherà un potere mai prossimo, anzi sconosciuto, a un proletariato del tutto esautorato.

Dopo tredici anni di insopportabile limbo universitario a Basaglia compare la complessa, stratificata, plurisemantica popolazione ammassata nei manicomi (150.000 le persone recluse negli anni Sessanta: anziani abbandonati, alcoolisti, homeless, vecchie prostitute, mendicanti, matti, squilibrati, clochard), la somma delle improduttività recise, la messa in sicurezza delle asocialità nella società fordista. La collaborazione dello psichiatra è determinante; egli fornisce regole e custodia, sovrastrutture e immaginario, all’ideologia del claustrum. Sono i vinti di una società classista oggettivata nella merce, la mattanza di un’etica ipocrita e bacchettona, il rimedio che si dà alle paure ataviche e sociali («il problema dei devianti ha nella nostra cultura ancora la faccia dello psicopatico, alle cui spalle risuona l’eco delle classificazioni di Lombroso, con il loro chiaro scopo di tutelare i sani dai “mattoidi, pazzi morali rivoluzionari” dai “delinquenti politici per passione”, dagli anarchici...»).

Tutta la vicenda basagliana, e gli Scritti qui raccolti, stanno, con insistenti e drammatiche ripetizioni, nel processo di liberazione dal manicomio. La vicenda prende le mosse a Gorizia, dal 1961, quando l’uomo pietrificato, immobile, senza uno scopo, del manicomio, inizia un percorso interno alla struttura manicomiale di aggio democratico – si chiamerà di «comunità terapeutica» – che è di mescolanza decisionale dei tecnici (medici già «funzionari del consenso» e infermieri, proletariato che non si riconosceva prima nella stessa classe sociale di appartenenza dei ricoverati) e dei matti, di co-gestione del paziente della macchina terapeutica e amministrativa. Ma tutte queste sono alla fine delle tecniche; urge un cambio di passo radicale, una rivoluzione vasta che affronti la dimensione sociale della malattia. Qualche anno dopo Basaglia scrive: «Nell’ospedale psichiatrico di Gorizia è stata attuata un’opera di trasformazione della logica manicomiale, da cui ha preso l’avvio il movimento antistituzionale che ha spostato la problematica psichiatrica dal campo puramente tecnico a quello socio-politico».

È a Trieste – Basaglia direttore dal 1971 e subito un gruppo di giovani psichiatri rivoluzionari e riformatori – che la socializzazione della «follia» inizia il suo cammino con la chiusura di fatto del manicomio (1973) qualche anno prima della legittimazione ufficiale. Ed è nella dimensione storica e sociale aperta dal ’68 che diventa lecita, auspicata dalle stesse autorità preposte – come è per l’Amministrazione Provinciale di Trieste – la chiusura del manicomio. Fu un evento straordinario ed epocale, quanto e più della liberazione dei folli dalle catene e dalle segrete lungo-Senna che Philippe Pinel (1745-1826) mette in atto negli anni della rivoluzione giacobina. Impossibile separare rivoluzione e rivolta sociale dai processi di liberazione di diversità così profonde, così radicate. Più si disgrega il blocco comune – sociale, produttivo, etico, di costume – più si apre il campo alla pluralità e alla diversità. È un mondo che trapassa: tragico, paradossale, anche «eroico». Appare e scompare impenetrabile, partecipa dello splendore dei supplizi e della miseria dell’atonia, della costrizione servile.

È questo che intende Michel Foucault quando scrive: «Forse un giorno non sapremo più esattamente che cosa ha potuto essere la follia»? La follia dei predicatori per la pace, profetici, in piena crisi cristologica? (si chiamava Sifola, vestiva di sacco, barba e capelli lunghi, la piccola torma di bambini tra lazzi e ascolto nella piazza desertificata e tra macerie nel dopoguerra). Quelle cronache del tramonto di una grande civiltà costitutiva come quella contadina? «Alla fine di giugno Pietro Gallesio diede la parola alla doppietta» – scapolo, agricoltore, prete e parenti gli hanno scempiato le nozze imminenti – in Un giorno di fuoco di Beppe Fenoglio? Ultima resistenza replicata in quegli stessi luoghi – Montaldo Bormida è a venti chilometri da Ovada – più di un quarto di secolo dopo: nel marzo del 1987 Battista Schiavina, contadino di anni 51, si barrica in cascina, spara e resiste all’imponente assedio dell’Arma.

Lampi nella notte, un mondo grande che si gonfia sopra la follia, squarci... La lotta di Basaglia e i suoi scritti sono tuttavia del tutto prosaici, tutto è teso alla materialità delle condizioni e ai passaggi istituzionali e culturali del processo di liberazione. In fine dei conti: «una volta smascherata la finzione scientifica e la copertura ideologica, la psichiatria manicomiale rivela il suo vero volto: essa è povertà. Caduta la mistificazione medica, il servizio si pauperizza e rende manifesta la sua vera realtà, che è una realtà di miseria» (nelle pagine conclusive il macro-volume e già in Dove va la psichiatria? a cura di Luigi Onnis e Giuditta Lo Russo, Feltrinelli 1980). Noncuranti, lui e la Ongaro, di una scrittura di qualità: gli sono del tutto estranee fascinazioni letterarie o indagini sovrastrutturali della complessità dell’individuo, come è nelle pratiche psicanalitiche.

La battaglia è sul quotidiano delle condizioni concrete e sulle conseguenze della materialità sociale. Le priorità: distruggere il manicomio, azzerare la sua ideologia, mettere allo scoperto il malato, spostare la cura dal luogo chiuso al teatro grande del sociale. Tutto ciò niente ha a che vedere con le coeve e autorevoli voci dell’antipsichiatria (David Cooper, Ronald Laing). Pagine insistenti qui sulla modificazione della istituzione e contro il totale rigetto, così nel confronto con Laing dove l’esperienza londinese delle abitazioni miste, di medici, malati, forse infermieri: extramoenia, «senza somministrazioni di farmaci», solo accompagnamento nell’erlebnis, nell’esperienza del sé. Basaglia è per l’asilo, per un luogo – aperto – dove sia possibile la cura, il riannodamento dei rapporti sociali, la ricostruzione di sé nel mondo, la fine della destoricizzazione.

Come sarà allora il dopo-manicomio? Quali le cadenze e passi verso l’inquieta normalità? Nella prefazione al Giardino dei gelsi di Ernesto Venturini (Einaudi, 1979) – penultimo estratto della scelta di Franca Ongaro – scrive Basaglia come la cura ora, chiuso il manicomio, sia finalmente possibile, data in un rapporto con la soggettività sofferente in cui l’esperienza abnorme è «legata e strettamente connessa alla storia individuale e sociale». Riconosce, alla vigilia consapevole della sua morte, come l’approvazione della legge che porta il suo nome sia soprattutto il risultato di una razionalizzazione della società capitalista (delle sue produttività e improduttività) in una fase del suo sviluppo. Solo la lotta può tenere aperta la prospettiva: «Quel poco di nuovo che abbiamo, è nato dalle lotte che si sono fatte, dal momento in cui un’organizzazione di base, che esprime la classe oppressa, ha portato avanti alcuni balbettii, che potrebbero costituire la base di quella che può essere una cultura diversa».

Franco Basaglia

Scritti 1953-1980

a cura di Franca Ongaro Basaglia

il Saggiatore, 2017, 915 pp., € 42

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

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Il bisogno di rischiare
Mario Colucci, Pierangelo Di Vittorio

L’istituzione negata – compresa negli Scritti ora ripubblicati dal Saggiatore – è la cronaca ragionata dell’esperienza di Franco Basaglia nell’ospedale psichiatrico di Gorizia, dove si racconta il tentativo di offrire risposte diverse alle persone internate e si registrano al tempo stesso le brucianti contraddizioni emerse nel processo di «modernizzazione» della psichiatria in Italia. Se facciamo cominciare la storia della trasformazione della psichiatria dal 1961, anno in cui Basaglia arriva come direttore all’ospedale psichiatrico di Gorizia, sulla bilancia storica dovremo mettere una fetta di tempo abbastanza consistente. Che cosa significa, oggi, porsi dinanzi a quasi sessant’anni di storia? E come soppesare una storia che, nella sua stessa specificità, non ha smesso d’intrecciarsi con eventi e cambiamenti di carattere più generale?

Due considerazioni vengono subito in mente, quasi come evidenze. In primo luogo è ovvio che, nel considerare questi decenni, sia necessario fare i conti con il «passare» delle generazioni. Quante se ne sono succedute e quali «differenze» si sono prodotte nel loro succedersi? In particolare, dagli anni Ottanta a oggi, i diversi attori della salute mentale hanno avuto la possibilità di raccontare quello che accadeva, ciascuno dal suo punto di vista? Si è raccontata la storia successiva alla legge 180 e in che modo?

La seconda evidenza è che, allargando un po’ la prospettiva, ci accorgiamo che la storia di cui stiamo parlando affonda le sue radici nella prima metà del XX secolo (la guerra e la resistenza al nazifascismo furono un’esperienza formativa comune a personaggi come Tosquelles, Bonnafé, Fanon e Basaglia), per poi incunearsi nel nuovo secolo; quel XXI che, per ragioni ben più profonde dei giochi aritmetici del calendario, si presenta piuttosto come l’inizio di un nuovo millennio, a causa dei cambiamenti epocali che nel frattempo si sono prodotti. È ovvio dunque che, nel soppesare la storia specifica della trasformazione della psichiatria e della salute mentale in Italia, non possiamo non fare i conti anche con gli effetti che tali cambiamenti globali hanno prodotto su di essa. In altri termini, quante «discontinuità» costellano questa microstoria (a partire dalla cesura, forse un po’ trascurata, costituita dalla stessa legge 180 e dalla successiva «invenzione» della salute mentale)? Che dire per esempio dell’aziendalizzazione della sanità pubblica, della crisi del welfare, oppure del ritorno in forze di una cultura «positivista» – con l’affermarsi delle neuroscienze, della psicofarmacologia, dell’EBM (Evidence-based Medicine) e del DSM, il manuale diagnostico e statistico edito dall’American Psychiatric Association e giunto alla sua quinta edizione? Come sono stati vissuti ed elaborati, dagli attori della salute mentale, questi eventi e processi?

Per tutte queste ragioni è utile l’occasione della riedizione degli Scritti di Basaglia: per considerare anche il punto di vista di chi, pur essendosi confrontato con la sua esperienza solo a posteriori, da quasi trent’anni condivide la storia e il quotidiano della salute mentale. Si tratta di gente come noi, che appartiene a una delle generazioni «di mezzo» e non ha vissuto di persona il processo di trasformazione e chiusura dei manicomi.

Negli anni Novanta, quando seguendo percorsi diversi ci siamo affacciati a questa realtà, Basaglia era già scomparso da una decina d’anni; tuttavia si respirava ancora un’aria impregnata della sua presenza. In particolare, per noi fu quasi naturale considerarlo non solo dal punto di vista delle pratiche che aveva promosso, ma anche da quello, all’epoca non del tutto scontato, del suo «pensiero». Basaglia ci apparve insomma come una figura intellettuale del Novecento tanto rilevante quanto misconosciuta. Di qui l’esigenza di riscoprirlo attraverso i suoi scritti, che cominciammo a studiare e commentare insieme, operazione a dire il vero poco praticata da chi aveva avuto la possibilità di lavorare con lui partecipando alla fase pioneristica della deistituzionalizzazione. I testi di Basaglia avevano per noi la sorprendente capacità di parlare contemporaneamente al tecnico e all’intellettuale: la sua pratica era anche pensiero, il suo pensiero era anche pratica. In definitiva, grazie al montaggio di punti di vista diversi, è stato possibile focalizzarsi su un nodo problematico, probabilmente decisivo, della sua esperienza: in che modo è avvenuto il passaggio dalla psichiatria d’ispirazione fenomenologica all’impegno pratico e politico per il superamento del manicomio? Attraverso la filosofia (Husserl, Heidegger, Jaspers, Sartre, Merleau-Ponty), Basaglia aveva inizialmente cercato di «comprendere fino in fondo» l’esperienza umana della follia; una comprensione che il discorso psichiatrico dell’epoca, arroccato nelle certezze del positivismo, rifiutava per principio, considerandola come qualcosa d’incomprensibile e inguaribile. Tuttavia il duro confronto con la realtà manicomiale gli fece scoprire che i pregiudizi di cui bisognava liberarsi richiedevano un lavoro «militante» per il superamento concreto di quella stessa realtà: prima di essere dei malati, infatti, gli internati nei manicomi erano degli esclusi sociali. La volontà di una rifondazione filosofica della psichiatria lasciò così il posto a un impegno pratico e politico, volto alla creazione di un nuovo legame sociale con i pazienti. Un passaggio che non va visto tuttavia come una negazione del suo essere psichiatra, ma piuttosto come una metamorfosi, una trasfigurazione radicale della sua volontà di sapere e del suo ruolo di terapeuta.

Gli Scritti, che raccolgono i saggi e interventi di Basaglia dal 1953 al 1980, oltre a fornire lo spaccato di un’epoca in cui teoria e prassi erano intrecciate a filo doppio, rappresentano il documento di un’avventura umana, intellettuale e politica fuori del comune, capace di parlare ancora oggi a un pubblico molto largo ed eterogeneo.

Il montaggio dei diversi punti di vista di cui dicevamo ha permesso di incontrare altre figure di tecnici e intellettuali del Novecento, realizzando una serie di ibridazioni di carattere «critico», talora inedite e forse in qualche misura arbitrarie (pensiamo in particolare al gioco di specchi con Foucault e con Lacan), ma che nascevano comunque dall’esigenza di far entrare l’esperienza di Basaglia in risonanza con i problemi e i dibattiti dell’attualità: biopolitica, governamentalità, «spiritualità politica» (ossia il nesso tra la trasformazione soggettiva e la trasformazione del mondo): altrettanti capitoli di un cantiere ancora aperto.

L’elemento comune a tale costellazione critica potrebbe essere riassunto nella seguente formula: il bisogno di rischiare. Rischiare l’incontro, per esempio, con una verità diversa da quella scientista della psichiatria; farsi sorprendere da qualcosa che sia anche o soprattutto la verità degli «altri», e che obblighi pertanto a rimettere in discussione la propria identità, il proprio ruolo, il proprio sapere e il proprio potere. L’atteggiamento critico – che in Basaglia era intessuto di «senso storico»: la consapevolezza di non padroneggiare mai i processi storici, e la conseguente necessità di confrontarsi senza sosta con le contraddizioni prodotte dalla propria azione storica – è in fondo un modo per restare vigilanti rispetto a tutte le «gabbie», soggettive e politiche, che impediscono di sviluppare pratiche di libertà e avviare processi di trasformazione della realtà.

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E dopo?
Roberto Mezzina

Il libro di Franco Rotelli, L’istituzione inventata. Almanacco, Trieste 1971-2010 (alphabeta edizioni, Merano 2015), propone un itinerario critico e sorvegliato, un racconto, insieme individuale e collettivo. Fogli d’album, cronaca e storia da un lato e storie di molti dall’altro. Nel riproporre la cronaca il libro evita la storiografia (certamente l’agiografia) e la mitologia; ma resta segnato dall’unicità e irripetibilità dell’esperienza, e in questo senso smentisce il tema del modello Trieste come tale, come vedremo oltre. Pone in un certo senso l’oggettività degli eventi, del nudo dato: vuole far parlare le cose, recuperare i commenti nel tempo in cui sono stati dati. Es-pone, non giudica. Non c’è solo la celebrazione, ma in parte la storia delle fatiche e degli errori, dei tentativi e delle innovazioni pro tempore riuscite. Nel rifiuto dello storicismo ordinato, si delinea piuttosto un racconto emotivo, quindi personale, e critico, quindi di necessità analitico.

Il racconto collettivo sembra proporre l’eterofonia dell’esperienza, che nessuno alla fine può realmente cogliere come un insieme. È ovvio che ci starebbero altrettante storie possibili. Questa è la storia di un direttore, di un leader. L’esperienza di Trieste si ripropone alla fine come quasi inconoscibile: come grande complessità e impossibilità di un racconto univoco, di una narrazione ufficiale. Ci sono state moltissime Trieste. L’istituzione inventata, che dà il titolo al libro, è il pezzo centrale, seminale, della sua traiettoria, tra etica, politica e complessità, segnata dal fare e dal costruire. Il pezzo citato di Jean Paul Sartre sugli intellettuali sembra essere stato assunto personalmente come riferimento fondante:

L’intellettuale è un tecnico dell’universale il quale si accorge che nel suo campo non esiste una universalità bella e fatta, ma che essa è continuamente da fare. La sua posizione non è scientifica. Egli applica a tentoni un metodo rigoroso a oggetti sconosciuti che demistifica demistificando se stesso. Conduce un’azione pratica di svelamento combattendo le ideologie e mettendo a nudo la violenza che queste mascherano o giustificano.

Basaglia viene ripetutamente colto nell’Utopia della realtà e in altri scritti del periodo triestino. Vi sono anche scritti di compagni di strada, che sono rappresentanti di altrettante istituzioni inventate, dai Centri di Salute Mentale (CSM) ai Distretti Sanitari. Le quattro fasi in cui Rotelli (che di Basaglia fu tra i principali collaboratori, e poi suo successore alla direzione dell’Ospedale Psichiatrico di Trieste; dal 2013 è consigliere regionale e Presidente della Commissione Sanità e Politiche Sociali della Regione Friuli Venezia Giulia) organizza il materiale e il libro in un percorso, di cui vuole affermare coerenza e leggibilità, sono citate come una sorta di indice criptato: chiusura dell’Ospedale Psichiatrico; inclusione sociale; difesa della legge e diffusione internazionale; salute di comunità. Costruisce così un mainstream, una corrente leggibile come storia, guardata dalla sua ottica a volo d’aquila e, contemporaneamente, fondata sulla sua personale esperienza. Per cui si potrebbe anche dire: la fase 5 è la riforma? Ognuna è stata un salto di livello, un riproporre le stesse questioni in terreni più generali e inclusivi, ma esse si sono comunque e di necessità stratificate all’interno della corrente generale. Contemporaneamente tutti continuavano dentro le loro specifiche e cogenti contraddizioni, come noi dentro la salute mentale, dove inizialmente abbiamo lavorato in parallelo per legittimare, rendere credibili le terapeutiche che si andavano praticando e continuando il nostro discorso fino agli esiti recenti, nel tentativo di curvare l’emancipazione e le sue promesse verso la recovery.

Ricevere pubblico sostegno quando un insieme di servizi diventa di colpo la norma, lo standard della cura e dell’assistenza, pone dei problemi di legittimazione. La gente non parla mai a supporto di un sistema di servizi esistenti, a meno che non debba difenderlo come diritto acquisito. Esso è pur stato un sistema di gestione e anche di controllo («la gestione dell’istituzione» è un’espressione che tornava spesso nei primi anni, quando i CSM si affannavano a coprire i vuoti dell’azione anti-istituzionale); e nonostante ciò abbiamo cercato di piegarlo a dispositivo di una (possibile) liberazione. Rotelli è stato il maestro, mio e di molti, nei primi anni di difficile navigazione del dopo Basaglia. Non c’era allora solo il nemico-manicomio, che si andava liquidando, ma cominciava anche una navigazione accidentata e difficile della «nave dei folli» nel sociale e nella politica, nella tecnica, nei paradigmi. «Che significa curare?» era una delle interrogazioni costanti. Vi è stata una continua ricerca, a partire da lui, di riferimenti: molte le tracce percorse, e molte quelle interrotte o abortite. Ma negli ultimi 15 anni l’entrata della recovery e degli utenti mette tutto in linea, rompe le tentazioni intellettualistiche. La risposta alla domanda di sempre, «I soggetti? Narrarli», viene smentita: si narrano da soli. Si è intravisto un Cambio Paradigmatico tra istituzione-complessità-soggetto, ed è stata avanzata allusivamente l’ipotesi di una «terapia della realtà». La sintesi impossibile non viene proposta ma lasciata aperta.

La storia è continuata anche grazie a Rotelli, dopo l’apertura di possibilità creata da e con Basaglia. L’istituzione inventata e/o riabilitata è stata la proposta centrale, costruttiva, di Rotelli, la quale comprende pure la fine auspicata di una psichiatria separata e l’entrata nel welfare a partire dalla medicina: dal «curare davvero», come ha detto. E qui, se andiamo verso un concetto globale di salute, dobbiamo radicarlo nella vita e nella comunità e non nell’immaginario storico della medicina. Il paradigma simboleggiato dall'ospedale, come istituzione della rassicurazione sociale, e dal letto, come isola del sé, è quello che stacca la malattia dalla vita, il sintomo dal soggetto, che lo esperisce unicamente come problema del corpo e lo manifesta come tale. La storia che continua oggi comporta dunque:

1. La sfida della riproducibilità e della appropriazione (da parte di altri)

Esiste un «modello Trieste», di cui ci hanno chiesto e parlato gli inglesi, i gallesi, gli australiani, i neozelandesi, ma anche recentemente i rappresentanti del governo polacco, gli olandesi, i danesi, e tanti altri? Da un lato esso non è riproducibile, sfugge, le condizioni che l’hanno prodotta sono troppo complesse, un insieme di fattori irripetibili.

Ma che cosa si può generalizzare? Che cosa estrapolare? La sfida del rilanciare costantemente è stata dentro l’esperienza di Trieste e ne ha costituito la cifra peculiare, che, al di là delle Etiche, pone il campo del Politico, nel senso alto del termine. Che cos’è politico oggi? L’orizzonte politico è profondamente mutato in questi anni, tutto è mutato. Non c’è oggi ad esempio una teoria critica della società, e non c’è la spinta di movimenti complessivi, ma di tanti vettori settoriali. Siamo passati in questi anni dal pensiero del «noi siamo tutti uguali e tutti diversi ma vogliamo distribuire il Potere» al pensiero del «siamo individui, e differenti, e vogliamo confrontare i reciproci poteri». Come affrontare queste sfide? L’insistenza sui valori è corretta, ma essi sono un by product, di default. Vi è forse soprattutto l’insistenza su un metodo, che è quello di affrontare la realtà e le sue contraddizioni guidati dal valore fondante della libertà dall’oppressione e dalla gestione aperta dei poteri, da una mediazione fondata sul negoziare, sul riconoscere l’altro, battendosi perché l’altro non sia separato e muto, incomunicabile e incomunicante.

2. La sfida della riproduzione

È stata una grande avventura collettiva o un’impresa collettiva. Ciò che distingue l’essere umano è la cooperazione, come sostengono gli antropologi. Sennett parla dello scambio come fondante: non uno «scambio a somma zero», in cui una sola parte guadagna, o peggio «asso piglia tutto», in cui l’una sbaraglia l’altra, ma uno scambio che sia almeno «differenziante», ossia che metta in luce i poteri e i confini e li sveli, oppure uno scambio simmetrico, Win-Win, in cui tutti guadagnano, se non addirittura altruistico – lo scambio del dono. Attraverso scambi si costruisce una comunità di intenti e di pratiche o, più tragicamente detta, di destini? Una comunità dove tutti i membri «possano – attraverso la contestazione reciproca e la dialettizzazione delle reciproche posizioni – ricostruire il proprio corpo e il proprio ruolo» (Franco Basaglia, L’utopia della realtà). Questo si pone versus quella che Rotelli chiama «rocciosa stupidificazione degli individualismi» o «derive narcisistiche».

3. La sfida della deistituzionalizzazione che continua

L’Istituzione negata è qui svelata come falso dualismo. L’istituzione inventata va costantemente smontata perché si renda possibile l’innovazione, la creatività, il cambiamento, i cento fiori. Il campo del pratico-inerte di Sartre (Critica della ragione dialettica), spesso citato da Rotelli, va costantemente animato. I saperi della complessità sono anche i saperi della normalità, e come tali sospesi tra banale e straordinario. Il Cambio Paradigmatico più chiaro è forse quello che porta dalla malattia al soggetto o meglio alla persona nel suo contesto sociale.

4. Gli esiti finali – il tèlos

Gli esiti sono oggi soprattutto e forse solamente i diritti esigibili, sono i soggetti stessi, per cui diventano esigibili questi diritti che vedono la «recovery» legata indissolubilmente alla loro cittadinanza (non saranno più i tecnici). Gli esiti sono all’interno della sfida delle riforme, della democrazia, la trasformazione di istituzioni autoritarie o violente. La prospettiva abolizionista dell’Ospedale Psichiatrico di Basaglia, allora considerata assurda o impossibile, si pone ora per gli Ospedali psichiatrici giudiziari, ma anche per il carcere.

Il sistema «tiene», il che indica la bontà delle ipotesi e la solidità delle fondamenta che furono gettate, ma non basta rispondere ai bisogni, come indica Basaglia nell’Utopia della realtà, non si può aderire a essi passivamente, rispondendovi meccanicamente, senza introdurre l’elemento utopico della trasformazione.

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Vento follia libertà cavallo
Giuseppe A. Samonà

Ricordi la bora? Ebbene, la «cosa» triestina per eccellenza viene anch’essa da fuori: pare addirittura che nasca in Siberia, e da lì, insinuandosi per una serie di corridoi e passaggi, caricandosi di gelo attraverso terre che non conoscono frontiere o chiusure, arrivi direttamente a Trieste. È qua, intorno a qua, che veramente esplode – si dice che soffi dentro agli abitanti una sorta di diffusa bizzarria stregata, o addirittura che possa rendere pazzi. Da cui – è leggenda, certo, ma i fatti, gli approdi sono realtà – la decisione presa da Maria Teresa, l’Imperatrice che proprio come succede in amore amava Trieste senza averla mai vista: questa strana e ammaliante città avrebbe avuto un luogo speciale riservato agli alienati, gli ebeti, i malati di mente, insomma, i mostri, fino ad allora distribuiti fra le vecchie prigioni della piazza Grande, quella che poi diventerà piazza dell’Unità, e diversi ospedali... Dapprima riuniti nella seconda metà del XVIII secolo nel Conservatorio generale dei poveri, il cosiddetto ospedale di Maria Teresa (e nota al passaggio la catena: criminali, poveri, pazzi...), in via di Romagna, è solo nel secolo successivo, tuttavia, che verrà creato il primo manicomio nel senso moderno del termine: nei locali dell’ex-vescovado sul colle di San Giusto... Ma l’incremento demografico è grande e all’inizio del Novecento, proprio negli stessi floridi anni della grande sinagoga, all’interno del parco di San Giovanni viene costruito il nuovo manicomio, anche noto in seguito come OPP (Ospedale Psichiatrico Provinciale), secondo il modello «a padiglioni disseminati», più all’avanguardia del classico modello mono-blocco... Ed è qui che nel 1971, in provenienza dal manicomio di Gorizia, dove aveva condotto fra mille difficoltà un coraggioso esperimento di comunità terapeutica aperta, approda come direttore Franco Basaglia – ma ora il progetto si è fatto più audace, ambizioso: non si tratta più di ammorbidire, aprire, umanizzare, quanto di distruggere, letteralmente, il manicomio, abbatterne le porte, scioglierlo nella città.

Forse un giorno si ribelleranno anche i cavalli, diceva una frase di quegli anni attribuita a Mao, come a spiegare metaforicamente e letteralmente che il bisogno di libertà era più grande dell’umanità che lo pone, e ne avrebbe prima o poi ridisegnato i confini... Ecco, nel manicomio di Trieste tutto comincia simbolicamente da un cavallo, Marco, che da anni tira il carretto con dentro i panni per la lavanderia, e altro materiale. Fattosi oramai troppo vecchio per continuare a lavorare, Marco è destinato alla vendita per il macello: ma i suoi amici umani, i degenti del manicomio, insorgono e, in collaborazione con gli operatori del laboratorio di scrittura, redigono a suo nome una lettera al Presidente della Provincia, chiedendo un meritato pensionamento. Siamo nel 1972: Marco avrà salva la vita, e i pazienti hanno per la prima volta da sempre affermato il loro diritto a esistere come soggetti politici a tutti gli effetti. Poi, nel 1973, ispirandosi a questa storia, degenti, operatori, artisti invitati da fuori occupano il padiglione P (come Paradiso, dicono scherzosamente alcuni), lo adibiscono a laboratorio artistico, e costruiscono un gigantesco cavallo di legno e cartapesta azzurra: appunto, Marco Cavallo. La sua pancia è piena dei sogni, dei desideri, della gioia di vivere, dell’urgenza di libertà degli internati – insomma, si tratta di un novello cavallo di Troia, ma alla rovescia, perché ora non è più questione di entrare dentro, ma di uscire fuori, è il mondo che si vuole assediare, la cittadella da conquistare... Ed esce, Marco Cavallo, sempre nel 1973, solo che è troppo grande per passare per la porta, bisogna buttare giù un muro, aprire un varco nella recinzione del manicomio: così, finalmente libero, Marco Cavallo può andare in giro per la città, accompagnato da centinaia di matti... È solo l’inizio di una delle più belle pagine della storia italiana, e anche di più, in generale della storia dell’umanità, della civiltà, l’avventura che in pochi anni avrebbe portato a Trieste, e poi per legge in tutta Italia, alla chiusura dei manicomi. (Marco Cavallo, per chi ne conosce la storia, è anche il nome delle molte persone, più o meno note, tutte importanti, che parteciparano alla sua realizzazione: qui, oltre a Basaglia – Franco ovviamente, ma anche Vittorio... –, tieni presente almeno Giuliano Scabia e Peppe Dell’Acqua, anche perché su questa storia, su queste persone, hanno scritto pagine che meritano di essere lette, rilette. La lista degli scrittori «triestini» si allunga...)

Cos’è mai l’uomo, infatti, nel suo anelito di umanità, di libertà? quando comincia? Molti sono i suoi inizi, ma uno dei più importanti è senz’altro alla confluenza di Neanderthal e Sapiens Sapiens, nel Paleolitico medio: siamo fra i centomila e i cinquantamila anni prima della nostra Era, e con le prime sepolture – le prime almeno di cui ci sia testimonianza archeologica – si manifesta con certezza la coscienza piena della morte. Ora quel che colpisce in questa prospettiva, in Europa come nel Vicino Oriente, è la presenza accanto ai corpi di adulti, uomini e donne, di bambini, che anzi sembrano a volte oggetto di un’attenzione speciale – come dire: l’umanità che si afferma, afferma che anche coloro che non «servono» al clan, anzi che sono «a suo carico», ne fanno parte con pieno diritto: questo è il suo marchio, il suo progetto di nascita. Ecco perché la vicenda dell’ex OPP, com’è oramai chiamato a Trieste, è così universalmente importante – la disumanizzazione di cui i «matti» sono stati oggetto dentro i manicomi, come quella appunto scientificamente operata dentro i lager nazisti, è infatti la negazione di quel progetto. (Orrida ma significativa coincidenza: il programma di sterminio ideato da Hitler fa le sue prime prove con il famigerato Aktion T-4, che s’incarica dell’eliminazione dei malati di mente ricoverati nei manicomi tedeschi – del resto Christian Wirth, primo comandante degli Einsatzkommando a Trieste dopo l’armistizio dell’8 settembre, come il suo successore August Dietrich Allers e Joseph Oberhauser, il comandante della Risiera, si erano formati proprio impegnandosi in quella vasta «operazione eutanasica»). La chiusura dei lager, di tutti i lager, insieme allo sviluppo di una cultura che ne renda impossibile la riapertura, è dunque la condizione necessaria, fondamentale, per la continuazione, per la vita stessa del progetto umanista, che aspira a una società integralmente umana – dove per umanità s’intende un modo di stare sulla terra, un progetto appunto, non solo un’appartenenza «naturale» a un genere: le sue frontiere dunque sono mobili, e tendono ad accogliere, più che escludere, riformulando continuamente rapporti... La chiusura dei manicomi, poi, con la libera circolazione dei «matti» che hanno recuperato la loro umana personalità, ci travolge da subito con sorprendente, feconda dirompenza: noi, i «non matti», ci ritroviamo improvvisamente a interrogarci sul nostro esistere come umani...

(Luci e ferite: date, coincidenze, sovrapposizioni – a Trieste tutto è violentemente vicino. Nel 1976, tre anni dopo l’uscita di Marco Cavallo, si celebra il processo per i crimini della Risiera di San Sabba: Allers era morto un anno prima; Oberhauser è condannato all’ergastolo, ma in contumacia, gli accordi italo-tedeschi non prevedendo l’estradizione per i crimini commessi prima del 1948 – ! –, e morirà tranquillamente tre anni dopo, lavorando nella sua birreria a Monaco di Baviera. Nel 1978 il parlamento italiano vara la 180, appunto la cosiddetta legge Basaglia, con l’intento di nazionalizzare la rivoluzionaria esperienza triestina – o più semplicemente di triestinizzare l’Italia...)

È impossibile descrivere in qualche riga la forza, la ricchezza, le tappe nel contempo sofferte e gioiose, terribilmente pesanti e leggere, le vittorie ma anche le difficoltà, i problemi, a volte le sconfitte, le regressioni, persino le delusioni, la rabbia, e comunque sempre l’incontenibile contagiosa carica umana, umanista, di questo straordinario movimento di liberazione. Vorrei solo evocare – mi permetto per un istante di intervenire in prima persona – il senso di ineffabile, luminosa libertà che successivamente alla chiusura ufficiale del manicomio, negli anni Ottanta, Novanta, Duemila, mentre l’Italia implodeva come intontita dall’oscura ninna-nanna berlusconiana, ha continuato a soffiare su Trieste. L’OPP oramai ex OPP, cioè il parco di San Giovanni, senza più nessuna recinzione, è diventato un luogo di vita e di festa: con i suoi laboratori di teatro e pittura, i suoi concerti, le casette dei «matti» che ancora ci vivono stabilmente – la tendenza è stata via via di sistemarli in case del mondo di fuori, e di lasciare al parco le attività diurne, o serali – alternate con quelle che ospitano diversi dipartimenti dell’università, e poi il Posto delle Fragole, il bar dove s’incontrano, si mischiano operatori, «matti», strani di ogni grado e forma, studenti, gente qualunque, le radio alternative, come Escuchame, che continua a promuovere l’incontro fra saperi, follia e voci nell’etere sconfinato... Mentre Trieste si faceva ancora più internazionale, ancora più accogliente, mischiata, perché la Rivoluzione ha attirato gente da ogni dove: molta dal Cono Sud dell’America, endemicamente portato sull’arte e la psiche, in particolare Argentini, che fuggivano la dittatura, o i suoi postumi, verso il sogno di libertà – sono spesso discendenti di antichi emigrati italiani, come se la meno italiana, la più marginale delle città italiane fosse il luogo più adatto per riapprodare alla perduta terra degli avi.

Certo, l’aria dei tempi è cambiata, e parecchio, l’utopia degli anni Sessanta e Settanta è un lontano ricordo, molte conquiste sono sotto minaccia, alcune sono state persino attaccate, smantellate; ma appunto, in tutti questi anni più recenti, e ancora oggi, passeggiando qui per il parco di San Giovanni, partecipando a qualcuna delle sue tante attività, o ancora mischiandomi io stesso in una qualche festa, dentro o fuori San Giovanni, a Barcola, a Opicina, nel Carso, o ancora in una delle case triestine dove vivono e si incontrano matti e normali, mi sono chiesto spesso se la persona con cui stavo parlando, scherzando, fosse matta o normale – perché da vicino nessuno è normale, e a Trieste capita frequentemente di non riuscire a distinguere l’operatore dal paziente –, e finalmente che cosa fossi io: è possibile fare esperienza più sconvolgente del proprio essere umani? E a poco a poco, anno dopo anno, viaggio dopo viaggio, ho maturato la convinzione che proprio qui, in questi margini della marginale Trieste, vivesse, viva l’Italia migliore, la più civile, la più speranzosa. Forse non c’entra nulla, ma anche un poco sì: è in una passeggiata per San Giovanni di qualche anno fa che per la prima volta ho ripensato, forse inventandoli, ai cavalli ribelli di Mao, anche pensando che le infinite frontiere dell’umanità-progetto non potevano chiudersi, immobilizzarsi, neanche di fronte al mondo animale – perché essere umano, ben al di là dell’appartenenza a un genere, indica l’apertura, la curiosità appassionata e gentile, la ricerca nell’altro di quello che non si trova in se stessi... La tua visita, il tuo soggiorno non può dirsi completo se non passi anche tu da qui, se non conosci questa Trieste, se non ti mischi anche tu...

...

P.S. Umberto Saba notava, con grande acutezza, che l’Italia non ha mai avuta, in tutta la sua storia – da Roma ad oggi – una sola vera rivoluzione. Ma l’oggi di Saba muore nel 1957. Proprio nella sua Trieste infatti, una quindicina d’anni dopo, si è messa in moto l’unica vera rivoluzione che l’Italia abbia mai conosciuto. I matti rompono la logica della fretta, della segregazione, della separazione, della produzione, della funzionalità, dell’utilità a tutti i costi: dove allora meglio che nella marginale, scettica, abbattitrice di muri, dissolvitrice di ghetti, porosa, indolente Trieste, poteva prendere le mosse la loro lunga marcia? In quale altro posto avrebbe potuto crearsi una così morbida, armoniosa coabitazione? fondata non sulla tolleranza, che predica ancora di superiorità di alcuni su alcaltri, ma sulla curiosità, e anche su una sorta di disincantato, quasi sonnolento, mai prendersi sul serio...

Queste parole sono tratte da Trieste, itinerari di viaggio, pubblicato nel settembre 2017 su Altritaliani.net, rivista online di Parigi.

La fabbrica del male mentale

Gian Piero Fiorillo

Cosa vuol dire fare lo psichiatra oggi, in un servizio ospedaliero romano che assomiglia a moltissimi altri diffusi su tutto il territorio nazionale, per chi non riesce e non vuole rassegnarsi al dominio della psichiatria biologica, securitaria e repressiva? Per chi non accetta che i pazienti vengano regolarmente legati ai letti di contenzione, domati da pesanti chemioterapie, scaricati in cosiddette cliniche e comunità le cui prassi terapeutiche e relazionali ricordano in maniera inquietante quei manicomi che, aboliti per legge, continuano tuttavia ad esistere sotto forme e con nomi diversi?

Cosa vuol dire farlo, lo psichiatra, e dichiararsi tale con ostinazione, pur nella lucida consapevolezza di tutte le contraddizioni che questa professione, situata sul rischioso confine fra medicina e controllo sociale, comporta? Cosa vuol dire scrivere in cartella diagnosi sulla cui consistenza concettuale si nutrono parecchi dubbi, prescrivere farmaci del cui funzionamento si conosce pochissimo e se ne può avere un’idea solo a posteriori, in base agli effetti? O cercare un rapporto umano, un colloquio, con un paziente che si è costretti a lasciare legato per evitare l’esplosione delle dinamiche del reparto, delle quali il poveretto non ha alcuna responsabilità?

Prova a dirlo, utilizzando prevalentemente il registro narrativo, Piero Cipriano nella Fabbrica della cura mentale, diario di uno psichiatra riluttante (Elèuthera 2013), e riesce nell’intento di dare un quadro vivo non solo della sua professione, ma del mondo che ruota intorno alla “malattia mentale”, come oggi viene etichettata qualsiasi espressione di impaccio esistenziale. Fin dal titolo questo libro necessario si colloca nella tradizione detta basagliana, ma senza accontentarsi di ripetere un formulario, piuttosto sottoponendola a un serrato confronto con la realtà.

L’anno che sta per concludersi potrebbe rivelarsi un anno importante per la coscienza critica della psichiatria italiana: le numerose iniziative legate al dibattito sulla chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, alcune pubblicazioni importanti (ad esempio Indagine su un’epidemia – lo straordinario aumento delle disabilità psichiatriche nell’epoca del boom degli psicofarmaci, di Robert Whitaker – Fioriti editore) e soprattutto la rinascita di forme autonome di protagonismo dei pazienti, riaprono una prospettiva che sembrava definitivamente tramontata.

La metà della libertà

Gian Piero Fiorillo

Durante una recente presentazione del libro di Pino Tripodi “Sette Sette. Una rivoluzione. La vita”, Tano D’Amico ha ricordato un episodio del 1977, forse marginale ma di grande portata simbolica. Durante una manifestazione nel quartiere di Primavalle, gli studenti medi si affacciarono al cancello del Santa Maria della Pietà, il manicomio romano, e incominciarono a parlare con gli internati, offrendo sigarette e ricevendone in cambio mele, probabilmente prodotte nel frutteto dell’ospedale.

Un semplice gesto di scambio, che però annullava le barriere istituzionali e dunque rappresentava un rischio troppo grande per il potere. Difatti, ha continuato Tano D’Amico, di lì a poco venne approvata la riforma, che ricondusse il movimento di critica alla psichiatria nell’ambito più rassicurante di un mutamento dell’architettura istituzionale.

Questa importante, anche se atipica, lettura della cosiddetta legge Basaglia non trova oggi alcuno spazio nei dibattiti della psichiatria “democratica”. Qualunque riserva in merito è vissuta come un’eresia insopportabile, un favore alla restaurazione manicomiale. Niente, del vertiginoso movimento di idee che sostenne la chiusura degli ospedali psichiatrici (si veda il bel libro di Valeria Babini “Fuori tutti) rimane vivo oggi. Una profonda depressione del pensiero accompagna il cinico disincanto dei riformatori, che hanno rimesso senza condizioni il proprio mandato terapeutico nelle mani della farmacologia.

Si tratta di una rinuncia gravida di implicazioni. Innanzitutto sugli individui che, insieme alla mutilazione cognitiva ed emotiva, patiscono le stimmate corporee dell’igiene farmacologica sotto forma di effetti collaterali. Quindi a livello di costi sociali, difficili da calcolare. Gli stessi curanti pagano un prezzo alto, spesso costretti a un lavoro di puro contenimento che non soddisfa le loro aspettative né quelle delle persone in cura. E non è da sottovalutare il carico materiale e psicologico che grava sulle famiglie: in particolare sulle donne, oggi come ieri chiamate a occuparsi dei familiari in difficoltà.

Gli attuali dispositivi misti di salute mentale (territorio, ospedale, offerta privata) hanno prodotto ovunque la dissociazione tra enunciati di liberazione e pratiche di controllo. L’interdetto sulla legge 180 ha poi confinato la critica agli aspetti più disfunzionali del sistema. Dimenticando che la convalida storica della chiusura degli ospedali psichiatrici può venire solo dal presente: è oppure no un presente di liberazione per i pazienti della psichiatria? Stare fuori dai manicomi ma dentro le gabbie chimiche è una libertà a metà, ovvero nessuna libertà.

Gabbie mobili

Gian Piero Fiorillo

È stato detto più volte che Basaglia, mutuando il concetto di epoché da Husserl, decise di “mettere tra parentesi” la malattia mentale per dedicarsi alla condizione dei folli, persone in carne e ossa che vivevano in condizioni subumane nei manicomi.
In questa epoché concreta c’è forse il momento più alto di congiunzione tra la fenomenologia e il marxismo dell’ultima Tesi su Feuerbach: I filosofi hanno finora interpretato il mondo, adesso si tratta di cambiarlo. È un salto vertiginoso, in cui la nozione husserliana subisce una violenta e inattesa torsione che la scaraventa dalla sfera epistemologica a quella del farsi sociale.

La “messa fra parentesi” della malattia mentale comporta giocoforza quella della psichiatria, che Basaglia non considerava estranea all’istituzione asilare, né una sovrastruttura dotata di linee evolutive proprie, ma il polo scientifico di legittimazione dell’internamento, oltre che il polo di contraddizione non dialettica della follia. La psichiatria ha il compito di rendere razionale la follia riducendola a malattia, e quindi alla ragione medica come ragione del dominio di classe.

Scoperchiata la Pandora manicomiale e venute alla luce nefandezze come la malarioterapia, il coma insulinico, i bagni gelati, gli elettroshock di massa e molto altro, la psichiatria ha reagito omeostaticamente intorno a uno strumento forte, il Farmaco, il cui catalogo si è rapidamente arricchito dopo le prime scoperte. L’uso massiccio di sostanze e un corredo di narrazioni consolatorie hanno permesso alla psichiatria di mitigare l’impatto sociale del crollo del modello segregazionista e ripresentarsi quale garante credibile del controllo della follia, confinando lo scandalo manicomiale entro una storia diversa, antiquata, nel tempo del C’era una volta.

Lo stesso Farmaco ha sviluppato una narrazione di successo. Ne sono elementi costitutivi: la modernità dello strumento; le reiterate promesse di efficacia terapeutica e riduzione degli effetti avversi; una enfatizzata affiliazione alle neuroscienze; la confusione fra specificità degli effetti biochimici e specificità terapeutica (ovvero la favola di avere trovato un farmaco per ogni malattia mentale); la produzione di una manualistica subalterna al prontuario farmaceutico; la diffusione di credenze infondate tramite i media; un costante lavoro porta a porta presso gli studi medici, ecc.

Nessuno ha sentito il bisogno di riaprire pubblicamente le parentesi basagliane. Il tempo, l’oblio e gli slittamenti del quotidiano ne hanno favorito il “naturale” allentamento mentre le narrazioni ufficiali sedimentavano in rinnovellata ideologia terapeutica.

Forme di vita

Gian Piero Fiorillo

Nel maggio del 1978, in un clima politico segnato dall’uccisione di Aldo Moro e Peppino Impastato, Franco Basaglia commentava sulla Stampa la ratifica della legge 180: “Non bisogna lasciarsi andare a facili euforie. È una legge transitoria, fatta per evitare i referendum, e perciò non immune da compromessi politici. Non si deve credere di aver trovato la panacea a tutti i problemi della malattia mentale con il suo inserimento negli ospedali tradizionali. La nuova legge cerca di omologare la psichiatria alla medicina, cioè il comportamento umano al corpo. È come omologare i cani con le banane”. Difficile immaginare qualcosa di altrettanto sprezzante, per di più in un momento di lacerazioni estreme, ma Basaglia non intese evidentemente ammorbidire le sue posizioni.

Ripensare oggi la 180, interrogarsi sui suoi risultati e sugli effetti diretti e indiretti nel corpo sociale, significa fra le altre cose porsi, anziché evitare, una domanda cruciale: in questi trentacinque anni sono stati omologati o no i cani con le banane? La psichiatria è stata omologata alla medicina, il comportamento dei folli e dei devianti al loro corpo? La sola risposta possibile è sì. Al netto di alcune rarissime sacche di resistenza e al di là della propaganda di parte, la 180 non ha impedito il riorganizzarsi della psichiatria intorno al paradigma biologico e la riduzione di tutte le pratiche “altre” a un ruolo ancillare rispetto alle terapie farmacologiche. Non poteva impedirlo: come già sapeva Franco Basaglia, l'esito era implicito nelle premesse.

Grazie a questa omologazione la psichiatria ha guadagnato, almeno provvisoriamente, credito nel mondo medico. La figura dello psichiatra pazzo ha perso posizioni insieme ad altre caricature abituali: ciarlatano, stregone, sadico, seduttore, padre di famiglia. Infine lo psichiatra incarna soltanto la figura del medico specialista e ha il suo bravo organo di riferimento: il cervello. Ma il prezzo di questo successo è stato alto: la rinuncia alla ricerca del senso singolare di ogni follia e l’accettazione di una metafora meccanicistica, camuffata da spiegazione scientifica, della mente.

La cambiale più salata l’hanno tuttavia pagata i pazienti, siano essi psicotici o depressi o border-line o, più semplicemente, incapaci di adattarsi. Ridotti alla ragione medica e omologati nei cataloghi delle malattie mentali, spogliati di ogni altra identità fuori da quella residuale di malato, confinati in circuiti istituzionali “aperti” ma senza vie d’uscita.

Arti della cura: Macao si fa framework

Stella Succi

Da oggi lunedì 29 ottobre a Macao si terranno otto serate dedicate al workshop Arte e follia, un’esperienza importante su due diversi versanti. Da una parte, naturalmente, per il soggetto trattato. In un momento storico e politico che mette in discussione la cosiddetta Legge Basaglia, ventilando sostanzialmente l’ipotesi di una riapertura dei manicomi, Macao decide di affrontare una tematica tanto delicata e controversa attraverso il linguaggio dell’arte e della creatività. Dall’altra parte la nascita di questo workshop è una conquista concreta dal punto di vista del metodo di produzione dell’arte, e si profila, dopo mesi dall’occupazione della Torre Galfa, ciò che Macao intende sviluppare come Centro per le Arti e la Cultura.

All’entrata in Torre Galfa, Macao apre nel proprio sito la sezione dedicata al bando. Così come l’intitolazione Macao fa il verso ad istituzioni come Macro, Maxxi, Mac, Madre, allo stesso modo la scelta del termine bando sottolinea in maniera ironica la distanza dal mondo istituzionale e dalle sue criticità: bando è un termine che non appartiene al linguaggio di Macao, ma al linguaggio del sistema produttivo culturale mercificato ed esclusivista dal quale questo processo vuole prendere le distanze, in una modalità, al contrario, inclusiva e partecipata. Lo scopo del bando è quello di sviluppare l’acronimo Macao allegandovi una proposta progettuale da realizzare nel nuovo centro per le arti, senza alcuna restrizione tipologica o temporale: arrivano quindi centinaia di proposte estremamente eterogenee, e con esse la consapevolezza della complessità della gestione e della tutela di queste idee.

Il pericolo è che le proposte finiscano per riempire semplicemente la programmazione di Macao, e che quest’ultimo diventi una sorta di service tecnico per performance, spettacoli e concerti. Si impone una riflessione teorica: lo scopo di Macao è quello di costruire uno spazio fisico e virtuale in cui le persone possano essere messe nella condizione di creare, dove trovino un framework, ossia un'impalcatura teorica che aiuti ad organizzare un processo di ricerca, e non in senso tecnico un modello, o una teoria1: uno spazio dove ciascuno che voglia fare cultura possa relazionare il proprio corpo e il proprio progetto con altre persone e con Macao.

Stabilitosi infine nella sede di viale Molise, Macao incontra coloro che hanno inviato le proposte, nella speranza - ben riposta - che nasca un dialogo tra tutti. Lo scopo è mettere in comunicazione i progetti, fare sì che le competenze e le passioni di ciascuno vengano messe sul piatto, e che si giunga insieme alla costruzione di un progetto nuovo, diverso, costruito insieme. Così nasce, in maniera del tutto naturale, organica e collettiva, il tavolo di lavoro Arti della cura. La prima fase, tra ottobre e dicembre, sarà costituita dal workshop Arte e follia. I primi incontri intrecceranno la ricostruzione storica della nascita del movimento dell’antipsichiatria all’analisi teorica, con particolare attenzione alla figura di Franco Basaglia. In un secondo momento verranno prese in esame alcune esperienze artistiche sviluppatesi in condizioni di malattia conclamata, e che hanno avuto un valore estetico indiscutibile e riconosciuto, secondo le stesse categorie che vengono impiegate nella lettura e nell’analisi di qualunque opera d’arte.

Questo insieme di esperienze si ricollega all’osservazione che i processi creativi sono utili alla cura, perché hanno il potere di riorganizzare il pensiero in un’azione finita, o di stenderlo in un’azione non funzionale, capace di sollevare il problema del senso, tanto nell’arte quanto nell’esperienza della malattia. Infine verrà dedicato spazio alle esperienze di alcuni laboratori che hanno maturato l’esperienza di affrontare il disagio psichico con strumenti artistici (principalmente disegno, pittura e teatro).

Senza pretendere di presentarsi esclusivamente come esperienze di arte terapia (alla quale naturalmente sono vicine), questi laboratori ci permettono di registrare come il disagio personale venga ancora vissuto come elemento di esclusione e non di inclusione. “Mettersi nei panni degli altri” (che è ciò di cui questi laboratori fanno continua esperienza) permette invece di costruire solidarietà e non paura: una proposta su come può e deve muoversi un’intera città intesa come rete sociale di cittadini capaci di accogliere il disagio.

GLI APPUNTAMENTI (ore 18-21)
La malattia (29 ottobre, 5 novembre)
Normalità e follia (12 e 19 novembre)
Le istituzioni (26 novembre, 3 dicembre)
Gli attori sociali (10 e 17 dicembre)

1 La conoscenza come bene comune, a cura di Charlotte Hess e Elinor Ostrom, ed. italiana a cura di Paolo Ferri, Bruno Mondadori, 2009